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da Secchia, Moscatelli, Il Monterosa è sceso a Milano, G. Einaudi Editore, Torino, 1958, pp.. 250-256
trascrizione e conversione in html a cura del CCDP



Secchia

I quarantatre martiri di Fondotoce



Alla fine di giugno il rastrellamento è praticamente finito. Le perdite subite dalle unità circondate in Valgrande sono rilevanti, l'intera formazione è stata decimata. Non tutti i partigiani catturati durante il rastrellamento sono stati fucilati sul posto, parecchi risparmiati vengono portati a Intra come «trofeo» di guerra, devono servire a dare l'esempio, a terrorizzare la popolazione. Sono in quarantatre e tra di loro vi è una giovane donna prossima a di venire madre. Dopo una notte trascorsa in una cantina dove vengono selvaggiamente bastonati, incolonnati per tre, coperti di cenci, sfiniti per la fame, sono costretti a sfilare attraverso i paesi del Verbano: Intra, Pallanza, Suna, sino a Fondotoce, portando un grande cartello sul quale i tedeschi hanno scritto: «Sono questi i liberatori d'Italia oppure sono i banditi?»

La popolazione del Verbano è costretta ad assistere alla tragica via crucis di quei martiri. Le fotografie sono poi largamente diffuse a cura dei fascisti. Nel pomeriggio del 20 giugno vengono fucilati nei pressi di Fondotoce tre alla volta, mentre gli altri assistono attendendo il proprio turno, sulla riva del fiume. Dei quarantatre valorosi soltanto uno, non colpito a morte e rimasto sotto i cadaveri dei suoi compagni, riesce a salvarsi miracolosamente: Carlo Suzio di Pallanza; egli stesso racconta la sua tragica avventura e il martirio dei suoi compagni.

«All'alba del 16 giugno si tenta di rompere l'accerchiamento. Bisogna passare il Pian di Sole, attraversare la strada vigilata dai tedeschi per poi raggiungere il vicino confine svizzero. I primi trenta che stavano in attesa riescono ad aprirsi un varco. Passano anche il capitano Mario, il tenente Rizzato. Per noi invece nulla da fare.

Sono arrivate anche le autoblinde. Siamo in sessanta, più cinquanta prigionieri fascisti. Tentiamo di riguadagnare la Valgrande. Camminiamo da due giorni sempre tallonati dai tedeschi che ci hanno individuati. Sorge il mattino del 18 giugno. Marciamo a fil di cresta, a duemila metri di altezza, verso la cima Aurasca posta tra Finnero e Cannobio. Grossi banchi di nebbia ci vengono incontro. Tra la fitta pioggia scendono anche fiocchi di neve. Ecco la cima. Bisogna solo superare un lastrone parecchio inclinato che offre scarsi appigli. Un gruppo di dieci si cimentano per primi. Sono arrivati a metà. Altri dieci li seguono. Improvvisamente sulla cima spuntano i tedeschi che rafficano su quei grappoli di uomini. Indietro non possiamo tornare, siamo braccati. Ci ritiriamo in un terrazzo che sporge su di un precipizio vertiginoso, riparandoci dietro a dei massi. Resistiamo per due ore. Ma poi il vento spazza le nubi. Anche i tedeschi che abbiamo alle spalle possono contarci. Usciamo con le mani in alto. Sul lastrone i feriti gemono. Alcuni tedeschi distribuiscono dei colpi di grazia. Lamenti, pianti, urla, folate di vento gelido. Ci riuniscono tutti assieme. Dobbiamo toglierci le scarpe e consegnare i portafogli. Tutti i documenti vengono stracciati. Un gruppo di SS si accanisce contro Pedro perché ha la barba. «Tu capo banditi, tu capo ribelli», e gli tirano il pizzo. Pedro tenta di farsi rispettare. Un tedesco vuole buttarlo vivo nel burrone. I suoi camerati ridono. Un ufficiale mette fine al giuoco sparando alla tempia di Pedro che scompare nel vuoto. Aveva ventinove anni, si chiamava Samorato.

«A Malesco ci portano all'asilo. Un asilo dove in un giorno ti consumi la vita. Per quattro ore dobbiamo stare con le mani in alto. Chi accenna ad abbassarle riceve delle bastonate. Poi, ad uno ad uno, veniamo interrogati: generalità, numero di partigiani della formazione, armi in dotazione, ecc. Si accorgono che mentiamo. Mi fanno togliere la maglia e mi danno trenta nerbate. Ho la schiena striata come quella di una zebra.

«E così per gli altri. I fascisti sono invitati dai tedeschi ad assistere a questo primo spettacolo. Poi siamo tutti rinchiusi in una stanza. Quanti siamo? Nessuno ha voglia di fare delle somme. Fra l'altro siamo a digiuno da tempo immemorabile. Al mattino del 19 giugno secondo interrogatorio con gli stessi risultati. Hanno già trovato tempo ed attrezzi per allestire una rudimentale camera di tortura.

«Ci portano tutti in cantina. È illuminata al centro da una lanterna. Da un lato una caldaia di acqua ghiacciata e dall'altro una bollente ove immergono a capriccio qualcuno di noi. Per altri il supplizio inflitto è ben maggiore. Gli fissano le mani con dei morsetti su di un tavolaccio. Poi gli conficcano degli uncini legati a strisce di cuoio alla base delle unghie e tirano, lentamente, sino a strappargliele. Le grida feriscono come punte di pugnali. Fui l'ultimo del turno e fortunato. Mi toccò l'acqua gelata. Mi immersero due o tre volte. C'era sangue ovunque, come se avessero sgozzato dei capretti. Sulla soglia della camera comparve, figura spettrale, il tenente Rizzato, tutto pesto e tumefatto in viso. Era stato preso sul confine. Chissà cosa gli avevano fatto. Con lui Scalabrino, un mio amico di Busto, il suo braccio destro stava al suo posto unicamente perché era legato al corpo con una cinghia per calzoni. Non stava in piedi. Seppi poi che gli avevano tagliato i tendini dei garretti. Con l'unica mano che poteva usare lanciò un piatto in faccia ad un ufficiale tedesco. Lo uccisero subito.

«All'una di notte un altro partigiano, non so chi fosse, esalò l'ultimo respiro. Ricordo che molti di noi lo invidiarono. Tornò giorno ancora. Era il 20 giugno. Ci fecero firmare una dichiarazione in tedesco. Poi subito dopo, partenza. Siamo rinchiusi in un camion interamente ricoperto da grossi teloni. L'appetito è scomparso, non lo sentiamo più. Perdura invece e aumenta la sete. Verso mezzogiorno giungiamo finalmente a lntra. Davanti alla Villa Caramora, dove ha sede il comando tedesco, c'è già un grosso plotone di esecuzione pronto. Dopo poco siamo tutti allineati sul lungolago del Parco Cavallotti, con le spalle rivolte alle armi automatiche su di noi puntate. Scattano le sicure. È questione di secondi ormai. Siamo in quaranta. Un tedesco scende le scale della villa urlando. Scambia alcune parole con l'ufficiale e poi se ne va sempre di corsa. Le armi si abbassano. Tornano le speranze. Ecco di nuovo altri tedeschi scendere le scale. Portano un cartello e spingono avanti una donna e altri due partigiani. Ora siamo quarantatre. Ci porteranno a Fondotoce. Deve esser stata l'idea di qualche fascista a far mutare programma ai nazisti: "quarantatre fascisti prelevati e sullo stesso posto quaranta tre partigiani morti". Sul cartello c'è scritto: "Sono questi i liberatori d'Italia oppure sono i banditi?" Gli italiani avevano già risposto a questo interrogativo.

«Adesso siamo in fila come scolari, tre per tre. Incomincia la marcia. Non c'è nessuno sulla via ma chissà quanti occhi sono puntati su di noi. Sul Ponte Cobianchi ci caricano su di un camion fino all'imbocco di Pallanza... Poi di nuovo a piedi lungo le vie della cittadina. Appena fuori di nuovo sul camion. Così a Suna, a Fondotoce fino al crocevia, luogo predestinato dell'esecuzione. Mi capita di fare un tratto con la donna. Si chiama Cleonice Tommasetti, ha trentadue anni ed è una maestrina di Milano. È forse la più serena. Era staffetta ed è stata colta a Rovegro mentre accompagnava alle formazioni partigiane due renitenti. Suo marito è in montagna. Le spiace di non averlo rivisto, anche perché ancora non sapeva che da quattro mesi aspettava un figlio.

«I tedeschi hanno portato un inglese ad assistere alla esecuzione. Si chiama Pitt ed è stato catturato con noi. Era fuggito da un campo di prigionia. Poco dopo Fondotoce vediamo una fontana. Il nostro disperato drappello viene fermato per cinque minuti. Le SS sorseggiano con studiata lentezza l'acqua e ci guardano e ci sbeffeggiano. Avanti. Tagliamo in mezzo ad un grande prato e poi scendiamo lungo una piccola scarpata al fondo della quale scorre l'acqua che congiunge il Lago di Mergozzo con il Lago Maggiore. Ci fanno sdraiare pancia a terra su di una lingua di sabbia umida. Qualcuno che non capisce viene steso con violenti strattoni. Si schierano dodici in piedi e dodici in ginocchio. Hanno dei Mauser, quelli che fanno ta-pum. Fanno alzare i primi tre. Li discostano un poco. Tra di essi vi è la donna che è la prima a morire. Prima degli spari la sento gridare: "Facciamo vedere come sappiamo morire. Viva l'Italia". Poi la prima nutrita scarica. È la volta di altri tre. Non mi sembra vero. Spero sempre, come forse ognuno dei miei compagni avrà sperato. lo sono a metà circa della fila orizzontale. Rivedo tutta la mia vita in un istante, proprio come in un film. Mi sento prendere per la collottola. Mi mettono in piedi. Alla mia destra uno piccolo di Varese e alla mia sinistra il tenente Rizzato con il suo cappello da alpino sulle ventitre.

«Volgo il capo appena in tempo per vedere le vivide fiamme uscire dalle canne, contemporaneamente sento un colpo secco alla schiena, fortissimo come una bastonata. Cado per primo. Ho due colpi al braccio sinistro e uno alla scapola destra. Le pallottole sono fuoruscite. Anche alla tempia sono stato colpito di striscio. Rizzato mi è caduto sopra incrociandosi con quello di Varese. Sento che sono ancora vivo. Il sangue di Rizzato mi scende caldo a piccoli rivi sul viso per metà scoperto. Ho un occhio aperto che non mi azzardo a chiudere. I tedeschi sono lì a pochi metri. Sento altri spari, gli estremi evviva all'Italia e alla libertà dei miei compagni fucilati. I nazisti ridono. Quello alto che portava il cartello è impazzito. Si è messo a correre per il prato. Terminate le fucilazioni, saranno state le diciotto e trenta, due tedeschi lo trascinano di forza accanto a noi. Uno di loro gli spara sul viso un colpo di pistola. Un ultimo lacerante urlo e poi il silenzio della morte nazista.

«I plotoni si ricompongono. Ma un tedesco si stacca dalla fila, Tiene una pistola in mano. Ha pensato di dare ancora ad ognuno un colpo, per maggiore sicurezza. Resto immobile. Vinco l'istinto che mi suggerisce di scattare in piedi, di tentare unA disperata fuga. Attendo.

«Ho l'occhio sempre aperto. Ecco mi è sopra a gambe divaricate. Spara a quello di Varese. Trattengo il fiato, ora tocca a me. Sento un bruciore tremendo al capo. Una nuvoletta di terra mi cade sul viso, la pallottola ha toccato soltanto la parte cutanea del capo e si è conficcata al suolo. Sento altri colpi e poi vedo che se ne va, rimettendo l'arma nella fondina.

«Ai tedeschi succedono i fascisti che vengono a montare la guardia ed io resto sempre immobile. Un giovane fascista esclama: "Abbiamo tutto da imparare noi dai tedeschi ". Tirano anche loro delle raffiche al nostro indirizzo. Sento ancora dei rantoli, sangue che gorgoglia, che zampilla come da fontanelle. Poi vengono anche dei civili. Uno di noi geme ancora forte. Un fascista gli scarica l'arma addosso. Una donna mi guarda: "Questo è ancora vivo", esclama. Sento una voce di uomo che non vedo: "Se sei vivo, sta fermo. Ti diremo noi quando ti devi muovere".

«Si fa scuro. Credo di essere rimasto un paio d'ore in questa posizione. "Ecco, ora puoi tentare". Tre o quattro persone mi coprono alla vista dei fascisti. Provo ad alzarmi ma non ci riesco. Un uomo mi aiuta a rialzarmi. Si guarda le mani imbrattate di sangue e si allontana, forse preso dal panico. Sento che la mia salvezza dipende dalla mia decisione. Riesco ad alzarmi e ad introdurmi in un canneto.

«Cado, mi rialzo, cado ancora. Bevo acqua e fango in una pozzanghera. Mi sento più forte. Qualcuno mi chiama con dei pss... pss... ma io non rispondo. Attraverso la strada e salgo sulla costa che porta a Santino. È ormai buio. Le forze mi abbandonano, le cose mi danzano innanzi agli occhi. Un cane abbaia. Allora c'è una casa e cammino ancora.

«Vedo una baita, una luce, un uscio. Casco. Riprendo i sensi, dopo qualche ora e mi ritrovo fasciato. Su di me un vecchietto premuroso: Carlo Bariatti. Mi ha disinfettato con dell'urina. Ma i tedeschi sono ancora dappertutto e non può tenermi. Mi accompagna in un castagno secolare scavato dal fulmine. Soffro e torno alla baita. Bariatti mi mette nella stalla, mi dà da mangiare. Ma al mattino di buonora mi riaccompagna nella nicchia del castagno e mi ricopre di foglie secche. Verso le otto passano i tedeschi sul sentiero poco discosto. Ne vedo uno che si leva il mitra. Mi avrà visto? Sento un tuffo al cuore, viene nella mia direzione. Dieci metri, otto metri, cinque metri. Fa ancora un passo e poi si ferma; resto immobile e non respiro. Fa i suoi bisogni e poi se ne va.

«Dopo alcune ore arriva finalmente Bottini del CLN e con l'aiuto di altri mi porta a Rovegro nella sua abitazione. Dopo due mesi mi ricongiungevo a Cicogna con il capitano Muneghina» (1).

Nel complesso la divisione partigiana Valdossola ha avuto centosettanta caduti, uccisi in combattimento o fucilati, la brigata «Battisti» nove caduti e dodici fucilati, circa sessanta prigionieri, numerosi dispersi e numerosi deportati in Germania.
Molte baite incendiate, così pure i rifugi del CAI, intere valli devastate e saccheggiate dai nuovi vandali tedeschi e fascisti (2).

Il nemico si illudeva con questa «impresa» di aver distrutto per sempre il movimento partigiano della Valdossola.
Ai primi giorni di luglio i superstiti del grande rastrellamento già costituivano una nuova combattiva formazione: la LXXXV brigata «Garibaldi Valgrande Martire» che subito riprendeva ad attaccare il nemico. Quindici fascisti dei battaglioni «M», catturati su un treno blindato a Cuzzago, venivano fucilati sul Proman. Due mesi dopo l'intera valle dell'Ossola era liberata dal partigiani.


Note

1) Mounier, L'allucinante racconto di quarantatre, La lotta, Novara, Giugno 1954.

2) Stralcio dal Diario storico militare del 63° battaglione fascista «M Tagliamento», firmato dal Maggiore Giuseppe Ragonese.