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da Rebelion – www.rebelion.org/noticia.php?id=75958 
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Il Golfo Persico arabo, capro espiatorio ideale per il fallimento del sistema finanziario occidentale
 
Le petromonarchie arabe affrontano una triplice minaccia: demografica, militare e nazionale
 
di René Naba
 
15/11/2008
 
Prima parte (vedi www.resistenze.org/sito/os/mp/osmp8m25-004042.htm)
 
I. Il G20, una nuova configurazione dell'ordine internazionale. 
II. Le petromonarchie: una prefigurazione futurista delle città mercato del futuro, rivali contemporanee di Hong Kong e Montecarlo. 
III. Il pericolo demografico: Abu Dhabi e Dubai, le due "città indiane" più belle del mondo.
 
Seconda parte
 
IV. Il pericolo militare: la presenza militare statunitense, parafulmine o detonatore? 
V. Il pericolo di casa: le stravaganze delle monarchie, una cancrena che scava le fondamenta del potere delle petromonarchie.
 
IV. Il pericolo militare: la presenza militare statunitense, parafulmine o detonatore?
 
La costellazione delle petromonarchie, uno dei principali fornitori del sistema energetico mondiale, serve anche da gigantesca base militare galleggiante per l'esercito statunitense, che da queste si rifornisce in gran quantità ed a prezzi che sfidano qualunque concorrenza. Tutti, a gradi diversi, pagano il loro tributo e rendono omaggio, attraverso tali agevolazioni, al loro protettore.
 
La zona, in effetti, ospita a Doha (Qatar) il posto di comando delle operazioni "Centcom", (il comando centrale statunitense) la cui competenza si estende sull'asse di crisi che va dall'Afghanistan al Marocco e Manama (Bahrein), il quartiere generale della V flotta statunitense la cui zona d’operazioni copre il Golfo persico arabo e l'Oceano indiano. L'Arabia Saudita ospita, come complemento, una squadriglia di AWACS (Airborne warning and control system), un sistema di rilevamento e comando aeroportuale nella regione di Ryad. Il regno è, in effetti, l'unico paese al mondo che ospita i radar volanti statunitensi fuori degli USA, il che dimostra l'importanza che gli Stati Uniti danno alla sopravvivenza della dinastia wahabita. Il Kuwait, molto devoto al suo liberatore, agisce come zona di pre-posizionamento e rifornimento della gigantesca infrastruttura militare statunitense in Iraq, il nuovo campo di prova della guerra moderna degli USA nel Terzo Mondo.
 
Bisogna aggiungere infine, ma non per questo sono meno importanti, gli elementi dell’apparato israeliano, il socio strategico degli Stati Uniti nella zona, così come la base di Diego Garcia (Oceano indiano), la base aerea britannica di Massirah (Sultanato di Oman) e come, da gennaio 2008, la piattaforma navale francese ad Abu Dhabi. A quaranta anni dall'indipendenza della Costa dei pirati e dopo il ritiro britannico ad est di Suez nel 1970, in realtà i principati del Golfo vivono nuovamente sotto il protettorato dei loro antichi tutori in una specie di "servitù volontaria".
 
Scarsamente popolate, circondate di potenti vicini come Iran ed Iraq, di recente creazione e prive di esperienza in materia, le petromonarchie, per la loro protezione, confidano da molto tempo su forti paesi amici o, in loro mancanza, su compagnie militari private, i mercenari dei tempi moderni, ed i favolosi contratti militari che eccedono le capacità di assorbimento dei servizi locali generalmente sono percepiti come polizze assicurative mascherate in virtù dalle favolose retro commesse che generano. La protezione dello spazio aereo saudita è affidata, da molto tempo, all’aviazione pachistana, il territorio nazionale del Sultanato di Oman ai beduini della legione araba giordana; i mercenari occidentali si occupano del rimanente, con una ripartizione di ruoli tra gli inglesi, presenti soprattutto nella loro antica zona d’influenza, in special modo negli emirati petroliferi del Golfo, e gli statunitensi che hanno il controllo su Arabia Saudita e sul resto del Medio oriente. La protezione dello sceicco Zayed Ben Sultán Al Nahyan, emiro di Abu Dhabi e presidente della Federazione degli Emirati del Golfo, così come il posizionamento delle truppe di Oman nella guerriglia marxista di Dhofar negli anni 1965-1970, hanno rivelato la responsabilità di "Watchguard", una delle due compagnie di mercenari britannici la cui sede è a Guernesey. Fondata nel 1967 da David Sterling, ex alto ufficiale britannico, (Special Air Services), è considerata come uno strumento di influenza della diplomazia britannica. Un altro Blackwatter che si è deplorevolmente segnalato in Iraq. Gli Stati Uniti fanno affidamento su due grandi società militari private: Vinnel Corp, con sede a Fairfax in Virginia, e BDM international.
 
Entrambe sono filiali della multinazionale Carlyle, ed appaiono come il braccio armato privilegiato della politica statunitense in Arabia e nel Golfo. Vinnel Corp, la cui sede saudita subì un attentato a Jobar in 1995, ha il controllo sulla formazione della Guardia Nazionale saudita, mentre BDM dirige la formazione del personale dell'aviazione, della marina e della fanteria saudita.
 
A) Le petromonarchie: "oasi" di sicurezza garantita dell'economia occidentale a fronte alla "zona di penuria" del versante mediterraneo ribelle del mondo arabo.
 
A causa del trionfo della rivoluzione islamica nel 1979, gli Stati Uniti cercarono di spingere Israele al ruolo di "supergendarme regionale" stabilendo con questo paese una "società strategica" volta a sostituire il ruolo prima giocato dallo Sha dell'Iran. L'Etiopia svolge un ruolo identico per l'Africa orientale, essendo il punto d’appoggio della base franco-statunitense di Yibuti. L'amministrazione statunitense, qualunque sia il colore politico, repubblicana o democratica, si dedica costantemente, da più di trenta anni, allo sviluppo di un’unica zona economica liberale legata al mercato statunitense e diretta a promuovere la libera circolazione di capitali e beni, ma non necessariamente della manodopera.
 
Il Medio oriente è destinato, nella visione statunitense, a trasformarsi in una zona di subappalto dell'economia USA, paragonabile al Maghreb per l'Unione Europea. L'obiettivo centrale è la normalizzazione e l'integrazione di Israele in Medio oriente nello spirito del Foro economico di Casablanca (1994) e di Amman (1995). Un simile progetto si articolerebbe, sempre nella visione statunitense, su due pilastri: la tecnologia israeliana ad ovest ed il capitale finanziario del Golfo ad est. Per questo, l'autonomia delle petromonarchie rispetto al resto del mondo arabo è compromessa dalla diplomazia occidentale nel Consiglio di Cooperazione del Golfo.
 
L'avvio di questa "sub entità" regionale è diretto a costituire una "oasi" di sicurezza garantita di fronte alla "zona di penuria" del versante mediterraneo ribelle del mondo arabo. Ma il successo del progetto resta vincolato, in fin dei conti, alla neutralizzazione del problema palestinese per la creazione di un "stato residuo" favorendo un'indipendenza di facciata sotto la stretta dipendenza di Israele e la doppia protezione di Arabia Saudita ed Egitto. Bisogna tenere conto che, senza sperare nella risoluzione definitiva del conflitto tra Israele e gli arabi ed in concomitanza alla sua politica apertamente filo occidentale, garanzia della sopravvivenza del trono hashemita, la Giordania ha già stabilito una zona franca giordano-israeliana i cui prodotti vengono esportati direttamente negli Stati Uniti.
 
B) Maurice Lévy (Publicis) e Richard Attias (Dubai Event Management), una normalizzazione silenziosa con Israele.
 
È in questa prospettiva che bisogna collocare il patrocinio della firma pubblicitaria francese Publicis al polemico Festival della Giordania nell'estate del 2008 ed il lavoro in Dubai, nello stesso anno, del pubblicista Richard Attias. Il ricorso ai servizi di due protagonisti di prim’ordine della scena mondiale nell’organizzazione di eventi, notoriamente conosciuti per le loro simpatie pro israeliane, testimonierebbe la preoccupazione delle monarchie arabe filo occidentali di dare, oltre alla rappresentanza commerciale israeliana al Qatar, garanzie di buona volontà al loro protettore statunitense e, in realtà, procedere ad una normalizzazione silenziosa con Israele, per incoraggiare parallelamente la sua espansione, la sua nuova immagine, con la segreta speranza di salire alla categoria delle nuove città del XXI secolo. Maurice Lévy, presidente di Publicis e Richard Attias, sono entrambi originari del Marocco, il primo di Oujda ed il secondo di Fez.
 
Maurice Lévy è stato l'organizzatore delle celebrazioni nello scorso mese di maggio a Parigi, in occasione del sessantesimo anniversario della dichiarazione unilaterale d’indipendenza di Israele. Il suo patrocinio del festival culturale giordano è stato duramente criticato ed ha portato un nutrito numero di artisti arabi a boicottare quell'evento finanziato dalla regina Rania di Giordania. La presenza di Richard Attias sembra essere più gradita grazie alla sua immagine a prima vista sensibilmente differente da quella del suo ex socio ed ora concorrente. Organizzatore di eventi politico-mediatici internazionali come il Foro dei Premi Nobel di Petra (Giordania) ed il Foro economico di Davos (Svizzera), dove fu allontanato per la sua relazione con l'ex moglie del Presidente Sarkozy, Richard Attias dirigerà successivamente a Dubai il "Dubai Event Management Corporation" in società col principe Ahmad, figlio del governatore del Dubai, Sceicco Rached al Maktum. Il reclutamento del figlio dell'ex sarto del re del Marocco, titolare della nazionalità marocchina che non ha mai voluto cambiare per nessun altra, non rivela un "colpo pubblicitario" bensì un'elezione sensata rispetto ad un professionista affermato. Questa elezione è stata vista come un segno di fiducia rispetto ad una persona che, inoltre, si mantiene fedele alle sue radici arabo-ebraiche in pura tradizione con l’ebraismo marocchino, ad esempio dello scrittore Edmond Omrane Il Maleh, dell'ingegnere Abraham Sarfati e della matematica Sión Assidon, due ex detenuti per reati d’opinione nell'avanguardia della lotta per la conquista delle libertà democratiche nel mondo arabo. Di rimbalzo, l'insediamento a Dubai del secondo marito di Cécilia Siganer Arbaniz, ex moglie del Presidente francese Nicolás Sarkozy, ha potuto apparire come un abile colpo diretto, senza dubbio involontariamente, all’ambiente islamofobico acceso in Francia dalla più alta carica dello Stato con la stigmatizzazione costante dei musulmani che “sgozzano agnelli nella vasca da bagno". Questi due obiettivi sono in accordo totale con il fine principale degli Stati Uniti: l'integrazione di Israele in una posizione di leadership in Medio oriente.
 
Spianando il terreno all'Arabia Saudita, il Barein, che ospita la base navale del quartiere generale della V Flotta statunitense per la regione del Golfo Persico arabo-Oceano indiano, ha insistito in questo senso, lo scorso 9 ottobre, proponendo cioè l'avviamento di una nuova organizzazione regionale che includa l'insieme dei paesi del Medio oriente, i paesi arabi del Vicino e Medio oriente ed inoltre la Turchia, l’Iran ed infine, non meno importante, Israele. Tutta questa impalcatura potrebbe risultare, se non annullata, almeno danneggiata dalla burrasca borsistica e finanziaria che ha fatto la sua comparsa nelle economie occidentali nell'autunno 2008, sommergendo di perplessità un buon numero degli alleati degli Stati occidentali nella zona. Prendendo ad argomento un pretesto ecumenico, il re waabita ha invitato Israele, a sua volta, a partecipare ad un "dialogo" delle religioni l’11 novembre 2008 a New York dopo le elezioni presidenziali statunitensi.
 
La debolezza militare ed economica degli Stati Uniti, il rinnovato vigore della Russia in occasione della guerra in Georgia nell’agosto 2008, l'attività cinese in Africa fanno temere agli strateghi occidentali il consolidamento del "Gruppo di Shangai" (Cina, Russia, Iran) diretto a modificare i rapporti di forza regionali, specialmente in Medio oriente, a discapito delle petromonarchie alleate del campo occidentale.
 
Benché antecedente all'emergenza dell'Iran come potenza nucleare virtuale, la grande concentrazione militare occidentale nel Golfo Persico arabo si presenta, tuttavia, nei media occidentali, come destinata a proteggere i principi del petrolio dall'avidità del regime islamico di Teheran. Pertanto, è forzoso fare affidamento sul fatto che l'unico intervento militare iraniano contro le petromonarchie si produsse nell'epoca in cui l'Iran era situato nel movimento occidentale, nel decennio del 1970, senza che la protezione statunitense fosse una grande assicurazione per i suoi protetti arabi che allora si videro spogliati di tre isole appartenenti all'emirato di Abu Dhabi. È certo che lo Sha dell'Iran, Mohamad Reza Palevi, fungeva in quell'epoca da gendarme del Golfo per conto degli Stati Uniti, e che i principi arabi potevano ubbidire solo, sotto costrizione statunitense, al "supergendarme" regionale che avevano assegnato loro. Col pretesto della guerra contro il terrorismo e la democratizzazione del Medio oriente, si palesano alcuni degli obiettivi dichiarati dalla diplomazia neoconservatrice statunitense: la presenza militare degli USA diretta, inoltre, a mantenere efficacemente questa zona energetica di importanza strategica sotto il controllo occidentale, mentre i prezzi del petrolio esplodono e la guerra per il controllo delle materie prime raddoppia la sua intensità tanto in Asia come in Africa, nel momento in cui la Cina opera un notevole avanzata nel fianco meridionale dell'Europa.
 
Segno del malessere che regna tra gli Stati Uniti ed il Golfo "petromonarchico", frutto del fallimento bancario statunitense e dall'inopportuna tutela degli USA verso le zone petrolifere, è che l'ex Sottosegretario Henry Kissinger non ha esitato a vendicarsi pubblicamente delle petromonarchie del Golfo proponendo, in pieno temporale finanziario mondiale, la costituzione di un cartello dei paesi industrializzati di fronte ai paesi produttori di petrolio al fine di controllare la salita dei prezzi del greggio… come se il G7 non avesse il controllo dei principali meccanismi dell'economia mondiale. Venticinque miliardi di dollari di capitalizzazione borsistica, cioè, il doppio del PIL statunitense, si sono volatilizzati da gennaio 2009 per via della crisi delle azioni tossiche dell'economia occidentale, una somma che eccede di molto le esigenza della comunità internazionale per soddisfare le necessità idriche mondiali, le necessità della ricerca scientifica per la scoperta di trattamenti per le malattie incurabili, per sradicare la fame e la sete nel mondo (3.000 milioni di dollari, per le epidemie e le pandemie) (9).
 
Considerata inopportuna in un momento nel quale il fallimento bancario statunitense aveva sorpassato il totale del debito pubblico dei cinquanta paesi dell'Africa, la dichiarazione di Kissinger che, d'altra parte, segnalava l'Iran come la maggiore minaccia dell'epoca contemporanea (10), ha suscitato un autentico coro di proteste nei paesi del Terzo Mondo, particolarmente fastidioso per il ruolo che si riservano gli Stati Uniti nella loro pretesa di dirigere il mondo e schiacciarlo per colpa dei suoi operatori finanziari e l'egoismo dei suoi politologi. Sopravvenuta a causa della messa in moto del processo di neutralizzazione a distanza della forza balistica iraniana con la firma del patto per lo spiegamento dello scudo antimissile in Polonia, Repubblica Ceca ed Israele ed approfittando del conflitto in Georgia dell’agosto 2008, la dichiarazione di Kissinger, apparsa il giorno della commemorazione del trentatreesimo anniversario della terza guerra arabo israeliana, come le reiterazioni di Bernard Kouchner, ministro francese degli Esteri, sull'inevitabilità di un intervento israeliano contro l'Iran, ha messo il Golfo Persico in uno stato di viva tensione e gli alleati statunitensi della zona sulla difensiva. Le petromonarchie che volarono in soccorso dell'economia statunitense subendo, senza lamentarsi, una perdita di 150.000 milioni di dollari nel terzo trimestre del 2008 a causa delle esposizioni economiche nei mercati occidentali, in seguito hanno riconsiderato la loro posizione ed hanno percepito nell’invito alla costituzione di un cartello anti OPEC una forma di ricatto mascherato ed hanno favorito, in risposta, le collocazioni del loro denaro nei mercati asiatici (11).
 
All'apogeo del loro potere e nel momento di maggiore forza della loro alleanza con l'Iran, gli Stati Uniti non ottennero mai che fossero restituite al legittimo proprietario arabo le tre isole chiamate Abu Moussa, Gran Tomba e Piccola Tomba. In una fase di potere relativo, sapranno almeno proteggere in modo sostenuto quelle relazioni regionali nel momento degli affanni in Iraq ed Afghanistan e si metteranno sulla difensiva mentre, parallelamente, l’Iran col suo dominio della tecnologia nucleare ed i successi militari dei suoi alleati regionali, Hezbollah in Libano, Moqtada Sadr in Iraq e Hamás in Palestina, si presenta come il contro altare perfetto della servitù monarchica, con una diffusione che si proietta molto oltre le zone arabe a forte minoranza sciita nelle regioni industriali petrolifere dell'Arabia Saudita, Barhein, Kuwait, Iraq e nella zona limitrofa di Israele nel sud del Libano, per estendersi all'insieme della sfera araba musulmana? Più concretamente, gli Stati Uniti sapranno proteggere le loro relazioni dalle turbolenze interne stimolate dalle ripetute stravaganze monarchiche che contrastano totalmente con le dure condizioni della realtà quotidiana della massa dei suoi concittadini e che incancreniscono inesorabilmente i fondamenti del loro potere?
 
V. Il pericolo di casa: le stravaganze monarchiche, una cancrena che scava le basi del potere delle petromonarchie.
 
Uno spettacolo a due volti si è offerto al mondo arabo nell'estate 2008, come nel 2006 durante la devastante guerra di Israele contro il Libano, sintomatico della separazione tra governanti e governati arabi. Mentre il capo di Hezbollah libanese, Hasan Nasrallah, si dedicava a liberare, in Luglio, il decano dei detenuti arabi in Israele, Samir Kantar, un druso pro palestinese detenuto da 29 anni, i principi sauditi facevano sfoggio di un lusso sfrenato nella baia di Cannes, nel sud della Francia, con i loro yacht immensi, le fughe notturne in compagnia di una corte di rumorosi accompagnatori di dubbio gusto, lontano dalle preoccupazioni quotidiane dei loro compatrioti. Il governatore del Dubai, da parte sua, abbandonò per due mesi il suo emirato al proprio destino per soddisfare nel Regno Unito la propria inclinazione per i concorsi ippici e gli sport equestri, mentre la sua stessa madre (del presidente della Federazione del Golfo), Sheija Fatima, di Abu Dhabi e diciassette delle sue cortigiane venivano fermate nel "Conrad Bruxelles" per abusi e maltrattamenti verso i loro domestici.
 
Ogni anno aggiunge la sua quota di scandali: 2005, anno dell'assassinio del Primo Ministro libanese Rafic Hariri e dell'arrivo al potere del Presidente iraniano Ahmadineyad, l'opinione pubblica occidentale ha assistito alla "Connection Saudita", il traffico internazionale di droga dalla Colombia alla Francia a bordo di una flotta privata della famiglia reale saudita. Nel 2006, anno della guerra israeliana contro il Libano, due scandali fecero notizia, lo scandalo Yamamah sulle faraoniche commissioni, dell'ordine di 1.800 milioni di euro, percepite dal principe Bandar Ben Sultán, figlio del ministro saudita della Difesa, in virtù della vendita di 150 aeroplani da combattimento inglese "Tornado" all'Arabia, e lo scandalo dell'assassinio in Australia, in circostanze misteriose, di un ex pretendente al trono del Dubai, un crimine coperto dall'immunità diplomatica e mai chiarito.
 
Nel 2007 le stravaganze del principe Abdel Aziz Ben Fahd, vinsero il figlio dell'antico re dell'Arabia ed avversario di Saadeddin Hariri, l'erede politico dell'ex Primo Ministro miliardario libanese-saudita che fu dichiarato "persona non gradita" in un grande palazzo parigino a causa del suo piacere dichiarato per la compagnia di “ragazze di facili costumi” (12). Nel 2008, la liberazione di Samir Kantar ed il riscatto di più di 200 carcerati libanesi e palestinesi coincise col risonante assassinio di una cantante libanese, il 29 Luglio 2008 a Dubai. Suzzane Tamine era considerata vicina, contemporaneamente, alle famiglie regnanti in Arabia Saudita e negli emirati. La sua morte implicava da vicino personalità di potere egiziane e mise in pericolo le relazioni tra Egitto ed i principi del petrolio. Sgozzata prima di essere assassinata, la tragica fine dell'artista libanese è paragonabile a quella della marocchina Hanane Zamrani che fu trovata uccisa nella piscina di un ricchissimo uomo d'affari degli Emirati, nel maggio del 2005.
 
Si notino anche le ripetute stravaganze a Parigi e Ginevra di Hanibal Gadafi, figlio minore del leader libico, nuova dinastia autocratica araba grazie alla sua cooptazione monarchica del potere. In uno sfondo di corruzione e nepotismo, di terra senza legge né giustizia, abuso di autorità ed eccessi del potere, le cancellerie occidentali fanno ben attenzione ad ammettere tali stravaganze, incancrenendo i fondamenti del potere delle petromonarchie e dando argomenti ai loro oppositori politici di cui costituiscono un contro esempio perfetto.
 
Dubai (12) ha appena ordinato, nell’agosto 2008, una vasta campagna anti corruzione con "priorità nazionale" ponendo sotto indagine otto dirigenti di aziende finanziarie ed immobiliari di prim’ordine assicurando che oramai non potranno nascondersi dietro l'impunità. Rispetto a ciò, la nascita in Arabia Saudita del movimento di "Al Qaeda" non sembra frutto della casualità, come la catena transnazionale araba "Aljazeera" in Qatar. Entrambe sono percepite come conseguenze della ribellione all'egemonia saudita sul piano interno arabo, la prima per l’aspetto politico militare e la seconda su di un piano mediatico. Da questa prospettiva, la presenza militare statunitense nel Golfo è diretta ad assicurare un'impunità ai principi del petrolio con l'effetto di accentuare la loro dipendenza personale rispetto agli Stati Uniti. Detto in un’altra forma, la concentrazione militare statunitense nel Golfo, la più grande al mondo fuori dagli Stati Uniti, costituisce realmente un ombrello? Non corre il rischio, al contrario, di servire da catalizzatore alla collera araba e di agire da detonatore per un violento straripamento dello scontento popolare in caso di eventuale confronto con l'Iran? Allo stato attuale della scienza medica, la cancrena si cura con l'amputazione. L'organismo delle petromonarchie saprà immunizzarsi da questo pericolo con un cambiamento drastico del suo modo di funzionamento o, per l'effetto di eccessive escrescenze generate dalle agevolazioni assistenziali, sarà sconfitto da questa patologia incurabile ed inesorabile?
 
Note 
(9) «Foire d’empoigne autour de la Méditerranée» Georges Corm, Le Monde Diplomatique, Julio 2008. 
(10) «25.000 milliards de dollars évanouis». Le Monde, 25 ottobre 2008. Fin dal principio dell’anno, le principali piazze borsistiche internazionali hanno perso quasi metà della loro capitalizzazione. Ciò significa che circa 25 miliardi di dollari sono scomparsi, quasi il doppio del PIL degli Stati Uniti. Alcune piazze sono quasi scomparse. La borsa di Reykjavik ha perso il 94% del suo valore, Mosca il 72% come la Borsa di Bucarest. L’Islanda, sull'orlo del fallimento, ha annunciato di aver firmato un accordo con il FMI per un prestito di 2100 milioni di dollari (1.700 milioni di euro). E l'elenco dei paesi in difficoltà prosegue: Ucraina, Pakistan, Argentina, Ungheria, e così via. Negli Stati Uniti e in Europa, l'inquinamento della "economia reale” comincia a prendere forma con un forte aumento della disoccupazione ed una riduzione del potere d'acquisto. Secondo uno studio da parte del broker Cazenove, i più esposti sono, in ordine: il comparto delle costruzioni, estrattivo, della grande distribuzione, assicurativo e bancario. I valori rifugio vengono ridotti quasi a nulla: i prodotti di consumo, spirituali ... Alla Borsa di Parigi vi è il peggiore fallimento della Renault, dove la quota è scesa del 77,12% dal 1 gennaio. Il piano di stock, iniezioni di fondi pubblici per salvare le banche si traducono in un aumento significativo nel debito pubblico e un massiccio ricorso al debito da parte degli Stati. Questo afflusso di obbligazioni del tesoro sui mercati finanziari rischia di provocare un forte aumento dei tassi di interesse a lungo termine, che svolgono un ruolo molto importante nel finanziamento dell'economia. "I mercati vedono tutto nero e immaginano il peggio in un modo che si autorealizza”, dicono gli economisti del Crédit Agricole. "La questione della fiducia è fondamentale, e nessuno sa attualmente quale elemento possa fungere da catalizzatore per portarla nuovamente ad una condizione di stabilità”. 
(10) «Scholar statesman award dinner. Henry Kissinger versus Robert Satlof october 6th 2008». Special forumreport Washington Institute for Near East Policy. Policy Watch nº 1411 del 10 e ottobre 2008. 
(11) «Lunedi nero nel Golfo: le borse delle petromonarchie registrano perdite per 150.000 milioni di dollari nel terzo trimestre del 2008», Al-Qods al-Arabi, 7 ottobre 2008. 
(12) «Ryad sur Seine, Mon patron est un Emir: De l’argent sans limites des distractions de grands enfants, des serviteurs corvéables jusqu’à l’épuisement. Trois ex salariés des Saoud racontent le quotidien des nababs à Paris» por Christophe Boltansky, Nouvel Observateur, 22-28 maggio 2008. 
(13) Dubai lancia una campagna anti-corruzione. Nel giornale internazionale arabo pubblicato a Londra Al Quds Al Arabi il 18 agosto, il quale precisa che i leader di otto imprese finanziarie e immobiliari di prim’ordine sono perseguiti a Dubai per atti legati a movimenti di denaro illeciti, in particolare quelli responsabili della banca islamica di Dubai e dei fondi di investimento 'Tamwil "dei promotori immobiliari del progetto “Ad Diar” e “Al Nakhee” il famoso porto sportivo strappato al mare e costruito a forma di albero di palma.
 
*René Naba, è un giornalista francese di origine libanese. Già responsabile del mondo arabo-musulmano nel servizio diplomatico dell'Agencia France Presse ed ex consigliere del Direttore Generale di RMC/Moyen-Orient, addetto all'informazione. Ha pubblicato i seguenti libri : Il était une fois la dépêche d’agence, Editions l’Armoise- 8, Rue des Lions Saint-Paul, 75004 Paris, settembre 2007. Aux origines de la tragédie arabe, Éditions Bachari 2006. Du bougnoule au sauvageon, voyage dans l’imaginaire français, L’Harmattan 2002. Rafic Hariri, un homme d’affaires, Premier ministre, L’ Harmattan 2000. Guerre des ondes, guerre de religion, la bataille hertzienne dans le ciel méditerranéen, L’Harmattan 1998.