www.resistenze.org - popoli resistenti - cambogia - 23-07-15 - n. 554

Perché della storia di Pol Pot e del movimento rivoluzionario che diede vita in Cambogia a uno dei tentativi più radicali di trasformazione della società si conosce così poco?

Colma una lacuna l'autore del presente saggio, in occasione del quarantesimo anniversario della vittoria della Kampuchea Democratica, ricorsa nell'aprile di quest'anno.

All'argomento ci si deve accostare con la consapevolezza del condizionamento ideologico di classe che domina noi sfruttati, in Occidente e nel resto dei paesi capitalisti. Ma studiare il passato con onestà intellettuale, per meglio comprendere un presente che ci dipingono come un'isola senza collegamenti con la storia, è un dovere a cui l'autore non si sottrae e che Resistenze.org condivide.

Con stile asciutto e gradevole, ci parla della costruzione del PCK, della vittoriosa guerra di liberazione contro l'imperialismo statunitense, della lotta combattuta dai "Khmer Rossi" contro le ambizioni egemoniche del vicino stato vietnamita, delle relazioni contraddittorie con la Cina e l'Unione Sovietica una volta mutati in senso riformistico gli indirizzi politici delle due grandi potenze socialiste, della diffidenza se non dell'ostilità con cui erano accolti dalla "sinistra" occidentale gli avvenimenti legati ai rivoluzionari cambogiani.

Capitolo dopo capitolo, il lettore troverà conferma del fatto che non esiste una storia unilaterale, schematica, astratta. Ogni evento va storicizzato, collegato non meccanicamente ma dialetticamente con il contesto che lo ha evocato e reso una possibilità concreta.

In giorni in cui viene ritenuto legittimo ridurre alla fame i popoli attraverso la trappola del debito e contemporaneamente negata, attraverso il riformismo di facciata - fintamente a favore dei proletari e realmente a favore dei grandi monopoli - dei vari leader socialdemocratici europei, ogni ipotesi di cambiamento reale dei rapporti sociali, ci sembra utile aprire una riflessione su una delle pagine più controverse e meno conosciute del "nostro" Novecento. Di questa possibilità siamo grati all'autore.


40° Anniversario della rivoluzione kampucheana

M.C.

maggio 2015

1. Introduzione
2. I comunisti cambogiani prima del 1966
3. Nascita del PCK
4. Struttura e politiche del PCK durante la guerra
5. Guerra e rivoluzione
6. La liberazione di Phnom Penh
7. Evacuazione di Phnom Penh e lavoro nei campi
8. Abolizione della moneta
9. Le cooperative e le cucine comunità
10. Fine di Kampuchea Democratica
11. Le cifre
12. Pol Pot e i contadini
13. Il "fenomeno" Pol Pot e PCK
14. Il dopo Kampuchea Democratica
15. Kampuchea Democratica e l'Italia
16. La parola a Pol Pot
Appendice fotografica



1. Introduzione

Quarant'anni fa, il 17 aprile del 1975 le Forze Armate Popolari di Liberazione della Kampuchea (FAPLK) liberano Phnom Penh. Nei cinque anni di guerra gli USA avevano sganciato più di 500.000 tonnellate di bombe sulle basi della resistenza cambogiana e avevano profuso centinaia di milioni di dollari, ma tutto era stato inutile. I partigiani cambogiani, guidati dal Partito Comunista di Kampuchea (PCK), proclamavano con orgoglio che le loro truppe contadine avevano sconfitto tutto ciò che la più grande potenza militare del mondo aveva schierato contro di loro.

Alla testa del movimento rivoluzionario cambogiano vi era il PCK del quale non si conosceva neanche l'esistenza in quanto la clandestinità assoluta era un punto centrale del suo operare. Pol Pot, Segretario Generale del Comitato Centrale (CC), nel 1978 in un'intervista alla Televisione di Stato Jugoslava affermò che polizia e servizi segreti "sapevano chi ero, ma non sapevano cosa fossi".

Dopo la vittoria nell'aprile 1975, quell'affermazione era ancora valida. In tutta la nazione, probabilmente meno di duecento cambogiani – esponenti del CC, comandanti di divisione, quadri fidati e addetti personali – sapevano cosa fosse Saloth Sâr (vero nome di Pol Pot). La CIA stessa sapeva della sua esistenza, ma non era riusciata a collegarla con il misterioso "Pol" identificato come capo del movimento comunista cambogiano. Il suo motto era: "Se mantieni il segreto, hai già vinto metà della battaglia". Nessuna sorpresa dunque che dirigenti, funzionari e militari di medio livello del PCK e gli stessi suoi familiari non conoscessero la vera identità del loro leader due anni dopo la vittoria.

2. I comunisti cambogiani prima del 1966

Quali furono i passaggi che portarono un'organizzazione assolutamente minoritaria e dipendente dal Partito e dallo Stato vietnamiti a diventare in poco più di due decenni la forza egemone della resistenza cambogiana contro gli USA con la conseguente presa del potere?

Nel febbraio 1951 il Partito Comunista Indocinese (PCI) tenne il suo ultimo congresso, in cui approvò la costituzione di un nuovo Partito Vietnamita dei Lavoratori (PVL), denominazione che fu giudicata più appropriata di quella comunista in un momento in cui era necessario riunire tutto il popolo vietnamita contro il colonialismo francese.

Il Segretario Generale Troung informò Stalin che in Cambogia e Laos sarebbero stati costituiti "partiti rivoluzionari popolari", una definizione che forniva un livello molto più basso di sviluppo economico. Il 5 agosto 1951 nasceva il Partito Rivoluzionario Popolare del Khmerland (PRPK).

Il Partito cambogiano, a rigor di termine, non era marxista-leninista, si definiva "avanguardia della nazione", non avanguardia della classe lavoratrice. Gli statuti non citano nemmeno l'espressione socialismo, anche se i quadri erano addestrati in basi vienamite ad apprendere la teoria marxista-leninista e la strategia della guerriglia. Tutte le decisioni a qualsisasi livello erano saldamente in mani vietnamite e nessun Khmer poteva diventare membro del Partito senza la precedente autorizzazione del Comitato di lavoro composto in massima parte da Vietnamiti. Questa situazione in cui il Vietnam nutriva progetti egemonici nella penisola indocinese proseguì per decenni e fu una delle cause dello scontro con i comunisti cambogiani.

Nel 1957 Tou Samouth, Segretario Generale del PRPK, Saloth Sâr e Nuon Chea (Segretario e Vice Segretario Generali del futuro PCK) cominciarono ad abbozzare un nuovo Programma e un nuovo Statuto per un rilancio del Partito cambogiano in sostituzione del PRPK, che consideravano sempre più un innesto estraneo. Nella primavera del 1960 nelle bozze dello Statuto e del Programma del nuovo Partito, che doveva chiamarsi Partito Cambogiano del Lavoro (PCL), un passo avanti rispetto al Partito Rivoluzionario Popolare, ma non ancora alla pari del Partito Vietnamita dei Lavoratori, si delineava una formazione abbastanza ortodossa. Era definita come "un Partito della classe lavoratrice partendo dal marxismo-leninismo, organizzato sulla base del centralismo democratico, con la critica e l'autocritica come principio guida".

C'erano però due questioni nevralgiche: i rapporti fra il nuovo Partito e i comunisti vietnamiti e la linea di condotta nei confronti del regime di Sihanouk. I Vietnamiti ribadivano la politica di appoggio al governo di Sihanouk, i Cambogiani definivano il governo del principe "feudale, nemico più importante della rivoluzione cambogiana e strumento degli imperialisti americani". Inoltre non si parlava di solidarietà indocinese, con cui si indicava l'egemonia vietnamita nell'area, ma "di indipendenza totale, di costruzione di un'economia nazionale e di una nazione cambogiana indipendente e sovrana". Le speranze vietnamite di una federazione indocinese stavano sparendo con rapidità. Il Congresso del 1960 fu il primo in cui i comunisti khmer avevano scelto i propri dirigenti e definito la loro linea politica senza il controllo dei Vietnamiti.

Intanto Sihanouk proseguiva nella sua feroce politica di repressione dei comunisti. Nel luglio 1962 fece arrestare, torturare e assassinare il Segretario Generale del PCL, Tou Samouth. Questo duro colpo per la sinistra cambogiana aprì a Saloth Sâr la strada per diventare capo del Partito.

Nel febbraio 1963 il Partito indisse il suo II Congresso. Sâr venne eletto Segretario Generale e assunse il nome Pouk e il nome del Partito venne cambiato, divenne ora Partito della Kampuchea dei Lavoratori (PKL), ponendosi così sullo stesso livello di quello Vietnamita dei Lavoratori. Con l'inasprirsi della repressione contro i comunisti il Partito decise il ritiro nelle campagne e il comando centrale nelle foresta in una base dell'FLN vietnamita.

All'inizio del 1964 Sâr riuscì a convincere i Viet cong a consentire ai Khmer di costituire un loro accampamento "per costruirsi da soli, un passo alla volta, la rivoluzione". La nuova base, conosciuta come Ufficio 100, dipendeva in tutto dai Vietnamiti, ma, per quanto riguardava la linea politica e le questioni ideologiche, un poco alla volta i comunisti khmer svilupparono una posizione indipendente. Il primo segno concreto di questo si ebbe nel Plenum allargato del CC dell'ottobre 1964, la prima riunione del genere mai tenuta dai Cambogiani. Durò parecchie settimane e si concluse con una risoluzione che appoggiava "tutte le forme di lotta" compresa quindi la violenza armata contro il regime di Sihanouk e sottolineava la "fiducia in se stessi", la parola d'ordine dei Khmer per liberarsi dal controllo vietnamita che causerà tanti scontri una decina d'anni dopo.

Nel 1965 il CC tornò a riunirsi ed approvò una risoluzione in cui si attaccava il "revisionismo moderno" – vale a dire le teorie di KruscÈ…v sulla "transizione pacifica al socialismo" – e si affermava il ruolo della violenza rivoluzionaria nella lotta contro l'imperialismo e i suoi lacchè. Per i comunisti cambogiani Sihanouk era "caporione dei feudalisti e degli imperialisti" e di conseguenza un bersaglio legittimo. Per i Vietnamiti, invece, era un patriota.

Lo stesso Plenum del CC aveva deciso che Saloth Sâr dirigesse una delegazione del Partito cambogiano ad Hanoi per istituire piene relazioni tra i due partiti. Fu un incontro molto difficile nel quale i Vietnamiti chiusero ogni ipotesi di lotta armata per i Cambogiani e di indipendenza del Partito cambogiano da quello vietnamita. La visita del 1965 fu uno spartiacque. Sâr concluse che gli interessi vietnamiti erano incompatibili, se non addirittura ostili, con quelli del comunismo khmer. Da Hanoi Sâr partì per Pechino e trovò un clima acceso e radicale che il futuro Pol Pot trovò entusiasmante e che segnò definitivamente la propria matrice ideologica. I Cinesi approvarono il Programma del Partito cambogiano, appoggiarono la sua posizione antirevisionista e lodarono "il suo autentico marxismo-leninismo" . Inoltre, agli inizi della Rivoluzione Culturale, la prevalenza all'interno del Partito Comunista Cinese (PCC) di alcuni gruppi considerati estremestici dalla stessa dirigenza maoista giocarono un'influenza sulla dirigenza del PCK, favorendo il prevalere di alcune figure rispetto ad altre. In particolare, si può ricondurre a questo periodo la frattura che opporrà l'anima di Pol Pot e quella più moderata di Hu Nim e Hou Youn, impegnata a trovare il modo di risolvere la contrapposizione tra città e campagna in maniera indolore o quasi.

3. Nascita del PCK

Nel mese di settembre del 1966 venne convocato il terzo Plenum del CC: durò sei settimane e alla sua conclusione, il 25 ottobre, i dirigenti cambogiani presero tre decisioni cruciali.

I) Cambiarono il nome al Partito: invece di essere un Partito dei Lavoratori come quello vietnamita, avrebbe dovuto chiamarsi da quel momento Partito Comunista della Kampuchea (PCK). Tuttavia la decisione fu tenuta segreta, e i membri del Partito e i Vietnamiti non vennero informati.

II) Si decise di spostare la sede del Partito dall'Ufficio 100, nel Ratanakiri, all'estremo nord-est per allontanarsi dalla sorveglianza vietnamita.

III) Venne inoltre assunta la decisione che ciascun Comitato di Zona cominciasse i preparativi per l'inizio della lotta armata nelle zone rurali e l'espansione delle reti clandestine nelle città con lo sviluppo della violenza politica e infine della violenza armata.

Una sorta di ammutinamento nei confronti dei Vietnamiti. All'interno del Partito cambogiano vi era, però, un forte dualismo tra coloro che arrivavano dall'esperienza dei Vietminh khmer che avevano combattuto contro i colonialisti francesi, più vicini ai Vietnamiti, e i cosiddetti "intelletuali" come Sâr e Ieng Sary, più sensibili a una piena indipendenza da Hanoi. Nel 1965 Sâr aveva detto a Le Duan, Segretario Generale del CC del PVL, che "il problema dell'unità in seno al Partito è il più difficile da risolvere". In seguito commentò che "dal 1961 al 1967 ci furono tendenze separatiste. Il Partito era spaccato". Ma dal 1968 Sâr cominciò ad emergere non solo come primus inter pares di una direzione collettiva, ma come il vero capo del Partito.

Nel novembre 1969 Pol Pot tornò ad Hanoi per convincere i Vietnamiti a fornirgli armi, ma i colloqui si svolsero in un'atmosfera molto tesa: i contrasti erano inconciliabili.

Il 18 marzo 1970 un colpo di stato del Primo Ministro Lon Nol, organizzato dagli USA, rovescia Sihanouk mentre è in visita a Mosca. Il 23 marzo viene annunciata la nascita del Fronte Unito Nazionale della Kampuchea (FUNK) e il 5 maggio viene costituito un Governo Reale di Unità Nazionale (GRUNK) agli ordini del quale avrebbe combattuto un Esercito di Liberazione Nazionale.

Il PCK sposta la base del comando centrale nella giungla del Kompong Thom, i dirigenti assumono nuovi nomi (Sâr abbandona l'ultimo soprannome Pouk e diventa Pol), a Khieu Sampanh, futuro Capo di Stato della Kampuchea Democratica, viene affidata la responsabilità dei contatti con Sihanouk e Ieng Sary viene inviato ad Hanoi e a Pechino come rappresentante speciale dell'interno incaricato delle questioni di politica estera.

Nei cinque anni di guerra il PCK è impegnato non in una, ma in ben quattro guerre. La prima era combattuta dagli USA, con l'impiego dei bombardieri. La seconda dalle forze di Lon Nol sul terreno. La terza guerra, a volte latente, a volte visibile, con i comunisti vietnamiti. Ed infine c'era una lotta per l'influeanza fra Sihanouk a Pechino e i leader della resistenza all'interno della Cambogia.

Gli USA sganciarono sull'Indocina tre volte più bombe di quante ne fossero state sganciate da tutti i belligeranti durante la Seconda Guerra Mondiale; sulla sola Cambogia il totale fu tre volte il tonnellaggio complessivo sganciato sul Giappone, atomiche comprese.

I quadri del Partito potevano forse razionalizzare il terrore ispirato dai B-52, ma i contadini divennero preda di un autentico e spaventoso terrore cieco.

Per tutto il 1971 dal punto di vista militare la situazione rimane immutata e le forze comuniste continuano ad occupare più di metà del territorio cambogiano. Rispetto al rapporto con i Viet cong e i Nordvietnamiti, Pol e Nuon Chea, Vice Segretario Generale del CC (Il Fratello Numero Due nella gerarchia interna) e responsabile Questioni Ideologiche della Commissione Permanente (CP) – organismo corrispondente al Politburò e alla Segreteria di altri partiti comunisti – ebbero una riunione durata una settimana con il PVL. Furono prese tre decisioni:

I Vietnamiti accettarono di ritirare i loro quadri civili dall'amministrazione delle zone liberate appena fosse stato possibile sostituirli con Khmer.

II) Accettarono di accellerare il loro programma di addestramento militare in modo tale da fare intervenire in azione un numero sempre maggiore di reparti del PCK.

III) Promisero che nelle zone in cui erano costituiti battaglioni misti Khmer rossi e Viet cong questi sarebbero stati sciolti un poco alla volta e sostituiti da reparti esclusivamente khmer.

Dopo questa riunione l'attrito fra le due parti, che portava anche a scontri a fuoco, si ridusse in modo notevole. Ma rimase comunque un problema costante.

Le reclute per l'esercito e il FUNK furono accettate indipendentemente dal loro passato, ma le qualifiche di ammissione al Partito (già molto severe) vennero ulteriormente irrigidite. Gli studenti e "i contadini medi", così erano definiti quelli che avevano abbastanza da mangiare durante tutto l'anno, i quali negli Anni Sessanta venivano accettati come candidati all'ammissione al Partito, vennero respinti subito o, nelle migliori circostanze, autorizzati a diventare membri candidati della Lega della Gioventù Comunista della Kampuchea (LGCK). Si decise che solo i "contadini poveri" avevano l'origine di classe adatta per l'ammissione al Partito.

Nel settembre 1971 si celebra il III Congresso del Partito. Viene approvato il nuovo Statuto, ratificato il nome Partito Comunista di Kampuchea, adottato cinque anni prima, confermato Pol Segretario Generale del CC e Presidente del Comitato Militare (anzichè soltanto Segretario della Commissione Permanente) ed eletto un nuovo CC di 30 membri, nessuno dei quali appartenente al "Gruppo di Hanoi".

Nel maggio 1972 viene convocata una sessione del CC, nella quale Pol denunciò che la rivoluzione stava procedendo con troppa lentezza. La decisione adottata al III Congresso, di "cominciare a spazzare via i tratti socio-culturali del vecchio regime, quelli del feudalesimo, della reazione e dell'imperialismo" era rimasta lettera morta. Dietro sue sollecitazioni, il CC diramò una direttiva urgente ordinando al Partito di rafforzare la sua "posizione proletaria" e di intensificare la lotta contro "le varie classi di oppressione". Vengono approvati anche i piani per la collettivizzazione dell'agricoltura e la soppressione del commercio privato appena la situazione lo avesse permesso. Fu una vera e propria svolta.

L'esercito contava allora su 35 mila uomini, appoggiati da circa centomila guerriglieri, un terzo della popolazione viveva sotto controllo delle forze rivoluzionarie.

Era giunto il momento di passare alla fase successiva: stava per avere inizio la rivoluzione sociale.

4. Struttura e politiche del PCK durante la guerra

Nei primi due anni di guerra, la politica del PCK nelle campagne era stata caratterizzata per la sua moderazione. Dopo la sessione del CC del maggio 1972, questa situazione cominciò a cambiare. I contadini più ricchi si videro privati di una parte delle loro terre, che fu assegnata alle famiglie più povere. L'amministrazione rivoluzionaria, inoltre, requisì, o fece cessare di esistere a forza di tasse, tutti i mezzi di trasporto privati. I più poveri e i contadini delle classe medio-basse, i più solidi sostenitori del PCK, si avvantaggiarono di queste misure. Vennero organizzati negozi in cooperativa eliminando di conseguenza i mercanti sino-khmer che avevano monopolizzato il commercio nei villaggi. In alcune zone in cui i rapporti di forza erano più favorevoli, si fecero pressioni sulle famiglie più abbienti perchè vendessero il mobilio di casa, una caratteristica di distinzione, perchè i contadini poveri non avevano mobili e dormivano su stuoie sul pavimento. I matrimoni lussuosi, vennero prima scoraggiati e alla fine vietati del tutto. Venne sospesa la vendita di birra e sigarette di contrabbando perché potevano permettersele solo i contadini ricchi. L'amministrazione rivoluzionaria trovò poche difficoltà nel farsi accettare: per i contadini poveri, che componevano oltre la metà della popolazione rurale, le condizioni di vita erano migliori che in passato e per l'altra metà non furono molto peggiori. Anche in seguito, quando lo scontro di classe si fece più acuto nei confronti di intelletuali e popolazione urbana, i contadini poveri e medi garantirono comunque l'appoggio alla rivoluzione il cui obiettivo principale era di rinnovare l'intera società cambogiana sul modello dei contadini più poveri che avevano sempre vissuto lontano dai centri abitati, non contaminati dal mondo esterno, corrotto e fondato sullo sfruttamento.

Negli Anni Settanta, il movimento dei "Khmer rossi" era composto da sei categorie diverse di persone:
i non appartenenti al Partito
gli "elementi di base": chi attendeva l'ammissione nella Lega Giovanile o, raramente, direttamente al Partito
membri candidati alla Lega Giovanile
membri di pieno diritto della Lega Giovanile
membri candidati al Partito
membri di pieno diritto del Partito.

I metodi di scelta erano "critica e autocritica", lavoro manuale e studio dei testi del Partito Comunista. La critica e l'autocritica avvenivano nelle cosidette "riunioni di stile di vita", tenute in piccoli gruppi, di solito due volte alla settimana, ma in alcuni reparti ogni sera. Sotto la guida di un compagno anziano ciascuno confessava pubblicamente i propri errori di pensiero e di comportamento. Khieu Samphan, "Fratello Numero 4" nella gerarchia interna, futuro Presidente del Presidium di Stato, ovvero Capo di Stato della Kampuchea Democratica, li chiamava "resoconti quotidiani dell'attività rivoluzionaria". Di solito il compagno anziano, che dirigeva la seduta, esortava: "Compagni, raccontiamo come abbiamo trascorso la giornata, per correggere i nostri errori e purificarci dai peccati che ostacolano la nostra amata rivoluzione". I quadri e i militanti "si davano al Partito", diventando un tutto unico con la rivoluzione. Critica, autocritica e "introspezione" non riguardavano soltanto gli elementi giovani. Tutti i quadri, di qualunque livello, dovevano prenderne parte.

Laurence Picq, l'unica europea a vivere nella Kampuchea Democratica, di stanza al B1, il Ministero degli Affari Esteri, ha scritto nelle sue memorie che queste riunioni "erano un rito del quale nessuno di noi poteva fare a meno per spingere il gruppo a ulteriori sforzi, più forte, più unito, più ferreo con sempre maggiore accento per fare di più e meglio". Khieu Samphan ricorda che bisognava esaminare i propri pensieri e analizzare i punti deboli e quelli di forza. Al comando centrale, le riunioni del CC cominciavano sempre con una sessione di una settimana di critica e autocritica, diretta da Pol in persona o da Nuon Chea. Soltanto dopo iniziavano i lavori del CC. Pol dedicava molto tempo scrivendo documenti di addestramento su argomenti come lotta di classe, lotta a individualismo e liberalismo e costruzione di princìpi proletari. "Costruire" nel gergo del PCK significava modificare la coscienza tramite l'addestramento mentale e il lavoro manuale. Pol sosteneva che con la "teoria della proletarizzazione", tramite il lavoro manuale, chiunque, da qualsiasi classe sociale provenisse, avrebbe potuto acquisire la disciplina dell'operaio delle fabbriche, l'idea del rispetto del ritmo, della disciplina, dei tempi di lavoro e della vita. L'obiettivo dei quadri era non solo di essere vicini al popolo, ma di confondersi con esso: non solo lavorare, ma parlare, dormire, camminare, sedere, mangiare, fumare, ridere come il popolo. Mangiare in modo rivoluzionario voleva dire mangiare da poveri, per rispetto alla povertà dei contadini, anche se c'era abbondanza di cibo. Vestirsi in modo rivoluzionario voleva dire che tutti, senza eccezioni, compreso lo stesso Pol, dovevano indossare gli abiti neri dei contadini, con un krama, una sciarpa a scacchi bianchi e rossi al collo e sandali ritagliati da vecchi copertoni d'automobili. Gli uomini portavano berretti con la visiera alla cinese, le donne capelli tagliati severamente alla maschietta. La moglie di Thiunn Thioeunn, futuro Ministro della Sanità della Kampuchea Democratica, ricordò che quando lei e suo marito entrarono in clandestinità e partirono per la zona speciale nel 1971, la prima cosa che fece fu di procurarsi pantaloni e giacca neri. Era, si diceva, anche una questione di sicurezza: gli osservatori dei ricognitori USA dall'alto non li avrebbero riconosciuti perché li avrebbero scambiati per tronchi bruciati. Lo stesso Ieng Sary – "Il Fratello numero 3" nella gerarchia interna, membro della Commissione Permanente del CC del PCK e futuro Ministro degli Affari Esteri della Kampuchea Democratica – che rappresentava il PCK nella capitale cinese, viveva nella sede del Partito in maniera assolutamente spartana: nell'inverno gelido di Pechino senza riscaldamento e mangiando solo riso bollito, per emulare i contadini e i quadri che combattevano in Cambogia. A differenza dei rappresentanti della resistenza fedeli a Sihanok che vivevano nello sfarzo più ostentato.

I membri permanenti del Comitato Centrale del PCK – "Kena Mocchhim" ("Apparato del Partito", in cui "mocchhim" deriva dal termine francese "machine", che sta per "apparato") che costituivano il cosiddetto "Nucleo del Partito" – furono:

Pol Pot, nato a Preuk Sbauv il 19 maggio 1925, "Fratello Numero 1", Segretario Generale del PCK dal febbraio 1963 e Primo Ministro di Kampuchea Democratica. Morto ad Anlong Veng il 15 aprile 1998 all'eta di 73 anni.

Nuon Chea, nato il 7 luglio 1926, "Fratello Numero 2", Vice Segretario Generale del PCK, Responsabile Questioni Ideologiche, Vice-Capo dell'Alto Comando Militare del PCK dal 1970 al 1975, poi Presidente dell'Assemblea della Kampuchea Democratica. Arrestato il 19 settembre 2007 e sottoposto al processo farsa del "Tribunale speciale" delle potenze imperialiste. Il 7 agosto 2014 il tribunale imperialista lo condanna all'ergastolo.

Ieng Sary, nato a Trà Vinh il 24 ottobre 1925, "Fratello Numero 3" o "Compagno Vann", nel 1970 rappresentante del PCK nel GRUNK, poi Vice Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri della Kampuchea Democratica. Arrestato il 12 novembre 2007 e sottoposto al processo farsa del "Tribunale speciale" delle potenze imperialiste. Morto in carcere il 14 marzo 2013 all'età di 87 anni.

Khieu Samphan, nasce a Svay Rieng il 27 luglio 1931, "Fratello Numero 4" o "Compagno Hem", Capo dello Stato della Kampuchea Democratica.

Nel 2007 pubblica un libro, Riflessione sulla storia cambogiana fino all'epoca della Kampuchea Democratica, in cui difende le politiche di Kampuchea Democratica. Arrestato nel novembre 2007 e sottoposto al processo farsa del "Tribunale speciale" delle potenze imperialiste. Il 7 agosto 2014 il tribunale imperialista lo condanna all'ergastolo.

Ta Mok, nasce nella provincia di Takeo nel 1924, "Fratello Numero 5", membro del Comitato Centrale del PCK dal 1963, poi Capo di Stato Maggiore dell'Esercito di Kampuchea Democratica dal 1975. Catturato nel 1999 dall'esercito del fantoccio Hun Sen, muore in carcere il 21 luglio 2006 all'età di 82 anni.

Son Sen, nasce il 12 giugno 1930, "Fratello Numero 89" o "Compagno Khieu", entra nel Comitato Centrale del PCK nel 1963 e nel 1968 comanda la lotta armata contro Sihanouk. Nel 1975 diventa Vice Primo Ministro, Ministro della Difesa e capo del Santebal, i Servizi di Sicurezza di Kampuchea Democratica. Muore il 10 giugno 1997 all'età di 67 anni.

Hu Nim, nasce nel Kompong Cham il 25 luglio 1930, "Compagno Phoas", Ministro dell'Informazione della Kampuchea Democratica. Muore il 6 luglio 1977 all'età di 47 anni.

Yun Yat, nasce a Phnom Penh nel 1934, "Compagna At", a partire dal 1969 dirige il servizio sanitario nelle aree controllate dal PCK. Dal 1975 Ministro della Cultura e dell'Educazione e dal 1977 Ministro dell'Informazione al posto di Hu Nim. Sempre nel 1977 è incaricata di estirpare il Buddhismo. Muore il 15 giugno 1997 all'età di 63 anni.

Ke Pauk, nasce nel 1934, "Fratello Numero 13", dal 1950 membro del Movimento anti-francese Khmer Issarak, Segretario del Partito per la Zona Nord dal 1975. Muore ad Anlong Veng il 15 febbraio 2002 all'età di 68 anni.

Ieng Thirith, nasce il 10 marzo 1932, Ministro dell'Assistenza Sociale e Presidente della Croce Rossa di Kampuchea Democratica. Responsabile dell'Alleanza della Gioventù Democratica Khmer, creata nel 1962, diventata, nei primi Anni Settanta, Lega della Gioventù Comunista di Kampuchea. Arrestata il 12 novembre 2007 e sottoposta al processo farsa del "Tribunale speciale" delle potenze imperialiste.

Vorn Vet, nasce nel 1934, Capo del PCK clandestino a Phnom Penh, Vice Primo Ministro e Ministro dell'Economia della Kampuchea Democratica. Muore nel 1978.

Khieu Ponnary, nasce nel Battambang nel 1920, "Sorella Numero 1", membro del CC del PCK, Segretaria del PCK nel Kompong Thom nel 1973, Presidente della Lega delle Donne della Kampuchea Democratica. Muore a Pailin il 1° luglio 2003.

5. Guerra e rivoluzione

All'inizio del 1972 le relazioni con i Vietnamiti avevano ripreso a peggiorare. Il PCK lavorava per il superamento della presenza dei reparti misti viet-khmer, per il controllo delle truppe sihanoukiste addestrate dai Vietnamiti (le quali si distinguevano dai reparti comunisti cambogiani con un distintivo con l'effige del principe applicato sull'uniforme) e perché le zone liberate fossero amministrate integralmente dai Cambogiani. La crescente diffidenza circa le intenzioni dei Vietnamiti, avvertita dal PCK, non era soltanto il prodotto di timori atavici. Persino l'Ambasciatore sovietico di Hanoi, Ivan Scerbakov, assolutamente "filovietnamita", riferì a Mosca che i dirigenti vietnamiti parlavano ancora del loro vecchio sogno di una federazione socialista indocinese e ammonì che l'approccio strettamente nazionalistico di Hanoi e i suoi tentativi di subordinare i problemi della Cambogia e del Laos agli interessi del Vietnam rischiavano di alienarsi i movimenti comunisti in entrambi i paesi.

Il 27 gennaio 1973 vengono firmati gli accordi di Parigi: l'armistizio tra USA e Vietnam del Sud da una parte e Repubblica Democratica del Vietnam del Nord e Repubblica del Vietnam del Sud (il governo provvisorio dell'FLN dei Viet cong) dall'altra e allargato anche al Laos e alla Cambogia.

Il PCK, tuttavia, proclama che continuerà a combattere fino alla vittoria finale e non riconosce gli accordi. Gli USA nei sei mesi successivi sganciano 257.000 tonnellate di bombe sulle basi della resistenza e sui villaggi khmer, quasi la metà del totale di cinque anni di guerra. Quel diluvio spaventoso di fuoco fece affluire decine di migliaia di nuove reclute nella Resistenza e fornì le condizioni per un mutamento della politica del PCK, con una forte radicalizzazione nella gestione della guerra e nello scontro di classe nelle zone liberate. Ci fu un precedente molto simile nella Cina Popolare, quando lo scoppio della guerra di Corea nel 1950 provocò un clima di esaltazione rivoluzionaria che permise una notevole accelerazione dello spodestamento dei latifondisti, la costruzione di cooperative agricole, l'eliminazione dei controrivoluzionari e la nazionalizzazione del commercio e dell'industria. I mutamenti sociali ed economici previsti in Cina in vent'anni vennero completati in cinque anni. In Cambogia la nuova linea politica fu varata ufficialmente il 20 maggio 1973. Pol e la CP del CC decisero che le cooperative erano necessarie per tre motivi:

Evitare che i contadini vendessero i loro prodotti ai Vietnamiti o ai commercianti delle zone controllate dal governo, i quali pagavano prezzi superiori a quelli dell'amministrazione rivoluzionaria.

Garantire rifornimenti alimentari sufficienti all'esercito rivoluzionario in continua espansione e assicurare nelle zone in cui la maggior parte degli uomini validi combatteva, razioni alle donne, ai bambini e agli anziani rimasti.

Costruire, quale compito del PCK, una società pulita, onesta e senza sfruttatori, eliminando dunque, il commercio privato che, come la proprietà privata, comportava la ricerca del profitto: un atteggiamento per definizione disonesto e causa di sfruttamento.

Il Vietnam bloccò ogni forma di aiuto al PCK, ma lo strangolamento delle linee di rifornimento non produsse i risultati desiderati. La Resistenza cambogiana continuò a combattere in una maniera tale che sorprese addirittura i Vietnamiti stessi. Infatti i reparti governativi spesso si davano alla fuga, ma non vi sono mai state notizie di reparti del PCK che si siano dispersi o arresi. Il rifiuto di Pol di negoziare un armistizio sollevò ad Hanoi lo spettro di perdere il controllo completo dei Cambogiani, i quali risposero alzando la posta: ci fu un netto aumento degli scontri armati fra reparti del PCK e Vietnamiti e i "Khmer Rossi" accrebbero ulteriormente la loro pressione militare contro i governativi conquistando nuove zone, città e nodi strategici. La strategia di Hanoi era fallita: il flusso di armi lungo il Sentiero di Ho Chi Minh venne fatto riprendere.

Nel 1974 la guerra rimase la principale preoccupazione di Pol, ma non era l'unica. Anche se, in teoria, la Cambogia era ancora nel mezzo di una rivoluzione nazional-democratica – che richiedeva quindi il più vasto possibile fronte unitario per rovesciare il governo di destra e installare un regime progressista – Pol cominciava a pensare alla fase successiva: la rivoluzione socialista, il cui scopo era quello di trasformare dalle radici la natura della società cambogiana. La collettivizzazione e l'eliminazione del commercio privato erano già in corso. Era giunto il momento di parlare apertamente di socialismo come obiettivo dell'Angkar, l'entità che celava il PCK, organizzazione assolutamente segreta.

Nel settembre 1974 Pol convocò la sessione annuale del CC. I dirigenti del PCK riuniti presero tre decisioni fondamentali che contribuirono a definire la politica per i successivi quattro anni.

La prima riguardava la popolazione delle città. Fin dal 1971 Pol e gli altri massimi dirigenti erano rimasti colpiti dalla rapidità con cui nei centri urbani delle zone liberate, appena se ne presentava una sia pur minima possibilità, i commercianti e i bottegai tornavano alle loro vecchie abitudini capitaliste e speculative controllando la distribuzione delle merci. Pol concluse che l'unica risposta fosse di mandarli a lavorare nei campi altrimenti, se il risultato di tanti immani sacrifici era che i capitalisti rimanevano a comandare, a cosa era servita la rivoluzione? Venne quindi decisa l'evacuazione di tutti centri urbani liberati: la popolazione urbana doveva essere avviata nelle campagne a intraprendere una nuova vita, producendo ciò che consumava senza sfruttare e speculare su nessuno.

Fu una decisione radicale, destinata a sconfiggere qualsiasi tentativo del nemico di destabilizzare la rivoluzione.

La seconda decisione del CC riguardò il denaro. Nelle zone liberate l'uso della moneta governativa era stato gradualmente sostituito in via provvisoria da un sistema di baratto, nell'intento di introdurre la nuova valuta rivoluzionaria alla fine del 1974. Il CC dispose che la nuova valuta venisse messa in circolazione soltanto dopo che l'intero Paese fosse stato stato sotto il controllo del PCK.

Il terzo problema, il più difficile, riguardava l'unità del Partito. Fin dal 1968, quando il movimento comunista cambogiano aveva dato ufficialmente inizio alla lotta armata, i diversi gruppi e le reti di appoggio che componevano il PCK avevano fatto un vero sforzo per restare insieme.

Il conflitto fra le "case di fronde intrecciate" e le "case di mattoni" – gli ex Issarak con le loro radici nella "guerra dei nove anni" dal 1945 al 1954 contro i colonialisti francesi, e i giovani istruiti nelle città come Pol e Ieng Sary – tornò in primo piano. La tensione si aggravò quando Hou Youn aveva cominciato a criticare apertamente alcune decisioni del CC ed è ampiamente confermato che a partire dal 1974 ebbe molte discussioni con Pol sulla linea politica.

Intanto, sul campo di battaglia la Resistenza continuava ad ottenere vittorie e in campo diplomatico ormai sessantatré nazioni avevano riconosciuto il GRUNK.

Ai primi di aprile del 1975, la vita a Phnom Penh era diventata irreale. Chi aveva soldi e conoscenze trovava posto sugli ultimi aerei in partenza. Non vi erano cibo e medicinali, le sofferenze di tanti erano contrapposte allo svergognato consumo da parte di pochi. Mentre il prezzo del riso saliva a livelli astronomici, i ristoranti di lusso offrivano ancora foie gras, cacciagione e vini pregiati francesi. E poi bordelli, oppierie, gioco d'azzardo. Era come se la città avesse deciso di dimostrare di essere quella fogna di decadenza e turpedine che i rivoluzionari sostenevano che fosse: "la puttana del Mekong", il bersaglio ideale per i fuochi di purificazione della rivoluzione ormai alle porte.

Dopo aver speso nove miliardi di dollari, l'equivalente di dieci anni del reddito nazionale cambogiano, per la maggior parte in bombardamenti aerei, aver causato la morte di 800 mila Cambogiani ed aver abbruttito e riportato alla preistoria umana un intero popolo, l'avventura USA si era finalmente conclusa.

6. La liberazione di Phnom Penh

Il 17 aprile 1975 alle 9 di mattina le prime forze partigiane arrivano al centro della capitale senza incontrare nessuna resistenza. La popolazione scende in strada e dà il benvenuto ai liberatori. Nessuno, però, conosce con precisione chi siano i liberatori. Non si presentano a nome di un Partito comunista, ma solo di un ignota Angkar, cioè Organizzazione. Ai Cambogiani che chiedono di sapere cos'è l'Angkar viene risposto semplicemente "E' ognuno di voi".

Nikân, il fratello minore di Son Sen – membro della CP del CC del PCK, futuro Ministro della Difesa della Kampuchea Democratica nonchè a capo del Servizio di Sicurezza Santebal – era con l'avanguardia, che entrò in città con una divisione della zona speciale: "Entrammo da tutte le direzioni. C'erano nel complesso quattordici punti di partenza per la spallata finale. Pensavamo che la città cadesse fra le 10.30 e mezzogiorno, ma in realtà avvenne un'ora prima. Che gioia e quanta felicità per noi! Fu una vittoria perfetta. La giustizia era dalla nostra parte. Ricordo di aver pensato come tutto sarebbe cambiato e come i contadini avrebbero finalmente avuto una vita migliore".

Il giornalista italiano Terziano Terzani così descrive i rivoluzionari: "Uomini e donne vestiti di nero. Con la pelle grigia per la malaria e gli anni di stenti passati nella giungla". Francois Ponchaud, a Phnom Penh nei giorni della liberazione e autore di Cambogia Anno Zero, Sonzogno, Milano, 1977, scrive: "Gruppi di giovani, tutti vestiti di nero, con il berretto cinese e sandali Ho Chi Minh, entravano in silenzio in città, spuntando da tutte le parti. Sfiniti, sperduti, completamente estranei all'esultanza della popolazione. Gli uomini in nero entravano in fila indiana, allineati in modo impeccabile, col passo felpato, in silenzio come se fossero ancora nella foresta".

Ai cittadini, i guerriglieri comunisti sembrano arrivare da un altro pianeta. In effetti venivano da un mondo diverso: il mondo che Michael Vickery, uno dei più profondi conoscitori della Cambogia, aveva visto nei poverissimi villaggi: contadini analfabeti, quasi alla disperazione, vivevano come i loro antenati, senza acqua corrente né elettricità, senza scuole, senza attrezzi meccanici di alcun genere, senza nemmeno una strada, per nulla toccati dalla modernità superficiale che gli anni di Sihanouk avevano portato nei villaggi lungo le principali rotabili. Erano giovani che non avevano mai visto una moneta e non sapevano cosa fosse un'automobile. In quelle zone poverissime e remote il PCK aveva costituito le proprie roccaforti e reclutato i suoi militanti. Erano luoghi che gli abitanti delle città non avevano mai visitato e la cui stessa esistenza trovavano difficile immaginare. Ma non erano assolutamente meno Khmer dei "cittadini" e questi poveri tra i poveri divennero il modello dal quale sarebbe stata forgiata la rivoluzione. Ma lo stesso pensarono i partigiani dei cittadini. Dopo anni di guerra e stenti in mezzo alla giungla, i giovanissimi guerriglieri vedono per la prima volta la città, per loro simbolo della corruzione capitalista e occidentale, dello sfruttamento e della guerra. Finalmente si trovano di fronte ai "nemici" di cui tanto avevano sentito parlare, vale a dire i "capitalisti" che rifiutavano di entrare nella Rivoluzione, gli alleati degli americani, che per anni avevano fatto piovere bombe sopra i loro villaggi, seminando distruzione, morte e povertà assoluta. Due Cambogie, che fino a quel momento erano state tenute rigorosamente separate, si scontrarono in quel giorno d'aprile del 1975.

Entrando a Phnom Penh, i rivoluzionari si preoccupano di disarmare le truppe nemiche e di fermare i saccheggi dei negozi. Poco prima dell'assalto finale i comandanti di divisione avevano ordinato alle loro truppe di non saccheggiare. Non erano denaro o gioielli che essi bramavano: infatti preziosi e pacchi di banconote di dollari venivano sistematicamente distrutti sotto lo sguardo esterefatto dei cittadini. Elettrodomestici e mobili di pregio vennero ignorati. Due articoli erano solo ricercati: gli pneumatici delle auto subito tagliati a strisce per farne suole per i sandali e le balle di stoffa che non venivano aperte per vandalismo come pensavano i cittadini, ma per farne sacche e coperte per dormire. "La città è un male perché c'è dentro il denaro". La rabbia dei contadini sbucati dalla giungla era diretta contro coloro i quali avevano continuato a vivere fra le comodità, ignorando la loro miseria, mentre essi combattevano in situazioni spaventose per sconfiggere l'imperialismo e la reazione. Ma soprattutto era diretta contro chiunque e contro tutto quanto era collegabile ai bombardamenti americani. Eppure sarebbe potuto andare molto ma molto peggio. Dopo cinque anni di guerra civile in cui erano morte 800 mila persone e con efferate atrocità, la caduta di Phnom Penh non si distinse per lo spargimento di fiumi di sangue. Dei circa ottocento stranieri che si erano rifugiati all'Ambasciata francese, alcuni temevano per la loro incolumità, tuttavia nessuno rimase ferito, non parliamo di uccisioni. Francois Ponchaud, presente in quei giorni, scive che "i Khmer Rossi non hanno mai effettuato perquisizioni né controlli; oltre all'acqua e al riso, ci hanno fornito birra e sigarette, e ci hanno portato dei maiali, lasciando a noi il compito di ammazzarli Chi conosce la loro dieta frugale, può comprendere l'importanza di questi regali".

Come era stato deciso nella sessione del CC del settembre 1974 Phnom Penh venne evacuata come tutti gli altri centri abitati. Si calcola che nel complesso circa ventimila persone persero la vita nell'evacuazione della capitale, l'1% dei due milioni di abitanti di Phnom Penh. La cifra in sé non è eccezionale come conseguenza di una guerra civile. Nella Francia del 1945, nei primi mesi dopo la ritirata dei Tedeschi, centomila persone perirono nella resa dei conti fra collaborazionisti e partigiani della Resistenza antinazista. La proporzione, quindi, non è molto differente.

Un dato assodato è che nell'evacuazione non ci furono perquisizioni personali, perché la perquisizione di persone da parte dei militari, soprattutto delle donne, avrebbe violato il codice morale dei comunisti khmer. Infatti, per questo motivo, molti rivoluzionari rimasero uccisi da cittadini armati.

Gli abitanti della Cambogia furono classificati in tre gruppi: i membri di pieno diritto, i candidati e i "deposti". I primi, di solito i contadini delle classi più povere e medie, avevano diritto alla razione alimentare completa, a ricoprire incarichi politici nelle cooperative, a entrare nell'esercito e a chiedere l'iscrizione al Partito.

I candidati venivano subito dopo per quanto riguardava le razioni e potevano ricoprire incarichi amministrativi di secondo piano.

I "deposti" erano gli ultimi nell'elenco delle distribuzioni e non avevano diritti politici.

In un primo momento le prime due categorie furono composte esclusivamente da "elementi di base", vissuti nelle zone liberate prima della vittoria del 17 aprile, mentre gli appartenenti alla "gente nuova" divennero tutti deposti. Anche la posizione sociale avuta in passato aveva una sua importanza e in molti casi gli ex contadini ricchi delle zone liberate da tempo furono comunque messi nella categoria più bassa assieme alla "gente nuova". La divisione in tre classi fu adottata in modo diseguale e la dicotomia di fondo rimase fra gli elementi "di base" e i "nuovi". La differenza di status fra le due categorie era immensa, soprattutto nel primo anno. Comunque Pol Pot incoraggiò i quadri locali a seguire una linea prudente, a non trattare tutti i "nuovi" come nemici, anche se l'odio di classe presente in vaste fasce di contadini poveri, comportò che in molte zone i "nuovi" continuarono a essere considerati come prigionieri di guerra.

Il primo passo, la distruzione dell'élite feudale che per secoli aveva sfruttato la nazione, era stata ottenuta con la vittoria e con l'evacuazione delle città.

Il secondo passo, "costruire e difendere" comportava la mobilitazione dell'intero Paese verso lo sviluppo ad una velocità elevatissima, allo scopo di impedire ai nemici di sempre della Cambogia – la Thailandia e il Vietnam – di avvantaggiarsi del suo stato di debolezza. Come Pol Pot ebbe a dichiarare alla CP del CC: "Se noi correremo abbastanza veloci, i Vietnamiti non riusciranno a raggiungerci".

Il 17 aprile divenne il giorno in cui "duemila anni della storia della Cambogia ebbero fine" e i Cambogiani cominciarono a costruire "un futuro più glorioso di Angkor" proclamava Radio Phom Penh La Voce della Kampuchea Democratica nei giorni dopo la liberazione. Il PCK avrebbe guidato la Cambogia lungo una strada "mai percorsa prima da alcuna nazione nella storia" dichiarò Ieng Sary, in un'intervista al Der Spiegel il 2 maggio 1977.

Ha inizio una rivoluzione, considerata la più radicale della storia dell'umanità, segnata da un acutissimo e violento scontro di classe e caratterizzata da una "velocità" senza pari. Negli anni a venire lo stesso Ieng Sary, ripensando alla loro esperienza rivoluzionaria alla quale avevano dedicato tutta la loro vita, avrebbe sostenuto che era stata proprio la rapidità della loro vittoria nel 1975 a contenere i semi della loro sconfitta: "Il treno stava marciando troppo forte. Nessuno era riuscito a farlo arrestare in corsa".

Questa corsa velocissima quando diventò irreversibile, non più "controllabile"? Come tutto ciò che riguarda il movimento comunista della Kampuchea è difficile e complesso dare risposte certe. Nell'autunno del 1974, quando venne presa la decisione di evacuare anche Phnom Penh? Il 19 aprile 1975 – due giorni dopo la vittoria – quando Pol Pot espose per la prima volta alla CP del CC le linee guida della rivoluzione: "Costruire e difendere!"? Oppure nel gennaio del 1976, quando il IV Congresso del PCK approvò ufficialmente l'abolizione della moneta?

Probabilmente la risposta più plausibile non è fra queste, ma la si può ricercare nel corso di una lunghissima sessione della CP allargata il cui segreto è stato custodito tanto gelosamente che per un quarto di secolo nessuno, al di fuori della ventina di partecipanti, seppe che era stata tenuta.

I massimi dirigenti del PCK si riunirono nel maggio 1975 in un momento in cui i rivoluzionari stavano ancora valutando quale strada intraprendere. Dopo dieci giorni di discussioni presero la decisione di sciogliere il cosiddetto fronte unito con i sostenitori di Sihanouk e con altri gruppi non comunisti con cui avevano combattuto e conquistato il potere; di abbandonare le linee politiche relativamente moderate che una simile alleanza comportava e di effettuare invece "il balzo – il balzo estremamente meraviglioso, estremamente prodigioso, sensazionale – di instaurare in un colpo solo il comunismo totale" come dichiarò Phi Phuon, capo della sicurezza del Ministero degli Esteri.

Il dado era stato tratto.

Un aspetto rilevante fu che, anche dopo la vittoria, il PCK decise di rimanere in clandestinità. I suoi membri, a partire dai massimi dirigenti, avevano in molti casi identità realmente incerta o del tutto ignota. Si parlava solo di Angkar.

Il suo significato è quello di "Organizzazione" (il nome completo è Angkar Padevat, cioè "Organizzazione Rivoluzionaria", o Angkar Loeu, cioè "Organizzazione Superiore"), e nel linguaggio dei Khmer Rossi avrebbe sostituito del tutto qualunque riferimento esplicito al Partito o ai suoi leader, i quali non venivano mai nominati direttamente, ma indicati come Fratelli e distinti tramite un numero cardinale oppure tramite nomi di battaglia. Dopo la liberazione di Phnom Penh Salot Sâr abbandona il nome Pol e diventa Pol Pot.

Il 9 settembre 1976, muore Mao Zedong, la Kampuchea Democratica proclama il lutto ufficiale e nel corso di una riunione commemorativa, il 18 settembre, Pol Pot rivela per la prima volta che l'Angkar è un'organizzazione marxista – leninista. E' un primo passo verso l'annuncio pubblico dell'esistenza del PCK, sollecitato da tempo dai Cinesi.

Il 27 settembre 1977 Pol Pot pronuncia un discorso di cinque ore trasmesso da radio Voce della Kampuchea Democratica, "Evviva il 17° anniversario del Partito Comunista di Kampuchea", che sarà anche uno dei rarissimi testi pubblicati in Occidente da parte delle Associazioni di Amicizia con la Kampuchea Democratica. E' in questa occasione che Pol Pot dichiara pubblicamente che l'Angkar è il Partito Comunista di Kampuchea ed esce formalmente dalla clandestinità.

Dopo una ricostruzione non esaustiva dei principali passaggi del cammino e delle scelte strategiche del PCK, dalla nascita fino alla presa del potere, riteniamo importante affrontare alcuni punti della rivoluzione del PCK che tanto hanno fatto discutere in questi quattro decenni.

7. Evacuazione di Phnom Penh e lavoro nei campi

Come abbiamo visto, nella sessione del CC del settembre 1974 venne assunta la decisione dell'evacuazione di tutti i centri abitati, compresa la capitale. Allora fu una decisione che riguardava due fronti: uno politico e l'altro ideologico. Politicamente era, infatti, necessario distruggere alla base le forme di sfruttamento e speculazione di commercianti e bottegai i quali, abbiamo visto, appena se ne presentava una sia pur minima possibilità tornavano alle loro vecchie abitudini capitaliste e speculative controllando la distribuzione delle merci. Un documento interno del CC affrontava, invece, l'aspetto ideologico. Lo sgombero delle città mirava "a preservare la posizione politica dei quadri e dei combattenti, a evitare soluzioni di evoluzione pacifica della rivoluzione, a combattere la corruzione e la dissolutezza, a portare la popolazione urbana a partecipare alla produzione agricola e a eliminare le basi di supporto di Sihanouk. Il sistema della proprietà privata e dei beni materiali veniva spazzato via".

Francois Ponchaud ricorda che il giorno dopo la liberazione un commissario politico gli aveva detto: "La città è malvagia, perché in città c'è il denaro. Le persone si possono cambiare, la città no. Sudando per dissodare, seminare, raccogliere, l'uomo conoscerà il vero valore delle cose! A Phnom Penh potete mangiare del riso, ma non lo coltivate. Andate dunque in campagna dove potrete mangiare il riso che avrete coltivato". Ed egli, prete cattolico e assolutamente non comunista, scrisse: "Io che sono di origine contadina e che ho vissuto cinque anni con i contadini khmer, ascoltavo le parole dei rivoluzionari con simpatia: finalmente i profittatori della città, i funzionari, i ricchi, e anche gli studenti del mio pensionato avrebbero conosciuto il valore del lavoro nei campi da essi troppo facilmente disprezzato. Finalmente il contadino sarebbe stato considerato uguale ai colletti bianchi che lo sfruttavano impunemente".

Al momento della liberazione della capitale si aggiungono anche questione pratiche e di sicurezza. Negli ultimi mesi Phnom Penh era sopravissuta solo ed esclusivamente grazie ad un gigantesco ponte aereo degli USA, che permetteva l'approvvigionamento della città. Non sarebbe stato possibile garantire il cibo ad oltre due milioni di abitanti senza lavoro e privi di qualunque sostentamento. Era necessario che andassero a lavorare e a produrre direttamente nelle campagne. Gli USA avevano pianificato una carestia che avrebbe costretto i rivoluzionari ad arrendersi, una volta resisi conto di avere una capitale straripante di profughi ma priva di qualsiasi riserva di cibo.

Questa catastrofe pianificata veniva evitata per mezzo di una difficile e sofferta evacuazione.

Infatti, "sull'asfalto non cresce il riso". L'Occidente, in seguito, gridò allo scandalo, ma per la Kampuchea Democratica fu una vittoria perché gli USA non erano riusciti nel loro intento di annientre un intero popolo grazie a una totale e devastante mancanza di cibo. Nell'autunno del 1976 la situazione in Kampuchea Democratica fu discussa alla radio svedese. Uno dei partecipanti al dibattito era la deputata socialdemocratica Birgitta Dahl, in seguito diventata presidente del Parlamento. Dichiarò: "L'evacuazione di Phom Penh era assolutamente indispensabile. Era indispensabile avviare rapidamente la produzione di generi alimentari ed era naturale che questo avrebbe comportato dei grandi sacrifici. Il problema è che non abbiamo conoscenze per poter respingere tutte le menzogne diffuse dai nemici della Cambogia".

Inoltre i 2/3 degli abitanti di Phom Penh erano contadini fuggiti dalle campagne a causa dei bombardamenti degli USA e sarebbero, quindi, semplicemente ritornati alla loro situazione d'origine.

E poi, era già successo che dopo la liberazione di alcune città, l'aviazione avesse bombardato i centri abitati. C'era quindi anche un pericolo reale di ritorsione da parte dei nemici.

Inoltre, secondo Ieng Sary, Pol Pot citò l'esempio della Comune di Parigi, il cui ottantesimo anniversario avevano celebrato insieme da studenti in Francia. La Comune era stata sconfitta, dichiarò Pol Pot, perché il proletariato non era riuscito ad esercitare una dittatura sulla borghesia e venne sconfitto ed annientato. Il PCK non avrebbe commesso lo stesso errore.

Ai giornalisti cinesi, Pol Pot disse: "Finché non avessimo distrutto ogni genere di organizzazione spionistica, non avremmo avuto forze sufficienti per difendere il regime rivoluzionario". L'evacuazione delle città annientò ogni cellula spionistica. Funzionari della CIA confermarono in seguito che lo sgombero delle città, nelle quali l'agenzia aveva istituito trasmittenti radio segrete e cellule di spionaggio clandestine, lasciò le reti dello spionaggio americane prive di contatti e inutili in tutta la nazione.

L'evacuazione non fu, come molti sostennero in seguito, il primo passo di un processo mirante allo sterminio deliberato dei cittadini in generale e degli intelletuali in particolare. Dai documenti interni risulta che quella non fu mai la politica del PCK il cui fine, invece, era di scatenare potenti cambiamenti rivoluzionari con i quali la Kampuchea sarebbe emersa rafforzata e purificata come modello di virtù comunista. L'obiettivo non era distruggere, ma trasformare. L'evacuazione era il nocciolo della strategia politica ed economica del Partito che prevedeva di dare la precedenza assoluta all'aumento della produzione agricola. Molti concetti chiave del programma del PCK, quali la preminenza economica della nazione sull'individuo, la chiusura delle relazioni con l'esterno e una radicale ristrutturazione della società per spingere al massimo la produzione agricola, possono essere fatte risalire alle discussioni avvenute negli anni Cinquanta nel Cercle Marxiste a Parigi, nel quale i dirigenti della futura Kampuchea Democratica si formarono politicamente. E alla metà degli Anni Settanta questo approccio allo sviluppo non sembrava incredibile quanto sarebbe accaduto nel mondo collegato e globalizzato di trent'anni dopo. Un gruppo di scienziati sociali occidentali, cui era stato chiesto nel 1976 di stendere "un piano futuro della Thailandia", propose un programma con ben più di una somiglianza con le misure allora in corso nella Kampuchea Democratica: il trasferimento dell'eccesso della popolazione urbana nelle campagne e la confisca delle ricchezze improduttive verso investimenti nell'agricoltura. David Chandler, il decano degli storici occidentali della Cambogia, scrisse in quello stesso anno che "l'autarchia era qualcosa di sensato". Joel Charny, esperto di aiuti nel Sud-Est asiatico, dichiarò che i piani di sviluppo rurale di Pol Pot, lo scavo di canali d'irrigazione, la preparazione di nuove terre per la coltivazione del riso, "se fossero stati trovati nella relazione di un consulente, avrebbero ottenuto l'appoggio di una parte notevole della comunità occidentale per lo sviluppo".

Rispetto alla durezza dei ritmi di lavoro che i profughi cittadini o intellettuali hanno denunciato una volta giunti in Thailandia le testimonianze non sono così univoche. La vasta maggioranza della popolazione contadina visse in condizioni migliori che nel passato. Accanto a racconti dell'orrore, molti profughi definirono "non duro" il lavoro di quel primo anno nelle cooperative; altri addirittura più facile di quello nelle fabbriche in Australia o negli USA in cui dovettero lavorare come profughi.

Ben Kiernan, uno dei più profondi conoscitori della Kampuchea Democratica, in "Lettera al direttore di The Times", 11 agosto 1977, riporta una dichiarazione di Peang Sophi secondo cui le condizioni di lavoro in Cambogia nel 1975 – 76 erano meno difficili di quelle della sua fabbrica di Melbourne. Philip Short, nella sua monumentale biografia su Pol Pot, cita dichiarazioni di profughi che avevano fatto parte dell'elite della vecchia Cambogia scappati all'estero: donne e uomini della Zona Nord-Ovest per i quali era stato "un periodo felice e la gente voleva davvero bene ai quadri". Nella Zona Est, le condizioni di vita furono "spesso buone e sopportabili e i controlli erano piuttosto laschi". Perfino fonti critiche come Pin Yathay, nel Sud-Ovest, riconobbero che la vita quotidiana "non era brutale". Un evacuato di Prey Veng "non troppo onerosa, ma sudicia e monotona".

8. Abolizione della moneta

A metà settembre del 1975, cinque mesi dopo la liberazione, viene convocato un Plenum del CC dedicato alle questioni economiche nel quale Pol Pot espose nei dettagli il programma per il futuro della Kampuchea Democratica: sanità, istruzione e necessità di migliorare le condizioni di vita dei contadini. Una parte importante della discussione riguardò l'utilizzo della moneta.

Pol Pot durante i lavori dichiarò: "Lo Stato è un organismo con lo scopo di mantenere il potere di una classe esercitando la dittatura sulle altre in tutti i campi. Ma lo Stato è anche uno strumento che crea uno strato sociale privilegiato il quale, mentre si sviluppa, si stacca dal proletariato e dalle forze del lavoro. Questo è accaduto, per esempio, in Unione Sovietica e fino a un certo punto nella Corea del nord e in Cina. In conformità con i principi del marxismo-leninismo è necessario ridurre progressivamente questo difetto che è lo Stato, fino alla sua completa estinzione, cedendo il passo a un sistema di autogestione delle fabbriche da parte del proletariato e dell'agricoltura da parte dei contadini. Lo strato superiore privilegiato, a questo punto, scomparirà del tutto. Fino a questo momento, il fatto che non usiamo denaro ha ridotto di molto la proprietà privata e ha promosso la tendenza generale verso il collettivo. Se noi ricominciamo a usare il denaro, faremo tornare il concetto della proprietà privata e allontaneremo l'individuo dal collettivo. Il denaro è uno strumento che crea privilegi e potere. Se noi permettiamo lo sviluppo del concetto di proprietà privata, un poco alla volta i piccoli penseranno soltanto a come ammassare proprietà private. Se scegliamo questa strada, entro un anno, o fra dieci o vent'anni, che ne sarà della nostra società che finora è tanto pulita? Il denaro rappresenta un pericolo, sia oggi sia nel futuro. Noi non dobbiamo avere fretta di usarlo. Noi dobbiamo riflettere più profondamente su questa questione".

Dirigenti, con storie e formazioni diverse, come Ta Mok, So Phim e Koy Thuon si schierarono per l'abolizione. Altri, come Hou Youn e Hu Nim, esplicitarono le loro critiche. Il 19 settembre 1975 il CC delibera l'abolizione definitiva della moneta, confermata quattro mesi dopo dal IV Congresso del PCK.

9. Le cooperative e le cucine in comunità

Dal 1973 nelle zone liberate appaiono le "Cooperative di basso livello", le quali vengono estese all'intera nazione sin dall'immediato dopoguerra. I contadini mettono in comune i loro mezzi di produzione: terra, buoi, utensili. La terra e i mezzi di produzione restano di proprietà dei contadini, ma sono messi a disposizione della cooperativa per l'uso comune. Verso il 1974 nelle zone liberate e verso il mese di ottobre del 1975 nei villaggi del popolo nuovo queste cooperative si trasformano in "cooperative di livello superiore" dove tutti i mezzi di produzione sono messi in comune, e il raccolto appartiene alla cooperativa, che lo distribuisce a ciascuno secondo i meriti e i suoi bisogni. Dalla fine del 1975, comincia ad espandersi un altro tipo di imprese agricole: le Fattorie di Stato. Si tratta di fattorie collettive poste sotto la guida dei comitati di Distretto il cui prodotto è destinato totalmente alla Stato. Vi lavorano soldati e le "truppe mobili" o "truppe scelte del lavoro". La Voce della Kampuchea Democratica le definisce "la forza primaria, la forza più selezionata".

Sono composte da giovani membri della Gioventù Comunista e lavorano appunto per le Fattorie di Stato o in cantieri di interesse collettivo. Sono chiamate "truppe mobili" perché sono a completa disposizione dell'Angkar. Nelle trasmissioni radio La Voce della Kampuchea Democratica comunica che "prima dell'alba intorno ai cantieri risuonano grida di gioia: sono i contadini che vanno al lavoro. Un lavoro gioioso, con la bandiera rossa rivoluzionaria, color sangue, che ondeggia al vento e incita ad andare avanti, con uno straordinario coraggio rivoluzionario di altissimo livello".

Tra il dicembre 1975 e il gennaio 1976 il PCK introdusse ufficialmente l'uso delle mense comuni, dette "unità alimentari" o "comunità", considerate come il suggello del sistema socialista, anche se il sistema andò a pieno regime solo nel 1977. Fu una delle decisioni più radicali e che negli anni seguenti fece più discutere.

Scompare la distribuzione dei prodotti alimentari e i pasti vengono consumati in comune. La Ieng Thirith, Ministro degli Affari Sociali per tutto il periodo della Kampuchea Democratica, disse che in questo modo "non debbono più cucinare. Vanno solo al lavoro, poi tornano a mangiare". Inoltre fu un colpo demolitore al cosiddetto ruolo tradizionale delle donne, custodi del focolare domestico. Laurence Picq, come già abbiamo visto, unica europea che abbia vissuto in Kampuchea Democratica, in seguito scrisse che "la cucina comunità presentava grandi vantaggi pratici.".

10. Fine di Kampuchea Democratica

Non furono le scelte di politica interna che portarono allo scontro con il Vietnam con la conseguente caduta del regime rivoluzionario. E' vero che Pol Pot e il PCK cancellarono il denaro e spedirono i banchieri a piantare riso. E' vero che eliminarono i grandi parassiti succhiasangue, i grandi mercanti e finanzieri della città e tutti coloro che collaborarono con gli USA. Ma il vero problema fu la scelta del PCK di percorrere una via indipendente rispetto ad Hanoi, in particolare dopo che nelle seconda metà del 1978 anche le zone della Kampuchea controllate da dirigenti del PCK "filovietnamiti" passarono sotto il controllo della maggioranza del CC. Il loro errore fu di non calcolare la propria posizione rispetto al Vietnam, e così fecero il passo più lungo della gamba. Il Vietnam era militarmente potente e non avrebbe tollerato una strada indipendente dei loro fratelli minori di Phnom Penh. I Vietnamiti avevano pianificato fin dagli anni Trenta la creazione di una Federazione Indocinese sotto la loro propria guida, includendo Laos e Cambogia. Rovesciarono la Kampuchea Democratica perché i dirigenti del PCK erano troppo risoluti con la propria indipendenza ed erano un ostacolo al loro progetto. Poi diedero seguito alla leggenda del genocidio per giustificare l'invasione militare.

Il 25 dicembre 1978 il Vietnam invade la Kampuchea Democratica per riportarla sotto il proprio controllo: ha inizio una nuova guerra che si concluderà 20 anni dopo con la morte di Pol Pot e lo scioglimento del movimento da lui guidato.

Negli anni successivi all'invasione, la Cambogia viene colpita da una carestia spaventosa che causa centinaia di migliaia di vittime. I Vietnamiti, infatti, smantellano le riserve di riso conservate dai Khmer Rossi, smontano e spediscono in Vietnam le fabbriche e gli impianti, mettono in atto un vero e proprio saccheggio con colonne di camion che caricano tutto ciò che trovano nelle città a suo tempo evacuate e una gran parte degli aiuti alimentari, affluiti dalle organizzazioni internazionali, sono dirottati verso il Vietnam.

Con l'avvento di Gorbaciov e della perestrojka qualunque forma di socialismo viene smantellata rapidamente e Hun Sen, installato dal Vietnam, trasforma la Cambogia nel regno della corruzione, dello sfruttamento, della prostituzione.

11. Le cifre

Contrariamente a quanto ci si aspetti, i contadini cambogiani non hanno un brutto ricordo del periodo della Kampuchea Democratica. Per un visitatore occasionale può essere una scoperta sorprendente.

L'onnipotente macchina fabbrica-narrative dell'Occidente ha incorporato nelle nostre coscienze l'immagine dei sanguinari comunisti Khmer Rossi mentre divorano la carne del loro stesso popolo in campi di concentramento, guidati da un Pol Pot da incubo.

Un quotato professore americano, R.J. Rummel, scrisse che "su una popolazione di circa 7 milioni e 100 mila persone nel 1970, quasi 3 milioni e 300 mila uomini, donne e bambini furono assassinati, molti dei quali furono uccisi dal movimento comunista Khmer Rouge".

Un morto al secondo, era la sua stima. Eppure nel gennaio 1979, la Far Eastern Economic Review (rivista che si occupava dello sviluppo economico e demografico dei paesi asiatici) affermò che in quegli anni la popolazione era aumentata a 8,2 milioni di persone, ovvero era salita di oltre un milione di persone.

In ogni caso la popolazione della Cambogia non solo non si è dimezzata, ma è più che raddoppiata dal 1970, a dispetto dei presunti genocidi multipli. A quanto sembra, o i perpetratori di genocidio erano degli incapaci, o si sono decisamente esagerate le cifre.

Il primo a quantificare i morti è stato Jean Lacouture, che lanciò la cifra di due milioni di vittime. Lacouture era stato un militante della sinistra antimperialista francese e, come tutti i pentiti, diventò un feroce nemico delle proprie passate esperienze politiche. Scrisse Cambogia, i signori del terrore, Sansoni, 1978, come una confessione-pentimento. Fabio Giovannini in Pol Pot Una tragedia rossa, DATANEWS, 1998, scrisse che il pamphlet, si limita "a una sequela di invettive e di cadute di cattivo gusto". Di fronte alle obiezioni di alcuni studiosi, Lacouture scrisse a The New York Review ammettendo di avere esagerato, e riducendo l'indicazione a "migliaia o centinaia di migliaia" di morti. Era l'inizio di una danza macabra di cifre che si sarebbe intensificata con l'invasione del Vietnam. Le fonti di Hanoi sono le prime a utilizzare il termine "genocidio", e il governo filovietnamita di Phnom Penh diffonde negli Anni Ottanta la cifra di tre milioni di vittime durante il regime rivoluzionario, una cifra veicolata da Radio Hanoi e Radio Mosca subito accolta anche dai media occidentali: è l'unico caso nella storia in cui gli USA hanno dato per buone le statistiche fornite dai Sovietici e dai Vietnamiti.

In Italia si va ben oltre: la giornalista Chiara Sottocorona nel 1980 afferma che "di una popolazione che quattro anni fa [nel 1976] contava più di sette milioni di persone, potrebbe esserne sopravvissuta solo un milione". Le stime della Banca mondiale, invece, parleranno di nove milioni di abitanti, cifra ben lontana da quelle apocalittiche diffuse di solito, che provengono quasi sempre da fonti eterodirette da agenzie come la CIA.

Fabio Giovannini scrive che un calcolo realistico e non propagandistico può quantificare in circa trecentomila i caduti a causa dello scontro di classe, della malaria e di altre malattie, delle mine e delle bombe non esplose disseminate a suo tempo dagli USA, e dei combattimenti con Thailandia e Vietnam avvenuti negli anni della Kampuchea Democratica. Sostanzialmente un terzo delle vittime causate dagli USA durante la guerra. E, sulla rivista Problems of Communism, maggio – giugno 1981, l'australiano Caryle Thayer, specialista dell'Indocina, sostiene che le morti causate dallo scontro di classe (quello che gli imperialisti definiscono genocidio) sarebbero state tra le cinquanta e le sessantamila. Anche a proposito del carcere di Tuol Sleng più conosciuto come S-21, assunto in Occidente come simbolo del male della Kampuchea Democratica e nel quale transitarono solo membri e quadri del Partito, le cifre sono state gonfiate artificiosamente. E' ricorrente, infatti, la cifra di 16 – 20 mila vittime. In realtà uno dei libri più recenti dedicati a quella prigione, The Killing Fields, curato da Chris Riley e Douglas Niven (tutt'altro che filopolpottisti!) con la cunsulenza autorevole di David P. Chandler, decano degli studiosi occidentali di Kampuchea Democratica, riduce a 1.400 i detenuti accertati.

12. Pol Pot e i contadini

Il Pol Pot che i contadini cambogiani ricordano non era un tiranno, ma un grande patriota, amante della cultura nativa e dello stile di vita nativo. Studiò a Parigi, ma invece di soldi e carriera scelse di tornare a casa, e rimase alcuni anni con le tribù delle foreste per imparare dai contadini.

Sentiva compassione per la tanta gente della campagna, sfruttata ogni giorno dal compratore parassita della città. Costruì un esercito per difendere i contadini da questi rapinatori a mano armata. Pol Pot, uomo mite e di poche necessità, non ha mai cercato ricchezza, fama o potere per se stesso. Aveva una sola grande ambizione: distruggere il decadente capitalismo coloniale in Cambogia, tornare alla tradizione contadina, e da lì costruire da zero un nuovo paese. Pol Pot disprezzava gli abitanti della città: molti di essi erano legati agli squali della finanza, una caratteristica particolare della Cambogia post-coloniale; altri aiutavano le compagnie straniere a depredare la popolazione delle sue ricchezze. Ciò che odiava di più era l'avidità, l'ingordigia, il desiderio di possedere cose. San Francesco lo avrebbe capito.

Israel Shamir, corrispondente free lance in Vietnam, Cambogia, Laos, racconta che tanti contadini cambogiani irridono le spaventose storie sull'Olocausto Comunista come una invenzione degli occidentali ed infatti dicono cose che agli occidentali possono suonare particolarmente strane. Nel 1975, Pol Pot prese in mano il paese, devastato da una campagna di bombardamenti degna della ferocia di Dresda, e lo salvò, dicono i contadini. Gli aerei USA hanno gettato più bombe in questo povero piccolo paese che nella Germania nazista, e sparso le loro mine per tutto il territorio restante. Se spinti a fare il nome del loro grande distruttore (e non hanno una grande passione per rivangare il passato) chi nominano non è Pol Pot, ma Henry Kissinger. La Kampuchea Democratica era un incubo per i privilegiati, per i ricchi e i loro servitori. E' vero, ma per i contadini c'era abbastanza cibo e venne loro insegnato a leggere e scrivere. Sicuramente i contadini vittoriosi giustiziarono traditori, spie e collaborazionisti, ma vi furono molti più morti per le mine disseminate dagli americani e durante il successivo dominio vietnamita, dicono i contadini. Al fine di ascoltare anche l'altra campana, Shamir è andato ai Killing Fields (campi di uccisione) di Choeung Ek, il memoriale dove le presunte vittime furono uccise e sepolte. E' un posto a circa 30 km da Phnom Penh, un parco verde e pulito con un piccolo museo molto visitato dai turisti, il Cambodian Yad va-Shem. Una targa dice che le guardie dei Khmer Rossi vi avrebbero portato da venti a trenta detenuti due o tre volte al mese, e ne uccisero la maggior parte. Per tre anni, fanno poco meno di duemila morti. Noam Chomsky valutò che il conteggio dei morti in Cambogia potrebbe essere stato gonfiato "a colpi di migliaia".

A metà degli anni Novanta Pol Pot era ormai malato, aveva gravi problemi respiratori e necessitava di ossigeno tutti i giorni, ma teneva ancora seminari politici per i quadri, soprattutto per i contadini. Short, nella sua biografia, riporta un ricordo di uno dei partecipanti: "Ogni volta che tornavamo da un seminario ci sentivamo pieni di gratitudine e fedeltà per Pol Pot. Faceva un'enorme impressione, volevamo studiare sempre di più. Era un insegnante brillante ed era pieno di calore nei nostri confronti. Ci lasciava sempre illuminati dalle sue spiegazioni e dalla sua visione. Perfino gli altri dirigenti lo consideravano il cuore e l'anima del movimento. Noi ci preoccupavamo che un giorno o l'altro morisse perché non ci sarebbe stato nessuno a prenderne il posto".

13. Il "fenomeno" Pol Pot e PCK

Il 15 aprile 1998 Pol Pot moriva nel piccolo villaggio di Anlong Veng, nella regione settentrionale della Cambogia. Pochi mesi dopo anche il movimento da lui fondato, che negli anni Sessanta Sihanouk aveva soprannominato in senso dispregiativo Khmer Krohom, Khmer Rossi, si dissolse. Terminava così un'epoca che storici e analisti di tutto il mondo faticano ancora oggi, a decenni di distanza, a comprendere e decifrare in tutta la sua complessità. Troppo a lungo, infatti, ci si è limitati a demonizzare Pol Pot, Kampuchea Democratica e il PCK senza cercare di analizzare le cause e le basi ideologiche che hanno contribuito a trasformare un gruppo di Cambogiani intellettualmente carismatici e amati dalle masse contadine più povere, in artefici di una delle più radicali rivoluzioni sociali ed economiche che la storia abbia mai conosciuto.

Il nome di Pol Pot è frequentemente accostato, spesso in modo del tutto arbitrario, alle più atroci nefandezze umane, dovunque esse avvengano e da chiunque vengano commesse. Lo si usa a destra, ma anche e soprattutto in quella ex sinistra desiderosa, nel suo slancio catartico, di spogliarsi di un secolo – il Novecento – in cui il proletariato ottenne le più grandi conquiste e che reputa scomodo.

Il rifiuto di contestualizzare la storia si è tramutato in un'incapacità di spiegazione del fenomeno. Già David Chandler, nel suo Brother Number One, Silkworm Book, 1993, aveva iniziato a elaborare un lavoro psicologico e storiografico utilizzando le pochissime fonti disponibili su Pol Pot. Ma l'inafferrabilità del leader kampucheano, l'assoluto silenzio che lo circondava dal 1980 e l'inaffidabilità delle testimonianze ad esso correlate, non hanno permesso, al lavoro di Chandler, un'esaustiva interpretazione del perché sia nata Kampuchea Democratica.

Nel 2005 la biografia di Philip Short, pubblicata in Italia da Rizzoli, colma, almeno in parte, questa lacuna. Partendo dal presupposto che per capire un personaggio occorre riferirsi il più possibile a fonti disparate cercando di non farsi contaminare da pregiudizi, Short è riuscito nella difficile impresa di dar voce a chi, dopo il 1979, non ha mai avuto voce: gli artefici della rivoluzione cambogiana, tirandosi dietro feroci critiche da benpensanti e politicamente corretti.

Short afferma che Pol Pot e i suoi compagni non hanno fondato una società comunista nel senso occidentale del termine: hanno inserito elementi estrapolati dalle esperienze comuniste giovanili in Francia nel tronco del buddismo cambogiano e nel passato rappresentato da Angkor. Secondo Short la vera anima-radice dei Khmer Rossi è la religione, nella fattispecie il buddismo, "con la trasposizione secolare della vita comunitaria del Sangha, il dogmatismo del Dharma, la scansione della vita secondo le Quattro Nobili Verità, l'austerità e il rifiuto di ogni disuguaglianza".

Prova ne è che Kampuchea Democratica, a differenza delle altre società socialiste non si è mai proiettata verso un culto della personalità: come abbiamo visto, fino al 1977 nella stessa Cambogia nessuno al di fuori della dirigenza conosceva il nome di Pol Pot e anche dopo il 1979 molti Cambogiani non avevano mai visto un suo ritratto. I suoi stessi parenti, dai genitori ai fratelli, non ebbero un trattamento migliore di quello riservato ai loro connazionali: "Cosa avrebbe detto il popolo se avessi ordinato che i miei parenti ricevessero un trattamento di riguardo? Avrebbe pensato che erano cambiati gli uomini al potere, ma il modo di gestirlo era rimasto identico" disse Pol Pot a Piergiorgio Pescali quando, nel dicembre 1997, lo incontrò ad Anlong Veng.

Ma la rivoluzione cambogiana è anche la rivincita della campagna contro la città, una tesi, questa, non certo nuova: lo diceva già nel 1976 il padre cattolico Chhem Yen "La rivolta dei Khmer Rossi è anche la rivolta della gente di campagna contro la gente della città che li aveva sfruttati. La lotta contro la morte di un paese, la lotta contro la 'fatalità' per la sopravvivenza. Si può rimproverare ai Khmer Rossi di avere un ideale? Cosa avrebbe detto il mondo occidentale se tutto il popolo cambogiano avesse curvato la schiena sotto le bombe americane? Anche questo sarebbe stato 'senza scuse'. Gli americani potevano bombardare, potevano uccidere degli uomini, ma non potevano uccidere l'ideale di tutto un popolo." (Chhem Yen S. "Aux Khmer Rooges, mes frères" in "La Croix", Paris 12 aprile 1976). Short afferma che Kampuchea Democratica è stata solo una tappa di un processo storico iniziato nell'VIII secolo con la fondazione di Angkor e che continua ancora oggi con un governo guidato da ex Khmer Rossi ed in cui il funambolico Sihanouk, fino a quando è stato in vita, non ha certo avuto un ruolo marginale. Un Paese, la Cambogia attuale, che perpetua la violenza di Angkor, della colonizzazione francese, di Lon Nol, ma che la diplomazia occidentale considera democratica e aperta e quindi degna degli aiuti della Banca Mondiale, del FMI solo perché chi è al governo non si chiama Pol Pot, Khieu Samphan, Ieng Sary, ma Sihanouk o Hun Sen. Così ci si infischia della corruzione dilagante, dello sfruttamento sessuale dei minori, delle donne picchiate in fabbrica e brutalizzate nei bordelli, del depauperamento del territorio e della ricchezza di pochi. E così si imbastisce uno spettacolo penoso come il "Tribunale Speciale", in cui l'attuale governo cambogiano fa il collaborazionista in un processo nel quale le potenze imperialiste e colonialiste, colpevoli a suo tempo di aver sterminato milioni di donne e uomini indocinesi, si permettono di giudicare i massimi dirigenti di quella lotta di liberazione in cui quelle stesse potenze uscirono sconfitte e umiliate.

Short ha il coraggio di denunciare tutto questo, affermando anche ciò che ogni giornalista attento può constatare parlando con i contadini nelle campagne cambogiane: una crescente nostalgia per i Khmer Rossi, specialmente nelle aree dove questi hanno mantenuto il potere fino al 1998 e dove il livello di vita era di molto superiore a quello delle regioni controllate da Phnom Penh.

Ad Anlong Veng, a Pailin (dove hanno abitato gli ultimi dirigenti storici di Kampuchea Democratica), il 15 aprile di ogni anno ci si prepara a commemorare la memoria di Pol Pot con offerte, pellegrinaggi, riti religiosi. Quando, nel dicembre 1997, Pascali incontrò Pol Pot, gli chiese come mai fosse odiato più all'estero che in Cambogia. Gli rispose: "Perché i Cambogiani mi conoscono meglio di quanto mi conoscete all'estero".

14. Il dopo Kampuchea Democratica

Dopo la caduta del regime rivoluzionario, la situazione nelle zone controllate da Kampuchea Democratica era decisamente migliore rispetto a quelle sotto i governativi, anche perché il controllo dell'amministrazione dei Khmer Rossi sulla popolazione impediva che l'anarchia prendesse il sopravvento con gli inevitabili strascichi di soprusi e ingiustizie individuali. Infatti molti Cambogiani preferirono trasferirsi sotto il controllo dei Khmer Rossi.

Nella regione di Anlon Veng, ultimo quartier generale di Pol Pot si continua a respirare un chiaro senso di nostalgia verso l'esperienza rivoluzionaria. Pascali durante un sopralluogo delle Croce Rossa Internazionale sentì dire dai contadini riuniti: "Il governo di Phnom Penh ci ha tolto tutto quello che i Khmer Rossi ci avevano dato: scuole, ospedali, riso. Come possiamo dirci felici di essere tornati sotto Phnom Penh?". In tutte le zone controllate fino all'ultimo da Kampuchea Democratica, in particolare nel Nord ovest, il governo ha volutamente escluso la popolazione dal flusso degli aiuti internazionali punendola per la sua fedeltà al movimento rivoluzionario.

La "liberazione" tanto propagandata dal governo cambogiano si è trasformata in un incubo per molti contadini. Mea Sitha, figlia di Pol Pot: "Sono nata nel 1985, quando tutto ciò che viene imputato ai Khmer Rossi era già successo. Io posso solo dire ciò che sento dai contadini che hanno conosciuto mio padre: che è stato un ottimo leader. I Cambogiani che oggi vivono nelle province un tempo controllate dai Khmer Rossi, si lamentano del calo di livello di vita subìto dopo che mio padre è morto".

15. Kampuchea Democratica e Italia

In Italia i tentativi di capire, analizzare e storicizzare ciò che è veramente accaduto in Kampuchea Democratica sono pochissimi. Tiziano Terzani, in alcuni articoli per La Repubblica negli anni Ottanta, aveva sollecitato la sinistra a non liquidare Pol Pot come una semplice "deviazione" e a prendere sul serio il fenomeno dei Khmer Rossi. E' prevalsa, invece, l'interpretazione – assolutamente epidermica e che non spiega nulla – della "follia". Non sì è levata nessuna voce discordante dal coro unanime che ha attribuito al PCK tutte le nefandezze del Novecento. Non solo non esistono "avvocati difensori" (se si escludono alcuni comitati e gruppi che negli Anni Settanta appoggiavano la Kampuchea Democratica), ma nemmeno qualcuno che senta l'esigenza di ascoltare le opinioni di questo "nemico assoluto". Ha ragione Roberto Silvestri che su il manifesto del 19 gennaio 1994, recensendo un documentario di Sandro Lai e Piero De Gennaro sulla Cambogia, notava come non ci sia "mai nessun Khmer Rosso che ci spieghi in TV, in nome del pluralismo, il suo punto di vista".

Noi, che invece siamo pluralisti, riteniamo giusto concludere queste pagine dando la parola al protagonista principale della storia del PCK, della resistenza antimperialista e della Kampuchea Democratica riportando una breve parte dell'intervista rilasciata nel dicembre 1997 da Pol Pot a Pascali.

16. La parola a Pol Pot

"Preferisce essere chiamato col suo nome, Saloth Sâr, o col suo nome di battaglia, Pol Pot?"
"Dato che ho speso gli ultimi 45 anni della mia vita a combattere per il mio Paese e per il popolo, preferisco esser chiamato con il nome di battaglia, Pol Pot".

"Analizzando il periodo di potere Khmer Rosso a ventidue anni di distanza, ammette di aver commesso degli errori macroscopici?"
"Sono d'accordo sul fatto che abbiamo commesso degli errori. Abbiamo basato e costruito la nostra politica continuando a pensare e operare secondo l'esperienza della lotta rivoluzionaria, senza passare alla fase post-rivoluzionaria. Ma considerando tutto, penso che il nostro governo sta stato positivo per il popolo. Penso che rispetto alla Cambogia di oggi, Kampuchea Democratica era molto più libera, democratica, indipendente e progredita".

"Quindi non rigetta nulla di ciò che ha fatto?"
"E perchè dovrei?"

"La maggior parte dei suoi ex compagni, da Ieng Sary a Khieu Samphan, l'ha fatto".
"Sono scelte loro. Posso solo dire che la storia non può essere cancellata negando le scelte e le azioni compiute".

"Quindi se lei potesse tornare al potere attuerebbe la stessa politica che aveva intrapreso durante il periodo tra il 1975 e il 1978?".
"Lo ripeto: non ho nulla di cui rimproverarmi. Penso che la nostra linea era giusta allora e lo sarebbe anche oggi".

"La rivoluzione cambogiana era esportabile?"
"Solo a certe condizioni e in certe regioni. In Africa, ad esempio, o in alcuni Paesi dell'Asia".

"Si sente ancora marxista?"
"Ho trovato nell'idea marxista degli spunti per condurre la lotta politica in Cambogia".

"Leninista?"
"Lenin ha avuto un ruolo storico d'avanguardia nel dimostrare che le idee di Marx potevano diventare realtà. E' stato un grande maestro e un grande personaggio storico per tutti".

"Maoista?"
"Mao è stato un grande politico e un grande amico. La lotta condotta dal popolo khmer è per molti versi simile a quella condotta dal popolo cinese".

"Cosa ritiene che sia essenziale in uomo?"
"La volontà sincera e profonda di lottare per il bene del proprio popolo mettendo in secondo piano gli interessi personali".

"Come vorrebbe essere ricordato dai suoi connazionali?"
"Come un uomo giusto e onesto. Come un uomo che ha lottato fino all'ultimo per difendere la Cambogia".

Appendice fotografica


1. Nuon Chea, Pol Pot, Khieu Samphan


2. Commissione Permanente del CC del PCK


3. Pol Pot alla testa di una colonna di guerriglieri


4. Unità delle FAPLK


5. Commissione Permanente del CC del PCK


6. Unità di partigiani con la bandiera del PCK


7. I partigiani del PCK entrano a Phnom Penh


8. Liberazione di Phnom Penh


9. L'Unità del 18 aprile 1975


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