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Convegno - Napoli, 21-23 novembre 2003: I problemi della transizione al socialismo in URSS


La collettivizzazione dell’agricoltura in URSS: una vittoria decisiva dell’economia socialista


di Adriana Chiaia


Premessa


«Lasciandoci, il compagno Lenin ci ha comandato di rinsaldare con tutte le forze l’alleanza degli operai e dei contadini. Ti giuriamo, compagno Lenin, che non risparmieremo le nostre forze per adempiere con onore anche questo tuo comandamento!»1

Questo solenne giuramento fa parte del discorso pronunciato da Giuseppe Stalin al II Congresso dei Soviet dell’URSS, il 26 gennaio 1924, pochi giorni dopo la morte di Lenin (21 gennaio). In questo e negli altri punti del giuramento Stalin ribadiva l’impegno del partito bolscevico a proseguire l’opera di Lenin nella costruzione del socialismo. Il tono enfatico risentiva della commozione del tragico momento. Che non si trattasse di vuota retorica fu dimostrato dalla difesa pertinace della linea marxista e leninista che Stalin condusse per tutta la vita, guidando il partito bolscevico nei frangenti più difficili e nelle scelte decisive che, malgrado tutte le difficoltà esterne ed interne, ne caratterizzarono la linea politica e la sua attuazione pratica.

Stalin motivava così questo punto del suo giuramento:
“La dittatura del proletariato è stata creata nel nostro paese sulla base dell’alleanza degli operai e dei contadini. Questa è la base prima ed essenziale della Repubblica dei Soviet. Senza questa alleanza, gli operai e i contadini non avrebbero potuto vincere i capitalisti e i proprietari terrieri. (...) Ciò è dimostrato da tutta la storia della guerra civile nel nostro paese. Ma la lotta per il rafforzamento della Repubblica dei Soviet è ben lontana dall’essere terminata: essa ha soltanto assunto un’altra forma. (...) Adesso l’alleanza degli operai e dei contadini deve assumere la forma di una collaborazione economica fra la città e la campagna, fra gli operai e i contadini (...) poiché ha per scopo di far sì che contadini e operai si riforniscano reciprocamente di tutto il necessario. Voi sapete che nessuno ha perseguito con tanta tenacia questo compito come il compagno Lenin”.2

Queste affermazioni racchiudevano la volontà di proseguire nella politica della NEP (nuova politica economica) adottata da Lenin, cogliendone il significato essenziale di “ritirata”, obbligata ed inevitabile, ma limitata nel tempo e finalizzata ad accumulare le forze, a creare una base economica per la ripresa dell’economia socialista.

Nel 1921, come è noto, la situazione dell’URSS, uscita da una guerra civile di tre anni che aveva ritardato la ricostruzione delle sue forze produttive, era disastrosa. A ciò si era aggiunta una terribile carestia, causata dal cattivo raccolto del 1920, dalla mancanza di foraggio e dalla moria del bestiame, che avevano portato i contadini alla rovina e alla fame e ulteriormente compromesso i trasporti e l’approvvigionamento delle città. Molte fabbriche furono chiuse e molte altre dovettero sospendere la produzione per lunghi periodi per mancanza di combustibile e di rifornimento delle derrate alimentari destinate agli operai.
Divenne improrogabile, come non si stancò di ripetere Lenin, adottare quella forma di transizione chiamata NEP.

Non è mio compito – spero che altri lo facciano – parlare del capitalismo di Stato e di tutte le misure che questa scelta comportava, come le concessioni ai capitalisti stranieri, il sistema cooperativo per governare la piccola produzione e gli scambi commerciali.
Mi limiterò ad accennare ad una di queste misure, la principale riguardante l’alleanza degli operai e dei contadini, che sia Lenin che Stalin consideravano un pilastro del potere bolscevico, e cioè all’imposta in natura.

Essa consisteva in una parte dei raccolti (soprattutto nelle zone cerealicole) che i contadini avrebbero dovuto fornire allo Stato e che differiva dai prelevamenti del comunismo di guerra sia nella quantità (ne costituiva circa la metà), sia nella fissazione preventiva e certa del suo ammontare.
Il contadino poteva vendere la parte eccedente del raccolto sul libero mercato, scambiandola con prodotti industriali. In tal modo si sarebbero sollevate l’economia agricola e la produzione della piccola industria, che non aveva le stesse difficoltà di ripresa della grande industria.
Lenin non ha mai nascosto che la libertà di commercio (anche se soltanto locale) avrebbe comportato il risorgere della piccola borghesia e lo sviluppo del capitalismo. E’ pericoloso tutto ciò? Si chiedeva Lenin e rispondeva:
“Sì, ciò significa sviluppare il capitalismo, ma questo sviluppo non è pericoloso perché il potere resta nelle mani degli operai e dei contadini e poiché non viene restaurata la proprietà dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti”.3

In tutti i suoi scritti, rapporti e discorsi, in tutta la paziente opera di convinzione verso i suoi compagni di partito, i dirigenti dei soviet e delle organizzazioni locali nonché dei rappresentanti dei partiti comunisti nell’IC, Lenin ribadisce il significato dell’imposta in natura nel quadro della NEP che qualifica come una ritirata, da compiersi tuttavia in buon ordine, sottoponendosi ad una ferrea disciplina.
In particolare l’imposta in natura era una misura temporanea, volta alla finalità della ripresa della transizione socialista, nella prospettiva strategica del comunismo:
“L’imposta in natura è una delle forme transitorie da un particolare ‘comunismo di guerra’, che era necessario a causa dell’estremo bisogno, della rovina e della guerra, al giusto scambio socialista dei prodotti. E quest’ultimo, a sua volta, è una delle forme di passaggio dal socialismo, con le particolarità dovute alla preponderanza nella popolazione dei piccoli contadini, al comunismo”.4

Inoltre, durante la NEP, l’estremo sforzo per sviluppare la grande industria non venne mai meno, grazie all’abnegazione della classe operaia e dei dirigenti bolscevichi. Al IX Congresso dei Soviet di tutta la Russia, nel dicembre 1921, Lenin, dopo aver reso conto dei primi risultati dell’applicazione dell’imposta in natura, riferì in modo particolareggiato e preciso sullo stato del piano nazionale dello sviluppo dell’industria. A cominciare dai combustibili, che Lenin chiamava “il pane dell’industria”, egli passò in rassegna la carenze e i progressi del piano di produzione dei combustibili: dalla legna, al carbone, al petrolio, alla torba. Espose i piani di costruzione di nuove centrali elettriche, grandi e piccole, queste ultime adatte ad alimentare la piccola industria. Ricordò che al piano generale di elettrificazione del paese lavoravano tecnici e ingegneri stranieri capitalisti. A proposito della collaborazione dei capitalisti, con la consueta franchezza, affermò:
“Dobbiamo costringerli, dobbiamo fare in modo che lavorino con le loro mani per noi, e non in modo che i comunisti responsabili siano alla testa, abbiano i gradi e nello stesso tempo seguano la corrente a fianco della borghesia. La sostanza è tutta qui”.5

Lenin esortava ad imparare dai capitalisti ad amministrare e a commerciare, ma a dirigere e non essere diretti. Ciò era possibile giacché il potere restava saldamente nelle mani degli operai e dei contadini. E senza trascurare di punire la minima infrazione alle leggi sovietiche: i tribunali popolari c’erano per questo.
Nel suo rapporto all’XI Congresso del PC(b) della Russia (27 marzo 1922) Lenin dichiara e ribadisce:
“Per un anno ci siamo ritirati. Ora a nome del partito dobbiamo dire: basta. Lo scopo perseguito con la ritirata è stato raggiunto. Questo periodo sta per finire o è già finito. Ora si pone un altro obiettivo: raggruppare le forze in un altro modo”.6

Con l’abituale vis polemica attacca duramente coloro che avevano tentato di trasformare la ritirata in rotta (costoro hanno sbagliato porta), nonché i menscevichi, i socialisti rivoluzionari russi all’estero e i dirigenti della II Internazionale e dell’Internazionale due e mezzo che sentenziano:
“ ‘La rivoluzione si è spinta troppo avanti. Noi abbiamo sempre detto ciò che tu dici ora. Permetteteci di ripeterlo ancora una volta’. E noi rispondiamo: ‘Permetteteci di mettervi per questo al muro’ ”.7

Non si trattava evidentemente, come sosteneva Bauer, di una marcia indietro verso il capitalismo, bisognava andare avanti con la NEP per alcuni anni, ma con più competenza (studiare era la parola d’ordine) e capacità di direzione ed esecuzione.
“Noi siamo giunti alla conclusione che nella presente situazione l’essenziale siano gli uomini, l’essenziale è la scelta degli uomini”.8
E ancora nel discorso ai Soviet di Mosca (20 novembre 1922):
“Permettetemi di concludere esprimendo la certezza che, per quanto difficile si presenti questo compito, per quanto nuovo sia in confronto al vecchio e nonostante le grandi difficoltà che farà sorgere, noi tutti insieme, non domani, ma nel corso di alcuni anni, lo adempiremo a qualunque costo, per far sì che la Russia della NEP si trasformi nella Russia socialista (corsivo mio)”.9

Fu questo il mandato che fu trasmesso da Lenin al partito e ai soviet. Stalin, alla morte di Lenin, si accinse ad adempiere questo compito con tutte le sue forze.


Al bivio: economia capitalista o economia socialista?

Nel biennio 1924-1925 il bilancio della ricostruzione era positivo. La produzione dell’agricoltura si avvicinava al livello dell’anteguerra, raggiungendone complessivamente l’87%. La grande industria aveva dato nel 1925 circa i ¾ della produzione industriale dell’anteguerra. Il piano di elettrificazione si stava realizzando con successo.
Si imponeva quindi la scelta decisiva sulla direzione che avrebbe preso lo sviluppo economico dell’Unione Sovietica. Verso il socialismo o verso un altro tipo di economia? Era possibile costruire un’economia socialista mentre la rivoluzione tardava nei paesi capitalisti, mentre non era cessato l’accerchiamento dei paesi imperialisti e perdurava il pericolo di nuove provocazioni ed interventi armati? Si presentava quindi con forza il problema della possibilità della costruzione del socialismo in un solo paese ed in particolare in un paese arretrato come l’URSS.

Fu la questione basilare che dovette affrontare la XIV Conferenza del partito (aprile 1925) e che contrappose, in uno scontro senza mediazioni e destinato ad inasprirsi ulteriormente nel tempo, la maggioranza del partito sotto la direzione del CC e di Stalin, all’opposizione di Trotski (con la nota teoria della “rivoluzione permanente”) e dei bukhariniani con le loro posizioni di destra (teoria dell’integrazione pacifica dei capitalisti nel socialismo).
La risoluzione della XIV Conferenza condannò tutte le teorie dell’opposizione e confermò l’orientamento del partito verso la costruzione del socialismo in URSS.
Il nodo principale intorno a “quale economia?” si ripresentò al XIV Congresso del partito (dicembre 1925).
Nel suo ultimo discorso pubblico, al Soviet di Mosca (21 novembre 1922) Lenin aveva detto:
“Il socialismo ormai non è più un problema del lontano futuro (...). Abbiamo portato il socialismo sul terreno della vita quotidiana e qui ci dobbiamo districare”.10

Per “districarsi” in un cammino ancora inesplorato nella storia dell’umanità, in un paese ancora arretrato in cui i 2/3 della produzione erano dati dall’agricoltura e 1/3 dall’industria, si imponeva una scelta decisiva. Due le alternative: o l’URSS era destinata a rimanere un paese agricolo produttore di materie prime e derrate alimentari da esportare all’estero per importare le macchine che non era in grado di produrre, cioè era destinata a trasformarsi in un paese dipendente dai paesi capitalisti avanzati (ed era la linea dei zinovievisti) o doveva trasformarsi da paese agrario a paese industriale, capace di produrre con le proprie forze i macchinari di cui avevano bisogno l’industria e l’agricoltura. Questa seconda linea prevalse.

A chi, come Trotski, sosteneva la tesi dell’impossibilità della costruzione del socialismo in URSS senza l’aiuto del proletariato internazionale che avesse preso il potere in almeno alcuni Stati capitalisti, è lecito porre le domande: sul piano della prospettiva della vittoria della rivoluzione mondiale avrebbe contribuito maggiormente alla causa dell’internazionalismo proletario un paese che, malgrado la conquista del potere e l’instaurazione della dittatura del proletariato, fosse ridotto ad essere un’appendice impotente del mondo capitalista o un paese che, malgrado non potesse contare sull’aiuto immediato del proletariato internazionale, cercava – contando sulle proprie forze – di costruire un’economia socialista? Ed inoltre, quale delle due scelte avrebbe reso l’URSS più forte o più debole e disarmata di fronte all’accerchiamento imperialista?

Il XIV Congresso sancì quindi il passaggio dalla fase della ricostruzione allo sviluppo dell’industria socialista e la sconfitta della “nuova opposizione”.
Il XIV Congresso adottò anche il nuovo statuto del partito che prese il nome di Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS, PC(b) dell’URSS.


La necessità di un’economia collettiva

 



Produzione globale
di grano


Grano mercantile
esclusa la quantità
venduta nella campagna
 




% di grano mercantile

Milioni
di pud*

%

Milioni
di pud*

%

Prima della guerra

 

 

 

 

 

1. Grandi proprietari terrieri
2. Kulaki
3. Contadini poveri e medi

600
1.900
2.500

12
38
50

281,6
650,0
369,0

21,6
50,0
28,4

47,0
34,0
14,7

Totale

5.000

100

1.300,6

100

26,0

Nel 1926-27

 

 

 

 

 

1. Sovcos e kolcos
2. Kulaki
3. Contadini poveri e medi

80,0
617,0
4.052,0

1,7
13,0
85,3

37,8
126,0
466,2

6,0
20,0
74,0

47,2
20,0
11,2

Totale

4.749,0

100

630,0

100

13,3

* misura russa equivalente a 16,38 kg.

Tratta da un fondamentale scritto di Stalin “Sul fronte del grano”11, la tabella che riproduciamo qui sopra illustra molto chiaramente la struttura della produzione del grano, nel periodo dell’anteguerra e nel periodo seguente alla rivoluzione d’Ottobre (1926-27).
Che cosa dimostra questa tabella?
Dimostra che, in conseguenza dell’abolizione della proprietà fondiaria (decreto sulla terra, approvato dal II Congresso dei Soviet di tutta la Russia il 26 ottobre 1917), dell’abolizione degli onerosi affitti imposti dai proprietari terrieri ai contadini, del ridimensionamento del potere dei kulaki ed infine per le condizioni più favorevoli di scambio dei loro prodotti con quelli industriali in regime di NEP, i contadini medi e poveri avevano migliorato il loro livello di vita ed erano diventati i maggiori produttori di grano. Questo progresso era la base del rafforzamento dell’alleanza del potere proletario con la gran massa dei contadini.

Tuttavia, come risulta dal confronto dei dati della tabella, sia le aziende dei grandi proprietari terrieri, sia i sovcos e i kolcos, disponendo di mezzi meccanizzati per la coltivazione della terra, di concimi e di sementi selezionate, per la loro alta produttività furono in grado di fornire le più alte percentuali del grano mercantile, mentre i contadini medi e piccoli nel biennio 1926-27 ne fornirono soltanto l’11,2% del totale. Complessivamente la quantità di grano mercantile prodotto dall’agricoltura nel biennio 1926-27 era la metà di quello destinato al mercato, cioè alle industrie, alle città, all’esercito.

La spiegazione di questo fenomeno è che la produzione delle piccole e piccolissime aziende dei contadini medi e piccoli si basava ancora su metodi primitivi di coltivazione della terra e destinava i produttori ad una economia di autoconsumo con pochi margini per il mercato.
“I contadini russi nel 1928 coltivavano la terra con metodi medioevali (...). Il podere familiare era spesso frazionato in una dozzina di appezzamenti, a volte dispersi in zone diverse, e per lo più così ridicolmente piccoli da non potervi nemmeno girare l’erpice. Il venticinque per cento dei contadini non possedeva nemmeno un cavallo, meno del cinquanta per cento disponeva di una pariglia di cavalli o di buoi; così l’aratura avveniva a grandi intervalli e il vomere grattava appena il suolo: era ancora in uso il vomere di legno, sbozzato dallo stesso contadino e senza una punta di metallo. La semina si faceva a mano, spargendo sul terreno la semente portata in un grembiule, così molta se la prendevano gli uccelli o la portava via il vento. Le macchine agricole erano quasi ignote”.12

Quale era la soluzione?
Nella sua relazione al XV Congresso del partito (dicembre 1927) , Stalin, a nome del Comitato centrale, affermò:
“La via d’uscita sta nel passare dalle piccole aziende contadine disperse al loro raggruppamento in grandi aziende, basate sulla coltivazione in comune della terra; sta nel passare alla coltivazione collettiva della terra sulla base di una tecnica nuova, superiore. La via d’uscita sta nel raggruppare piccole e piccolissime aziende contadine, gradualmente ma costantemente – non esercitando affatto pressioni ma con l’insegnamento dei fatti e la persuasione – in grandi aziende basate sulla coltivazione in comune della terra per mezzo di cooperative, di collettività, valendosi dei procedimenti scientifici della coltura intensiva. Non esiste altra via d’uscita”.13

Il XV Congresso adottò la decisione di dare impulso alla collettivizzazione dell’agricoltura, tracciò un piano per estendere e consolidare la rete dei sovcos e dei kolcos ed inoltre stabilì la direttiva di:
“Sviluppare ulteriormente l’offensiva contro i kulaki e prendere una serie di nuovi provvedimenti che limitino lo sviluppo del capitalismo nelle campagne e orientino l’economia contadina verso il socialismo”.[14]

Le altre decisioni del Congresso riguardarono: il mandato agli organismi competenti di elaborare il primo piano quinquennale per lo sviluppo dell’economia dell’URSS; la ratifica dell’espulsione dal partito di Trotski e Zinoviev, adottata dall’Assemblea del Comitato centrale e della Commissione centrale di controllo il 14 novembre 1927, espulsione che segnava il culmine di una lotta durissima all’interno del partito, condotta dal blocco formato dai zinovievisti e dai trotskisti. Sulle sue fasi e sui suoi contenuti, ai quali abbiamo solo accennato precedentemente, non posso soffermarmi per ragioni di spazio e poiché esulano – ma fino ad un certo punto, perché tutto è strettamente collegato – dal tema specifico di questa relazione. Certamente l’argomento, che sarà trattato in altre relazioni nel convegno, deve costituire una parte importante delle ricerche del Centro studi che stiamo per formare. E’ necessario infatti, attraverso lo studio delle fonti originali sfatare la vulgata borghese, ma non solo, che si sia trattato di una disputa per il potere tra i dirigenti del partito, dopo la morte di Lenin. Si trattò invece - ed è possibile dimostrarlo - di una lotta di classe all’interno del partito, specchio della lotta di classe nella società, e che gli oppositori che furono sconfitti in quel periodo erano i rappresentanti degli interessi delle classi capitaliste ancora esistenti nel periodo della transizione socialista, che lottavano disperatamente per la loro sopravvivenza.


Si accende la lotta di classe nelle campagne. Le forze in campo

La composizione di classe dei contadini nel 1927 era la seguente: i contadini poveri costituivano il 35% del totale. Bisogna aggiungere che, “a causa dell’evoluzione spontanea del libero mercato, nel 1927 il 7% dei contadini, cioè 2.7000.000 capi di famiglia, erano regrediti alla condizione di ‘senza terra’ ”.[15] E il fenomeno si prospettava in forte aumento. La grande maggioranza della popolazione agraria, dal 51 al 53%, era costituita dai contadini medi (le cui condizioni di lavoro erano tuttavia arretrate). “Nell’insieme dell’Unione sovietica, tra il 5% e il 7% dei contadini erano riusciti ad arricchirsi: i kulaki. Dai dati del censimento del 1927, il 3,2% delle famiglie dei kulaki possedeva in media 2,3 animali da tiro e 2,5 vacche contro una media di 1,0 e 1,1 per le rimanenti famiglie. 950.000 famiglie, cioè il 3,8%, occupavano operai agricoli o affittavano mezzi di produzione”.[16]

Quali erano le forze del partito nelle campagne?
“Al 1° ottobre 1928 su 1.360.000 membri e candidati, 198.000 erano contadini. Nelle campagne c’era un membro del partito ogni 420 abitanti e 20.700 cellule del partito, una ogni quattro villaggi. Queste cifre acquistano maggior peso se messe a confronto con quelle degli ‘effettivi permanenti’ della reazione zarista, i preti ortodossi e gli altri religiosi a tempo pieno, che erano 60.000. La gioventù contadina costituiva la più grande riserva del partito. Sempre nel 1928 un milione di giovani contadini militavano nel Komsomol ed inoltre il partito poteva contare sui soldati che avevano combattuto nell’Armata rossa durante la guerra civile e sui 180.000 contadini che si arruolavano ogni anno nell’esercito, dove ricevevano un’educazione comunista”.[17]

Due dei maggiori ostacoli che le esigue forze del partito dovevano affrontare erano l’ignoranza e le abitudini, frutto dell’estrema povertà e dell’asservimento secolare cui i contadini poveri erano stati sottoposti.
“I rapporti sociali erano medioevali. Il vecchio dirigeva la casa. I figli sposati portavano le mogli nella casa patriarcale e lavoravano nella fattoria che il padre continuava a dirigere. Così i metodi di coltivazione rimanevano quelli antiquati, né le vedute dei giovani potevano mutarli. Gran parte di questi metodi venivano determinati dalla religione. Le festività religiose indicavano i giorni della semina, le processioni irroravano i campi di acqua santa per assicurarne la fertilità. La pioggia veniva auspicata mediante processioni e preghiere. I più osservanti consideravano i trattori ‘macchine infernali’ e vi furono dei preti che incitavano i contadini a lapidarli. Qualunque battaglia per un’agricoltura moderna diveniva così una battaglia contro la religione”.[18]

Con queste difficoltà culturali che non potevano risolversi in tempi brevi, il partito ed il governo bolscevico dovettero affrontare la principale contraddizione di classe rappresentata dai kulaki.
 La battaglia scoppiò quando i kulaki si rifiutarono di vendere allo Stato sovietico le forti eccedenze di grano al prezzo fissato, che era lo stesso stabilito per i medi e piccoli contadini. Quando gli fu imposto (in base ad una legge del codice penale che consentiva di confiscare le eccedenze non corrisposte) di consegnare le quote dovute, ricorsero all’aperta ribellione e perfino al terrore contro i kolcosiani e i militanti del partito e delle istituzioni sovietiche rurali.
L’offensiva dei kulaki poggiava anche sulla certezza di non essere soli, ma di godere di influenti appoggi all’interno del partito, e della complicità di alcune amministrazioni locali.

Infatti il gruppo di Bukharin - Rykov era insorto contro l’applicazione delle misure eccezionali che avevano limitato il potere dei kulaki. Essi pretendevano che fossero abolite, sostenendo che la repressione dei kulaki avrebbe avuto per conseguenza la degradazione dell’agricoltura e che, al contrario, il rafforzamento del socialismo avrebbe portato all’attenuarsi della lotta di classe ed in particolare i kulaki si sarebbero integrati nella società socialista ed avrebbero fornito spontaneamente le quote di grano richieste.

La direzione del partito era convinta invece, sulla base dell’esperienza e dei principi elementari del marxismo, che le forze capitaliste nel paese avevano rialzato la testa e scatenato un’offensiva generale per opporsi allo sviluppo socialista nel paese. Ricordando in particolare il sabotaggio degli specialisti borghesi nella zona di Sciakhti (nelle miniere del bacino del Donez), Stalin spiegava così la resistenza dei kulaki:
“Il kulak sa che il grano è il valore dei valori. Il kulak sa che le eccedenze di grano sono per lui non solamente un mezzo per arricchirsi, ma anche un mezzo per asservire i contadini poveri. Nelle condizioni attuali, le eccedenze di grano sono, nelle mani dei kulaki, un mezzo per rafforzare economicamente e politicamente le loro posizioni. E’ per questo che prendendo queste eccedenze di grano ai kulaki, noi, non solo facilitiamo l’approvvigionamento di grano per le città e per l’Armata rossa, ma togliamo anche alla classe dei kulaki il mezzo per rafforzarsi economicamente e politicamente”.[19] E concludeva:
“La vittoria della deviazione di destra nel nostro partito darebbe libero corso alle forze del capitalismo, scalzerebbe le posizioni rivoluzionarie del proletariato e accrescerebbe la probabilità di restaurazione del capitalismo nel nostro paese”.[20]

La XVI Conferenza del partito (aprile 1929) approvò il primo piano quinquennale per la costruzione del socialismo nell’URSS.
Gli investimenti principali fissati per il 1928-1933 ammontavano a 64 miliardi e 600 milioni di rubli così ripartiti: 19,5 per l’industria e l’elettrificazione, 10 per i trasporti e 23 miliardi e 200 milioni per l’agricoltura.
Ma la fattibilità del piano non si fondava soltanto su questi cospicui investimenti. In primo luogo essa era il frutto dell’impegno di milioni di operai e contadini che avevano profuso le loro forze in uno sforzo gigantesco per aumentare la produzione, slancio che aveva trovato la sua espressione nel movimento di emulazione socialista. Il loro impegno era una garanzia per il futuro, per l’attuazione del piano. Ancora una volta sono costretta a rimandare ad altra relazione o alle nostre ricerche future l’illustrazione degli enormi successi nel campo dell’industria e della costruzione per occuparmi specificatamente dei progressi, altrettanto straordinari, nel campo dell’agricoltura.

Negli anni 1928 e 1929 si assistette al fenomeno di masse sempre più consistenti di contadini, inclusi i contadini medi, che abbandonavano l’economia individuale e si orientavano verso l’economia collettiva, scegliendo la via dello sviluppo, della tecnica, della meccanizzazione.
Questa svolta decisiva nell’agricoltura è testimoniata da una serie di dati relativi al biennio 1928-29.
“Nel 1928, la superficie seminata dei sovcos era di 1.425.000 ha, con una produzione mercantile di più di 6 milioni di quintali di cereali, la superficie seminata dei kolcos raggiungeva 1.390.000 ha, con una produzione mercantile di circa 3 milioni di quintali di cereali.
Nel 1929, la superficie seminata dei sovcos era di 1.816.000 ha, con una produzione mercantile di circa 8 milioni di quintali di cereali, mentre la superficie seminata dei kolcos era di 4.262.000 ha, con una produzione mercantile di quasi 13 milioni di quintali di cereali”.[21]

Le previsioni per l’anno successivo (1930) indicavano un incremento ancora maggiore.
Le ragioni di tale sviluppo, “sconosciuto” perfino se paragonato ai ritmi serrati di crescita della grande industria, venivano individuate da Stalin nei seguenti punti:
1. la prima ragione stava nella politica del partito che aveva guidato le masse contadine ad associarsi nei kolcos, come estensione del movimento delle cooperative. Ciò spiegava perché il partito aveva dovuto lottare contro le deviazioni di sinistra (le tendenze a forzare la crescita dei kolcos a colpi di decreti) e di destra (i tentativi di frenare il movimento, restando alla coda delle masse).
2. La seconda ragione stava nello sforzo dei soviet locali che si erano adoperati per liberare i contadini dai metodi antiquati di coltivazione offrendo loro la possibilità di affittare i mezzi meccanici, creando le Stazioni di macchine e trattori ed usufruendo dell’aiuto dei sovcos.
3. La terza ragione discendeva dall’aiuto portato all’organizzazione della produzione delle campagne dagli operai avanzati. Cioè dal prezioso lavoro di propaganda, educazione, coscientizzazione ed organizzazione delle masse contadine compiuto dalle brigate operaie.

Questi punti che illustrano i motivi del successo della collettivizzazione, per la loro sinteticità non danno l’idea, in tutta la sua complessità, di quella che fu una profonda rivoluzione nelle campagne che fece uscire dal medioevo masse sterminate di contadini.
Il libro di Ludo Martens, già citato, ne illumina efficacemente alcun aspetti. L’autore dedica varie pagine alle testimonianze, anche di parte non comunista, sul ruolo che ebbero i 25.000 quadri operai, membri dei soviet e soldati dell’Armata rossa che risposero volontariamente all’appello del partito e furono inviati nelle campagne. L’autore descrive la loro lotta contro il burocratismo, la passività o gli abusi e gli eccessi degli amministratori locali e dà risalto alla funzione che svolsero nell’organizzazione del lavoro, nel riordino del sistema salariale e nell’introduzione della disciplina del lavoro. Gli operai delle grandi industrie trasmisero la loro esperienza ai contadini che, malgrado l’entusiasmo per le prospettive di una nuova vita che li liberava dalla miseria e dall’asservimento, non erano in grado di organizzare razionalmente il lavoro collettivo.

Le brigate di questi quadri comunisti furono da un lato “gli occhi e gli orecchi del partito” per un’indagine sul campo, e dall’altro si inserirono profondamente nel tessuto sociale in cui avevano scelto di operare: furono maestri nell’alfabetizzazione e nell’insegnamento delle nozioni politiche elementari, istruttori nella tecnica dell’uso e della riparazione delle macchine agricole e soprattutto difensori dei contadini poveri nella lotta contro i kulaki. Molti di loro pagarono con la vita questo loro impegno.

Dovettero inoltre lottare contro l’intossicazione ideologica prodotta dalle calunnie e dalle falsità divulgate dall’ “agit-prop” dei kulaki. Martens ne dà qualche esempio:
“Negli anni 1928-1929 si diffusero le stesse voci sullo sterminato territorio sovietico. Nei kolcos, le donne e i bambini sarebbero stati collettivizzati. Nei kolcos tutti avrebbero dormito insieme sotto un’enorme coperta comune. Il governo bolscevico avrebbe obbligato le donne a tagliarsi i capelli al fine di esportarli. I bolscevichi avrebbero marcato le donne sulla fronte per la loro identificazione. Essi avrebbero imposto la russificazione alle popolazioni locali. Ed altre “informazioni” terrificanti circolavano. Nei kolcos, una macchina speciale avrebbe bruciato i vecchi affinché non mangiassero il grano. I bambini sarebbero stati tolti ai loro genitori per essere inviati in nidi d’infanzia. 40.000 giovani donne sarebbero state spedite in Cina per pagare la ferrovia orientale cinese. I kolcosiani sarebbero stati mandati per primi in guerra. Infine le solite voci annunciavano che ben presto sarebbero ritornati gli eserciti dei Bianchi. I credenti furono informati della prossima venuta dell’anticristo e della fine del mondo nello spazio di due anni”.[22]


La liquidazione dei kulaki in quanto classe

L’adesione in massa ai kolcos per villaggi, mandamenti e interi circondari prendeva la forma della collettivizzazione integrale. Essa non avveniva pacificamente, ma attraverso la lotta dei contadini, soprattutto dei contadini poveri, contro i kulaki. Collettivizzazione integrale, infatti, significava il passaggio di tutta la terra dei villaggi ai kolcos. In conseguenza, le terre dei kulaki venivano espropriate, il loro bestiame e le macchine agricole requisite, a somiglianza di quanto era avvenuto nei primi anni della Rivoluzione d’Ottobre contro i grandi agrari. I kulaki venivano scacciati dai villaggi e i contadini ne chiedevano l’espulsione.
Questa rivoluzione “dal basso” ricevette il crisma dell’ufficialità “dall’alto” con la svolta nella politica del partito, nota per la parola d’ordine: “liquidazione dei kulaki in quanto classe”.

Abbiamo già visto che i provvedimenti sulla limitazione del potere dei kulaki, adottati all’inizio del 1929, erano consistiti nell’obbligo di vendere il grano al prezzo stabilito dallo Stato e nel pagamento di tasse più alte. Comprendevano anche altre misure che impedivano ai kulaki di affittare terre oltre determinati limiti e di impiegare operai salariati oltre un certo numero. Come si vede, erano provvedimenti che limitavano lo sviluppo dei kulaki, ma non portavano alla loro liquidazione in quanto classe.

Il Comitato centrale del partito del 5 gennaio 1930 compì questo ulteriore passo, adottando nuove misure più restrittive che abolivano i residui diritti. Ed inoltre approvò importanti decisioni per razionalizzare i ritmi e ristabilire la legalità nel magmatico e contraddittorio movimento di collettivizzazione:
1. stabilì scadenze differenziate di collettivizzazione tenendo conto delle diversità regionali;
2. ritenne necessario accelerare i tempi di costruzione dei trattori e delle macchine mietitrici e trebbiatrici per tenere il passo con i ritmi della collettivizzazione; raccomandò al tempo stesso di non sottovalutare l’impiego temporaneo dei cavalli da traino e pertanto di frenare la tendenza a sbarazzarsene;
3. raddoppiò i crediti ai kolcosiani.

Nella risoluzione veniva ribadito l’importante principio, spesso disatteso nella pratica, che la forma principale dell’organizzazione dei kolcos era l’artel agricolo, cooperativa in cui erano collettivizzati soltanto i principali mezzi di produzione.
In generale, in merito alla svolta politica della liquidazione dei kulaki in quanto classe, merita una digressione l’importante riflessione di Stalin, nel suo discorso alla Conferenza degli specialisti di politica agraria (27 dicembre 1929), a proposito della linea di Trotski in materia. Stalin si chiede:
“Potevamo cinque o tre anni addietro intraprendere questa offensiva contro i kulaki?” E motiva la sua risposta negativa: “Perché non avevamo ancora nelle campagne quei punti di appoggio che sono i numerosi sovcos e kolcos sui quali avremmo potuto basarci per intraprendere un’offensiva risoluta contro i kulaki. Perché non avevamo in quel momento la possibilità di rimpiazzare la produzione capitalista dei kulaki con la produzione socialista dei kolcos e dei sovcos”. E ricorda: “Nel 1926–27 l’opposizione zinovievista – trotskista si sforzava di imporre al partito una politica offensiva immediata contro i kulaki. Il partito non si gettò in quella pericolosa avventura...”.[23]

Ed ecco come Trotski, senza timore di cadere nel ridicolo, si attribuisce la paternità della decisione del partito:
“Senza la critica decisa dell’opposizione e senza il timore dell’opposizione da parte della burocrazia, il corso Stalin - Bukharin a favore dei kulaki sarebbe sfociato in una ripresa del capitalismo. Sotto la sferza dell’opposizione, la burocrazia fu costretta a servirsi di pezzi importanti della nostra piattaforma. I leninisti non potevano salvare il regime sovietico dal processo di degenerazione e dalle difficoltà del regime personale. Ma lo salvarono dalla completa distruzione sbarrando la strada alla restaurazione capitalista. Le riforme progressiste della burocrazia erano conseguenze della battaglia rivoluzionaria dell’opposizione. Per noi è ancora insufficiente, ma è qualcosa”.[24]

Kostas Mavrakis così commenta:
“La linea seguita da Stalin assomigliava, sotto molti aspetti, a quella preconizzata da Trotski nel 1924. Questo comunque non dava ragione retrospettivamente a Trotski, come sostengono i suoi seguaci, il cui pensiero è altrettanto atemporale (sottolineatura mia) di quello del loro maestro, perché le condizioni del 1929 non erano per nulla simili a quelle del 1924. Nel constatare che Stalin “plagiava” il suo programma (Lenin avrebbe fatto lo stesso nei confronti di quello dei socialisti-rivoluzionari) (...) Trotski decise di rivedere completamente le proprie concezioni. (...) Egli condannò la liquidazione dei kulaki e affermò che i kolcos (…) si sarebbero sfaldati da sé per il fatto che non possedevano macchine moderne”.[25]
In tal modo, si allineava alle posizioni di destra di Bukharin, piuttosto che dar ragione a Stalin.


La vertigine del successo

Nel suo famoso articolo “Questioni della collettivizzazione agricola”, pubblicato dalla Pravda del 2 marzo 1930, Stalin denunciò le deformazioni della politica del partito nel campo della costruzione dei kolcos.
In effetti le direttive del Comitato centrale del 5 gennaio, sopra citate, erano state attuate solo in parte e, accanto ai successi conseguiti nella collettivizzazione, si erano verificati molti errori.

Stalin individuava i principali nella violazione del principio della libera adesione al movimento kolcosiano e nella mancata considerazione delle condizioni diverse delle differenti regioni dell’URSS. Risultava evidente che i grandi progressi del movimento di collettivizzazione agricola nelle regioni cerealicole erano dovuti a vari fattori: all’esistenza di sovcos e kolcos già consolidati, all’esperienza delle lotte contro i kulaki nelle campagne per l’ammasso del grano ed infine alla presenza in queste regioni di quadri di avanguardia, arrivati dai centri industriali.

In altre regioni, come quelle del Nord, consumatrici di grano, perché produttrici di prodotti agricoli industriali (cotone, barbabietole da zucchero) ed in quelle di comunità più arretrate non si potevano forzare i tempi di adesione ai kolcos. In queste regioni si era invece spesso cercato di sostituire al lavoro di preparazione e di convinzione l’organizzazione affrettata di kolcos, esistenti solo sulla carta.
Stalin ribadiva ancora una volta che la forma principale dell’organizzazione dei kolcos doveva essere in quella fase l’artel.
Specificava ancora una volta che questa forma cooperativa prevedeva che fossero collettivizzati i principali mezzi di produzione, cioè quelli che servivano alla coltura dei cereali: il lavoro, l’uso del suolo, le macchine agricole, gli animali da tiro. Sottolineava che non doveva essere collettivizzato tutto ciò che apparteneva alle piccole aziende individuali: i piccoli orti e frutteti, le abitazioni, una parte del bestiame da latte, gli animali da cortile.
Ricordava che l’artel era l’anello principale del movimento kolcosiano, “... perché è la forma più razionale che permette di risolvere il problema dei cereali. Il problema dei cereali è l’anello principale di tutto il sistema dell’agricoltura perché, se non lo si risolve, è impossibile risolvere il problema dell’allevamento (del bestiame di grande e piccola taglia), né quello delle colture industriali e speciali che forniscono le principali materie prime all’industria”.[26]
Su tutto ciò si basava il prototipo di statuto dei kolcos che venne pubblicato e diffuso capillarmente.

Il Comitato centrale del partito del 15 marzo si occupò nuovamente di queste importanti questioni, emanando direttive per la loro attuazione ed invitando a destituire e sostituire i quadri che non sapessero o volessero metterle in pratica.
La questione era talmente sentita dai contadini che l’articolo di Stalin sulla “vertigine del successo” ebbe un’accoglienza entusiastica.
“La dichiarazione fu riprodotta integralmente in tutti i giornali del paese e milioni di copie ne circolavano in opuscolo. I contadini andavano in città e pagavano alti prezzi per l’ultima copia rimasta, per poterla sventolare in faccia agli organizzatori locali come la carta della loro libertà. Di colpo, Stalin divenne l’eroe di milioni di contadini, il loro difensore contro gli eccessi compiuti localmente. Stalin frenò rapidamente questa sorta di idolatria (...) chiarendo che: ‘il Comitato centrale non permette... azioni simili da parte di un solo individuo’. La dichiarazione era del Comitato centrale”.[27]

Stalin ricevette ugualmente una quantità di lettere dai kolcosiani. Nell’impossibilità di rispondere a ciascuna personalmente, decise di rendere pubbliche - attraverso la stampa - le sue risposte ai quesiti più importanti. Si tratta dello scritto dal titolo “Risposta ai compagni kolcosiani” (Cfr. Stalin.
Les questions du leninisme. Opera citata. pp. 501-527).
Il quesito sulle deviazioni dalla linea del partito che merita una riflessione è il seguente: “Come tutto ciò è potuto accadere?”, per il motivo che è il medesimo che noi stessi, militanti comunisti, ci poniamo davanti agli errori che si commettono nella complessità e contraddittorietà di un percorso rivoluzionario che spesso ci è stato mostrato come lineare e che invece, nel riscontro con la realtà, si rivela tortuoso ed accidentato.

Nella situazione specifica del movimento di collettivizzazione dell’agricoltura in Unione Sovietica, con i suoi vertiginosi successi e le sue crisi, occorre tenere presenti tutti gli elementi in gioco. Dando per scontate le difficoltà oggettive dovute alle forti differenziazioni della situazione economica e culturale delle diverse regioni dello sterminato territorio sovietico, l’elemento più importante da sottolineare è soprattutto il fatto che le classi sociali non sono separate da muraglie cinesi, ma sono invece innervate nel tessuto sociale dove si svolge nella realtà il loro scontro, dove si decide “chi vincerà”.
La teoria marxista ha più volte ribadito il concetto del periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, quello che chiamiamo di costruzione del socialismo, come un periodo di lotta accanita tra il vecchio che muore – ma che si dibatte disperatamente per non morire – ed il nuovo che nasce, pieno di forza, ma imbrattato dal fango della vecchia società.

Di qui la conseguenza che il partito comunista può e deve (essendo questo il suo compito) indicare la linea che reputa giusta, ma che non può controllare, o non sempre sa o può controllare, completamente sul campo. Lenin, nel suo ultimo intervento pubblico che abbiamo ricordato, diceva che il passaggio dalla Russia della NEP alla Russia socialista sarebbe dipeso soprattutto dagli uomini, dalla loro volontà di istruirsi e dalla loro capacità di attuare le decisioni.
La rete degli amministratori e dei quadri di partito nelle campagne era un mosaico di posizioni politiche diverse, e quindi di interpretazioni della linea del partito e delle direttive del governo altrettanto differenti, quando non contrapposte. Si andava dalle posizioni ideologicamente assimilabili a quelle della destra e quindi, nella pratica, conciliatorie, spesso colluse con gli interessi degli elementi capitalisti, i kulaki, alle posizioni dei dirigenti ed organizzatori sinceramente rivoluzionari che sostenevano le rivendicazioni più estremiste dei contadini poveri. Come diceva Stalin: “è difficile fermare delle persone che si lanciano in una corsa forsennata”, ma assicurava che il partito vi sarebbe riuscito.

Questo quadro complesso fa giustizia della concezione del partito comunista guidato da Stalin come di uno spietato regime totalitario che avrebbe obbligato (ma come avrebbe potuto?), con il fucile puntato alla schiena, milioni di contadini ad entrare nei kolcos.
Le calunnie di questo genere appartennero alla propaganda dei paesi imperialisti che, negli anni Trenta, si dibattevano in una crisi economica generale che li avrebbe condotti fatalmente alla carneficina della seconda guerra mondiale; costituirono l’arma propagandistica con cui il nazismo preparò l’operazione Barbarossa e coincisero con le valutazioni di Trotski sulla collettivizzazione, secondo lui, sempre imposta dall’alto.

Come abbiamo visto, il partito era corso ai ripari mandando nelle campagne numerose brigate di quadri comunisti, prevalentemente operai, che esercitarono di fatto la dittatura del proletariato sulla classe dei contadini. Più tardi il partito, come vedremo, organizzò le sezioni politiche presso le Stazioni dei trattori, le quali portarono nozioni tecniche per mezzo di appositi corsi di formazione, strumenti culturali, attraverso l’istituzione di biblioteche e compagnie teatrali, aprendo ai contadini orizzonti culturali fino ad allora sconosciuti.


Successi del primo piano quinquennale

Il XVI Congresso del partito (giugno 1930) lanciò l’indicazione del compimento del piano in quattro anni. La sfida si basava sul successo dell’esecuzione del piano in tutti i rami dell’industria e sulla necessità vitale di moltiplicare gli sforzi.
Come spiega Stalin nel suo discorso su “I compiti dei dirigenti dell’industria” del 4 febbraio 1931, che invito a leggere integralmente per il suo valore internazionalista e di cui riporto solo alcuni stralci:
“Ci si domanda a volte se non sarebbe possibile rallentare un poco i ritmi, frenare il movimento. No, non è possibile. Compagni! Non è possibile ridurre i ritmi! Al contrario, nella misura delle nostre forze e delle nostre possibilità, bisogna aumentarli. Ce lo impongono i nostri doveri verso gli operai e i contadini dell’URSS. Ce lo impongono i nostri doveri verso la classe operaia del mondo intero. Frenare i ritmi vuol dire essere in ritardo e i ritardatari sono sconfitti. (...) Noi siamo in ritardo di cinquanta o cento anni rispetto ai paesi avanzati. Noi dobbiamo coprire questa distanza in dieci anni. O lo faremo o saremo stritolati. Ecco quello che ci impongono i nostri doveri verso gli operai e i contadini dell’URSS.

Ma noi abbiamo anche altri doveri, più seri e più importanti. Quelli che dobbiamo adempiere verso il proletariato mondiale. (...) Noi abbiamo vinto non solo grazie agli sforzi della classe operaia dell’URSS, ma anche grazie al sostegno della classe operaia mondiale. (...) In nome di che cosa il proletariato mondiale ci sostiene? (...) E’ perché noi ci siamo gettati per primi nella battaglia contro il capitalismo; abbiamo instaurato per primi il potere operaio; ci siamo accinti per primi a costruire il socialismo. E’ perché lavoriamo ad un’opera che, se avrà successo, sconvolgerà il mondo intero e affrancherà tutta la classe operaia. (...) Noi dobbiamo marciare alla testa, in modo che la classe operaia del mondo intero, guardando a noi, possa dire: ‘Ecco il mio distaccamento d’avanguardia, ecco la mia brigata d’assalto, ecco il mio potere operaio, ecco la mia patria; essi costruiscono la loro opera, la nostra opera che ci appartiene, ed essi lavorano bene; sosteniamoli contro i capitalisti e attizziamo la fiamma della rivoluzione mondiale. (...)”.[28]

Il bilancio del XVI Congresso era positivo. Nell’anno economico 1929-1930 la produzione industriale costituiva già il 53% della produzione complessiva di tutta l’economia e la produzione agricola ne costituiva il 47%.
Il I° maggio 1930 nelle regioni cerealicole più importanti la collettivizzazione comprendeva il 40-50% delle aziende contadine. I kolcos avevano già seminato 36 milioni di ettari.


Nuove difficoltà nel movimento di collettivizzazione


Il raccolto del 1930 era stato eccezionale, avendo raggiunto complessivamente 83,5 milioni di tonnellate di cereali.
Vi fu invece una forte caduta nella produzione dei cereali, che toccarono appena i 69,5 e i 69,9 milioni di tonnellate, rispettivamente negli anni 1931 e 1932.
La crisi fu imputabile in parte alla siccità, particolarmente grave nel 1931, ma soprattutto a deficienze nella cattiva gestione dell’organizzazione dei kolcos e alle scarse capacità di direzione da parte dei quadri del partito.

Ciò aveva avuto una grave ripercussione nell’approvvigionamento della popolazione ed aveva costretto il governo ad imporre un rigido regime di razionamento.
“Da un capo all’altro del paese, senza eccezioni, ci fu scarsità e fame e un aumento generale di mortalità come conseguenza. Ma la fame fu distribuita. In nessun luogo si vide il caos e il panico che è richiamato alla mente dalla parola ‘carestia’ ”.[29]
Stalin, nel suo discorso dell’11 gennaio 1933 al plenum del Comitato centrale e della Commissione centrale di controllo, distinse le difficoltà oggettive dalle deficienze politiche ed organizzative. Fece notare che nel 1932, a parte le condizioni climatiche sfavorevoli, il raccolto non era stato peggiore di quello del 1931, mentre le difficoltà nell’ammasso del grano erano state più grandi.

La prima causa che Stalin mise in evidenza fu quella dovuta alla sottovalutazione da parte dei quadri rurali del partito degli effetti della nuova misura che legalizzava la vendita del grano sul mercato, da parte dei kolcos, a prezzi superiori a quelli praticati dallo Stato. Questa disposizione legislativa avrebbe spinto la parte meno cosciente dei contadini kolcosiani a limitare le consegne di grano all’ammasso statale per riservarsene una maggiore quantità da vendere sul mercato (ed era questo il suo lato negativo, mentre quello positivo era di aumentare l’offerta dei prodotti per la popolazione, nonché le entrate dei kolcos). Stalin trovava “naturale” questa tendenza nei contadini, criticava invece aspramente i quadri rurali del partito per non averla contrastata esercitando la loro funzione di dirigenti, cioè per non aver curato che le vendite sul mercato si aprissero soltanto dopo la consegna del grano all’ammasso e la conservazione delle sementi. Stalin estese la critica alla stessa direzione del partito e del governo per non aver sottolineato abbastanza queste priorità nell’emanare le loro direttive.

La seconda deficienza individuata da Stalin riguardava la mancata presenza attiva dei quadri di partito nella gestione dei kolcos, come se questi, una volta formati, non avessero bisogno di essere consolidati, come se una grande azienda che raggruppava centinaia e a volte migliaia di persone non avesse bisogno di una guida esperta per la sua pianificazione. In sostanza il regime dei kolcos richiedeva una maggiore responsabilità da parte dei rappresentanti locali del partito e del governo per lo sviluppo dell’agricoltura, perché i kolcos non restassero soltanto una forma di organizzazione economica socialista, senza contenuti. Il punto era chi dirigeva i kolcos.

Da ultimo Stalin denunciò come una grave deficienza la scarsa vigilanza sulle nuove tattiche dei kulaki i quali, una volta sconfitti, non osavano più attaccare i kolcos dall’esterno, ma vi si introducevano per sabotarne la produzione e l’organizzazione. Per esemplificare, Stalin chiariva: essi non diranno mai: “Abbasso i kolcos ma abbasso l’ammasso del grano” .
Stalin concluse la dura critica - autocritica affermando: “Noi siamo colpevoli di non aver valutato chiaramente la nuova situazione, né compreso la nuova politica del nemico di classe, che si serve di sotterfugi nella sua opera di disgregazione.
Come uno dei mezzi per correggere i difetti elencati, Stalin propose la creazione delle Sezioni politiche nei sovcos e nelle Stazioni di macchine e trattori (SMT).


Il ruolo delle Stazioni di macchine e trattori e delle Sezioni politiche


Prima di parlare dell’importante funzione svolta dalle Sezioni politiche, vediamo brevemente come erano nate le SMT. La prima di esse fu il frutto della creatività e dello spirito di iniziativa che animava le masse coinvolte nel rinnovamento rivoluzionario dell’agricoltura. Citiamo la testimonianza di Anna Louise Strong:
“Nel pieno dell’inverno andai a visitare la prima stazione di trattori, nella regione di Odessa. Un tecnico agrario della zona, di nome Markovic, aveva escogitato un metodo efficace ed economico per fornire le macchine alle fattorie. Invece di vendere i trattori ai contadini, che non sapevano condurli e provvedere alla manutenzione, Markovic teneva alcune dozzine di trattori in un unico centro, dotato di equipaggiamento meccanico complesso, officina di riparazione e scuola di guida. I trattori lavoravano su contratto nelle fattorie collettive della zona, entro un raggio di 30 e più chilometri, la stazione forniva le macchine per ogni tipo di lavoro di cui le fattorie avevano bisogno e riceveva pagamenti in grano”.[30]

Nel settembre del 1930 il partito decise di concentrare tutti i trattori utilizzati dai kolcos nelle Stazioni di macchine e trattori di proprietà dello Stato per servire da 40 a 50 mila ettari di terra da arare, ciascuna di esse con un’officina per le riparazioni. Questo sistema centralizzato dimostrò la sua superiorità. I lavoratori delle SMT avevano lo statuto di operai industriali. Nel 1930 furono formati 25.000 trattoristi. Nel 1931 si organizzarono corsi per 200.000 giovani contadini e contadine che entrarono nelle SMT, 150.000 di loro con la qualifica di trattoristi.

Le Sezioni politiche nelle SMT vennero create, come abbiamo visto, su indicazione di Stalin.
Diamo ancora la parola ad Anna Louise Strong, giornalista sul campo:
“E, mentre due terzi di tutte le fattorie collettive erano già servite dalle SMT, queste furono ora ampliate avviandovi ventimila lavoratori nuovi, uomini efficienti, di un tipo che la vecchia Russia rurale non aveva ancora conosciuto. Direttori di fabbrica, comandanti dell’esercito, professori universitari si offersero come volontari per i politotdel (le Sezioni politiche-n.d.r.), a lavorare come organizzatori per aumentare l’‘efficienza’ delle campagne.
A tutto questo la stampa estera diede il nome di ‘la guerra di Stalin contro i contadini’. La stampa sovietica la chiamò ‘la nostra battaglia per il successo del raccolto’ ”.[31]


La razionalizzazione organizzativa

Altri provvedimenti ebbero lo scopo di ovviare alle deficienze riscontrate nell’organizzazione del lavoro che avevano causato la disaffezione, l’assenteismo e la mancanza di responsabilità dei kolcosiani.
“Un decreto del 28 febbraio 1933 divise i principali lavori agricoli in sette categorie tariffarie, il cui valore, espresso in giornate lavorative, variava da 0,5 ad 1,5. Ciò significava che il lavoro più duro e difficile veniva remunerato il triplo del lavoro facile e leggero. Il reddito disponibile del kolcos era ripartito, alla fine dell’anno, tra i kolcosiani a seconda delle giornate lavorative.

Infine si era trovato un equilibrio tra il lavoro collettivo e l’attività individuale dei contadini kolcosiani. Il prototipo di statuto del kolcos, adottato il 7 febbraio 1937, che ne fissava i principi generali, era il risultato di cinque anni di lotte e di esperienza. Nel 1937 le superfici coltivate sotto forma di appezzamenti individuali dei kolcosiani rappresentavano il 3,9% delle superfici coltivate, ma i kolcosiani ne ricavavano il 20% dei loro redditi”.[32]


Gli investimenti nell’agricoltura

Le cifre di tutte le statistiche esistenti indicano la stessa tendenza agli immensi progressi nel campo dell’agricoltura. Non potendo riportare in questo ambito i dati completi, mi limito a fornire, a titolo d’esempio, quelli riguardanti la meccanizzazione, asse portante della coltivazione collettiva.
“All’inizio del 1929 la Russia rurale poteva contare su 18.000 trattori (calcolati in unità di 15 cavalli), 700 camion e 2 (due) mietitrici. All’inizio del 1933 il parco macchine agricole era di 148 trattori, 14.000 camion e altrettante mietitrici. All’inizio della guerra, nel 1941, i kolcos e i sovcos utilizzavano 684.000 trattori (sempre in unità di 15 cv), 228.000 camion e 182.000 mietitrici”.[33]

Questi progressi riflettono l’aumento costante degli investimenti a favore dell’agricoltura. Dai 379 milioni di rubli nel 1928, essi passarono a 2.590 milioni nel 1930, a 3.645 milioni nel 1931, si mantennero allo stesso livello per due anni, per raggiungere le punte massime nel 1934 con 4.661 milioni e nel 1935 con 4.983 milioni di rubli.
Queste cifre confutano la teoria secondo la quale l’agricoltura sovietica è stata ‘sfruttata’ dalle città: mai un’economia capitalista avrebbe potuto realizzare degli investimenti altrettanto importanti nelle campagne. La parte dell’agricoltura nell’insieme degli investimenti passò da 6,5% nel 1923-1924 al 25% e al 20% nel corso degli anni cruciali 1931 e 1932; nel 1935 la sua parte fu del 18%”.[34]


Una vittoria del socialismo

“La collettivizzazione della campagna ha tagliato nettamente la tendenza spontanea della piccola produzione mercantile a polarizzare la società in ricchi e poveri, in sfruttatori e sfruttati. I kulaki, i borghesi della società rurale, sono stati repressi ed eliminati in quanto classe sociale. Lo sviluppo di una borghesia rurale in un paese in cui l’80% della popolazione viveva ancora nelle campagne, avrebbe strozzato ed ucciso il socialismo sovietico.
La collettivizzazione e l’economia pianificata hanno permesso all’Unione Sovietica di resistere all’aggressione fascista e di affrontare la guerra totale scatenata dai nazisti tedeschi. Durante i primi anni di guerra il consumo del grano ha dovuto essere ridotto della metà ma, grazie alla pianificazione, le quantità disponibili furono ripartite in modo egualitario. Le regioni occupate e devastate dai nazisti rappresentavano il 47% della superficie delle terre coltivate. I fascisti vi distrussero 98.000 produzioni collettive. Ma tra il 1942 e il 1944, 12 milioni di ettari di terre incolte erano state coltivate nell’Est del paese.

Grazie al sistema socialista, nel 1948, la produzione agricola ha potuto, per l’essenziale, raggiungere il livello del 1940”.[35]
Bettelheim osserva:
“La stragrande maggioranza dei contadini si è rivelata molto attaccata al nuovo regime di produzione. Se ne è avuta la prova nel corso della guerra, poiché nelle regioni occupate dalle truppe tedesche, e a dispetto degli sforzi fatti dalle autorità naziste, la forma di produzione kolcosiana si è mantenuta”.[36]


Il “genocidio” della collettivizzazione

Ludo Martens, nel libro più volte citato, mette in luce la contiguità tra la propaganda antibolscevica diffusa dal mondo occidentale, negli anni Ottanta, e la guerra psicologica condotta dai nazisti per preparare l’invasione dell’URSS. La famigerata equazione bolscevismo = nazismo non è stata inventata negli anni più recenti.
Martens cita, ad esempio, Stefan Merl, un “ricercatore” tedesco che arriva a giustificare l’olocausto di Auschwitz, di cui nega l’entità, come una reazione all’ansia creata dagli stermini della rivoluzione russa.

Sull’espressione “liquidazione dei kulaki in quanto classe”, che indicava la decisione di porre fine ai rapporti di produzione capitalisti nell’agricoltura e non l’eliminazione fisica dei loro rappresentanti, è stata costruita l’enorme speculazione del “genocidio” dei kulaki.
Vediamo di ricostruire i fatti nelle condizioni reali in cui si sono svolti.

Come abbiamo visto, nel biennio 1930–31, anni cruciali del processo di collettivizzazione, si scatenò nelle campagne dell’URSS una lotta di classe senza esclusione di colpi, condotta dai contadini - soprattutto dai contadini poveri - per abbattere gli ultimi vestigi del loro sfruttamento secolare, così come si erano liberati da quello dei grandi proprietari terrieri. Potevano contare sull’appoggio incondizionato del governo sovietico e del partito bolscevico, non solo sulla base della storica alleanza operai - contadini, ma in nome della necessità ineludibile dello sfruttamento collettivo della terra: senza la collettivizzazione non vi sarebbe stato sviluppo dell’agricoltura e senza questo non vi sarebbe stato sviluppo dell’industria, né lo Stato sovietico sarebbe sopravvissuto.
Abbiamo anche visto che i kulaki reagirono con estrema violenza alla loro messa fuori gioco.

In quegli anni i contadini espropriarono 381.026 kulaki e li costrinsero all’esilio, insieme alle loro famiglie, nelle terre vergini dell’Est della Russia.
Si trattava di 1.803.392 persone. Al 1° gennaio 1932 nei nuovi insediamenti ne furono censite 1.317.022. La differenza era di circa 486.000, che non coincide con la loro eliminazione fisica. Data la disorganizzazione dell’epoca, bisogna mettere in conto che un numero imprecisato di deportati riusciva a fuggire durante il viaggio. Fenomeno frequente, confermato dal fatto che di quel 1.317.000 censiti nei nuovi insediamenti, 207.010 riuscirono a fuggire nel 1932 (Ludo Martens, opera citata).
Altri, dopo la revisione del loro caso, poterono tornare nei luoghi d’origine.

Il 30 gennaio 1930 il Comitato centrale del partito prese alcune decisioni per dirigere la dekulakizzazione spontanea con una risoluzione dal titolo: “A proposito delle misure per l’eliminazione delle fattorie dei kulaki nei distretti di collettivizzazione avanzata”. I kulaki vennero suddivisi in tre categorie.
“La prima categoria comprendeva i controrivoluzionari attivi. La GPU doveva determinare se un kulak apparteneva a questa categoria. La risoluzione prevedeva un limite di 63.000 famiglie in tutta l’URSS. I loro mezzi di produzione e le loro proprietà personali dovevano essere confiscati. I capifamiglia sarebbero stati imprigionati o chiusi in campi di lavoro. Gli organizzatori di atti terroristici, di dimostrazioni contro-rivoluzionarie e di movimenti insurrezionali potevano essere condannati a morte. I membri delle loro famiglie dovevano essere esiliati, come le persone appartenenti alla seconda categoria.

Questa categoria comprendeva gli altri kulaki politicamente attivi, soprattutto i più ricchi e i vecchi proprietari terrieri. Questa categoria ‘manifestava una minore opposizione attiva allo Stato sovietico, ma era costituita da super-sfruttatori che sostenevano naturalmente la contro-rivoluzione’. Le liste di quelli inclusi in questa categoria dovevano essere preparate dai soviet del distretto ed approvate dal villaggio sulla base di decisioni prese dalle assemblee di coltivatori di fattorie collettive o da gruppi di contadini poveri e di operai agricoli. Il loro numero, per tutta l’URSS, era previsto intorno a 150.000. La maggior parte dei mezzi di produzione ed una parte delle loro proprietà private dovevano essere confiscate. Essi potevano conservare una certa quantità di alimenti ed una somma in denaro; dovevano essere esiliati in Siberia, nel Kazakhstan o negli Urali.

Nella terza categoria si trovava la maggioranza dei kulaki che potevano essere inseriti nel potere sovietico. Questa categoria comprendeva dalle 396.000 alle 852.000 famiglie. Solo una parte dei loro mezzi di produzione veniva confiscata ed esse venivano insediate su terre vergini del loro distretto”.[37]
Ciò non toglie che le deportazioni ebbero effetti drammatici. Lo ammette il rapporto, redatto il 20 dicembre 1931 dal responsabile di un campo di lavoro a Novossibirks:
“La forte mortalità relativa ai convogli, dal n° 18 al 23, provenienti dal Caucaso del Nord - 2.421 persone sulle 10.086 alla partenza - si può imputare alle cause seguenti:
1. un approccio negligente, criminale, nella selezione dei contingenti alla partenza, tra i quali figuravano numerosi bambini, vecchi di età superiore ai sessantacinque anni e ammalati;
2. l’inosservanza delle disposizioni concernenti il diritto dei deportati di portare con sé provviste per due mesi di viaggio;
3. l’assenza di acqua bollita che ha obbligato i deportati a bere acqua inquinata. Molti sono morti di dissenteria e per altre epidemie”.[38]

Martens osserva che tutte queste morti sono attribuite ai “crimini staliniani” mentre dal rapporto si evince che almeno due cause erano dovute all’inosservanza delle direttive del partito e la terza alle condizioni e alle abitudini sanitarie disastrose nell’intero paese.
Per farsi un’idea del contesto in cui si inseriscono questi profondi sconvolgimenti nella struttura della società sovietica, bisogna ricordare che uno dei più importanti risultati dell’economia pianificata fu il trasferimento del centro di gravità industriale verso Est. Si sviluppò così, per fare un esempio, la seconda base carbonifera dell’URSS nel bacino di Kuznietsk. Anche le sterminate terre vergini dell’Est e del Nord vennero coltivate. Ma per raggiungere queste terre inesplorate e trasportarvi uomini e materiali occorreva aprire strade al posto di piste sterrate, posare chilometri e chilometri di binari su terreni coperti di fango o sepolti nella neve. Le condizioni in cui operavano le brigate dei lavoratori d’assalto, gli stakhanovisti, i contadini udarniki e migliaia e migliaia di proletari - i comunisti e i giovani del Komsomol in prima fila - che profusero sforzi sovrumani per costruire un paese che finalmente gli apparteneva, non erano migliori di quelle dei deportati e dei prigionieri rinchiusi nei campi di lavoro, che quel paese volevano distruggere. Molti di loro morirono per le epidemie, per la fatica e per i disagi e la salute di molti ne fu segnata per sempre.

“E’ proprio questa la difficoltà! Soltanto noi due, Potoskin ed io, sappiamo che costruire in queste condizioni da cani, con una simile attrezzatura e con questa scarsità di mano d’opera, è impossibile. Però noi tutti sappiamo che anche non costruire è impossibile. Ecco perché ho potuto dire: ‘Se non moriremo assiderati, ce la faremo’. Lo vedete anche voi, è già il secondo mese che stiamo scavando in questo posto, già quattro turni si sono alternati nel lavoro, ma la maggior parte dei ragazzi è qui dall’inizio e riescono a resistere facendo affidamento sulla loro giovinezza. Metà sono ammalati. Fa male al cuore guardare quei ragazzi. Sono eroici, e più d’uno ci lascerà la pelle in questo buco maledetto.

Il troncone della ferrovia già completato finiva ad un chilometro dalla stazione...”.[39]
 Ma degli uomini, indegni del titolo di giornalisti, scrittori e ricercatori, per odio contro il comunismo, chiudevano gli occhi e la mente davanti a questi prodigi e, al contrario, gonfiavano le cifre riguardanti le presunte vittime, inventavano false testimonianze sul “genocidio” dei controrivoluzionari.
Merl afferma che 100.000 capifamiglia kulaki della prima categoria morirono assassinati. Ma il partito aveva classificato, come abbiamo visto, nella prima categoria 63.000 kulaki e soltanto quelli colpevoli di assassini ed atti terroristici furono giustiziati. Ai primi, senza alcuna prova, aggiunge 100.000 persone che hanno “probabilmente perso la vita per l’espulsione dalle loro case” ed altre 100.000 morte nelle regioni di deportazione.

Tuttavia, le sue stime sono “prudenti” in confronto a quelle dell’autore filo-fascista Conquest che ha “calcolato” che 6.550.000 kulaki sono stati massacrati durante la collettivizzazione, 3.500.000 dei quali nei campi di lavoro.[40]
Ma il numero totale dei kulaki deportati nei campi di lavoro non ha mai superato 1.317.022!
In conclusione di questo paragrafo della mia relazione, che tratta un argomento considerato “indifendibile” dalle anime belle di una certa sinistra, timorose della verità, faccio alcune riflessioni e avanzo delle proposte.

Diamo per scontata la guerra ideologica che la classe borghese, immersa nella sua ignoranza superstiziosa, conduce con sempre maggiore accanimento autoconvincendosi delle menzogne che propaga: è il suo mestiere, il suo modo di esorcizzare la sorte di tutte le classi che hanno esaurito la loro funzione storica nel progresso dell’umanità.
Ma credo che gli anatemi del tipo: “Stalin mai più” non si addicano, né convincano i comunisti che per ideologia ed etica dovrebbero essere alieni dalle medioevali cacce alle streghe e dalle sentenze dell’Inquisizione. Queste sbrigative condanne si addicono ancor meno ai proletari, ai lavoratori le cui condizioni di vita e di lavoro, sempre più insostenibili, richiedono imperiosamente un cambiamento radicale nei rapporti di produzione e sociali. Non si addicono neppure alle migliaia di giovani, o almeno alla parte più avanzata e cosciente dei movimenti di protesta che hanno manifestato nelle piazze nel nostro paese e nel mondo intero la loro opposizione alle guerre e alle politiche dei governi imperialisti.

Perché i loro sogni siano durevoli, perché i loro desideri si tramutino in volontà di realizzarli ed il loro slogan “un altro mondo è possibile” diventi una prospettiva reale, occorre che queste aspirazioni trovino un aggancio con il passato. Occorre che i giovani che giustamente si ribellano allo stato di cose presenti e vogliono cambiarlo, sappiano che un altro mondo senza sfruttati né sfruttatori è esistito realmente per lunghi periodi di tempo e in molte parti del mondo e che in altre si lotta duramente per preservare le conquiste sociali acquisite.

Il nostro dovere di militanti comunisti, il compito che come intellettuali dobbiamo adempiere nel campo della ricerca storica è quello di restituire loro la memoria - liberata dal fango che tenta di seppellirla - dei percorsi del movimento comunista nelle sue lotte rivoluzionarie e battendo strade del tutto inesplorate per la realizzazione della società del futuro: la società comunista.
Per farlo, e mi auguro che sarà lo scopo del Centro studi che stiamo per formare, dobbiamo dedicarci a riscrivere un’altra storia basata sullo studio rigoroso di fonti attendibili. Non possiamo servirci di quelle, purtroppo rivisitate, di “esperti”, anche illustri, che in passato si erano guadagnati la nostra stima, data la loro propensione a ribaltamenti di 180° e ad adattamenti opportunistici alle mode e agli interessi di bassa politica del presente. Gli esempi non mancano in Italia ed altrove.

Teniamo presente che non c’è realtà che non si possa indagare in tutti i suoi risvolti. Ricordiamoci che al sistema cosiddetto “gulag”, troppo spesso paragonato ai lager nazisti, cioè ai campi di lavoro e riabilitazione in URSS, apparteneva anche la colonia Gorki, la cui esperienza è raccontata nel Poema pedagogico di Makarenko.

Per concludere, impegniamoci per: uno studio scientifico basato sul metodo del materialismo storico; rigore e scrupolo nella scelta delle fonti; analisi comparata delle idee e della loro applicazione pratica nella costruzione del socialismo nei vari paesi socialisti (ad esempio, per quanto riguarda l’argomento di questa relazione, confronto con la collettivizzazione dell’agricoltura ed il movimento delle comuni popolari in Cina); analisi degli errori, di quelli evitabili e di quelli inevitabili nel loro contesto storico; ripubblicazione delle opere teoriche dei maggiori protagonisti del movimento comunista ed infine ripubblicazione della vasta letteratura, in particolare di quella che costituisce una testimonianza viva dell’epoca rivoluzionaria nella sua complessità. Tutte pubblicazioni preziose, definite “fuori catalogo”, cioè fuori dal circuito commerciale, dalla maggioranza (con le meritevoli eccezioni che speriamo di moltiplicare) delle case editrici che hanno aderito alla controriforma borghese della cultura (variante “civile” dei roghi di libri hitleriani).

Il nostro compito è di contribuire, con modestia ma con determinazione, alla costruzione di una cultura proletaria, affrancata dall’ideologia borghese di destra e di sedicente sinistra.

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Note


1 Stalin. Opere complete. Edizioni Rinascita, Roma 1952, VI volume, pp. 67-68.
2 Ibidem, p. 68.
3 Lenin. Opere. Editori Riuniti, Roma 1967, Vol. 32, pp. 347-348.
4 Ibidem, p. 322.
5 Lenin. Opere. Editori Riuniti, Roma 1967, Vol. 33, p. 263.
6 Ibidem, p. 254.
7 Ibidem, p. 257.
8 Ibidem, p. 275.
9 Ibidem, p. 407.
10 Ibidem, p. 407.
11 Stalin. Opere scelte. Edizioni movimento studentesco, Milano 1973, p. 597.
12 Anna Louise Strong. L’era di Stalin. Parenti Editore, Firenze 1958, p. 51.
13 Stalin. Opere scelte. Edizioni movimento studentesco, Milano 1973, p. 249.
[14] Stalin. Storia del PC(b) dell’URSS. Edizioni Servire il Popolo, 1970, p. 312.
[15] Ludo Martens. Un autre regard sur Staline. Editions EPO, Bruxelles 1994, p. 62.
[16] Ibidem, p. 64.
[17] Ibidem, pp. 62-63.
[18] Anna Louise Strong. L’era di Stalin. Parenti Editore, Firenze 1958, p. 52.
[19] Stalin. Les questions du leninisme. Edizioni in lingue estere, Pechino 1977, p. 418.
[20] Ibidem, p. 321.
[21] Ibidem, p. 446.
[22] Ludo Martens. Opera citata, p. 85.
[23] Stalin. Opera citata, pp. 480-481.
[24] Citato in Ted Grant. Russia. Dalla rivoluzione alla controrivoluzione. A.C. Editoriale Coop, Milano 1998, p. 129.
[25] Kostas Mavrakis. Trotskismo: teoria e storia. Gabriele Mazzotta Editore, Milano 1972, p. 82.
[26] Stalin. Opera citata, p. 498.
[27] Anna Louise Strong. Opera citata,pp. 59-60.
[28] Stalin. Opera citata, pp. 539 - 540.
[29] Anna Louise Strong. Opera citata, p. 67.
[30] Ibidem, pp. 56 - 57.
[31] Ibidem, p. 68.
[32] Bettelheim. L’economie soviétique, citato in Ludo Martens. Opera citata, p. 98.
[33] Ibidem, p. 100.
[34] Ibidem, p. 101.
[35] Ibidem, p. 102.
[36] Ibidem, p. 102.
[37] Davis, citato in Ludo Martens. Opera citata,pp. 88-89.
[38] Werth, citato in Ludo Martens. Opera citata, p. 106.
[39] N. Ostrovsky. Come fu temprato l’acciaio. Edizioni Servire il Popolo, Milano 1971, p. 244.
[40] Conquest. Citato da Ludo Martens. Opera citata, pp. 106-107.


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