www.resistenze.org - materiali resistenti - disponibili in linea: iper-classici del marxismo - 20-04-03

Tratto da Stalin - Opere scelte Vol. 1- Laboratorio Politico

Testo messo a disposizione da Edizioni La Città del Sole - conversione in html a cura del CCDP


 

Stalin

PRINCIPI DEL LENINISMO

 

Lezioni tenute all’università Sverdlov



Premessa
I.     Le radici storiche del leninismo
II.    Il metodo
III.   La teoria
IV.   La dittatura del proletariato
V.    La questione contadina
VI.   La questione nazionale
VII.  Strategia e tattica
VIII. Il partito
IX.   Lo stile nel lavoro


Premessa

Alla leva leninista dedico queste pagine. G. Stalin

I principi del leninismo: vasto argomento. Occorrerebbe un libro intero per esaurirlo. Anzi, occorrerebbe una serie di libri. È naturale, quindi, che le mie lezioni non potranno essere un’esposizione esauriente del leninismo. Nel migliore dei casi, potranno essere soltanto un riassunto conciso dei principi del leninismo. Ciononostante, ritengo utile fare questo riassunto per fissare alcuni punti di partenza fondamentali, indispensabili per uno studio proficuo del leninismo.
Esporre i principi del leninismo, non vuol ancora dire esporre i principi della concezione del mondo di Lenin. La concezione del mondo di Lenin e i principi del leninismo non sono, per ampiezza, la stessa cosa. Lenin è un marxista e la base della sua concezione del mondo è, naturalmente, il marxismo. Ma da questo non deriva affatto che una esposizione del leninismo debba partire dall’esposizione dei principi del marxismo. Esporre il leninismo significa esporre ciò che vi è di particolare e di nuovo nell’opera di Lenin, ciò che Lenin ha apportato al tesoro comune del marxismo e che naturalmente è legato al suo nome. Soltanto in questo senso parlerò nelle mie lezioni dei principi del leninismo.
Dunque, che cosa è il leninismo?
Gli uni dicono che il leninismo è l’applicazione del marxismo alle condizioni originali della situazione russa. In questa definizione vi è una parte di verità, ma essa è ben lontana dal contenere tutta la verità. Lenin ha effettivamente applicato il marxismo alla situazione russa e l’ha applicato in modo magistrale. Ma se il leninismo non fosse che l’applicazione del marxismo alla situazione originale della Russia, sarebbe un fenomeno puramente nazionale e soltanto nazionale, puramente russo e soltanto russo. Invece noi sappiamo che il leninismo è un fenomenointernazionale, che ha le sue radici in tutta l’evoluzione internazionale e non soltanto un fenomeno russo. Ecco perché penso che questa definizione pecca di unilateralità.
Altri dicono che il leninismo è la rinascita degli elementi rivoluzionari del marxismo del decennio 1840-1850, per distinguerlo dal marxismo degli anni successivi, divenuto, a loro avviso, moderato, non più rivoluzionario. A prescindere dalla sciocca e banale divisione della dottrina di Marx in due parti, una rivoluzionaria e una moderata, bisogna riconoscere che anche questa definizione, del tutto insufficiente e insoddisfacente, contiene una parte di verità. Questa parte di verità consiste nel fatto che Lenin ha effettivamente risuscitato il contenuto rivoluzionario del marxismo, ch’era stato sotterrato dagli opportunisti della II Internazionale (14). Ma questa non è che una parte della verità. La verità intera è che il leninismo non solo ha risuscitato il marxismo, ma ha fatto ancora un passo avanti, sviluppando ulteriormente il marxismo nelle nuove condizioni del capitalismo e della lotta di classe del proletariato.
Che cosa è dunque, in ultima analisi, il leninismo?
Il leninismo è il marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria. Più esattamente: il leninismo è la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria in generale, la teoria e la tattica della dittatura del proletariato in particolare. Marx ed Engels militarono nel periodo prerivoluzionario (ci riferiamo alla rivoluzione proletaria), quando l’imperialismo non si era ancora sviluppato, nel periodo di preparazione dei proletari alla rivoluzione, nel periodo in cui la rivoluzione proletaria non era ancora diventata una necessità pratica immediata. Lenin invece, discepolo di Marx e di Engels, militò nel periodo di pieno sviluppo dell’imperialismo, nel periodo dello scatenamento della rivoluzione proletaria, quando la rivoluzione proletaria aveva già trionfato in un paese, aveva distrutto la democrazia borghese e aperto l’èra della democrazia proletaria, l’èra dei Soviet.
Ecco perché il leninismo è lo sviluppo ulteriore del marxismo.
Si mette spesso in rilievo il carattere straordinariamente combattivo, straordinariamente rivoluzionario del leninismo. Ciò è del tutto giusto. Ma questa caratteristica del leninismo si spiega con due motivi: in primo luogo col fatto che il leninismo è sorto dalla rivoluzione proletaria, e non può non portarne l’impronta; in secondo luogo, col fatto che esso è cresciuto e si è rafforzato nella lotta contro l’opportunismo della II Internazionale, lotta che fu ed è condizione necessaria preliminare per il successo della lotta contro il capitalismo. Non bisogna dimenticare che fra Marx ed Engels da una parte, e Lenin dall’altra, si stende un intero periodo di dominio incontrastato dell’opportunismo della II Internazionale. La lotta spietata contro l’opportunismo non poteva non essere uno dei compiti più importanti del leninismo.


I. Le radici storiche del leninismo

Il leninismo sorse e si formò nelle condizioni esistenti nel periodo dell’imperialismo, quando le contraddizioni del capitalismo erano giunte al punto più alto, quando la rivoluzione proletaria era diventata un problema pratico immediato, quando il precedente periodo di preparazione della classe operaia alla rivoluzione si era chiuso, e si era entrati nel nuovo periodo dell’assalto diretto al capitalismo.
Lenin chiamava l’imperialismo «capitalismo morente». Perché? Perché l’imperialismo porta le contraddizioni del capitalismo all’ultimo termine, ai limiti estremi, oltre i quali comincia la rivoluzione. Di queste contraddizioni, tre devono essere considerate come le più importanti.
La prima contraddizione è la contraddizione tra il lavoro e il capitale. L’imperialismo è l’onnipotenza, nei paesi industriali, dei trust e dei sindacati monopolisti, delle banche e dell’oligarchia finanziaria. Nella lotta contro questa onnipotenza, i metodi abituali della classe operaia - sindacati e cooperative, partiti parlamentari e lotta parlamentare - si son rivelati assolutamente insufficienti. O abbandonarsi alla mercè del capitale, vegetare all’antica e scendere sempre più in basso, o impugnare una nuova arma: così l’imperialismo pone il problema alle masse innumerevoli del proletariato. L’imperialismo avvicina la classe operaia alla rivoluzione.
La seconda contraddizione è la contraddizione fra i diversi gruppi finanziari e le diverse potenze imperialiste nella loro lotta per le fonti di materie prime e per i territori altrui. L’imperialismo è esportazione di capitale verso le fonti di materie prime, lotta accanita per il possesso esclusivo di queste fonti, lotta per una nuova spartizione del mondo già diviso, lotta che viene condotta con particolare asprezza, dai gruppi finanziari nuovi e dalle potenze in cerca di un «posto al sole», contro i vecchi gruppi e le potenze che non vogliono a nessun costo abbandonare il bottino. Questa lotta accanita tra diversi gruppi di capitalisti è degna di nota perché racchiude in sé, come elemento inevitabile, le guerre imperialiste, le guerre per la conquista di territori altrui. Questa circostanza, a sua volta, è degna di nota perché porta all’indebolimento reciproco degli imperialisti, all’indebolimento delle posizioni del capitalismo in generale, perché avvicina il momento della rivoluzione proletaria, perché rende praticamente necessaria questa rivoluzione.
La terza contraddizione è la contraddizione tra un pugno di nazioni «civili» dominanti e centinaia di milioni di uomini appartenenti ai popoli coloniali e dipendenti del mondo. L’imperialismo è lo sfruttamento più spudorato, l’oppressione più inumana di centinaia di milioni di abitanti degli immensi paesi coloniali e dipendenti. Spremere dei sopraprofitti: ecco lo scopo di questo sfruttamento e di questa oppressione. Ma per sfruttare questi paesi l’imperialismo è costretto a costruirvi delle ferrovie, delle fabbriche, delle officine, a crearvi dei centri industriali e commerciali. L’apparire di una classe di proletari, il sorgere di uno strato di intellettuali indigeni, il risveglio di una coscienza nazionale, il rafforzarsi del movimento per l’indipendenza: tali sono gli effetti inevitabili di questa “politica”. L’incremento del movimento rivoluzionario in tutte le colonie e in tutti i paesi dipendenti, senza eccezione, ne fornisce la prova evidente. Questa circostanza è importante per il proletariato perché mina alle radici le posizioni delcapitalismo, trasformando le colonie e i paesi dipendenti da riserve dell’imperialismo in riserve della rivoluzione proletaria.
Tali sono, in generale, le principali contraddizioni dell’imperialismo, che hanno trasformato il «florido» capitalismo di una volta in capitalismo morente.
L’importanza della guerra imperialista, scatenatasi dieci anni fa, consiste, tra l’altro, nel fatto che essa ha raccolto in un sol fascio tutte queste contraddizioni e le ha gettate sul piatto della bilancia, accelerando e facilitando le battaglie rivoluzionarie del proletariato.
L’imperialismo, in altri termini, non solo ha fatto sì che la rivoluzione proletaria è diventata una necessità pratica, ma ha pure creato le condizioni favorevoli per l’assalto diretto alle fortezze del capitalismo.
Tale è la situazione internazionale che ha generato il leninismo.
Tutto ciò va benissimo, si dirà; ma che c’entra la Russia, la quale certo non era e non poteva essere il paese classico dell’imperialismo? Che c’entra Lenin, il quale ha lavorato soprattutto in Russia e per la Russia? Perché mai proprio la Russia è diventata il focolaio del leninismo, la patria della teoria e della pratica della rivoluzione proletaria?
Per il fatto che la Russia era il punto nodale di tutte queste contraddizioni dell’imperialismo.
Per il fatto che la Russia era, più di qualsiasi altro paese, gravida di rivoluzione, e perciò essa soltanto era in grado di risolvere queste contraddizioni per via rivoluzionaria.
Innanzi tutto, la Russia zarista era un focolaio di ogni genere di oppressione - e capitalistica e coloniale e militare - esercitata nella forma più barbara e più inumana. Chi non sa che in Russia l’onnipotenza del capitale si fondeva col potere dispotico dello zarismo, l’aggressività del nazionalismo russo con la ferocia dello zarismo verso i popoli non russi, lo sfruttamento di intiere regioni - della Turchia, della Persia, della Cina - con la conquista di queste regioni da parte dello zarismo, con le guerre volte a conquistarle? Lenin aveva ragione di dire che lo zarismo era un «imperialismo feudale militare». Lo zarismo concentrava in sé i lati più negativi dell’imperialismo, elevati al quadrato.
E non basta. La Russia zarista era un’immensa riserva dell’imperialismo occidentale non soltanto nel senso che dava libero accesso al capitale straniero, il quale teneva in pugno settori decisivi dell’economia russa, come i combustibili e la metallurgia, ma anche nel senso che poteva mettere al servizio degli imperialisti dell’Occidente milioni di soldati. Ricordate l’esercito russo di dodici milioni di uomini, che ha versato il suo sangue sui fronti della guerra imperialista per assicurare favolosi profitti ai capitalisti anglo-francesi.
Ancora. Lo zarismo non era soltanto il cane da guardia dell’imperialismo nell’Europa orientale, era anche un’agenzia dell’imperialismo occidentale per estorcere alla popolazione centinaia di milioni per il pagamento degli interessi dei prestiti che gli erano stati concessi a Parigi, a Londra, a Berlino e a Bruxelles.
Infine, lo zarismo era l’alleato più fedele dell’imperialismo occidentale nella spartizione della Turchia, della Persia, della Cina, ecc. Chi non sa che la guerra imperialista è stata condotta dallo zarismo in unione con gli imperialisti dell’Intesa, che la Russia è stata un elemento essenziale di questa guerra?
Ecco perché gli interessi dello zarismo e dell’imperialismo occidentale s’intrecciavano e si fondevano, in ultima analisi, nell’unico gomitolo degli interessi dell’imperialismo. Poteva l’imperialismo occidentale rassegnarsi alla perdita di un così potente appoggio in Oriente e di un così ricco serbatoio di forze e di mezzi, quale era la vecchia Russia zarista e borghese, senza impegnare tutte le proprieforzeper condurre una lotta a morte contro la rivoluzione in Russia, allo scopo di difendere e conservare lo zarismo? Evidentemente, non poteva!
Ma da questo deriva che chiunque voleva battere lo zarismo inevitabilmente alzava la mano contro l’imperialismo, chiunque insorgeva contro lo zarismo doveva insorgere anche contro l’imperialismo, poiché chi voleva rovesciare lo zarismo doveva abbattere anche l’imperialismo, se voleva realmente non solo vincere lo zarismo, ma debellarlo definitivamente. La rivoluzione contro lo zarismo si collegava, perciò, alla rivoluzione contro l’imperialismo e doveva trasformarsi in rivoluzione proletaria.
In Russia si scatenava pertanto la più grande rivoluzione popolare, a capo della quale si trovava il proletariato più rivoluzionario del mondo, che disponeva di un alleato dell’importanza dei contadini rivoluzionari della Russia. Vi è bisogno di dimostrare che tale rivoluzione non poteva fermarsi a mezza strada, che in caso di successo essa doveva procedere oltre, innalzando la bandiera dell’insurrezione contro l’imperialismo?
Ecco perché la Russia doveva diventare il punto nodale delle contraddizioni dell’imperialismo, non solo nel senso che queste contraddizioni si rivelavano proprio in Russia più che in ogni altro paese, per il loro carattere particolarmente scandaloso e particolarmente intollerabile, e non solo perché la Russia era il punto d’appoggio principale dell’imperialismo d’Occidente, costituendo un legame tra il capitale finanziario dell’Occidente e le colonie dell’Oriente, ma anche perché solo in Russia esisteva una forza reale, capace di risolvere le contraddizioni dell’imperialismo per via rivoluzionaria.
Ma da questo deriva che la rivoluzione, in Russia, non poteva non diventare proletaria, che essa non poteva non prendere fin dai primi giorni del suo sviluppo un carattere internazionale, che essa non poteva quindi non scuotere le basi stesse dell’imperialismo mondiale.
Potevano i comunisti russi, in questa situazione, contenere il loro lavoro nel quadro strettamente nazionale della rivoluzione russa? Evidentemente no! Al contrario, tutta la situazione, tanto interna (profonda crisi rivoluzionaria), quanto esterna (guerra), li spingeva a uscire, nel corso del loro lavoro, da questo quadro, a trasportare la lotta sull’arena internazionale, a mettere a nudo le piaghe dell’imperialismo, a dimostrare l’ineluttabilità della catastrofe del capitalismo, a battere il socialsciovinismo e il socialpacifismo e, infine, ad abbattere il capitalismo nel proprio paese e a forgiare per il proletariato una nuova arma di lotta, la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria, allo scopo di facilitare ai proletari di tutti i paesi il compito dell’abbattimento del capitalismo. I comunisti russi non potevano, del resto, agire in altro modo, poiché solo seguendo questa via si poteva contare su alcune modificazioni della situazione internazionale, atte a garantire la Russia dalla restaurazione del regime borghese.
Ecco perché la Russia è diventata il focolaio del leninismo, e il capo dei comunisti russi, Lenin, ne è diventato il creatore.
Per la Russia e per Lenin “è avvenuto” qualche cosa di simile a quel che, tra il 1840 e il 1850, “era avvenuto” per la Germania e per Marx ed Engels. Come la Russia al principio del secolo XX, la Germania era allora gravida della rivoluzione borghese. Nel Manifesto dei Comunisti, Marx scriveva allora che:

Sulla Germania rivolgono i comunisti specialmente la loro attenzione, perché la Germania è alla vigilia della rivoluzione borghese, e perché essa compie tale rivoluzione in condizioni di civiltà generale europea più progredite e con un proletariato molto più sviluppato che non avessero l’Inghilterra nel secolo XVII e la Francia nel XVIII; per cui la rivoluzione borghese tedesca non può essere che l’immediato preludio di una rivoluzione proletaria.

In altri termini, il centro del movimento rivoluzionario si spostava verso la Germania.
Non vi può esser dubbio che appunto questa circostanza, segnalata da Marx nel passo sopra riportato, fu probabilmente la causa per cui appunto la Germania fu la patria del socialismo scientifico e i capi del proletariato tedesco - Marx ed Engels - ne furono i creatori.
Lo stesso, ma in misura ancora maggiore, si deve dire della Russia dell’inizio del secolo XX. La Russia si trovava in quel periodo alla vigilia di una rivoluzione borghese; ma doveva compiere questa rivoluzione quando le condizioni dell’Europa erano più progredite, il proletariato più sviluppato che nel caso della Germania (senza parlare dell’Inghilterra e della Francia) e tutti i dati indicavano che questa rivoluzione sarebbe stata il lievito e il preludio della rivoluzione proletaria. Non si può reputare accidentale il fatto che già nel 1902, quando la rivoluzione russa era soltanto all’inizio, Lenin scrivesse nel suo opuscolo Che fare? queste parole profetiche:

La storia ci pone oggi (cioè ai marxisti russi. G. St.) un compito immediato, il più rivoluzionario di tutti i compiti immediati del proletariato di qualsiasi altro paese. L’adempimento di questo compito, la distruzione del baluardo più potente della reazione non soltanto europea, ma anche... asiatica, farebbe del proletariato russo l’avanguardia del proletariato rivoluzionario internazionale.

In altri termini, il centro del movimento rivoluzionario doveva spostarsi verso la Russia.
È noto che il corso della rivoluzione in Russia ha più che confermato questa predizione di Lenin.
C’è dunque da meravigliarsi che un paese, il quale ha fatto una tale rivoluzione ed ha un tale proletariato, sia stato la patria della teoria e della tattica della rivoluzione proletaria?
C’è da meravigliarsi che il capo di questo proletariato, Lenin, sia diventato in pari tempo il creatore di questa teoria e di questa tattica e il capo del proletariato internazionale?


II. Il metodo

Ho già detto che fra Marx ed Engels da una parte e Lenin dall’altra, si stende tutto il periodo del dominio dell’opportunismo della II Internazionale. Aggiungerò, per precisare, che non si tratta di un dominio formale dell’opportunismo, bensì di un dominio di fatto. Formalmente, a capo della II Internazionale vi erano dei marxisti «ortodossi» come Kautsky (15) ed altri. In realtà, però, l’attività fondamentale della II Internazionale si svolgeva sulla linea dell’opportunismo. Gli opportunisti si adattavano alla borghesia in virtù della loro natura adattabile, piccolo-borghese; gli «ortodossi», a loro volta, si adattavano agli opportunisti nell’interesse del «mantenimento dell’unità» con gli opportunisti, nell’interesse della «pace nel partito». Il risultato era il dominio dell’opportunismo, poiché si creava tra la politica della borghesia e la politica degli «ortodossi» una catena ininterrotta.
Si era in un periodo di sviluppo relativamente pacifico del capitalismo, in un periodo, per così dire, di anteguerra, in cui le contraddizioni catastrofiche dell’imperialismo non erano ancora arrivate a manifestarsi in tutta la loro evidenza, gli scioperi economici degli operai e i sindacati si sviluppavano più o meno «normalmente», la lotta elettorale e i gruppi parlamentari riportavano successi «da far girar la testa», le forme legali di lotta erano portate alle stelle e si pensava di poter «uccidere» il capitalismo con la legalità, in un periodo, insomma, in cui i partiti della II Internazionale s’imbastardivano e non si voleva pensare seriamente alla rivoluzione, alla dittatura del proletariato, all’educazione rivoluzionaria delle masse.
Invece di una teoria rivoluzionaria coerente, affermazioni teoriche contraddittorie e frammenti di teoria, staccati dalla lotta rivoluzionaria vivente delle masse e trasformatisi in dogmi rinsecchiti. Per salvare le apparenze, certo, ci si richiamava alla teoria di Marx, ma per spogliarla del suo vivente spirito rivoluzionario.
Invece di una politica rivoluzionaria, filisteismo smidollato e politicantismo gretto, diplomazia parlamentare e combinazioni parlamentari. Per salvare le apparenze, certo, si approvavano risoluzioni e parole d’ordine «rivoluzionarie», ma per passarle agli archivi.
Invece di educare e istruire il partito nella giusta tattica rivoluzionaria sulla base dell’esperienza dei suoi propri errori, si eludevano accuratamente, si mascheravano e si mettevano in disparte le questioni spinose. Per salvare le apparenze, certo, non ci si esimeva dal parlarne, ma per concludere l’affare con una qualsiasi risoluzione «di caucciù».
Tali erano la fisionomia, il metodo di lavoro e l’arsenale della II Internazionale.
Frattanto si avvicinava un nuovo periodo di guerre imperialiste e di battaglie rivoluzionarie del proletariato. I vecchi metodi di lotta si rivelavano manifestamente insufficienti, impotenti, di fronte all’onnipotenza del capitale finanziario.
Era necessario rivedere tutto il lavoro della II Internazionale, tutto il suo metodo di lavoro, dare il bando al filisteismo, alla grettezza mentale, al politicantismo, al tradimento, al socialsciovinismo, al socialpacifismo. Era necessario verificare tutto l’arsenale della II Internazionale, buttare via tutto quel che vi era di arrugginito e di antiquato, forgiare nuove sorta di armi. Senza questo lavoro preliminare era inutile partire in guerra contro il capitalismo. Senza questo lavoro il proletariato rischiava di trovarsi, di fronte alle nuove battaglie rivoluzionarie, insufficientemente armato, o addirittura del tutto disarmato.
L’onore di questa revisione generale, di questa ripulitura generale delle stalle d’Augia (16) della II Internazionale è toccato al leninismo.
Ecco in quale situazione è sorto e si è forgiato il metodo del leninismo.
A che cosa si riducono le esigenze di questo metodo?
Innanzi tutto, alla verifica dei dogmi teorici della II Internazionale nel fuoco della lotta rivoluzionaria delle masse, nel fuoco della pratica vivente, cioè al ristabilimento della perduta unità fra la teoria e la pratica, alla eliminazione della rottura tra di esse, poiché solo così si può formare un partito veramente proletario, armato di una teoria rivoluzionaria.
In secondo luogo, alla verifica della politica dei partiti della II Internazionale, partendo non dalle loro parole d’ordine e dalle loro risoluzioni (a cui non si può prestar fede), bensì dai loro atti, dalle loro azioni, poiché solo così si può conquistare e meritare la fiducia delle masse proletarie.
In terzo luogo, alla riorganizzazione di tutto il lavoro del partito per dargli una nuova impronta rivoluzionaria, nel senso dell’educazione e della preparazione delle masse alla lotta rivoluzionaria, poiché solo così si possono preparare le masse alla rivoluzione proletaria.
In quarto luogo, all’autocritica dei partiti proletari, alla loro educazione e istruzione partendo dall’esperienza dei loro propri errori, poiché solo così si possono formare dei veri quadri e dei veri dirigenti del partito.
Queste sono le basi, questa è l’essenza del metodo del leninismo.
Come è stato applicato in pratica questo metodo?
Gli opportunisti della II Internazionale professano una serie di dogmi teorici, che ripetono come il rosario. Vediamone alcuni.
Dogma primo: circa le condizioni della presa del potere da parte del proletariato. Gli opportunisti asseriscono che il proletariato non può e non deve prendere il potere se non è maggioranza nel paese. Prove non ne danno, non essendo possibile, nè dal punto di vista teorico, nè dal punto di vista pratico, giustificare questa tesi assurda. Ammettiamo che sia vero, risponde Lenin a quei signori della II Internazionale. Ma ove si produca una situazione storica (guerra, crisi agraria, ecc.) in cui il proletariato, pur essendo la minoranza della popolazione, abbia la possibilità di raggruppare attorno a sé l’enorme maggioranza delle masse lavoratrici, perché esso non dovrebbe prendere il potere? Perché il proletariato non dovrebbe approfittare della situazione internazionale e interna favorevole per spezzare il fronte del capitale e affrettare il crollo generale? Non ha forse detto Marx, sin dal 1850, che la rivoluzione proletaria tedesca si sarebbe trovata in «eccellenti» condizioni, se fosse stato possibile assicurare alla rivoluzione proletaria l’appoggio «per così dire, di una seconda edizione della guerra dei contadini»? Non è forse noto a tutti che a quell’epoca, in Germania, i proletari erano relativamente meno numerosi che, per esempio, in Russia nel 1917? La pratica della rivoluzione proletaria russa non ha forse dimostrato che questo dogma, caro agli eroi della II Internazionale, è privo di ogni significato vitale per il proletariato? Non è forse chiaro che l’esperienza della lotta rivoluzionaria delle masse batte in breccia e fa a pezzi questo dogma rinsecchito?
Dogma secondo: il proletariato non può conservare il potere, se non possiede una quantità sufficiente di quadri già pronti, di intellettuali e di amministratori, capaci di assicurare la gestione del paese. Prima bisogna formare questi quadri sotto il capitalismo e in seguito prendere il potere. Ammettiamo che sia vero, risponde Lenin; ma perché non si può procedere in senso opposto: incominciare a prendere il potere, creare le condizioni favorevoli allo sviluppo del proletariato, e poi andare avanti, con gli stivali delle sette leghe, per elevare il livello culturale delle masse lavoratrici, per formare numerosi quadri di dirigenti e amministratori reclutati fra gli operai? La pratica russa non ha forse dimostrato che i quadri dirigenti reclutati fra gli operai crescono sotto il potere proletario cento volte più rapidamente e meglio che sotto il potere del capitale? Non èforse chiaro che la pratica della lotta rivoluzionaria delle masse manda spietatamente in pezzi anche questo dogma teorico degli opportunisti?
Dogma terzo: il metodo dello sciopero generale politico non può essere accettato dal proletariato, perché teoricamente è inconsistente (si veda la critica di Engels), praticamente è pericoloso (può turbare il corso normale della vita economica del paese, può vuotare le casse dei sindacati) e non può sostituire le forme di lotta parlamentari, che sono la forma principale della lotta di classe del proletariato. Bene, rispondono i leninisti. Ma innanzi tutto Engels non ha criticato qualsiasi sciopero generale, ma solo una specie determinata di sciopero generale, lo sciopero generale economico degli anarchici, preconizzato dagli anarchici in luogo della lotta politica del proletariato. Che c’entra il metodo dello sciopero generale politico? In secondo luogo, da chi e dove è stato provato che la lotta parlamentare sia la principale forma di lotta del proletariato? La storia delmovimento rivoluzionario non dimostra forse che la lotta parlamentare è soltanto una scuola, un ausilio per l’organizzazione della lotta extraparlamentare del proletariato, che le questioni fondamentali del movimento operaio in regime capitalistico si risolvono con la forza, con la lotta diretta delle masse proletarie, con lo sciopero generale, con l’insurrezione? In terzo luogo, dove è stata presa la questione della sostituzione alla lotta parlamentare del metodo dello sciopero generale politico? Dove e quando gli assertori dello sciopero generale politico hanno tentato di sostituire alle forme parlamentari di lotta le forme di lotta extraparlamentari? In quarto luogo, la rivoluzione russa non ha forse dimostrato che lo sciopero generale politico è la più grande scuola della rivoluzione proletaria e un mezzo insostituibile di mobilitazione e di organizzazione delle più grandi masse del proletariato alla vigilia dell’assalto alle fortezze del capitalismo? Cosa c’entrano i lamenti ipocriti sulla disorganizzazione del corso normale della vita economica e sulle casse dei sindacati? Non è forse chiaro che la pratica della lotta rivoluzionaria distrugge anche questo dogma degli opportunisti?
Ecc. ecc.
Ecco perché Lenin diceva che «la teoria rivoluzionaria non è un dogma», che «essa si forma definitivamente solo in stretto rapporto con la pratica di un movimento veramente rivoluzionario e veramente di massa» (La malattia infantile), perché la teoria deve servire alla pratica, perché «la teoria deve rispondere alle questioni poste dalla pratica» (Gli amici del popolo), perché essa deve venir confermata dai dati della pratica.
Quanto alle parole d’ordine politiche e alle decisioni politiche dei partiti della II Internazionale, basta ricordare ciò che è capitato alla parola d’ordine «guerra alla guerra», per comprendere tutta l’ipocrisia, tutto il putridume della pratica politica di questi partiti, che ammantano la loro attività controrivoluzionaria di parole d’ordine e di risoluzioni rivoluzionarie pompose. Tutti ricordano la pomposa manifestazione della II Internazionale al Congresso di Basilea, in cui gl’imperialisti furono minacciati di tutti gli orrori dell’insurrezione se avessero osato scatenare la guerra, e venne formulata la minacciosa parola d’ordine: «guerra alla guerra». Ma chi non ricorda che qualche tempo dopo, allo scoppio della guerra, la risoluzione di Basilea fu passata agli archivi e agli operai si dette una nuova parola d’ordine: massacrarsi a vicenda per la gloria della patriacapitalista? Non è forse chiaro che le parole d’ordine e le risoluzioni rivoluzionarie non valgono un quattrino se non sono corroborate dall’azione? Basta paragonare la politica leninista di trasformazione della guerra imperialista in guerra civile alla politica di tradimento seguita dalla II Internazionale durante la guerra, per comprendere tutta la trivialità dei politicanti dell’opportunismo, tutta la grandezza del metodo leninista. Non posso fare a meno di riportare qui un passo del libro di Lenin La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, in cui egli sferza duramente il tentativo opportunista del capo della II Internazionale K. Kautsky di giudicare i partiti non dalle loro azioni, ma dalle loro parole d’ordine e dai loro documenti di carta:

Kautsky fa una politica tipicamente piccolo-borghese, filistea, quando s’immagina... che il fatto di lanciare una parola d’ordine cambi la realtà. Tutta la storia della democrazia borghese mette a nudo questa illusione: per ingannare il popolo, i democratici borghesi hanno sempre lanciato e sempre lanciano ogni sorta di «parole d’ordine». Si tratta di controllare la loro sincerità, di mettere a confronto le parole con i fatti, di non appagarsi della frase idealistica o ciarlatanesca, ma di cercar di scoprire la realtà di classe.

E non parlo della paura dell’autocritica, che è propria dei partiti della II Internazionale, della loro abitudine di nascondere i propri errori, di mettere a tacere le questioni spinose, di nascondere le proprie deficienze, dando falsamente ad intendere che tutto va per il meglio, il che soffoca il pensiero vivo e intralcia l’educazione rivoluzionaria del partito sulla base dell’esperienza dei suoi propri errori. Lenin ha posto in ridicolo e messo alla gogna questa abitudine. Ecco che cosa scriveva Lenin nel suo opuscolo La malattia infantile a proposito dell’autocritica dei partiti proletari:

L’atteggiamento di un partito politico verso i suoi errori è uno dei criteri più importanti e più sicuri per giudicare se un partito è serio, se adempie di fatto i suoi doveri verso la propria classe e verso le masse lavoratrici. Riconoscere apertamente un errore, scoprirne le cause, analizzare la situazione che lo ha generato, studiare attentamente i mezzi per correggerlo: questo è indizio della serietà di un partito, questo si chiama adempiere il proprio dovere, educare e istruire la classe, e quindi le masse.

Taluni dicono che lo svelare i propri errori e l’autocritica sono cose pericolose per il partito, perché possono essere utilizzate dall’avversario contro il partito del proletariato. Lenin considerava prive di serietà e completamente sbagliate simili obiezioni. Ecco che cosa egli diceva a questo proposito, già nel 1904, nell’opuscolo Un passo avanti, quando il nostro partito era ancora debole e poco numeroso:
Essi (cioè gli avversari dei marxisti. G. St.) si agitano e manifestano una gioia maligna quando osservano le nostre discussioni; essi tenteranno certamente di servirsi, pei loro fini, di passi staccati dell’opuscolo dove tratto delle deficienze e delle lacune del nostro partito. I socialdemocratici russi sono già sufficientemente temprati alle battaglie per non lasciarsi commuovere da questi colpi di spillo, per continuare, malgrado ciò, il loro lavoro di autocritica e di smascheramento spietato dei propri difetti, che saranno sicuramente e inevitabilmente superati con lo sviluppo del movimento operaio.

Sono questi, in generale, i tratti caratteristici del metodo del leninismo.
Ciò che si trova nel metodo di Lenin, si trovava già, sostanzialmente, nella dottrina di Marx che, secondo le parole di Marx stesso, è «critica e rivoluzionaria nella sua essenza». È proprio questo spirito critico e rivoluzionario che penetra da cima a fondo il metodo di Lenin. Ma non sarebbe giusto pensare che il metodo di Lenin sia una semplice restaurazione di ciò che ha dato Marx. In realtà, il metodo di Lenin non è soltanto la restaurazione, ma è anche la concretizzazione e lo sviluppo ulteriore del metodo critico e rivoluzionario di Marx, della sua dialettica materialistica.



III. La teoria

Di questo tema tratterò tre questioni: a) l’importanza della teoria per il movimento proletario; b) la critica della «teoria» della spontaneità e c) la teoria della rivoluzione proletaria.
1) Importanza della teoria. Alcuni credono che il leninismo sia il prevalere della pratica sulla teoria, nel senso che l’essenziale in esso sia la traduzione in atto delle tesi marxiste, l’«applicazione» di queste tesi e che, nei riguardi della teoria, il leninismo sia, secondo loro, abbastanza noncurante. È noto che Plekhanov (17) schernì più volte la «noncuranza» di Lenin per la teoria e specialmente per la filosofia. È noto, d’altra parte, che la teoria non è molto nelle grazie di molti leninisti pratici d’oggigiorno, a causa soprattutto dell’enorme quantità di lavoro pratico cui la situazione li costringe a sobbarcarsi. Devo dichiarare che questa opinione più che strana su Lenin e sul leninismo è completamente falsa e non corrisponde per niente alla realtà, che la tendenza dei pratici a infischiarsi della teoria contraddice a tutto lo spirito del leninismo ed è gravida di seri pericoli per la nostra causa.
La teoria è l’esperienza del movimento operaio di tutti i paesi, considerata sotto l’aspetto generale. Naturalmente la teoria diventa priva di oggetto se non viene collegata con la pratica rivoluzionaria, esattamente allo stesso modo che la pratica diventa cieca se non si rischiara la strada con la teoria rivoluzionaria. Ma la teoria può diventare un’enorme forza del movimento operaio se viene elaborata in unione indissolubile con la pratica rivoluzionaria, poiché essa e soltanto essa può dare al movimento sicurezza, capacità di orientamento e comprensione del legame intimo degli avvenimenti circostanti, poiché essa e soltanto essa può aiutare la pratica a comprendere non soltanto come e in qual direzione si muovono le classi nel momento presente, ma anche come e in quale direzione esse devono muoversi nel prossimo avvenire. È stato proprio Lenin che ha detto e ripetuto decine di volte la nota tesi che:
«Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario»* (Che fare?).
Più d’ogni altro, Lenin comprendeva la grande importanza della teoria, specialmente per un partito come il nostro, in considerazione della funzione che gli è toccata, di combattente d’avanguardia del proletariato internazionale, in considerazione della complicata situazione interna e internazionale che lo circonda. Prevedendo questa funzione particolare del nostro partito sin dal 1902, egli riteneva necessario, sin d’allora, ricordare che:
«Solo un partito guidato da una teoria d’avanguardia può adempiere la funzione di combattente d’avanguardia» (Ibid.).
Non occorre dimostrare che oggi, la predizione di Lenin sulla funzione del nostro partito essendosi già realizzata, questa tesi di Lenin acquista una particolare forza e un’importanza particolare.
Forse la prova più lampante della grande importanza che Lenin attribuiva alla teoria dovrebbe essere cercata nel fatto che Lenin stesso si assunse il compito estremamente importante di generalizzare, secondo la filosofia materialistica, tutte le conquiste più importanti fatte dalla scienza nel periodo da Engels a Lenin, e di criticare a fondo le correnti antimaterialistiche fra i marxisti. Engels diceva che «il materialismo deve prendere un nuovo aspetto a ogni nuova grande scoperta». È noto che per la sua epoca questo compito fu assolto proprio da Lenin con la sua opera poderosa Materialismo ed empiriocriticismo. È noto che Plekhanov, pur tanto incline a schernire la «noncuranza» di Lenin per la filosofia, non ebbe l’animo di accingersi seriamente all’adempimento di questo compito.

2) Critica della «teoria» della spontaneità, ossia della funzione dell’avanguardia nel movimento. La «teoria» della spontaneità è la teoria dell’opportunismo, la teoria del culto della spontaneità del movimento operaio, la teoria della negazione di fatto della funzione dirigente dell’avanguardia della classe operaia, del partito della classe operaia.
La teoria del culto della spontaneità è decisamente ostile al carattere rivoluzionario del movimento operaio, non vuole che il movimento si diriga secondo la linea della lotta contro le basi del capitalismo, vuole che il movimento segua esclusivamente la linea delle rivendicazioni che possono essere «attuate», «accettate» dal capitalismo, è totalmente favorevole alla «linea della minore resistenza». La teoria della spontaneità è l’ideologia del tradunionismo.
La teoria del culto della spontaneità è decisamente ostile a che venga dato al movimento spontaneo un carattere cosciente, metodico, non vuole che il partito marci davanti alla classe operaia, che il partito elevi le masse sino a renderle coscienti, non vuole che il partito prenda la direzione del movimento; essa ritiene che gli elementi coscienti non debbano impedire al movimento di andare per la sua strada, essa vuole che il partito si limiti a registrare il movimento spontaneo e a trascinarsi alla sua coda. La teoria della spontaneità è la teoria della sottovalutazione della funzione dell’elemento cosciente nel movimento, l’ideologia del «codismo», la base logica dell’opportunismo di ogni sorta.
Praticamente questa teoria, apparsa sulla scena prima ancora della prima rivoluzione russa, aveva come conseguenza che i suoi seguaci, i cosiddetti «economisti», negavano la necessità di un partito operaio indipendente in Russia, prendevano posizione contro la lotta rivoluzionaria della classe operaia per l’abbattimento dello zarismo, predicavano nel movimento una politica tradunionista e mettevano, in generale, il movimento operaio sotto l’egemonia della borghesia liberale.
La lotta della vecchia “Iskra” e la brillante critica della teoria del «codismo», che venne fatta nell’opuscolo di Lenin Che fare?, non solo sconfissero il cosiddetto «economismo», ma crearono pure le basi teoriche di un movimento veramente rivoluzionario della classe operaia russa.
Senza questa lotta non sarebbe neanche stato possibile pensare alla creazione in Russia di un partito operaio indipendente e a una sua funzione dirigente nella rivoluzione.
Ma la teoria del culto della spontaneità non è un fenomeno unicamente russo. Essa ha la più larga diffusione, è vero, in forma alquanto diversa, in tutti i partiti della II Internazionale, senza eccezione. Alludo alla cosiddetta teoria «delle forze produttive», ridotta a una banalità dai capi della II Internazionale, teoria che, com’essi l’hanno ridotta, giustifica tutto e concilia tutti, constata i fatti e li spiega quando tutti ne hanno già fin sopra i capelli, ma, dopo averli constatati, non va più in là. Marx ha detto che la dottrina materialistica non può limitarsi a spiegare il mondo, che essa deve anche trasformarlo. Ma Kautsky e C. non arrivano sino a questo, preferiscono fermarsi alla prima parte della formula di Marx. Ecco un esempio, fra i tanti, dell’applicazione di questa «teoria». Dicono che, prima della guerra imperialista, i partiti della II Internazionale avevano minacciato di dichiarare «guerra alla guerra» se gli imperialisti avessero scatenato la guerra. Dicono che, allo scoppio della guerra, questi stessi partiti passarono agli archivi la parola d’ordine «guerra alla guerra» e applicarono la parola d’ordine opposta di «guerra per la patria imperialista». Dicono che il risultato di questo cambiamento di parole d’ordine fu il massacro di milioni di operai. Ma sarebbe un errore pensare che ci siano dei colpevoli di questo fatto, che qualcuno abbia tradito o venduto la classe operaia. Niente affatto! Tutto è accaduto come doveva accadere. Prima di tutto perché l’Internazionale è uno «strumento di pace» e non di guerra. In secondo luogo perché, dato il «livello delle forze produttive» esistente in quel tempo, non era possibile fare niente di diverso. La «colpa» è delle «forze produttive». La «teoria delle forze produttive» del signor Kautsky «ce» lo spiega con precisione. E chi non crede a questa «teoria» non è marxista. La funzione dei partiti? La loro importanza nel movimento? Ma che può mai fare il partito contro un fattore decisivo come il «livello delle forze produttive»?...
Di cosiffatti esempi di falsificazioni del marxismo se ne potrebbero citare a iosa.
Non occorre dimostrare che questo «marxismo» falsificato, destinato a coprire le vergogne dell’opportunismo, non è che una varietà europea di quella stessa teoria del «codismo» contro la quale Lenin combatteva già nel periodo anteriore alla prima rivoluzione russa.
Non occorre dimostrare che la distruzione di questa falsificazione teorica è condizione preliminare per la creazione di partiti veramente rivoluzionari in Occidente.
3) La teoria della rivoluzione proletaria. La teoria leninista della rivoluzione proletaria ha come punto di partenza tre tesi fondamentali.

Tesi prima. Il dominio del capitale finanziario nei paesi capitalisti progrediti; l’emissione di titoli, che è una delle principali operazioni del capitale finanziario; l’esportazione di capitali verso le sorgenti di materie prime, che è una delle basi dell’imperialismo; l’onnipotenza dell’oligarchia finanziaria, conseguenza del dominio del capitale finanziario: tutto ciò mette a nudo il carattere brutalmente parassitario del capitalismo monopolistico, rende cento volte più sensibile il giogo dei trust e dei sindacati capitalistici, accresce la collera della classe operaia contro le basi del capitalismo, conduce le masse alla rivoluzione proletaria come unica via di salvezza (Lenin, L’imperialismo).
Da ciò una prima conclusione: acutizzazione della crisi rivoluzionaria nei singoli paesi capitalistici, sviluppo nelle «metropoli» degli elementi di una esplosione sul fronte interno, sul fronte proletario.

Tesi seconda. L’accresciuta esportazione di capitali nei paesi coloniali e dipendenti; l’estensione delle «sfere d’influenza» e dei possedimenti coloniali fino a comprendere tutto il globo; la trasformazione del capitalismo in un sistema mondiale di asservimento finanziario e di oppressione coloniale dell’immensa maggioranza della popolazione del globo ad opera di un gruppo di paesi «progrediti»: tutto ciò, da una parte, ha fatto delle economie nazionali singole e dei singoli territori nazionali gli anelli di una catena unica, chiamata economia mondiale, d’altra parte ha diviso la popolazione del globo in due campi: un pugno di paesi capitalistici «progrediti» che sfruttano e opprimono vasti paesi coloniali e dipendenti e un’enorme maggioranza di paesi coloniali e dipendenti, costretti alla lotta per liberarsi dal giogo dell’imperialismo (cfr. L’imperialismo).
Da ciò una seconda conclusione: acutizzazione della crisi rivoluzionaria nei paesi coloniali, sviluppo dello spirito di rivolta contro l’imperialismo sul fronte esterno, coloniale.

Tesi terza. Il monopolio delle «sfere d’influenza» e delle colonie, lo sviluppo ineguale dei diversi paesi capitalistici, che determina una lotta accanita per una nuova spartizione del mondo tra i paesi che si sono già impossessati dei territori e i paesi che vogliono ricevere la «parte» loro, le guerre imperialiste, unico mezzo per ristabilire «l’equilibrio» spezzato: tutto ciò porta a un inasprimento della lotta su di un terzo fronte, un fronte intercapitalistico, il che indebolisce l’imperialismo e agevola l’unione contro l’imperialismo dei due fronti precedenti, del fronte rivoluzionario proletario e del fronte della lotta per la liberazione delle colonie (cfr. L’imperialismo).
Da ciò una terza conclusione: ineluttabilità delle guerre nell’epoca dell’imperialismo, inevitabilità della coalizione della rivoluzione proletaria in Europa con la rivoluzione coloniale in Oriente in un unico fronte mondiale della rivoluzione contro il fronte mondiale dell’imperialismo.
Tutte queste conclusioni vengono raccolte da Lenin in una sola conclusione generale, secondo cui «L’imperialismo è la vigilia della rivoluzione socialista» (L’imperialismo)*.
Di conseguenza cambia il modo stesso di affrontare il problema della rivoluzione proletaria, del suo carattere, della sua ampiezza, della sua profondità, cambia lo schema della rivoluzione in generale.
Prima si analizzavano di solito le premesse della rivoluzione proletaria partendo dall’esame della situazione economica di questo o di quel paese singolo. Oggi questo metodo non basta più. Oggi bisogna trattare la questione partendo dall’esame della situazione economica di tutti o della maggior parte dei paesi, dall’esame dello stato dell’economia mondiale, perché i paesi singoli e le singole economie nazionali hanno cessato di essere delle unità sufficienti a se stesse, sono diventati anelli di una catena unica che si chiama economia mondiale, perché il vecchio capitalismo «civile» si è trasformato nell’imperialismo, e l’imperialismo è il sistema mondiale dell’asservimento finanziario e dell’oppressione coloniale dell’enorme maggioranza della popolazione del globo da parte di un pugno di paesi «progrediti».
Prima si era soliti parlare dell’esistenza o della mancanza delle condizioni oggettive per la rivoluzione proletaria in paesi singoli o, più esattamente, in questo o in quel paese sviluppato. Oggi questo punto di vista non è più sufficiente. Oggi si deve parlare dell’esistenza delle condizioni oggettive per la rivoluzione in tutto il sistema dell’economia imperialista mondiale, considerato come un unico assieme. L’esistenza, in seno a questo sistema, di alcuni paesi non abbastanza sviluppati industrialmente non può costituire un ostacolo insormontabile alla rivoluzione, se il sistema, nel suo assieme,o meglio in quanto sistema complessivo, è già maturo per la rivoluzione.
Prima si era soliti parlare della rivoluzione proletaria in questo o in quel paese progredito come di una entità singola, sufficiente a se stessa,opposta a un fronte nazionale singolo del capitale, come al proprio antipodo. Oggi questo punto di vista non è più sufficiente. Oggi si deve parlare di rivoluzione proletaria mondiale, perchè i differenti fronti nazionali del capitale sono divenuti gli anelli di una catena unica, che si chiama fronte mondiale dell’imperialismo, a cui deve essere opposto il fronte generale del movimento rivoluzionario di tutti i paesi.
Prima si considerava la rivoluzione proletaria come il risultato del solo sviluppo interno di un dato paese. Oggi questo punto di vista non è più sufficiente. Oggi bisogna considerare la rivoluzione proletaria innazitutto come il risultato dello sviluppo delle contriddizioni nel sistama mondiale dell’imperialismo, come il risultato delle rottura della catena del fronte mondiale imperialistico in questo o in quel paese.
Dove incomincerà la rivoluzione? Dove può essere spezzato prima il fronte del capitale? In quale paese?
Là dove l’industria è più sviluppata, dove il proletariato costituisce la maggioranza, dove c’è più civiltà, dove c’è più democrazia, si rispondeva di solito una volta.
No - obietta la teoria leninista della rivoluzione - non obbligatoriamente là dove l’industria è più sviluppata, ecc. Il fronte del capitale si spezzerà là dove la catena dell’imperialismo è più debole, perché la rivoluzione proletaria è il risultato della rottura della catena del fronte imperialistico mondiale nel suo punto più debole, e può quindi avvenire che il paese che ha incominciato la rivoluzione, il paese che ha spezzato il fronte del capitale, sia capitalisticamente meno sviluppato di altri paesi, più sviluppati, rimasti, però, nel quadro del capitalismo.
Nel 1917 la catena del fronte imperialistico mondiale era più debole in Russia che in altri paesi. E là essa si è spezzata, aprendo la via alla rivoluzione proletaria. Perché? Perché in Russia si scatenava una grandiosa rivoluzione popolare, alla testa della quale marciava un proletariato rivoluzionario, che aveva per sé un alleato così serio come i milioni e milioni di contadini oppressi e sfruttati dai grandi proprietari fondiari. Perché in Russia la rivoluzione aveva per avversario un rappresentante così ripugnante dell’imperialismo, quale era lo zarismo, privo di ogni autorità morale, giustamente odiato da tutta la popolazione. La catena era più debole in Russia, sebbene la Russia fosse capitalisticamente meno sviluppata che, per esempio, la Francia o la Germania, l’Inghilterra o l’America.
Dove si spezzerà la catena nel prossimo avvenire? Ancora una volta, là dove essa è più debole. Non è escluso che la catena si possa spezzare, per esempio, in India. Perché? Perché ivi esiste un giovane proletariato rivoluzionario, combattivo, che ha un alleato come il movimento di liberazione nazionale, alleato incontestabilmente potente e incontestabilmente serio. Perché ivi la rivoluzione ha contro di sé un avversario, a tutti noto, quale l’imperialismo straniero, privo di autorità morale e giustamente odiato da tutte le masse sfruttate e oppresse dell’India.
È anche del tutto possibile che la catena si spezzi in Germania. Perché? Perché i fattori che agiscono, per esempio, in India, incominciano ad agire anche in Germania, pur essendo evidente che l’immensa differenza esistente tra il livello di sviluppo dell’India e quello della Germania non potrà non dare la propria impronta al corso e all’esito della rivoluzione in quest’ultimo paese.
Ecco perché Lenin dice che:

I paesi capitalistici dell’Europa occidentale compiranno la loro evoluzione verso il socialismo... non attraverso una “maturazione” uniforme del socialismo in essi, ma attraverso lo sfruttamento di alcuni stati da parte di altri, attraverso lo sfruttamento del primo stato vinto nella guerra imperialista, unito allo sfruttamento di tutto l’Oriente. L’Oriente, d’altra parte, è entrato definitivamente nel movimento rivoluzionario appunto in seguito a questa prima guerra imperialista, ed è stato trascinato definitivamente nel turbine generale del movimento rivoluzionario mondiale» (Meglio meno, ma meglio.).

In breve: la catena del fronte imperialistico, di regola, si deve spezzare là dove gli anelli della catena sono più deboli e, in ogni caso, non obbligatoriamente là dove il capitalismo è più sviluppato, dove i proletari sono il tanto per cento, i contadini il tanto per cento e così via.
Ecco perché i calcoli statistici sulla percentuale del proletariato nella popolazione di questo o di quel paese singolo perdono, relativamente alla soluzione del problema della rivoluzione proletaria, quell’importanza eccezionale che loro attribuivano volentieri i bacchettoni della II Internazionale, che non hanno capito l’imperialismo e temono la rivoluzione come la peste.
Proseguiamo. Gli eroi della II Internazionale affermavano (e continuano ad affermare) che, tra la rivoluzione democratica borghese da una parte e la rivoluzione proletaria dall’altra, c’è un abisso, o per lo meno una muraglia cinese, per cui l’una è separata dall’altra da un intervallo più o meno lungo, durante il quale la borghesia, arrivata al potere, sviluppa il capitalismo, mentre il proletariato raccoglie le forze e si prepara alla «lotta decisiva» contro il capitalismo. Quest’intervallo viene di solito valutato a molti decenni, se non di più. Non occorre dimostrare che questa «teoria» della muraglia cinese è, nel periodo dell’imperialismo, priva di ogni valore scientifico, che essa non è e non può essere altro che un mezzo per coprire e mascherare le brame controrivoluzionarie della borghesia. Non occorre dimostrare che, nelle condizioni esistenti nel periodo dell’imperialismo, gravido di collisioni e di guerre, alla «vigilia della rivoluzione socialista», quando il capitalismo «fiorente» si trasformava in capitalismo «morente» (Lenin) e il movimento rivoluzionario si sviluppa in tutti i paesi del mondo, quando l’imperialismo si allea con tutte le forze reazionarie, senza eccezione, persino con lo zarismo e con il regime feudale, rendendo così inevitabile la coalizione di tutte le forze rivoluzionarie, dal movimento proletario in Occidente fino al movimento di liberazione nazionale in Oriente, quando la distruzione delle sopravvivenze del regime feudale diventa impossibile senza una lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo, non occorre dimostrare che la rivoluzione democratica borghese, in un paese più o meno sviluppato, deve, in queste condizioni, avvicinarsi alla rivoluzione proletaria, che la prima deve trasformarsi nella seconda. La storia della rivoluzione in Russia ha dimostrato con evidenza che questa affermazione è giusta e incontestabile. Non a caso Lenin, fin dal 1905, alla vigilia della prima rivoluzione russa, presentava, nel suo opuscolo Due tattiche, la rivoluzione democratica borghese e la rivoluzione socialista come due anelli di una sola catena, come un quadro unico, un quadro d’assieme del processo della rivoluzione russa:
Il proletariato deve condurre a termine la rivoluzione democratica legando a sé la massa dei contadini, per schiacciare con la forza la resistenza dell’autocrazia e paralizzare l’instabilità della borghesia. Il proletariato deve fare la rivoluzione socialista legando a sé la massa degli elementi semiproletari della popolazione, per spezzare con la forza la resistenza della borghesia e paralizzare l’instabilità dei contadini e della piccola borghesia. Tali sono i compiti del proletariato, compiti che i seguaci della nuova “Iskra” presentano in modo cosi ristretto in tutti i loro ragionamenti e risoluzioni sull’ampiezza della rivoluzione (vedi Lenin, vol.VIII, p. 86).

E non parlo di altri lavori, più recenti, di Lenin, in cui l’idea della trasformazione della rivoluzione borghese in rivoluzione proletaria appare, con maggior rilievo che in Due tattiche, come una delle pietre angolari della teoria leninista della rivoluzione.
Certi compagni, a quanto pare, credono che Lenin sia giunto a quest’idea soltanto nel 1916 e che fino ad allora avesse pensato che la rivoluzione in Russia sarebbe rimasta nel quadro borghese, che il potere, quindi, sarebbe passato dalle mani dell’organo della dittatura del proletariato e dei contadini nelle mani della borghesia e non del proletariato. Dicono che questa affermazione sia penetrata persino nella nostra stampa comunista. Debbo dire che quest’affermazione è assolutamente falsa, che essa non corrisponde per niente alla realtà.
Potrei riferirmi al noto discorso di Lenin al III Congresso del partito (1905) nel quale egli qualificava la dittatura del proletariato e dei contadini, la vittoria cioè della rivoluzione democratica, non come «l’organizzazione dell’ordine», ma come «l’organizzazione della guerra» (Sulla partecipazione della socialdemocrazia al governo rivoluzionario provvisorio).
Potrei riferirmi, inoltre, ai noti articoli di Lenin Sul governo provvisorio (1905) dove Lenin, tracciando le prospettive dello sviluppo della rivoluzione russa, pone davanti al partito il compito di «fare in modo che la rivoluzione russa non sia un movimento di alcuni mesi, ma un movimento di molti anni. che essa non metta capo soltanto ad alcune piccole concessioni da parte di coloro che detengono il potere, ma al rovesciamento completo di costoro», e dove egli, sviluppando questa prospettiva e collegandola con la rivoluzione in Europa, continua:

E se questo ci riuscirà, allora... allora le fiamme della rivoluzione incendieranno l’Europa: l’operaio europeo. che langue nella reazione borghese. si solleverà a sua volta e ci farà vedere “come si fa”; allora lo slancio rivoluzionario dell’Europa si ripercuoterà sulla Russia e trasformerà un’epoca di alcuni decenni rivoluzionari... (ivi).

Potrei riferirmi ancora al noto articolo di Lenin, pubblicato nel novembre 1915, in cui egli scrive:

Il proletariato lotta e lotterà con abnegazione per la conquista del potere, per la repubblica, per la confisca delle terre..., per la partecipazione delle “masse popolari non proletarie” alla liberazione della Russia borghese dall’“imperialismo” feudale militare (= zarismo). E di questa liberazione della Russia borghese dallo zarismo, dal potere dei proprietari fondiari sulla terra, il proletariato approfitterà immediatamente* (il corsivo è mio. G. St.) non per aiutare i contadini agiati nella loro lotta contro gli operai agricoli, ma per condurre a termine la rivoluzione socialista in unione coi proletari d’Europa (vedi vol. XVIII, p. 318).

Potrei riferirmi, infine, a un noto passo dell’opuscolo di Lenin La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, in cui egli, riferendosi al passo sopra citato delle Due tattiche, relativo all’ampiezza della rivoluzione russa, giunge a questa conclusione:

È avvenuto proprio così come avevamo detto. Il corso della rivoluzione ha confermato la giustezza del nostro ragionamento. Dapprincipio, insieme a “tutti” i contadini, contro la monarchia, contro i proprietari fondiari, contro il regime medioevale (e pertanto la rivoluzione resta borghese, democratica borghese). In seguito, insieme ai contadini poveri, insieme ai semiproletari, insieme a tutti gli sfruttati, contro il capitalismo, compresi i contadini ricchi, i kulak, gli speculatori, e pertanto la rivoluzione diventa socialista. Tentare di innalzare artificialmente una muraglia cinese tra l’una e l’altra, di separarle l’una dall’altra con qualche cosa che non sia il grado di preparazione del proletariato e il grado della sua unione con i contadini poveri, è il peggiore pervertimento del marxismo, la riduzione del marxismo a una banalità, la sostituzione ad esso del liberalismo (vedi vol. XXIII, p.391).

E mi pare che basti.
Va bene, ci si dirà, ma se è così, perché Lenin ha combattuto l’idea della «rivoluzione permanente»?
Perché Lenin proponeva di «esaurire» le capacità rivoluzionarie dei contadini e utilizzare sino all’ultimo la loro energia rivoluzionaria per la liquidazione completa dello zarismo, per il passaggio alla rivoluzione proletaria, mentre i sostenitori della «rivoluzione permanente» non comprendevano l’importanza della funzione dei contadini nella rivoluzione russa, sottovalutavano la potenza dell’energia rivoluzionaria dei contadini, sottovalutavano la forza e la capacità del proletariato russo di trarre dietro a sé i contadini, e rendevano difficile la liberazione dei contadini dall’influenza della borghesia e il loro raggruppamento attorno al proletariato.
Perché Lenin proponeva di coronare l’opera della rivoluzione col passaggio del potere al proletariato, mentre i partigiani della rivoluzione «permanente» pensavano di cominciare direttamente col potere del proletariato, non comprendendo che in questo modo essi chiudevano gli occhi su un’«inezia» del genere delle sopravvivenze feudali e non tenevano conto di una forza seria come i contadini russi, non comprendendo che una tale politica non poteva che ostacolare la conquista dei contadini da parte del proletariato.
Lenin combatteva, dunque, i partigiani dellarivoluzione «permanente» non perché essi sostenessero la continuità della rivoluzione, giacché Lenin stesso sosteneva il punto di vista della rivoluzione ininterrotta, ma perché sottovalutavano la funzione dei contadini, che sono la più grande riserva del proletariato, e perché non comprendevano l’idea dell’egemonia del proletariato.
L’idea della rivoluzione «permanente» non è un’idea nuova. La espose per la prima volta Marx verso il 1850, nel suo noto Indirizzo alla Lega dei Comunisti. Da questo documento i nostri «permanentisti» presero l’idea della rivoluzione ininterrotta. Bisogna però osservare che i nostri «permanentisti», nel prenderla da Marx, l’hanno alquanto modificata, e modificandola l’hanno «rovinata» e resa inadatta all’uso pratico. C’è voluta la mano esperta di Lenin per correggere questo errore, prendere l’idea della rivoluzione ininterrotta di Marx nella sua forma pura e farne una delle pietre angolari della sua teoria della rivoluzione.
Ecco che cosa dice Marx a proposito della rivoluzione ininterrotta nel suo Indirizzo, dopo aver enumerato una serie di rivendicazioni democratiche rivoluzionarie, alla realizzazione delle quali egli chiama i comunisti:
Mentre i piccoli borghesi democratici vogliono portare al più presto possibile la rivoluzione alla conclusione, e realizzando tutt’al più le rivendicazioni di cui sopra, è nostro interesse e nostro compito render permanente la rivoluzione sino a che tutte le classi più o meno possidenti non siano scacciate dal potere, sino a che il proletariato non abbia conquistato il potere dello stato, sino a che l’associazione dei proletari, non solo in un paese ma in tutti i paesi dominanti del mondo, si sia sviluppata al punto che venga meno la concorrenza tra i proletari di questi paesi, e fino a che almeno le forze produttive decisive non siano concentrate nelle mani dei proletari.

In altri termini:
a) Marx, contrariamente ai piani dei nostri «permanentisti» russi, non proponeva affatto di incominciare la rivoluzione, nella Germania del 1850-1860, direttamente col potere proletario;
b) Marx proponeva solamente di coronare la rivoluzione con il potere proletario di stato, sbalzando, passo a passo, una frazione della borghesia dopo l’altra dalle vette del potere, per scatenare, dopo l’avvento del proletariato al potere, la rivoluzione in tutti i paesi. Ciò corrisponde perfettamente a tutto ciò che Lenin ha insegnato e a tutto ciò che Lenin ha realizzato, nel corso della nostra rivoluzione, seguendo la propria teoria della rivoluzione proletaria nelle condizioni esistenti nel periodo dell’imperialismo.
Ne risulta che i nostri «permanentisti» russi non solo hanno sottovalutato la funzione dei contadini nella rivoluzione russa e l’importanza dell’idea dell’egemonia del proletariato, ma hanno anche modificato (in peggio) l’idea della rivoluzione «permanente» di Marx, rendendola inadatta all’uso pratico.
Ecco perché Lenin scherniva la teoria dei nostri «permanentisti» chiamandola «originale» e «magnifica», e accusandoli di non voler «riflettere sulle ragioni per le quali la vita, per un intiero decennio, era passata oltre questa magnifica teoria senza tenerne conto» (articolo di Lenin scritto nel 1915, dieci anni dopo l’apparizione in Russia della teoria dei «permanentisti»: Due linee della rivoluzione).
Ecco perché Lenin considerava questa teoria come semimenscevica, dicendo che essa «prende dai bolscevichi l’appello alla lotta rivoluzionaria decisiva del proletariato e alla conquista del potere politico da parte di esso, e dai menscevichi (18) la “negazione” della funzione dei contadini» (cfr. l’articolo di Lenin Due linee della rivoluzione).
Ecco qual è il pensiero di Lenin circa la trasformazione della rivoluzione democratica borghese in rivoluzione proletaria, circa l’utilizzazione della rivoluzione borghese per il passaggio “immediato” alla rivoluzione proletaria.
Proseguiamo. Prima si considerava impossibile la vittoria della rivoluzione in un solo paese, perché si riteneva che per vincere la borghesia fosse necessaria l’azione comune del proletariato di tutti i paesi avanzati o almeno della maggior parte di essi. Oggi questo punto di vista non corrisponde più alla realtà. Oggi bisogna ammettere la possibilità di una tale vittoria, perché il carattere ineguale, a sbalzi, dellosviluppo dei diversi paesi capitalistici nel periodo dell’imperialismo, lo sviluppo delle catastrofiche contraddizioni interne dell’imperialismo, che generano delle guerre inevitabili, lo sviluppo del movimento rivoluzionario in tutti i paesi del mondo, tutto ciò determina non solo la possibilità, ma l’inevitabilità della vittoria del proletariato in singoli paesi. La storia della rivoluzione in Russia ne fornisce una prova diretta. Bisogna soltanto ricordare che l’abbattimento della borghesia può essere realizzato con successo soltanto nel caso in cui esistano certe condizioni assolutamente indispensabili, mancando le quali non si può neanche pensare alla presa del potere da parte del proletariato.
Ecco che cosa dice Lenin a proposito di queste condizioni nel suo opuscolo La malattia infantile:

La legge fondamentale della rivoluzione, confermata da tutte le rivoluzioni e particolarmente da tutte e tre le rivoluzioni russe del secolo ventesimo, consiste in questo: per la rivoluzione non è sufficiente che le masse sfruttate e oppresse siano coscienti dell’impossibilità di vivere come per il passato e reclamino dei cambiamenti; per la rivoluzione è necessario che gli sfruttatori non possano più vivere e governare come per l’innanzi. Soltanto quando gli “strati inferiori”non vogliono più vivere come per il passato e gli “strati superiori” non possono più andare avanti come prima, soltanto allora la rivoluzione può vincere. In altri termini, questa verità si esprime così: la rivoluzione non è possibile senza una crisi di tutta la nazione (che coinvolga cioè sfruttati e sfruttatori)* (il corsivo è mio. G.St.). Per la rivoluzione bisogna, dunque, in primo luogo, che la maggioranza degli operai (o per lo meno la maggioranza degli operai coscienti, pensanti, politicamente attivi) comprenda pienamente la necessità della rivoluzione e sia pronta ad affrontare la morte per essa; in secondo luogo, che le classi dirigenti attraversino una crisi di governo che trascini nella politica anche le masse più arretrate..., indebolisca il governo e renda possibile ai rivoluzionari il rapido rovesciamento di esso (vedi vol.XXV, p. 222).

Ma abbattere il potere della borghesia e instaurare il potere del proletariato in un solo paese non vuol ancora dire assicurare la vittoria completa del socialismo. Consolidato il proprio potere e tratti dietro a sé i contadini, il proletariato del paese vittorioso può e deve edificare la società socialista. Ma significa forse che con ciò esso arriverà alla vittoria completa, definitiva del socialismo, cioè che esso può, con le forze di un solo paese, consolidare definitivamente il socialismo e garantire completamente il paese dall’intervento straniero e, quindi, dalla restaurazione? No, non significa questo. Per questo è necessaria la vittoria della rivoluzione almeno in alcuni paesi. Perciò lo sviluppo e l’appoggio della rivoluzione negli altri paesi è un compito essenziale della rivoluzione vittoriosa. Perciò la rivoluzionedel paese vittorioso deve considerarsi non come una entità sufficiente a sé stessa, ma come un ausilio, come un mezzo atto ad accelerare la vittoria del proletariato negli altri paesi.
Lenin espresse questo pensiero in due parole, dicendo che il compito della rivoluzione vittoriosa consiste nel realizzare «il massimo del realizzabile in un solo paese per sviluppare, appoggiare, svegliare, la rivoluzione in tutti i paesi» (La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky).
Questi sono, a grandi linee, i tratti caratteristici della teoria leninista della rivoluzione proletaria.


IV. La dittatura del proletariato

Di questo tema tratterò tre questioni fondamentali: a) la dittatura del proletariato, strumento della rivoluzione proletaria; b) la dittatura del proletariato, dominio del proletariato sulla borghesia; c) il potere dei Soviet, forma statale della dittatura del proletariato.
1) La dittatura del proletariato, strumento della rivoluzione proletaria. La questione della dittatura proletaria è anzitutto la questione del contenuto essenziale della rivoluzione proletaria. La rivoluzione proletaria, il suo movimento, la sua estensione, le sue conquiste, prendono carne ed ossa solo attraverso la dittatura del proletariato. La dittatura del proletariato è lo strumento della rivoluzione proletaria, il suo organo, il suo punto di appoggio più importante, creato allo scopo, in primo luogo, di schiacciare la resistenza degli sfruttatori abbattuti e di consolidare le conquiste della rivoluzione e, in secondo luogo, di condurre a termine la rivoluzione proletaria, di condurre la rivoluzione fino alla vittoria completa del socialismo. La rivoluzione può vincere la borghesia, abbatterne il potere, anche senza la dittatura del proletariato, ma la rivoluzione non può schiacciare la resistenza borghese, salvaguardare la vittoria e procedere oltre verso la vittoria definitiva del socialismo se a un certo momento del suo sviluppo non crea un organo speciale: la dittatura del proletariato, suo appoggio fondamentale.
«La questione fondamentale della rivoluzione è la questione del potere» (Lenin). Ciò vuol forse dire che tutto si riduce alla presa del potere, alla conquista del potere? No, non vuol dir questo. La presa del potere è solo l’inizio dell’opera. La borghesia rovesciata in un paese, resta ancora a lungo, per molte ragioni, più forte del proletariato che l’ha rovesciata. Quindi tutto sta nel conservare il potere, nel consolidarlo, nel renderlo invincibile. Che cosa occorre per raggiungere questo scopo? È necessario adempiere per lo meno tre compiti principali, che si presentano alla dittatura del proletariato «il giorno dopo» la vittoria:
a) spezzare la resistenza dei proprietari fondiari e dei capitalisti rovesciati ed espropriati dalla rivoluzione, liquidare i loro tentativi d’ogni sorta di restaurare il potere del capitale;
b) organizzare il lavoro costruttivo raccogliendo tutti i lavoratori attorno al proletariato e svolgere questo lavoro in modo da preparare la liquidazione, la soppressione delle classi;
c) armare la rivoluzione, organizzare l’esercito della rivoluzione per la lotta contro i nemici esterni, per la lotta contro l’imperialismo.
La dittatura del proletariato è necessaria per risolvere, per adempiere questi compiti.

Il passaggio dal capitalismo al comunismo abbraccia - dice Lenin - un’intiera epoca storica. Finché essa non sia terminata, gli sfruttatori conservano inevitabilmente la speranza in una restaurazione, e questa speranza si traduce in tentativi di restaurazione. Anche dopo la prima disfatta seria, gli sfruttatori rovesciati, che non si aspettavano di esserlo, che non ci credevano, che non ne ammettevano neanche l’idea, si scagliano nella battaglia con energia decuplicata, con furiosa passione, con odio cento volte più intenso, per riconquistare il “paradiso” perduto alle loro famiglie, che vivevano una vita così dolce e che la “canaglia popolare” condanna ora alla rovina e alla miseria (o a un lavoro “ordinario”...). E a rimorchio dei capitalisti sfruttatori si trascina la grande massa della piccola borghesia la quale, come attestano decenni di esperienza storica di tutti i paesi, oscilla ed esita, oggi marcia al seguito del proletariato, domani si spaventa delle difficoltà della rivoluzione, è presa dal panico alla prima sconfitta o al primo scacco degli operai, cade in preda al nervosismo, non sa dove batter la testa, piagnucola, passa da un campo all’altro (vedi vol. XXIII, p. 355).

E la borghesia ha le sue ragioni per fare dei tentativi di restaurazione, perché, dopo esser stata rovesciata, essa resta ancora a lungo più forte del proletariato che l’ha rovesciata.

Se gli sfruttatori - dice Lenin - sono battuti soltanto in un paese, ed è questa naturalmente la regola, poiché una rivoluzione simultanea in parecchi paesi è una rara eccezione, essi restano tuttavia più forti degli sfruttati (ivi, p. 354).

In che cosa consiste la forza della borghesia rovesciata?
In primo luogo, «nella forza del capitale internazionale, nella forza e nella solidità dei legami internazionali della borghesia» (vedi vol. XXV, p. 173).
In secondo luogo, nel fatto che «ancora per lungo tempo dopo la rivoluzione gli sfruttatori conservano inevitabilmente una serie di enormi vantaggi di fatto: rimangono loro il denaro (che non si può sopprimere immediatamente), una certa quantità di beni mobili, spesso considerevoli; rimangono loro le relazioni, la pratica organizzativa e amministrativa, la conoscenza di tutti i “segreti” dell’amministrazione (consuetudini, procedimenti, mezzi, possibilità), rimangono loro un’istruzione più elevata, strette relazioni con l’alto personale tecnico (che vive e pensa da borghese), rimane loro una conoscenza infinitamente superiore dell’arte militare (il che è molto importante), ecc. ecc.» (vedi vol. XXIII, p. 354).
In terzo luogo, «nella forza dell’abitudine, nella forza della piccola produzione; poiché, per disgrazia, la piccola produzione esiste tuttora in misura molto, molto grande, e la piccola produzione genera il capitalismo e la borghesia, ogni giorno, ogni ora, in modo spontaneo e in vaste proporzioni»... poiché «sopprimere le classi non significa soltanto cacciare i proprietari fondiari e i capitalisti - ciò che noi abbiamo fatto con relativa facilità - ma vuol dire eliminare i piccoli produttori di merci che è impossibile cacciare, impossibile schiacciare, con i quali bisogna trovare un’intesa, che si possono (e si devono) trasformare, rieducare solo con un lavoro di organizzazione molto lungo, molto lento e molto prudente» (vedi vol. XXV, pp. 173 e 189).

Ecco perché Lenin dice che:

la dittatura del proletariato è la guerra più eroica e più implacabile della classe nuova contro un nemico più potente, contro la borghesia, la cui resistenza è decuplicata dal fatto di essere stata rovesciata;
che «la dittatura del proletariato è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa, contro le forze e le tradizioni della vecchia società» (ivi, pp. 173 e 190.

Non occorre dimostrare che adempiere tali compiti in breve volger di tempo, che realizzare tutto questo in alcuni anni, è cosa assolutamente impossibile. Perciò bisogna considerare la dittatura del proletariato, il passaggio dal capitalismo al comunismo, non come un breve periodo di atti e decreti “ultra rivoluzionari”, ma come un’intiera epoca storica, piena di guerre civili e di conflitti esterni, di tenace lavoro organizzativo e di edificazione economica, di avanzate e di ritirate, di vittorie e di sconfitte. Quest’epoca storica è necessaria non soltanto per creare le premesse economiche e culturali della vittoria completa del socialismo, ma anche per dare al proletariato la possibilità, in primo luogo, di educare e temprare sé stesso come forza capace di dirigere il paese e, in secondo luogo, di rieducare e trasformare gli strati piccolo-borghesi in modo da assicurare l’organizzazione della produzione socialista.

Voi dovete - diceva Marx agli operai - passare attraverso quindici, venti, cinquant’anni di guerre civili e di battaglie internazionali, non solo per trasformare i rapporti esistenti, ma anche per trasformarvi voi stessi e rendervi atti al dominio politico (vedi K. Marx - F. Engels, Opere complete, vol.VIII, p. 506).

Continuando e sviluppando il pensiero di Marx, Lenin scrive:

Durante la dittatura del proletariato... bisognerà rieducare milioni di contadini e di piccoli proprietari, centinaia di migliaia di impiegati, di funzionari, di intellettuali borghesi, subordinarli tutti allo stato proletario e alla direzione proletaria, vincere le loro abitudini e tradizioni borghesi», così come sarà necessario «... rieducare, nel corso di una lunga lotta, sul terreno della dittatura del proletariato, i proletari stessi, che dei loro propri pregiudizi piccolo-borghesi non si liberano di punto in bianco, per miracolo, per ingiunzione della madonna e neppure per ingiunzione di una parola d’ordine, di una risoluzione, di un decreto, ma soltanto nel corso di una lotta di massa lunga e difficile contro le influenze piccolo-borghesi di massa (vedi vol. XXV, pp. 248 e 247).

2) La dittatura del proletariato, potere del proletariato sulla borghesia. Da quanto abbiamo detto appare ormai che la dittatura del proletariato non è un semplice cambiamento di uomini al governo, un mutamento di “gabinetto”, ecc., che lasci intatto il vecchio ordinamento economico e politico. I menscevichi e gli opportunisti di tutti i paesi, che temono la dittatura come il fuoco e che, per paura, sostituiscono al concetto di dittatura il concetto di “presa del potere”, riducono di solito la “presa del potere” a un cambiamento di “gabinetto”, all’apparizione al potere di un nuovo ministero composto di uomini del tipo di Scheidemann e Noske, MacDonald e Henderson (19). Non occorre spiegare che siffatti e analoghi cambiamenti di gabinetto non hanno niente di comune con la dittatura del proletariato, con la conquista del vero potere da parte del vero proletariato. Quando i MacDonald e gli Scheidemann sono al potere, ma rimane intatto il vecchio ordine borghese, i cosiddetti loro governi non possono essere nient’altro che un apparato al servizio della borghesia, nient’altro che una copertura delle piaghe dell’imperialismo, nient’altro che uno strumento nelle mani della borghesia contro il movimento rivoluzionario delle masse oppresse e sfruttate. Questi governi sono necessari al capitale come un paravento, nel momento in cui gli è scomodo, svantaggioso, difficile sfruttare e opprimere le masse senza servirsi di un paravento. Certo, l’apparizione di tali governi è un sintomo che «a casa loro» (cioè a casa dei capitalisti), «sullo Scipca» non regna la calma (20), ma i governi di tal genere, malgrado ciò, non cessano di essere, pur sotto mentite spoglie, governi del capitale. Dal governo di MacDonald o di Scheidemann alla conquista del potere da parte del proletariato, la distanza è grande come dalla terra al cielo. La dittatura del proletariato non è un cambiamento di governo, ma un nuovo stato, con nuovi organi del potere al centro e alla base, è lo stato del proletariato, sorto sulle rovine del vecchio stato, dello stato della borghesia.
La dittatura del proletariato sorge non sulla base dell’ordine borghese, bensì nel corso della sua demolizione, dopo il rovesciamento della borghesia, nel corso dell’espropriazione dei proprietari fondiari e dei capitalisti, nel corso della socializzazione dei mezzi e degli strumenti essenziali della produzione, nel corso della rivoluzione proletaria violenta. La dittatura del proletariato è un potere rivoluzionario che si appoggia sulla violenza contro la borghesia.
Lo stato è una macchina nelle mani della classe dominante per lo schiacciamento della resistenza dei suoi nemici di classe. Sotto questo aspetto, la dittatura del proletariato non differisce per nulla, in sostanza, dalla dittatura di qualsiasi altra classe, poiché lo stato proletario è una macchina per lo schiacciamento della borghesia. C’è però una differenza sostanziale. Essa consiste nel fatto che tutti gli stati di classe esistenti fino ad oggi erano la dittatura di una minoranza sfruttatrice sulla maggioranza sfruttata, mentre la dittatura del proletariato è la dittatura della maggioranza sfruttata sulla minoranza sfruttatrice.
In poche parole: la dittatura del proletariato è il potere del proletariato sulla borghesia, potere che non è limitato dalla legge, poggia sulla violenza e gode la simpatia e l’appoggio delle masse lavoratrici e sfruttate (Stato e rivoluzione).
Di qui scaturiscono due deduzioni fondamentali:
Prima deduzione. La dittatura del proletariato non può essere una democrazia “integrale”, una democrazia per tutti, e per i ricchi e per i poveri; la dittatura del proletariato «deve essere uno stato democratico in modo nuovo per* i proletari e i non possidenti in generale, e dittatoriale in modo nuovo, contro la borghesia...» (Stato e rivoluzione) 1. I discorsi di Kautsky e C. sull’eguaglianza universale, sulla democrazia «pura», sulla democrazia «perfetta» ecc. sono una copertura borghese del fatto incontestabile che l’eguaglianza tra sfruttati e sfruttatori è impossibile. La teoria della democrazia «pura» è la teoria dell’aristocrazia operaia addomesticata e mantenuta dai briganti imperialisti. Essa è stata creata per coprire le piaghe del capitalismo, per abbellire l’imperialismo e dargli una forza morale nella lotta contro le masse sfruttate. Non vi sono e non vi possono essere, in regime capitalista, vere «libertà» per gli sfruttati, non fosse altro per il solo fatto che i locali, le tipografie, i depositi di carta, ecc., necessari per l’utilizzazione delle «libertà», sono un privilegio degli sfruttatori. Non c’è nè vi può essere, in regime capitalista, un’effettiva partecipazione delle masse sfruttate alla direzione del paese, non fosse altro per il solo fatto che anche nei regimi più democratici, in regime capitalista, i governi non ricevono il potere dal popolo, ma dai Rothschild e dagli Stinnes, dai Rockefeller e dai Morgan. La democrazia, in regime capitalista, è una democrazia capitalista, è la democrazia della minoranza sfruttatrice, si basa sulla limitazione dei diritti della maggioranza sfruttata ed è diretta contro questa maggioranza. Soltanto sotto la dittatura del proletariato sono possibili vere «libertà» per gli sfruttati e una vera partecipazione dei proletari e dei contadini al governo del paese. La democrazia, sotto la dittatura del proletariato, è una democrazia proletaria, è la democrazia della maggioranza sfruttata, si basa sulla limitazione dei diritti della minoranza sfruttatrice ed è diretta contro questa minoranza.
Seconda deduzione. La dittatura del proletariato non può sorgere come risultato di uno sviluppo pacifico della società borghese e della democrazia borghese; essa può sorgere soltanto come risultato della demolizione della macchina statale borghese, dell’esercito borghese, dell’apparato amministrativo borghese, della polizia borghese.

La classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini» scrivono Marx ed Engels nella prefazione al Manifesto del Partito comunista.
La rivoluzione proletaria non deve consistere nel «... trasferire da una mano ad un’altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino ad ora, ma nello spezzarla...: tale è la condizione previa di ogni rivoluzione veramente popolare sul Continente», dice Marx nella sua lettera a Kugelmann (21) del 1871.

La frase restrittiva di Marx relativa al Continente ha fornito agli opportunisti e ai menscevichi di tutti i paesi un pretesto per strillare che Marx ammetteva, dunque, la possibilità della trasformazione pacifica della democrazia borghese in democrazia proletaria, almeno per certi paesi che non fanno parte del Continente europeo (Inghilterra, America). Effettivamente Marx ammetteva questa possibilità, e aveva delle ragioni per ammetterla per l’Inghilterra e l’America del 1870-1880, quando non esisteva ancora il capitalismo monopolistico, non esisteva l’imperialismo e non esistevano ancora, in quei paesi, per le condizioni speciali del loro sviluppo, nè una burocrazia, nè un militarismo sviluppati. Così stavano le cose prima dell’apparizione di un imperialismo sviluppato. Ma in seguito, trenta o quaranta anni dopo, quando la situazione in questi paesi cambiò radicalmente, quando l’imperialismo si sviluppò e abbraccio tutti i paesi capitalistici senza eccezione, quando il militarismo e la burocrazia apparvero anche in Inghilterra e in America, quando le condizioni particolari che consentivano un’evoluzione pacifica dell’Inghilterra e dell’America furono scomparse, la riserva formulata per questi paesi doveva cadere da sé.

Attualmente - scrive Lenin - nel 1917, nell’epoca della prima grande guerra imperialista, questa riserva di Marx cade: l’Inghilterra e l’America che erano - in tutto il mondo - le maggiori e le ultime rappresentanti della “libertà” anglosassone per quanto riguarda l’assenza di militarismo e di burocrazia, sono precipitate interamente nel lurido, sanguinoso pantano comune a tutta Europa, delle istituzioni militari e burocratiche che tutto sottomettono a sé e tutto comprimono. Oggi, in Inghilterra e in America, la “condizione previa di ogni rivoluzione veramente popolare” è la demolizione, la distruzione della “macchina statale già pronta” (portata in questi paesi nel 1914-1917 a una perfezione “europea”, imperialistica) (vedi vol. XXI, p. 395).

In altri termini, la legge della rivoluzione violenta del proletariato, la legge della demolizione della macchina statale della borghesia come condizione previa di questa rivoluzione, è legge ineluttabile del movimento rivoluzionario dei paesi imperialisti di tutto il mondo.
Certo, in un avvenire lontano, se il proletariato vincerà nei principali paesi capitalistici e se l’attuale accerchiamento capitalistico sarà sostituito da un accerchiamento socialista, una via pacifica di sviluppo sarà del tutto possibile per alcuni paesi capitalistici, in cui i capitalisti, di fronte a una situazione internazionale «sfavorevole», giudicheranno opportuno fare essi stessi «volontariamente» delle concessioni serie al proletariato. Ma questa supposizione riguarda solo un futuro lontano ed eventuale. Per il futuro prossimo questa supposizione non ha nessuno, assolutamente nessun fondamento.
Per questo Lenin ha ragione quando dice:

La rivoluzione proletaria è impossibile senza la distruzione violenta della macchina statale borghese e la sua sostituzione con una nuova (vedi vol. XXIII, p. 342).

3) Il potere dei Soviet, forma statale della dittatura del proletariato. La vittoria della dittatura del proletariato significa lo schiacciamento della borghesia, la demolizione della macchina statale borghese, la sostituzione alla democrazia borghese della democrazia proletaria. Questo è chiaro. Ma quali sono le organizzazioni per mezzo delle quali può essere compiuta questa opera immensa? Che le vecchie forme di organizzazione del proletariato, sorte sulla base del parlamentarismo borghese, non sono sufficienti per questo lavoro, è cosa fuori dubbio. Quali sono dunque le nuove forme di organizzazione del proletariato, capaci di adempiere la funzione di affossatori della macchina statale borghese, capaci non solo di demolire questa macchina e non solo di sostituire la democrazia borghese con la democrazia proletaria, ma anche di costituire la base del potere statale proletario?
Questa nuova forma di organizzazione del proletariato sono i Soviet.
In che cosa consiste la forza dei Soviet rispetto alle vecchie forme di organizzazione?
Nel fatto che i Soviet sono le più larghe organizzazioni di massa del proletariato, in quanto essi e soltanto essi abbracciano tutti gli operai, senza eccezione.
Nel fatto che i Soviet sono le sole organizzazioni di massa che abbracciano tutti gli oppressi e gli sfruttati, operai e contadini, soldati e marinai, e nelle quali, perciò, la direzione politica della lotta delle masse da parte della loro avanguardia, da parte del proletariato, si può realizzare più facilmente e nel modo più completo.
Nel fatto che i Soviet sono gli organi più potenti della lotta rivoluzionaria delle masse, dei movimenti politici delle masse, dell’insurrezione delle masse, gli organi capaci di spezzare l’onnipotenza del capitale finanziario e dei suoi satelliti politici.
Nel fatto che i Soviet sono organizzazioni dirette delle masse stesse, cioè le più democratiche e, quindi, quelle che hanno la più grande autorità tra le masse, a cui agevolano al massimo grado la partecipazione all’organizzazione e al governo del nuovo stato, quelle che sviluppano al massimo grado l’energia rivoluzionaria, l’iniziativa, le facoltà creatrici delle masse nella lotta per la distruzione del vecchio regime, nella lotta per un regime nuovo, proletario.
Il potere sovietico è l’unificazione e l’integrazione dei Soviet locali in una sola organizzazione statale generale, in una organizzazione statale del proletariato come avanguardia delle masse sfruttate e oppresse e come classe dominante, è la loro unificazione nella Repubblica dei Soviet.
L’essenza del potere sovietico consiste nel fatto che le organizzazioni più vaste e più rivoluzionarie proprio di quelle classi che erano oppresse dai capitalisti e dai proprietari fondiari, sono ora «la base permanente e unica di tutto il potere statale, di tutto l’apparato dello stato»; che «proprio quelle masse che anche nelle repubbliche borghesi più democratiche», pur essendo uguali davanti alla legge, «di fatto venivano escluse, con mille espedienti e sotterfugi, dalla partecipazione alla vita politica e dal godimento dei diritti e delle libertà democratiche, sono chiamate a partecipare in modo permanente e sicuro e, per di più, in modo decisivo, alla gestione democratica dello stato»* (Lenin, Tesi e rapporto sulla democrazia borghese e sulla dittatura proletaria).
Ecco perché il potere sovietico è una forma nuova di organizzazione statale, diversa in linea di principio dalla vecchia forma democratica borghese e parlamentare, è un tipo nuovo di stato, adatto non ai fini dello sfruttamento e dell’oppressione delle masse lavoratrici, ma ai fini della loro completa liberazione da qualsiasi oppressione e sfruttamento, ai fini della dittatura del proletariato.
Lenin ha ragione quando dice che con l’avvento del potere sovietico «l’epoca del parlamentarismo democratico borghese è finita, è incominciato un nuovo capitolo della storia mondiale: l’epoca della dittatura proletaria».
In che cosa consistono i tratti caratteristici del potere sovietico?
Nel fatto che il potere sovietico è, fra tutte le organizzazioni statali possibili finche esisteranno le classi, quella che ha il più spiccato carattere di massa, la più democratica, perché, essendo l’arena dell’alleanza e della collaborazione degli operai e dei contadini sfruttati nella loro lotta contro gli sfruttatori, e appoggiandosi nel suo lavoro su questa alleanza e su questa collaborazione, esso è, per questo fatto stesso, il potere della maggioranza della popolazione sulla minoranza, lo stato di questa maggioranza, l’espressione della sua dittatura.
Nel fatto che il potere sovietico è, in una società divisa in classi, la più internazionalista fra tutte le organizzazioni statali perché, distruggendo ogni oppressione nazionale e appoggiandosi sulla collaborazione delle masse lavoratrici delle diverse nazionalità, esso agevola, per questo fatto stesso, l’unificazione di queste masse in un’unica unione statale.
Nel fatto che il potere sovietico, per la sua struttura stessa, agevola la direzione delle masse oppresse e sfruttate da parte dell’avanguardia di queste masse, da parte del proletariato, che è il nucleo più coeso e più cosciente dei Soviet.
«L’esperienza di tutte le rivoluzioni e di tutti i movimenti delle classi oppresse, l’esperienza del movimento socialista mondiale c’insegna - dice Lenin - che soltanto il proletariato è in grado di unificare e condurre al suo seguito gli strati arretrati e dispersi della popolazione lavoratrice e sfruttata». La struttura del potere sovietico facilita la realizzazione degli insegnamenti di quest’esperienza.
Nel fatto che il potere sovietico, riunendo il potere legislativo e il potere esecutivo in una sola organizzazione statale e sostituendo alle circoscrizioni elettorali a base territoriale le unità produttive, le officine e le fabbriche, collega in maniera diretta gli operai e le masse lavoratrici in generale agli apparati amministrativi dello stato, insegna loro a governare il paese.
Nel fatto che soltanto il potere sovietico è capace di sottrarre l’esercito alla sottomissione al comando borghese e di trasformarlo, da strumento di oppressione del popolo com’esso è in regime borghese, in uno strumento di liberazione del popolo dal giogo della borghesia nazionale e straniera.
Nel fatto che «solo l’organizzazione sovietica dello stato è in grado di spezzare realmente d’un colpo e di distruggere definitivamente il vecchio apparato, cioè l’apparato amministrativo e giudiziario borghese».
Nel fatto che solo la forma sovietica di stato, facendo partecipare in modo continuo e incondizionato le organizzazioni di massa dei lavoratori e degli sfruttati al governo dello stato, è in grado di preparare quella estinzione dello stato, che è uno degli elementi essenziali della futura società senza stato, della società comunista.
La Repubblica dei Soviet è, dunque, la forma politica cercata e finalmente trovata, nel quadro della quale deve essere condotta a termine l’emancipazione economica del proletariato, deve essere ottenuta la vittoria completa sul capitalismo.
La Comune di Parigi fu l’embrione di questa forma. Il potere sovietico ne è lo sviluppo e il coronamento.
Ecco perché Lenin dice che:

La repubblica dei Soviet dei deputati operai, soldati e contadini non soltanto è una forma di istituzione democratica di tipo più elevato, ... ma e anche l’unica l forma capace di assicurare il passaggio al socialismo nel modo meno doloroso (vedi vol. XXII, p. 131).


V. La questione contadina

Di questo tema tratterò quattro questioni: a) la impostazione del problema; b) i contadini durante la rivoluzione democratica borghese; c) i contadini durante la rivoluzione proletaria; d) i contadini dopo il consolidamento del potere sovietico.

1) Impostazione del problema. Alcuni pensano che l’essenziale del leninismo sia la questione contadina, che il punto di partenza del leninismo sia la questione dei contadini, della loro funzione, del loro peso specifico. Ciò è assolutamente falso. La questione essenziale del leninismo, il suo punto di partenza, non è la questione contadina, ma quella della dittatura del proletariato, delle condizioni della conquista e del consolidamento di questa dittatura. La questione contadina, come questione di un alleato del proletariato nella sua lotta per il potere, è una questione derivata.
Questa circostanza, però, non le toglie nulla della grande importanza, della palpitante attualità che essa ha, senza dubbio, per la rivoluzione proletaria. È noto che una seria elaborazione della questione contadina nelle file dei marxisti russi incominciò precisamente alla vigilia della prima rivoluzione (1905), quando il problema dell’abbattimento dello zarismo e della realizzazione dell’egemonia del proletariato si poneva davanti al partito in tutta la sua ampiezza, e il problema di stabilire chi sarebbe stato alleato del proletariato nell’imminente rivoluzione borghese aveva assunto un carattere di palpitante attualità. È pure noto che la questione contadina in Russia assunse un carattere ancor più attuale durante la rivoluzione proletaria, allorché, partendo dal problema della dittatura del proletariato, della conquista e del mantenimento di essa, si arrivò a porre il problema degli alleati del proletariato nell’imminente rivoluzione proletaria. E la cosa si capisce: chi marcia e si prepara a prendere il potere, non può non interessarsi della questione dei propri alleati effettivi.
In questo senso, la questione contadina è una parte della questione generale della dittatura del proletariato ed è, come tale, una delle questioni più palpitanti del leninismo.
L’atteggiamento indifferente e persino apertamente negativo dei partiti della II Internazionale verso la questione contadina non si spiega soltanto con le speciali condizioni di sviluppo dell’Occidente. Esso si spiega soprattutto col fatto che questi partiti non hanno fiducia nella dittatura del proletariato, hanno paura della rivoluzione e non pensano a portare il proletariato al potere. E chi ha paura della rivoluzione, chi non vuole portare i proletari al potere, non può interessarsi del problema degli alleati del proletariato nella rivoluzione; per lui il problema degli alleati è privo d’interesse, privo di attualità. L’atteggiamento ironico degli eroi della II Internazionale verso la questione contadina è considerato da loro come indice di belle maniere, indice di marxismo «genuino». In realtà, in tale atteggiamento non c’è ombra di marxismo, perché l’indifferenza, alla vigilia della rivoluzione proletaria, per una questione di tanta importanza qual è la questione contadina, è il correlativo della negazione della dittatura del proletariato, è un indice innegabile di tradimento aperto del marxismo.
La questione si pone così: sono già esaurite, oppure no, le possibilità rivoluzionarie che si nascondono in seno alla massa contadina in conseguenza di determinate condizioni della sua esistenza, e se non sono esaurite, esiste una speranza, una ragione di utilizzare queste possibilità per la rivoluzione proletaria, di fare dei contadini, della loro maggioranza sfruttata, non più una riserva della borghesia, come furono durante le rivoluzioni borghesi dell’Occidente e come continuano a essere tutt’ora, ma una riserva del proletariato, un suo alleato?
Il leninismo risponde a questa domanda affermativamente, cioè nel senso di riconoscere l’esistenza di capacità rivoluzionarie nella maggioranza dei contadini, e nel senso di ritenere possibile utilizzare queste capacità nell’interesse della dittatura proletaria. La storia di tre rivoluzioni in Russia conferma pienamente le conclusioni del leninismo a questo proposito.
Di qui la conclusione pratica circa la necessità di sostenere, disostenere obbligatoriamente le masse lavoratrici dei contadini nella loro lotta control’asservimento e lo sfruttamento, nella loro lotta per sbarazzarsi dell’oppressione e della miseria. Ciò non vuol dire, naturalmente che il proletariato debba appoggiare qualsiasi movimento contadino. Si tratta di appoggiare quel movimento e quella lotta dei contadini che, direttamente o indirettamente, agevolino il movimento di emancipazione del proletariato, che in una maniera o in un’altra portino acqua al mulino della rivoluzione proletaria, che contribuiscano a fare dei contadini una riserva e un alleato della classe operaia.

2) I contadini durante la rivoluzione democratica borghese. Questo periodo abbraccia l’intervallo di tempo che va dalla prima rivoluzione russa (1905) alla seconda (febbraio 1917) inclusa. Tratto caratteristico di questo periodo è la liberazione dei contadini dall’influenza della borghesia liberale, il distacco dei contadini dai cadetti, la svolta dei contadini verso il proletariato, verso il partito bolscevico. La storia di questo periodo è la storia della lotta tra i cadetti (borghesia liberale) e i bolscevichi (proletariato) per i contadini. Il periodo delle Dume decise dell’esito di questa lotta, poiché il periodo delle quattro Dume fu una lezione di cose per i contadini, e questa lezione mostrò loro all’evidenza che essi non avrebbero ricevuto dalle mani dei cadetti nè la terra, nè la libertà, che lo zar era interamente ligio ai grandi proprietari fondiari e i cadetti sostenevano lo zar, che la sola forza sull’appoggio della quale i contadini potevano contare erano gli operai delle città, il proletariato. La guerra imperialista non fece che confermare gl’insegnamenti di questo periodo delle Dume, rese completo il distacco dei contadini dalla borghesia, perché gli anni della guerra dimostrarono quanto fosse vana, illusoria, la speranza di ottenere la pace dallo zar e dai suoi alleati borghesi. Senza le lezioni politiche del periodo della Duma, l’egemonia del proletariato sarebbe stata impossibile.
Così si creò l’alleanza degli operai e dei contadini nella rivoluzione democratica borghese. Così si realizzò l’egemonia (direzione) del proletariato nella lotta comune per l’abbattimento dello zarismo, egemonia che portò alla Rivoluzione di febbraio del 1917.
Le rivoluzioni borghesi d’Occidente (Inghilterra, Francia, Germania, Austria) seguirono, com’è noto, un’altra via. In queste rivoluzioni l’egemonia non appartenne al proletariato, che per la sua debolezza non rappresentava e non poteva rappresentare una forza politica indipendente, ma alla borghesia liberale. Ivi i contadini non ricevettero la liberazione dal regime feudale dalle mani del proletariato, che era poco numeroso e disorganizzato, ma dalle mani della borghesia. Ivi i contadini marciarono contro il vecchio regime insieme alla borghesia liberale. Ivi i contadini costituivano una riserva della borghesia e la rivoluzione portò, in conseguenza di ciò, a un enorme aumento del peso politico della borghesia.
In Russia, al contrario, la rivoluzione borghese dette risultati diametralmente opposti. La rivoluzione, in Russia, non portò a un rafforzamento, ma ad un indebolimento della borghesia come forza politica, non ad un aumento delle sue riserve politiche, ma alla perdita della sua riserva fondamentale, alla perdita dei contadini. La rivoluzione borghese in Russia spinse in primo piano non la borghesia liberale, ma il proletariato rivoluzionario, raccogliendo attorno ad esso milioni e milioni di contadini.
Questo spiega, tra l’altro, il fatto che la rivoluzione borghese in Russia si è trasformata in rivoluzione proletaria in un periodo di tempo relativamente breve. L’egemonia del proletariato fu il germe della dittatura del proletariato, costituì il passaggio alla dittatura proletaria.
Come si spiega questo fenomeno originale della rivoluzione russa, il quale non ha precedenti nella storia delle rivoluzioni borghesi in Occidente? Da che proviene questa originalità?
Essa si spiega col fatto che la rivoluzione borghese si sviluppò in Russia in un momento in cui le condizioni della lotta di classe erano più sviluppate che in Occidente, col fatto che il proletariato russo era già riuscito, in quel momento, a costituirsi in forza politica indipendente, mentre la borghesia liberale, spaventata dallo spirito rivoluzionario del proletariato, aveva perduto ogni parvenza di spirito rivoluzionario (soprattutto dopo gli insegnamenti del 1905) e si era alleata con lo zar e coi grandi proprietari fondiari contro la rivoluzione, contro gli operai e i contadini.
Occorre tener conto delle seguenti circostanze che hanno determinato l’originalità della rivoluzione borghese russa:
a) La concentrazione inaudita dell’industria russa alla vigilia della rivoluzione. È noto, per esempio, che nelle aziende con più di 500 operai lavorava in Russia il 54 per cento del totale degli operai, mentre, in un paese sviluppato come l’America settentrionale, nelle aziende di grandezza analoga non lavorava che il 33 per cento del totale degli operai. Non occorre dimostrare che questa sola circostanza, data l’esistenza di un partito rivoluzionario come il partito dei bolscevichi, aveva fatto della classe operaia russa la più grande forza della vita politica del paese;
b) Le forme scandalose di sfruttamento nelle officine, unite all’intollerabile regime poliziesco degli aguzzini dello zar: circostanza che trasformava ogni sciopero serio degli operai in un atto politico di enorme importanza e temprava la classe operaia come forza rivoluzionaria fino all’ultimo;
c) La fiacchezza politica della borghesia russa, diventata, dopo la rivoluzione del 1905, servilismo verso il regime zarista e aperto atteggiamento controrivoluzionario, il che si spiega non solo con lo spirito rivoluzionario del proletariato russo che aveva respinto la borghesia russa nelle braccia dello zarismo, ma anche con la dipendenza diretta di questa borghesia dalle ordinazioni dello stato;
d) L’esistenza delle più scandalose e intollerabili sopravvivenze del regime feudale nella campagna, a cui si aggiungeva la onnipotenza del proprietario fondiario: circostanza che spinse i contadini nelle braccia della rivoluzione;
e) Lo zarismo, che comprimeva tutte le forze vive ed esasperava, col suo arbitrio, il giogo del capitalista e del proprietario fondiario: circostanza che faceva confluire in un’unica fiumana rivoluzionaria la lotta degli operai e dei contadini;
f) La guerra imperialista, che fuse tutte queste contraddizioni della vita politica della Russia in una profonda crisi rivoluzionaria e dette alla rivoluzione una formidabile forza propulsiva.
Dove potevano batter la testa i contadini in queste condizioni? Presso chi cercare un appoggio contro la onnipotenza del proprietario fondiario, contro il potere arbitrario dello zar, contro la guerra funesta che li rovinava economicamente? Presso la borghesia liberale? Ma questa era loro nemica: la lunga esperienza di tutte e quattro le Dume lo dimostrava. Presso i socialisti-rivoluzionari? I socialisti-rivoluzionari, certo, sono «migliori» dei cadetti, e hanno un programma più «conveniente», quasi contadino, ma che cosa possono dare i socialisti-rivoluzionari, dal momento che pensano di appoggiarsi solo sui contadini e sono deboli nella città, donde innanzi tutto l’avversario attinge le sue forze? Dov’è la nuova forza che non si arresterà davanti a nessun ostacolo, nè nella campagna, nè nella città, che marcerà arditamente in prima fila nella lotta contro lo zar e il proprietario fondiario, che aiuterà i contadini a liberarsi dall’asservimento, dalla fame di terra, dall’oppressione, dalla guerra? Esisteva in Russia, in generale, una forza simile? Sì, esisteva. Questa forza era il proletariato russo, che già nel 1905 aveva mostrato la sua potenza, la sua capacità di condurre la lotta sino all’ultimo, il suo coraggio, il suo spirito rivoluzionario.
In ogni caso, un’altra forza simile non esisteva e non si sarebbe potuto trovarla da nessuna parte.
Ecco perché i contadini, dopo essersi scostati dai cadetti e accostati ai socialisti-rivoluzionari, finirono per comprendere la necessità di mettersi sotto la direzione di un capo rivoluzionario così valoroso, quale era il proletariato russo.
Queste sono le circostanze che determinarono la originalità della rivoluzione borghese russa.

3) I contadini durante la rivoluzione proletaria. Questo periodo abbraccia l’intervallo di tempo che corre dalla Rivoluzione di Febbraio (1917) a quella di Ottobre (1917). Questo periodo è relativamente breve, otto mesi in tutto, ma questi otto mesi, dal punto di vista della formazione politica e dell’educazione rivoluzionaria delle masse, possono bene esserparagonati a interi decenni di sviluppo costituzionale normale, perché sono otto mesi di rivoluzione.Il tratto caratteristico di questo periodo è l’aumento dello spirito rivoluzionario dei contadini, il crollo delle loro illusioni sui socialisti-rivoluzionari, il loro distacco dai socialisti-rivoluzionari, la nuova svolta dei contadini, che tendono a stringersi direttamente attorno al proletariato, unica forza rivoluzionaria sino all’ultimo, capace di portare il Paese alla pace. La storia di questo periodo è la storia della lotta tra i socialisti-rivoluzionari (democrazia piccolo-borghese) e i bolscevichi (democrazia proletaria) per i contadini, per la conquista della maggioranza dei contadini. La sorte di questa lotta fu decisa dal periodo della coalizione, dal periodo del governo di Kerenski (22), dal rifiuto dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi di confiscare la terra dei grandi proprietari fondiari, dalla lotta dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi per continuare la guerra, dall’offensiva di giugno al fronte, dalla pena di morte per i soldati, dalla rivolta di Kornilov (23).
Se prima, nel periodo precedente, la questione essenziale della rivoluzione era stata quella del rovesciamento dello zar e del potere dei grandi proprietari fondiari, ora, nel periodo successivo alla Rivoluzione di Febbraio, quando non v’era più zar, ma la guerra interminabile stremava l’economia nazionale dopo aver rovinato completamente i contadini, la liquidazione della guerra diventava il problema fondamentale della rivoluzione. Il centro di gravità si era spostato in modo manifesto dalle questioni di carattere puramente interno a una questione fondamentale, quella della guerra. «Finire la guerra», «uscire dalla guerra», era il grido generale del paese esausto e, soprattutto, dei contadini.
Ma per uscire dalla guerra era necessario rovesciare il governo provvisorio, era necessario rovesciare il potere della borghesia, era necessario rovesciare il potere dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, perché essi, ed essi soltanto, si sforzavano di far durare la guerra fino alla «vittoria finale». Altra via di uscita dalla guerra all’infuori del rovesciamento della borghesia, in pratica, non esisteva.
Si ebbe una rivoluzione nuova, una rivoluzione proletaria, perché precipitò dal potere l’ultima frazione della borghesia imperialista, la frazione di estrema sinistra, il partito dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, per creare un potere nuovo, proletario, il potere dei Soviet, per portare al potere il partito del proletariato rivoluzionario, il partito dei bolscevichi, il partito della lotta rivoluzionaria contro la guerra imperialista, per una pace democratica. La maggioranza dei contadini appoggiò la lotta degli operai per la pace, per il potere dei Soviet.
Altra via di uscita per i contadini non esisteva. Altra via di uscita non poteva esistere.
Il periodo del governo di Kerenski, fu in tal modo, una grandiosa lezione di cose per le masse lavoratrici contadine, poiché dimostrò all’evidenza che, finche il potere fosse rimasto nelle mani dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, il paese non sarebbe uscito dalla guerra e i contadini non avrebbero ricevuto nè terra, nè libertà; dimostrò che i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari differivano dai cadetti solo per i loro discorsi dolciastri e per le loro promesse ipocrite, ma di fatto perseguivano la stessa politica imperialista, la politica dei cadetti; dimostrò che il solo potere capace di rimettere il paese in carreggiata non poteva essere che il potere dei Soviet. L’ulteriore prolungarsi della guerra non fece che confermare la giustezza di questa lezione, stimolò la rivoluzione e spinse le masse di milioni di contadini e di soldati a stringersi direttamente attorno alla rivoluzione proletaria. L’isolamento dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi divenne un fatto irrevocabile. Senza le lezioni pratiche del periodo della coalizione la dittatura del proletariato sarebbe stata impossibile.
Queste sono le circostanze che hanno agevolato il processo di trasformazione della rivoluzione borghese in rivoluzione proletaria.
Così si venne formando la dittatura del proletariato in Russia.

4) I contadini dopo il consolidamento del potere sovietico. Se prima, nel primo periodo della rivoluzione, si era trattato principalmente di rovesciare lo zarismo, e in seguito, dopo la Rivoluzione di Febbraio, si era trattato, prima di tutto, di uscire dalla guerra imperialista mediante l’abbattimento della borghesia, ora invece, liquidata la guerra civile e consolidato il potere sovietico, passavano in primo piano i problemi dell’edificazione economica. Rafforzare e sviluppare l’industria nazionalizzata, collegare a tal fine l’industria con l’economia contadina attraverso il commercio regolato dallo stato, sostituire al prelevamento delle derrate eccedenti l’imposta in natura, allo scopo di arrivare in seguito, diminuendo progressivamente l’imposta in natura, allo scambio dei prodotti dell’industria coi prodotti dell’agricoltura; rianimare il commercio e sviluppare la cooperazione facendo partecipare a quest’ultima milioni di contadini: ecco come Lenin tracciava i compiti della edificazione economica per la costruzione delle basi dell’economia socialista.
Si dice che questi compiti possono rivelarsi superiori alle forze di un paese contadino come la Russia. Alcuni scettici dicono persino che essi sono puramente utopistici, irrealizzabili, perché i contadini sono contadini, cioè piccoli produttori, e non possono perciò essere utilizzati per organizzare le fondamenta della produzione socialista.
Ma gli scettici s’ingannano, perché non tengono conto di alcune circostanze che hanno, nel caso in questione, un’importanza decisiva. Vediamo le principali di queste circostanze.
In primo luogo. Non si possono confondere i contadini dell’Unione Sovietica con i contadini dell’Occidente. I contadini che sono passati attraverso la scuola di tre rivoluzioni, che hanno lottato contro lo zar e il potere della borghesia insieme al proletariato e sotto la direzione del proletariato, i contadini che hanno ottenuto la terra e la pace dalla rivoluzione proletaria e sono diventati, per questo, una riserva del proletariato, questi contadini non possono non essere diversi dai contadini che hanno combattuto durante la rivoluzione borghese sotto la direzione della borghesia liberale, che hanno ricevuto la terra dalle mani di questa borghesia e sono diventati, per questo, una riserva della borghesia. Non occorre dimostrare che i contadini sovietici, abituati ad apprezzare l’amicizia politica e la collaborazione politica del proletariato, debitori della loro libertà a questa amicizia e a questa collaborazione, non possono non costituire un materiale straordinariamente favorevole per la collaborazione economica col proletariato.
Engels diceva che «la conquista del potere politico da parte del partito socialista è diventata un compito del prossimo avvenire», che «allo scopo di conquistarlo, il partito deve incominciare ad andare dalla città alla campagna e diventare una forza nella campagna» (Engels, La questione contadina). Egli scriveva queste parole nell’ultimo decennio del secolo scorso a proposito dei contadini occidentali. È forse necessario dimostrare che i comunisti russi, i quali hanno svolto a questo proposito un lavoro colossale nel corso di tre rivoluzioni, son già riusciti a crearsi nelle campagne un’influenza e un appoggio quale i nostri compagni d’Occidente non osano neanche sognare? Come si può negare che questa circostanza non può non facilitare in modo radicale la collaborazione economica fra la classe operaia e i contadini della Russia?
Gli scettici continuano a parlare dei piccoli contadini come di un elemento incompatibile con l’edificazione socialista. Ma ascoltate che cosa dice Engels a proposito dei piccoli contadini di Occidente:

Noi siamo decisamente per il piccolo contadino; faremo tutto il possibile per rendergli la vita più tollerabile, per facilitargli il passaggio alla associazione se egli vi si deciderà. Anzi, nel caso che egli non sia ancora in grado di prendere questa decisione, ci sforzeremo di dargli quanto più tempo sarà possibile perché egli rifletta sul suo palmo di terra. Agiremo così non solo perché riteniamo possibile il passaggio dalla nostra parte del piccolo contadino che lavora per conto suo, ma anche per interesse diretto di partito. Quanto maggiore sarà il numero dei contadini che non lasceremo discendere sino al livello del proletarie che attireremo a noi mentre sono ancora contadini, tanto più rapida e facile sarà la trasformazione sociale. Per questa trasformazione non abbiamo nessun bisogno di attendere che la produzione capitalistica si sia dappertutto sviluppata sino alle sue ultime conseguenze, sino a che l’ultimo piccolo artigiano e l’ultimo piccolo contadino non siano caduti vittimedella grande produzione capitalistica. I sacrifici materiali che si dovranno consentire sui fondi pubblici nell’interesse dei contadini possono sembrare, dal punto di vista dell’economia capitalistica, uno sperpero; ma costituiranno invece un eccellente impiego di capitale, perché faranno risparmiare somme forse dieci volte superiori nelle spese necessarie per la trasformazione della società nel suo assieme. In questo senso noi possiamo, quindi, essere molto generosi coi contadini (Ivi).

Così parlava Engels a proposito dei contadini dell’Occidente. Ma non è forse chiaro che quanto diceva Engels non può in nessun altro luogo essere realizzato in modo così facile e completo come nel paese della dittatura del proletariato? Non è chiaro che solo nella Russia sovietica possono sin d’ora e completamente essere realizzati e «il passaggio dalla nostra parte del piccolo contadino che lavora per conto proprio» e i «sacrifici materiali» indispensabili a questo scopo, e la «generosità verso i contadini» necessaria a questo fine? Non è chiaro che queste e altre misure analoghe a favore dei contadini già vengono applicate in Russia? Com’è possibile negare che questa circostanza, a sua volta, deve facilitare e far avanzare l’edificazione economica del paese dei Soviet?
In secondo luogo. Non si può confondere l’economia agricola della Russia con l’economia agricola dell’Occidente. Quivi lo sviluppo dell’economia agricola segue la linea abituale del capitalismo, che provoca una profonda differenziazione dei contadini, con grandi proprietà e latifondi capitalistici privati a un estremo e col pauperismo, la miseria e la schiavitù del salariato all’estremo opposto. Quivi la disgregazione e la decomposizione, in conseguenza di ciò, sono del tutto naturali. Non così in Russia. Da noi lo sviluppo dell’economia agricola non può seguire questa via, non foss’altro perché l’esistenza del potere sovietico e la nazionalizzazione dei principali mezzi e strumenti di produzione non permettono tale sviluppo. In Russia lo sviluppo della economia agricola deve seguire un’altra via, la via dell’ingresso di milioni di contadini piccoli e medi nelle cooperative, la via dello sviluppo, nelle campagne, di un movimento cooperativo di massa, appoggiato dallo stato per mezzo di crediti a condizioni di favore. Lenin indicava giustamente, negli articoli sulla cooperazione, che lo sviluppo dell’economia agricola doveva battere da noi una strada nuova, la strada della partecipazione della maggioranza dei contadini all’edificazione socialista per mezzo della cooperazione, la strada dell’introduzione graduale del principio del collettivismo nell’agricoltura, prima nel campo della vendita e poi nel campo della produzione dei prodotti agricoli.
Estremamente interessanti a questo proposito sono alcuni fatti nuovi che si costatano nelle campagne, in relazione col lavoro della cooperazione agricola. È noto che in seno all’Unione delle cooperative agricole si sono create nuove grandi organizzazioni secondo i rami dell’economia agricola, per il lino, per le patate, per il burro, ecc., e che esse hanno un grande avvenire. Il Centro cooperativo del lino, per esempio, comprende tutta una rete di cooperative di produzione di contadini coltivatori di lino. Esso s’interessa di fornire ai contadini semi e strumenti di produzione, in seguito acquista dagli stessi contadini tutta la produzione del lino e la vende all’ingrosso sul mercato; assicura ai contadini la partecipazione ai profitti e in questo modo per mezzo dell’Unione delle cooperative agricole, collega l’economia contadina all’industria di stato. Come chiamare questa forma di organizzazione della produzione? Secondo me, essa è un sistema di grande produzione socialista di stato a domicilio, nel campo dell’agricoltura. Parlo qui di sistema di produzione socialista di stato a domicilio, per analogia col sistema capitalistico del lavoro a domicilio, nel campo, per esempio, della produzione tessile, dove gli artigiani, che ricevevano dal capitalista le materie prime e gli strumenti di produzione e gli vendevano tutta la loro produzione, erano, di fatto, degli operai semisalariati a domicilio. Questo è uno dei molti indizi che mostrano per quale via deve svilupparsi da noi l’economia agricola. E non parlo di altri indizi dello stesso genere negli altri rami dell’agricoltura.
Non occorre dimostrare che l’enorme maggioranza dei contadini si metterà volentieri su questa nuova via di sviluppo, respingendo quella dei latifondi capitalistici privati e della schiavitù del salariato, che è la via della miseria e della rovina.
Ecco che cosa dice Lenin circa le vie di sviluppodella nostra economia agricola:

Il potere dello stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello stato nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, ecc., non è forse questo tutto ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, che noi una volta consideravamo dall’alto in basso come affare da bottegai e che ora, durante la Nep, abbiamo ancora il diritto, in un certo senso, di considerare allo stesso modo, non è forse questo tutto ciò che è necessario per condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale? Questo non è ancora la costruzione della società socialista, ma è tutto ciò che e necessario e sufficiente per condurne a termine la costruzione (vedi vol. XXVII, p. 392).

Parlando poi della necessità di appoggiare finanziariamente e in altro modo la cooperazione, come «nuovo principio di organizzazione della popolazione» e nuovo «regime sociale» sotto la dittatura del proletariato, Lenin prosegue:

Ogni regime sociale sorge solo con l’appoggio finanziario di una classe determinata. È inutile ricordare quante centinaia e centinaia di milioni di rubli sia costato il sorgere del capitalismo “libero”. Ora dobbiamo comprendere e mettere in pratica questa verità: che attualmente il regime sociale che dobbiamo appoggiare più d’ogni altro è il regime cooperativo. Ma dobbiamo appoggiarlo nel vero senso della parola, cioè questo appoggio non è sufficiente intenderlo come appoggio di una forma qualsiasi di cooperazione; quest’appoggio dev’essere inteso come appoggio di quella cooperazione, alla quale partecipano veramente le vere masse della popolazione (ivi, p. 393).

Che cosa dicono tutti questi fatti?
Che gli scettici hanno torto.
Che ha ragione il leninismo, il quale considera le masse lavoratrici dei contadini come una riserva del proletariato.
Che il proletariato al potere può e deve utilizzare questa riserva per saldare l’industria con l’agricoltura, far progredire l’edificazione socialista e assicurare alla dittatura del proletariato quella base indispensabile, senza la quale non è possibile passare all’economia socialista.


VI. La questione nazionale

Di questo tema tratterò due questioni principali:
a) l’impostazione del problema;
b) il movimento di liberazione dei popoli oppressi e la rivoluzione proletaria.

1) Impostazione del problema. Nel corso degli ultimi due decenni, la questione nazionale ha subìto una serie di modificazioni della più grande importanza. La questione nazionale nel periodo della II Internazionale e la questione nazionale nel periodo del leninismo sono ben lontane dall’essere la stessa cosa. Esse differiscono profondamente l’una dall’altra, non solo per l’ampiezza, ma anche per il loro carattere intrinseco.
Prima, la questione nazionale si riduceva di solito a un gruppo ristretto di problemi che riguardavano, per lo più, le nazioni «civili». Irlandesi, ungheresi, polacchi, finlandesi