www.resistenze.org - osservatorio - mondo - politica e societÓ - 27-05-16 - n. 591

Riflessioni sul nazionalismo arabo, la sinistra e l'islam

Intervista a Joseph Samaha (1949-2006), intellettuale e giornalista libanese.

Francisco Fernández | rebelion.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

12/03/2016

Nel Libano degli anni 1990 e 2000, Joseph Samaha era una figura influente. In occasione del nono anniversario della sua morte, As Safir ha pubblicato una intervista realizzata all'intellettuale libanese nel 2006. Anche se il contesto politico è cambiato da allora, non è inutile rileggere le proposte di un intellettuale della sinistra libanese preoccupato per la "questione nazionale" e attento al divenire dell'islam politico. Ex redattore capo del settimanale As Safir, nell'estate del 2006, in piena guerra israeliana contro il Libano, Samaha ha fondato il quotidiano Al Akhbar.

1967-1995, percorso politico

Da subito sono stato influenzato dal nasserismo, anche se tra il 1968 e il 1969 ho attraversato una depressione a causa della sconfitta araba contro Israele nel giugno del 1967. Tutto il mondo era sotto shock. E' un periodo che preferisco dimenticare. Ero giovane, avevo appena 20 anni. Dal 1969 cominciai a interessarmi in particolare ad un movimento che, sfortunatamente, ha influito poco nella sinistra araba. Lo rappresentavano due intellettuali siriani: Yassin Hafez e Elias Morqosi (1). Questi intellettuali cercarono di realizzare una lettura marxista di Nasser o, se si vuole, una lettura marxiana del nazionalismo arabo che si inscriveva in quel momento dentro altre tre grandi correnti. In primo luogo si trovavano i partiti comunisti tradizionali del mondo arabo, i filo-sovietici. In secondo luogo, le correnti nazionaliste arabe legate con il partito Baath. Infine, c'erano i movimenti di estrema sinistra, noti come le "nuove sinistre", particolarmente quelli che sorsero in appoggio alla resistenza palestinese: tutte le trasformazioni del Movimento dei Nazionalisti Arabi (MNA) (2), la nascita del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), il Fronte Democratico (FDLP) e l'Organizzazione di Azione Comunista del Libano (OACL).

Yassin Hafez e Elias Morqos sono le figure che esercitarono maggiore influenza su questi movimenti. Attorno a loro orbitarono piccoli gruppi in Iraq e in Siria all'interno di una tendenza politica che, purtroppo, non è riuscita ad espandersi: il Partito Rivoluzionario dei Lavoratori. Ho militato in questa formazione fino al 1972. In quel momento il Libano si trovava in piena ebollizione sociale: c'erano mobilitazioni operaie, contadine, studentesche, ecc. Dopo, nel 1972, sono passato a far parte della OACL che girava intorno alle nuove sinistre radicali e al nazionalismo arabo. Fino al 1980 ero nella direzione dell'organizzazione, anche se mantenevo una posizione critica rispetto la strategia e la tattica. Per questa ragione, nel 1980, dopo una serie di articoli in cui criticavo non solo l'organizzazione ma anche Walid Joumblatt (3) e la strategia generale del movimento nazionale libanese, fui espulso definitivamente dalla OACL. Mi sono sempre sentito di sinistra, ma ho sempre tentato di fare delle critiche in relazione alla pratica politica della sinistra libanese. In un determinato momento, Walid Joumblatt suggerì di scrivere insieme un programma per un nuovo Partito Socialista distinto dal Partito Socialista Progressista (PSP), un partito più ampio, ma non se ne fece nulla. Tuttavia, i disaccordi politici con l'uno e con l'altro mai hanno compromesso le mie relazioni personali con essi: ho continuato a lavorare con Fawaz Traboulsi (4) e ho continuato a discutere con Walid Joumblatt.

Nel 1982 Israele invade il sud del Libano. Per altri due anni ho vissuto a Beirut, ma dopo ho passato una stagione in Francia. Per me è stata una esperienza molto importante sul piano intellettuale come in quello politico: lanciai, insieme ad altre persone, un seminario che in un certo senso era vicino alla OACL. Il cosiddetto "Il settimo giorno" (al-Yom al-sabi') (5). Quest'epoca fu dura perché, allo stesso tempo che si produceva l'occupazione israeliana del sud del Libano, ebbe luogo la guerra tra palestinesi e il Movimento Amal. Di fatto, il nostro giornale criticò duramente la politica siriana in Libano. Per questa ragione non potevo ritornare a Beirut. Così per undici anni sono rimasto a Parigi fino a quando nel 1995 sono potuto rientrare in Libano. Se sono potuto ritornare è stato perché la Siria aveva ritirato il veto che mi aveva imposto. Allora emergeva un nuovo contesto: gli Accordi di Oslo. Ho mantenuto una posizione molto critica rispetto agli accordi, cosa che aiutò al ritiro del veto. Inoltre, scrissi vari opuscoli sul conflitto israelo-palestinese, sul "sistema Rafiq Hariri" (6) e la ricostruzione "post-Taif" (7), rispetto ai quali sono sempre stato critico.

L'islam politico e il senso della storia

Mai sono tornato a far parte di un partito politico: la posizione che ho scelto è quella di un uomo di sinistra indipendente che cerca, attraverso il giornalismo, dell'editoriale e del posizionamento pubblico, di sviluppare idee e alternative politiche che a mio modo di vedere sono di sinistra, ma che sono strettamente legate alla questione nazionale nel senso che la sinistra deve considerare quello che prevale in questa regione: l'ingegneria straniera e il dovere di opporsi ad essa. Per questo la sinistra tanto più si disinteressa di questo campo di battaglia, tanto più abbandona la questione nazionale – e altre – lasciando libero questo spazio in modo che gli islamisti lo occupano e guadagnano capacità di influenza.

Pensiamo a due organizzazioni islamiste che si sono trasformate, con il passare degli anni, in riferimento non solo dell'islam politico, ma anche alla resistenza a Israele. Considerandomi un militante di sinistra legato alla questione nazionale, penso che entrambi le organizzazioni lavorano, politicamente, in una buona direzione. Hezbollah più che Hamas; ma, in qualsiasi caso, sia Hezbollah che Hamas. Possiamo non esser d'accordo con la loro ideologia religiosa e possiamo disapprovare certi aspetti della loro strategia, della loro tattica e, anche, gli slogan che portano. Ciò nonostante, se osserviamo onestamente la situazione, se guardiamo in che stato si trova il mondo arabo, dobbiamo riconoscere che gli arabi hanno grandi aspettative rispetto alla questione nazionale e patriottica. E, dopo la sconfitta del nazionalismo arabo, molti di noi hanno creduto ad un certo punto che la sinistra potesse colmare questo vuoto. Tuttavia, questo non è avvenuto. Sono stati gli islamisti che, poco a poco, hanno occupato questo spazio, con tutte le trasformazioni che hanno sperimentato – soprattutto nel decennio degli anni '90 – e uno scenario profondamente trasformato: fine dell'Unione Sovietica, fine della guerra dell'Afghanistan e imperialismo statunitense.

Spesso gli islamisti hanno ereditato quadri politici che provenivano sia dai movimenti di sinistra come dal nazionalismo arabo. Penso, ad esempio, a Mounir Chafiq (8), un intellettuale palestinese di Fatah che passò all'islam politico, e mi domando: si tratta di un caso di "entrismo" o realmente è convinto di quello che sta dicendo? In ogni caso, ciò che mi importa è che è riuscito, insieme ad altri, ad assicurare la continuazione di un discorso nazionalista tenendo conto tutti i cambiamenti che ha sperimentato Hamas, negli anni '90, in Palestina; e lo stesso si può dire del caso di Hezbollah nel Libano. Ho l'impressione che sia la corrente islamista che si sia fatta carico del discorso della liberazione nazionale, ossia, sono loro che possono mobilitare realmente la popolazione araba. Per il momento nessun'altra corrente è riuscita in qualcosa di simile: né la sinistra, né i democratici, né i liberali. Inoltre, nel caso del Libano e della Palestina, gli islamisti si sono avvantaggiati di un certo quadro democratico, plurale, negoziato con altre tendenza politiche; credo che questo abbia giocato in loro favore e che abbia segnato, rispettivamente, la loro evoluzione. Ogni volta che si presentava l'occasione, da Nasser a un autocrate come Saddam Hussein, gli arabi hanno espresso ciò che veramente desideravano: una politica che desse una risposta alle minacce che attraversavano, all'egemonia nordamericana e alla sua politica ogni volta sempre più espansiva. Pensiamo, ad esempio, al caso della Palestina.

Nazionalismo arabo, sinistra e islam politico

Nel 2006, quando Hamas ha vinto le elezioni legislative, ho avuto sentimenti contrastanti. Da una parte ho avuto un po' di paura, ma, in fondo, ero soddisfatto rispetto al fatto che Hamas avesse vinto. Perché? Perché bastava vedere quello che Mahmoud Abbas e la direzione del Fatah avevano fatto con l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP): storicamente, una catastrofe. Dal punto di vista della questione nazionale, Hamas ha sconfitto al Fatah e, inoltre, ha sostenuto un discorso nazionalista di fronte alle rinunce dell'ANP. Il caso del Libano è differente: il discorso della sinistra è stato totalmente eliminato a causa dell'egemonia di Hezbollah. Tuttavia, allo stesso tempo, Hezbollah è riuscito a integrare anche idee di altre correnti politiche. Questa è la sua grande forza. Conosco bene Hezbollah; conosco bene i suoi quadri e i suoi dirigenti. Ogni volta che discuto con loro ho l'impressione di trovarmi di fronte dei veri nazionalisti. E, paradossalmente, se lo comparo con il passato, a volte penso che la materia prima di cui è fatto questo movimento – i suoi quadri, i suoi dirigenti – potrebbe esser, in un altro momento, quella di un movimento patriottico e progressista.

E' importante comprendere le differenze e le sfumature che ci sono dentro il movimento islamista. I Fratelli Musulmani del Kuwait non hanno nulla a che vedere con i Fratelli Musulmani di Iraq, d'Egitto, del Sudan o di Algeria. Non c'è un solo islam politico. L'islam politico che interessa a me è quello che serve i discorsi nazionalisti utilizzati in altro momento dal nazionalismo arabo e la sinistra. In fondo, ciò che si esprime attraverso l'islam politico – l'ideologia adesso dominante, egemonica – è il nazionalismo arabo. Bisogna rendersi conto delle contraddizioni: può esser un discorso retrogrado, e c'è anche chi lo considera reazionario, ma in fondo è progressista e va in una direzione che non posso disapprovare. Detto questo, non mi piacciono i compromessi ideologici. Quello che voglio dire è che considero che certe tendenze islamiste portano un discorso di liberazione nazionale. Ciò nonostante, non credo che sia possibile fare una miscela tra il nazionalismo arabo, la sinistra e l'islam politico. Non mi piacciono questi compromessi ideologici. Posso esser io stesso, posso esser nazionalista arabo e di sinistra e, allo stesso tempo, parlare di un partito politico come Hamas: in questo caso quello che cerco di fare è rilevare il positivo e il negativo dell'esperienza politica di questo partito. Tuttavia, in nessun caso lo faccio per elaborare una miscela ideologica. La mia preoccupazione è doppia: araba e anti-imperialista. In questo senso ho anche un po' di paura dei riferimenti puramente islamici, che non conducono a nulla. Non credo nella solidarietà islamica.

Ad esempio, pensiamo all'epoca di Nasser: il criterio di alleanza era anti-imperialista, non di cultura o religione. Ci posizionavamo con l'India quando questa si scontrò col Pakistan, e con la Grecia contro la Turchia. Tutto semplicemente perché la Turchia e il Pakistan erano chiaramente nel campo imperialista. Il criterio consiste nel dire "per noi, arabi, quali sono i nostri interessi nazionali?" invece che "per noi, i musulmani…". Molti paesi arabi furono alleati dell'Unione Sovietica perché erano arabi, anche se l'Unione Sovietica rappresentava un modello di società lontano dalle nostre aspirazioni. Non comprendo gli arabi che sono stati in Afghanistan per lottare contro i sovietici: non avevano nulla da far lì. Lo sceicco Abdallah Al-Azzami (9) era vicino ad Israele e andò a lottare in Pakistan e Afghanistan. Una cosa è dire "io difendo i partiti islamisti che lottano per la causa nazionale araba" e altra molto differente è affermare "io sono a favore dei partiti islamisti perché sono musulmani".

Vedo le cose in modo molto pragmatico e realista. Nel contesto attuale, siamo in una fase storica dove l'islam domina e va a dominare la vita politica e culturale. E' un fatto che durerà molti anni. L'islam politico si trova ancora nella sua tappa ascendente. Ci troviamo all'inizio. Yassin Hafez diceva: "mai potrete smetter di considerare l'islam, gli arabi non potranno mai rinunciare all'islam". E aveva ragione.

La crisi intellettuale del mondo arabo

Non credo in una profonda rivoluzione intellettuale dentro l'islam semplicemente perché, in questi momenti, non credo in una profonda rivoluzione intellettuale nel mondo arabo. La crisi intellettuale ci colpisce tutti. Dal punto di vista intellettuale, sono pessimista. Si è prodotto un processo di decadenza. Questo è avvenuto anche nell'islam politico: penso sinceramente che Djaml Al-Din Al-Afghani era molto migliore che Mohammed Abdouh (10); che Mohammed Abdouh era molto migliore che Rachid Rida e Hassan Al-Banna (11); che questi, a loro volta, erano migliori di Sayyid Qutb. E così arriviamo a Ayman Al-Zawahiri e a Abou Moussab Al-Zarkaoui (12)! La crisi che vive l'islam è la crisi del pensiero in un piano più profondo. Non è una crisi riservata unicamente agli islamisti. E' strutturale. Per esempio, i liberali arabi non hanno nulla a che vedere con i liberali egiziani del passato: sia per la corrente liberale – da Taha Hussein a Ayman Nour (13) - come per gli islamisti – da Al-Afghani a Al-Zawahiri -, si è prodotto un processo di deterioramento. Lo stesso è avvenuto nella sinistra e tra i nazionalisti arabi: c'è una profonda crisi in tutte queste correnti.

Non dico che tutto sia completamente negativo. Si stanno producendo cose interessanti in alcuni settori dei Fratelli Musulmani. Stanno facendo un lavoro su se stessi. Nel caso di Hezbollah questo è chiaramente evidente. Nel pensiero sciita in generale; vi sono scritti di Hussein Fadlallah (14) interessanti. Ci possono essere, sulla scia dei Fratelli Musulmani, persone come lo sceicco egiziano Youssef Al-Qardawi: si può vedere come una persona integralista, profondamente retrograda, ma, da altro punto di vista, risulta avanzato rispetto altre correnti religiose che si trovano ad anni luce. Dentro i Fratelli Musulmani siriani le cose sono cambiate un poco durante quest'ultimi anni: gli ultimi due o tre documenti che hanno elaborato sono abbastanza moderni. Lo sceicco Rachid Gannouchi (15), il leader del movimento Ennahda, a Tunisi, cerca di far qualcosa di interessante in termini di innovazione intellettuale, di dialogo con i laici. Rachid Gannouchi fu baatista nel passato: conosce la Siria, mostra una certa sensibilità verso la questione araba e ha una visione islamica non ristretta. Mounir Chafiq cerca di sviluppare un punto di vista interessante, uguale che Fahmi Howeid (16).

Ma tutto questo è molto disperso. La regione si trova in uno stato di tensione. Nello stato attuale delle cose non so se è possibile fare questa rivoluzione culturale necessaria all'interno dell'islam. In questo sono assolutamente marxista.

Quale "comunità politica"?

Se devo scegliere una etichetta, a mio modo sono nasseriano. E di sinistra. Ho scritto molti articoli nei quali esprimo il mio punto di vista rispetto all'esperienza di Nasser e sempre dico che, dentro le grandi correnti di pensiero del mondo arabo – tenendo in conto gli islamisti, i liberali, i marxisti e la corrente nazionalista (specialmente il Baath) -, Nasser, per il suo pragmatismo e esperienza, è l'unico che ha saputo porre buone domande. Il nasserismo non è necessariamente un pensiero, come il baatismo o il marxismo, ma una esperienza pratica, anche effettiva, che nella sua epoca ha trasformato profondamente il mondo arabo. Ha modificato il modo come gli arabi percepivano l'Occidente; ha conseguito risultati più o meno buoni – senza dimenticare ciò che è avvenuto dopo di lui in Egitto –, ma, in ogni caso, se pensiamo alle grandi correnti di pensiero della storia contemporanea del mondo arabo, il nasserismo è quello che più cerca di mettere in pratica un progetto politico in termini di indipendenza e contenuto sociale. Quando dico che sono nasseriano, è il mio modo di dire che non sono baatista: se non ci rendiamo conto della differenza tra Nasser e il Baath mai comprenderemo ciò che fu l'esperienza di Nasser nel mondo arabo.

A partire dall'esperienza del nasserismo, è possibile pensare adesso ai problemi che ci preoccupano? Per esempio, rispetto a un grande movimento di liberazione nazionale nel mondo arabo? Nasser fu, in certa misura, la combinazione di tre cose: l'acquisto di armi dalla Cecoslovacchia (1955), la nazionalizzazione della compagnia del Canale di Suez (1956) e la costruzione della diga di Asuán che iniziò a funzionare negli anni '60. Fu una esperienza possibile dentro un certo ordine mondiale; differente rispetto all'attuale correlazione di forze. L'idea di un ruolo importante dello Stato nell'economia, l'attenzione che prestò allo sviluppo degli interessi delle classi popolari… tutto questo era fuori il campo di visione degli islamisti, liberali, democratici, e anche era fuori dalla stessa sinistra. La democrazia, i diritti umani, i problemi inerenti lo sviluppo, la questione dello Stato… erano fuori il programma della sinistra. Tutte queste correnti, vedeva il mondo in un modo unipolare, omogeneo e concepivano la globalizzazione unicamente come liberale, economicamente parlando. Quale potrebbe esser il contenuto sociale di un programma di liberazione nazionale arabo nell'attualità? Non lo so, ma la correlazione di forze è molto diversa rispetto ad allora.

Non è causale la deriva, nel mondo arabo, rispetto alla questione culturale. Quando parlo di arabi parlo in termini politici, come comunità politica. Tuttavia, ora si tratta di un quadro culturale, come l'islam. Tutte le correnti politiche arabe sono incapaci di dare un contenuto politico, economico e sociale ai loro programmi. Per questo viviamo un periodo di ripiego identitario sia come arabi e sia come musulmani. Siamo arabi o siamo musulmani, ma mai in un senso politico, strategico e economico. Nemmeno in termini culturali. Nel mondo arabo, da Tunisi fino al Libano, non c'è altra cosa in comune che la cultura. Abbiamo, in verità, gli stessi scrittori, le stesse pellicole, le stesse sensibilità culturali grazie ai nuovi mezzi di comunicazione – specialmente la televisione. Ma basta qui. La cultura, l'identità e la religione sono i grandi temi che adesso sono presenti.

Note:

1) Yassin Hafez è nato nel 1930, nella città di Deir al-Zor (Siria) ed è morto nel 1978. Elias Morqos è nato nel 1927, nella città di Latakia (Siria) ed è morto nel 1991.

2) Ispirato nelle idee del professore Constantin Zureik, il MNA fu fondato dal palestinese Georges Habache agli inizi degli anni '60.

3) Walid Joumblatt è il leader del Partito Socialista Progressista (PSP), di maggioranza drusa

4) Fawaz Traboulsi è uno dei leader storici della OACL. Attualmente è professore dell'Università Americana Libanese e collabora con la rivista Bidayat

5) Lo storico Samir Kassir, assassinato a Beirut nel giugno del 2005, è stato un collaboratore abituale di questo settimanale

6) Rafiq Hariri fu in varie occasioni primo ministro del Libano prima di esser assassinato nel febbraio 2005.

7) Gli accordi di Taif posero fine alla guerra civile libanese. Si firmarono in Arabia Saudita nell'ottobre del 1989.

8) Mounir Chafiq fu membro del Fatah, promotore di una delle tendenze interne e responsabile del comitato di pianificazione della OLP durante il decennio degli anni '80. Si avvicinò all'islam politico dopo la rivoluzione iraniana del 1979.

9) Abdallah Al-Azzah è uno sceicco palestinese che fondò, nell'ottobre del 1984, l'Ufficio dei Servizi (Maktab al-Khaddamat) a Peshawar (Pakistan) destinata ad aiutare i combattenti stranieri che appoggiarono i muyahidines afghani. Durante un breve periodo di tempo, durante gli anni del 1960, fu membro del Fatah. Fu assassinato nel 1989.

10) Jamal Al-Din Al-Afghani (1838-1897) è uno dei fondatori del panislamismo. Mohammed Abdouh (1849-1905) è un riformista musulmano egiziano.

11) Discepolo di Mohammed Abdouh, Mohammed Rachid Rida (1865-1935) è un riformista musulmano di origine siriana. Hassan Al-Banna (1906-1949) è il fondatore dei Fratelli Musulmani in Egitto.

12) Sayyid Qutb (1906-1966) è considerato come il padre ideologico dell'islamismo radicale. Ayman Al-Zawahiri, di origine egiziana, è uno dei principali dirigenti di Al-Qaeda attualmente. Abou Moussab Al-Zarkaoui, assassinato nel 2006, è stato il responsabile di Al-Qaeda in Iraq.

13) Taha Hussein (1889-1973) è uno scrittore e intellettuale egiziano. E' considerato come il padre del modernismo arabo. Ayman Nour è un politico egiziano, responsabile del partito Al-Ghad.

14) Mohammed Hussein Fadlallah (1935-2010) studiò teologia a Najaf (Iraq). E' stato una delle principali figure religiose della comunità sciita libanese.

15) Rachid Gannouchi fondò, a principi degli anni '80, il Movimento della Tendenza Islamica (MTI), a Tunisi, che dopo passò a denominarsi Ennahda. Da allora, e dopo la caduta del regime di Ben Ali nel gennaio 2011, è il principale dirigente e teorico del partito.

16) Fahmi Howeidi è un intellettuale e giornalista egiziano che per molti anni ha scritto per il periodico Al-Ahram.

Originale:http://orientxxi.info/magazine/reflexions-sur-le-nationalisme-arabe-la-gauche-et-l-islam,1226


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