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da: www.rebelion.org
Unione Europea: democrazia o plutocrazia?
Le società transnazionali e l’Unione Europea
Alejandro Teitelbaum - Argenpress
6 aprile 2007
Un giornalista e sindacalista belga, Gérard de Selys, racconta (1) come, mediante il lavoro di squadra della Commissione Europea (che emette direttive, andando oltre i limiti delle proprie competenze) e della Tavola Rotonda degli Industriali Europei ERT (le multinazionali Volvo, Olivetti, Siemens, Unilever e altre), aiutate dal Tribunale Europeo di Lussemburgo che interpreta a modo suo le regole comuni riguardanti le competenze del Trattato di Roma del 1957, sta per essere completata la spoliazione del patrimonio pubblico delle industrie attualmente più dinamiche e redditizie dei paesi europei: le telecomunicazioni e le comunicazioni elettroniche.
Il libro di de Selys è del 1995, ma da allora fino ad oggi l’offensiva privatizzatrice della Commissione Europea contro i servizi pubblici (con il sostegno attivo delle società multinazionali) non è cessata: nel mirino ci sono ora la posta, la salute, l’educazione e l’ambiente. In un articolo pubblicato in Le Monde Diplomatique nel luglio 2000 (Susan George e Ellen Guld, Libéraliser, sans avoir l’air d’y toucher) si cita un documento della Commissione Europea, in cui si afferma quanto segue: “la partecipazione attiva delle industrie dei servizi nelle trattative è strategica per permetterci di allineare i nostri obiettivi negoziali con le priorità delle imprese. L’AGCS (Accordo Generale sul Commercio dei Servizi – OMC) non è solamente un accordo tra governi. E’ prima di tutto uno strumento a beneficio del mondo degli affari” (2).
Il 4 giugno 2003, il Parlamento Europeo, riunito in seduta plenaria a Strasburgo, ha deciso a larga maggioranza di autorizzare la liberalizzazione dei mercati dell’elettricità e del gas, inclusa la fornitura a entità particolari, a partire dal 1° luglio 2007.
Il 23 settembre 2004 la Commissione Europea ha pubblicato un “Libro Verde” intitolato “I contratti pubblici della difesa” nella prospettiva di aprire alla “libera concorrenza” l’acquisto di materiale militare. All’inizio dell’Introduzione si dice:
“Il presente Libro Verde costituisce una delle iniziative annunciate dalla Commissione Europea nella sua Comunicazione intitolata “Verso una politica dell’UE in materia di equipaggiamento di difesa”, adottata l’11 marzo 2003. Attraverso queste iniziative, la Commissione Europea si propone di contribuire alla costruzione progressiva di un mercato europeo di equipaggiamenti di difesa (European Defence Equipment Market, EDEM), più trasparente e più aperto tra gli Stati membri, che, senza cessare di rispettare le specificità del settore, lo renda economicamente più efficiente”.
Il 7 dicembre 2006 la Commissione Europea ha emesso direttive tendenti a limitare le eccezioni alla “libera concorrenza” in materia di contratti con l’industria militare, con il proposito proclamato di continuare a “liberalizzare” questo settore.
La pressione a favore della liberalizzazione del settore verrebbe dagli stessi industriali delle armi.
Ma chi sono questi industriali delle armi?
Nel quotidiano Le Monde del 14 luglio 2005 (Les fonds américains irriguent l’industrie de défense européenne) si informava che enormi fondi di investimento americani, Blackstone, KKR, One Equity Partner tra gli altri, stavano assumendo il controllo dei settori dell’industria europea collegati alla difesa: QinetiQ, Bofors Weapons, Gemplus…
E forniva, tra l’altro, i seguenti dati: nel luglio 2003, Carlyle (3) e Finmeccanica hanno acquisito rispettivamente il 70 e il 30 per cento di Fiat Avio. Sempre nel 2003, il fondo KKR ha comprato un terzo del capitale dell’azienda di motori Eurojet e, alla fine del medesimo anno, ha comprato MTU, prima azienda di questo settore in Germania. Nel 2000, Texas Pacific Group ha acquisito il 25% di Gemplus. Nel febbraio 2003, Carlyle ha comprato il 33,8% di QinetiQ, ecc.
Non si può escludere che, oltre a proporsi obiettivi puramente economici volti ad ottenere maggiori utili, tali movimenti di capitali rispondano ad una geostrategia politico-militare dei centri di potere statunitensi, in cui il progetto per “liberalizzare” l’industria europea della difesa, contenuto nel Libro Verde della Commissione Europea, svolge il ruolo di cavallo di Troia.
Alcuni governi europei, quando viene rimproverato loro di attuare una politica di privatizzazioni, comprese quelle dei servizi pubblici, rispondono che lo fanno perché “obbligati da Bruxelles” (sede della Commissione Europea). Ma la pratica dimostra che, quando essi non vogliono seguire le indicazioni di “Bruxellex” in altre materie, non lo fanno e se non mantengono il controllo pubblico sui servizi pubblici fondamentali è perché viene meno la loro volontà politica.
La Commissione Europea presieduta dal signor Barroso possiede una tonalità più neoliberale di quella precedente. Forse l’esempio più eclatante è quello della Commissaria Neelie Kroes-Smit, olandese. Come ministro dei Trasporti e delle Telecomunicazioni del suo paese ha proceduto alla privatizzazione parziale delle Poste e nell’attività privata ha ricoperto posti di direzione in varie società transnazionali (4).
Le grandi imprese transnazionali europee controllano strettamente la Commissione Europea e i 39 membri dell’organizzazione padronale europea (UNICE) hanno rappresentanze permanenti a Bruxelles e un vero esercito di “lobbysti” per influire sulle decisioni della Commissione (5).
Il Progetto di Trattato Costituzionale europeo, destinato a dare autorità costituzionale alla politica neoliberale attualmente dominante in Europa è stato preparato da un’assemblea di persone cooptate ed è stata presieduta da Valéry Giscard d’Estaing, mentre il suo testo definitivo è stato approvato dai capi di Stato e di Governo. Non c’è stata partecipazione dei cittadini, salvo che nei paesi dove si è deciso di sottoporre il testo ad un referendum per l’approvazione o la bocciatura. Per la sua entrata in vigore il Progetto richiedeva l’approvazione unanime degli Stati membri. Ma nei referendum celebrati in Francia ed Olanda esso è stato respinto dalla maggioranza dei votanti, tanto da essere archiviato, almeno nella sua forma attuale.
Se fosse entrato in vigore, per una sua ulteriore riforma avrebbe avuto bisogno dell’accordo unanime di tutti gli Stati membri, di modo che il suo impianto neoliberale ed antisociale sarebbe risultato praticamente immodificabile. I dirigenti europei ora riflettono e scambiano opinioni sul modo di dar vita ad un progetto all’apparenza reazionario come quello precedente, o anche di più.
Il Progetto non forniva alcuna risposta ai problemi sociali che si manifestano attualmente in Europa: la “libera circolazione delle industrie e dei capitali”, la formazione di zone industriali moderne nei paesi poveri dell’Est Europa con salari solo un poco più elevati della media nazionale (tra 5 e 10 volte inferiori a quelli dei paesi ricchi dell’Ovest), la persistenza di un alto tasso di disoccupazione in questi stessi paesi e, come contropartita, la caduta dei salari, il deterioramento dei diritti dei lavoratori e l’aumento della giornata lavorativa e della disoccupazione nei paesi più sviluppati del continente europeo.
L’Unione Europea sta negoziando una serie di accordi regionali di associazione economica, chiamati EPA dalla sigla in inglese, con paesi poveri. Gli EPA sono accordi preferenziali reciproci nell’ambito del cosiddetto Patto di Cotonou, tra l’UE e il gruppo di 77 paesi che furono colonie europee in Africa, nei Carabi e nel Pacifico (ACP). La UE, nelle sue proposte di accordo commerciale, esige dai paesi del Sud che aprano i loro mercati alle imprese europee, minacciando così impieghi, industrie e servizi pubblici nelle nazioni più povere.
L’UE sostiene che gli EPA favoriranno l’integrazione dei paesi ACP nell’economia mondiale, promuoveranno lo sviluppo sostenibile e contribuiranno a sradicare la povertà.
Gli accordi proposti all’insegna del Patto di Cotonou elimineranno i dazi sui prodotti di importazione e faciliteranno i paesi dell’UE nella vendita di beni sussidiari.
L’UE sta negoziando accordi con altri paesi poveri.
Due organizzazioni non governative, Traidcraft della Gran Bretagna ed EcoNews Africa del Kenya, hanno segnalato in un rapporto intitolato “Gli EPA attraverso le lenti del Kenya”, pubblicato nel settembre 2005, che il deterioramento del settore manifatturiero, la crescente povertà e la disoccupazione in paesi come il Kenya dovrebbero essere presi seriamente in considerazione prima di firmare simili accordi, aggiungendo che la liberalizzazione economica e commerciale degli ultimi anni in questo paese africano ha generato “situazioni estreme”, il degrado dell’educazione, suicidi e un aumento del numero delle persone povere da 11 a 17 milioni, più della metà della popolazione keniota (6).
Note:
1) Gérard de Selys, Privé de public. A qui profitent les privatisations ?, Edizioni EPO, Bruxelles, 1995.
2) Un gruppo di ricercatori, che fa parte del Corporate Europe Osservatory (CEO) ha pubblicato uno studio molto esaustivo sul ruolo delle società transnazionali in seno all’Unione Europea: Belén Balaya, Ann Doherty, Olivier Hoedeman, Adam Ma’anit e Erik Wesselius, Europe Inc Liaisons dangereuses entre institutions et milieux d’affaires européens, Agone Editeur, Marseille, 2° trimestre del 2000. Edizione originale in inglese: Europe Inc. Regional and Global Restructuring and the Rise of Corporate Power, Pluto Press and CEO, 1999.
3) Nell’equipe che dirige Carlyle si trovano personaggi molto significativi come George Bush padre, l’ex Segretario della Difesa degli Stati Uniti ed ex Direttore Aggiunto della CIA, Frank Carlucci (rimpiazzato nel gennaio 2003 da Louis Gerstner, ex direttore dell’IBM), James Baker, ex Segretario di Stato degli Stati Uniti, John Major, ex Primo Ministro della Gran Bretagna, che è Direttore del Gruppo Europa di Carlyle e Fidel Ramos, ex Presidente delle Filippine, Direttore del Gruppo Asia. E tra i suoi clienti si trovano personaggi come George Soros, il principe Alwalee bin Talal bin Abdul Aziz Al Saud dell’Arabia Saudita e membri della famiglia Bin Laden, sebbene si affermi, senza che sia possibile verificarlo, che dall’ottobre 2001 la famiglia Bin Laden non abbia interessi in Carlyle.
4) Tra queste Volvo, membro della Tavola Rotonda degli Industriali Europei (ERT), MMO2 (telefonia), la compagnia ferroviaria olandese, le filiali nei Paesi Bassi di Mc Donald’s, Lucent (attrezzature telefoniche), Thales (in precedenza Thomson), transnazionale con sede in Francia, attiva nell’industria aerospaziale, della difesa, della sicurezza e nei servizi.
5) Vediamo cosa dice l’UNICE di sé stessa (http://www.unice.org/ portavoce delle imprese in Europa). L’UNICE è la voce del mondo degli affari di fronte alle istituzioni dell’Unione Europea. I suoi 39 membri sono le organizzazioni industriali multisettoriali e di impresa degli imprenditori di 31 paesi europei, in rappresentanza di più di 16 milioni di imprese, soprattutto piccole e medie. L’UNICE è anche un interlocutore nel dialogo sociale europeo a livello dell’Unione Europea, per ottenere che le politiche e le proposte legislative con un effetto sull’attività economica tengano conto delle necessità delle imprese. La prima priorità dell’UNICE è promuovere la competizione in ambito economico e gli investimenti su scala europea, l’unica strada per ottenere uno sviluppo più elevato e un impiego duraturo. Il mondo degli affari ha bisogno di una Commissione efficiente.
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare