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(tratto da "Aginform" Numero 31, gennaio 2003)

 

Il PCC e il nuovo Marco Polo


Sarebbe doveroso che i compagni leggessero con attenzione tutti i documenti del 16° Congresso del Pcc svoltosi a Pechino nel mese di novembre. Accedervi è molto semplice: basta cliccare il sito del nostro giornale per richiamare quello del Quotidiano del Popolo che ha pubblicato per intero - in quattro lingue europee - il rapporto di Jang Zemin e le risoluzioni proposte al voto in quel Congresso.
Sarebbe doveroso perché, prima di fantasticare sul dilemma: la Cina è socialista? è capitalista? o cos'altro sarà mai? è sempre meglio predisporsi ad un atteggiamento di prudenza, accantonare per un attimo le nostre incrollabili certezze e cercare di capire, dalla viva voce dei protagonisti, che cosa effettivamente intendono e quali misure politiche concrete propongono per "edificare una Cina socialista dalle caratteristiche cinesi". Poi, se ne potrà venir fuori più o meno convinti, oppure persistere in un atteggiamento di profondo scetticismo, o ancora decidere di `sospendere il giudizio' e così via. Ma di certo accresceremmo la nostra conoscenza e qualche dogma potrebbe finanche essere scalfito.
Per definire un'idea di socialismo - ha detto il compagno Domenico Losurdo in un seminario tenuto al recente Social Forum di Firenze - occorre, nel fare il bilancio storico di una rivoluzione che si ispira ai principi del marxismo, saperlo leggere, questo bilancio, anche come un "processo di apprendimento".
Al precedente congresso dei comunisti cinesi Jang Zemin affermò che all'indomani della scomparsa di Mao Zedong, i nuovi dirigenti del Pcc sostenevano che le decisioni prese da Mao dovevano essere rigorosamente rispettate qualunque fossero, e così anche le istruzioni da lui impartite bisognava seguirle senza esitazioni, qualunque fossero. Fu Deng Xiaoping che ebbe il coraggio (e ce ne voleva davvero tanto di coraggio per contrastare le ultime scelte politiche del Grande Timoniere), di demolire l'argomento dei `due qualunque fossero', e questo "nel momento in cui la Cina era ad un crocevia storico decisivo". Deng sostenne che bisognava spostare l'asse della politica cinese: l'idea che fosse la lotta di classe la contraddizione principale doveva cedere il posto all'obiettivo dello sviluppo economico come compito centrale, che l'economia di rigida pianificazione andava sostituita da un'economia socialista che introducesse anche il mercato.
Per noi comunisti che osserviamo dall'esterno gli eventi del grande paese asiatico il problema sta tutto qui: la svolta operata da Deng costituisce un passo in avanti sulla via del "processo di apprendimento" (stimolato evidentemente anche dalla crisi dell'Urss sfociata poi nella sua dissoluzione), costituisce un elemento di novità storica e teorica dell'edificazione socialista in un determinato paese del mondo (processo definito stadio primario dello stadio primario), oppure è una semplice regressione verso il capitalismo, una controrivoluzione ideologica (come avvenne al 20° congresso del Pcus)?
Intanto, i comunisti cinesi - a differenza dei kruscioviani che affossarono Stalin denunciandolo come un folle e sanguinario dittatore - non solo non hanno abiurato il loro passato, ma recuperano in pieno (sì, proprio così: in pieno, studiate senza paraocchi gli ultimi cinque congressi del Pcc - svoltisi dopo la morte di Mao - e ve ne renderete conto) le loro grandi tradizioni maoiste.
Dobbiamo attenerci a quattro principi fondamentali - essi dicono - e cioè: 1. mantenere la via socialista; 2. mantenere la dittatura democratica popolare; 3. mantenere il partito comunista cinese; 4. mantenere il marxismo, il leninismo e il pensiero di Mao Zedong.
Essi si presentano con un dato di fatto inoppugnabile che il mondo intero riconosce, chi con ammirazione, chi con crescente preoccupazione (l'imperialismo americano) alla Cina: uno sviluppo prodigioso delle sue forze produttive: "Nel 2001 - dice Jang nel suo rapporto - il Prodotto interno lordo del nostro paese ha raggiunto 9593,3 miliardi di yuan, che rappresenta un incremento del 200% rispetto al 1989 ed una crescita media annuale del 9,3%, ciò che ha fatto balzare lo Stato cinese al sesto posto nel mondo... Dovremo concentrare i nostri sforzi, nel corso dei due primi decenni di questo secolo, sulla costruzione di una grande società che abbia un livello di vita più elevato di quello attuale, e ciò a beneficio di oltre un miliardo di Cinesi" e quando ciò sarà avvenuto "il socialismo dalle caratteristiche cinesi avrà dato prova della sua immensa superiorità".
I comunisti critici potrebbero dire che non è tutto oro quello che riluce, ma a smorzare eventuali entusiasmi indotti da questa crescita `incredibile' è lo stesso Jang: "Non dobbiamo perdere di vista il fatto che il nostro paese si trova e si troverà ancora per molto tempo in una fase inferiore del socialismo. Così, lo stato di benessere che abbiamo raggiunto si situa ancora ad un livello basso, ciò che denota le lacune dovute a grandi ineguaglianze dello sviluppo: la contraddizione fra i bisogni culturali e materiali crescenti del popolo e il ritardo della produzione sociale costituisce sempre la principale contraddizione della nostra società...Il dualismo città-campagna resta immutato...le popolazioni povere sono ancora numerose...La spinta demografica rimane tuttora forte... Dobbiamo far fronte, continuamente, alle pressioni cui siamo soggetti a causa della superiorità dei paesi sviluppati nei settori della scienza, economia, tecnologia...". Al precedente congresso Jang Zemin affermò che la lotta contro la corruzione "è una battaglia politica molto seria, vitale per l'esistenza stessa del Partito e dello Stato... Il modo più facile per catturare una fortezza consiste nel farlo dall'interno, per cui dobbiamo assolutamente evitare di distruggerci con le nostre stesse mani". Quanto al fatto `scandaloso' che i comunisti cinesi aprono le porte del loro partito agli imprenditori, rinviamo alle considerazioni svolte dal compagno Amata nel numero scorso di questo giornale.
Invece, uno degli elementi di assoluta novità già da tempo introdotto da Deng Xiaoping nello stile di vita interno di un partito comunista risiede nel fatto che bisogna porre l'accento sulla direzione collegiale e non sul carisma del capo. Già Lenin disse, nel `Che fare?': "La storia della socialdemocrazia internazionale pullula di piani proposti da questo o da quel capo politico, piani che ora attestano la chiaroveggenza e la giustezza delle opinioni politiche e organizzative, ora svelano la cecità e gli errori dei loro autori". La nostra storia conferma quanto possa essere dannosa l'inamovibilità dei massimi dirigenti e a quali drammi di portata storica può andare incontro un partito (e soprattutto uno Stato socialista) all'indomani della scomparsa del leader supremo.
Oggi in Cina (ed ecco un altro elemento del "processo di apprendimento" derivato da un bilancio storico) il segretario generale del Partito, che concentra in sé immensi poteri, deve farsi da parte quando raggiunge determinati limiti d'età: il cambio di direzione di un Partito e di uno Stato non deve più produrre scosse devastanti. Se, come oggi è accaduto per Jang Zemin, Stalin si fosse fatto da parte per tempo, difficilmente Krusciov avrebbe potuto manovrare per estromettere Molotov, Malenkov ecc.
Oggi Jang Zemin si è dimesso dalle supreme cariche di partito, domani accadrà, senza traumi, anche per Hu Jintao. Ora che vi è in Cina piena consapevolezza teorica dell'importanza del governo delle leggi il partito comunista è proteso alla costruzione di uno "Stato socialista di diritto" nel quale Stato bisogna "procedere all'osservanza della legge", nel quale Stato la democrazia socialista deve essere "progressivamente istituzionalizzata e codificata, in modo che queste istituzioni e queste leggi non mutino ad ogni mutamento della leadership o delle opinioni o del punto di vista dei leaders" (Jang Zemin al 15° Congresso).
Il compagno Losurdo, che è un serio studioso di Gramsci, dice che quest'ultimo non solo ha dato degli originali contributi alla "demessianizzazione" del progetto comunista, ma ha anche messo in discussione il mito dell'estinzione dello Stato. Ebbene, ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi in Cina, su scala gigantesca, è la "laicizzazione" di un processo che si richiama al comunismo, senza messianesimi e senza produrre mai più (si spera mai più!) irraggiungibili (e dunque insostituibili) figure carismatiche.
Chi scrive quest'articolo può essere accusato - nella migliore delle ipotesi - di farsi eccessive illusioni sulla Cina. E non c'è dubbio che è disdicevole, per chi crede di essere marxista, soggiacere alle illusioni. Ma scontiamo la nostra finitezza di esseri umani, e se, come diceva Marx parafrasando un grande commediografo latino, nulla di ciò che è umano dovrebbe esserci estraneo, ammettiamo tranquillamente che, nel seguire le vicende della Repubblica popolare cinese, da compagni, possa manifestarsi, in qualcuno di noi, una componente sentimentale, partecipativa, se non addirittura affettiva. Che male c'è? Meglio sperare che le cose vadano per il verso giusto anziché riversare sulla Cina, iettatoriamente, la propria impotenza e il proprio virulento rancore di comunisti critici (non deriverà, questo rancore, questo ridicolo atteggiamento `fiscale', questo puntare il dito accusatore, dal fatto che a tutt'oggi, di fronte alla Storia, i comunisti occidentali si presentano con un ben magro bilancio?).
Un parlamentare europeo di Rifondazione, che ha recentemente visitato il grande paese orientale, Vinci, comincia a fare delle ammissioni sul possibile carattere socialista della Cina. E il fatto che egli sia un ex dirigente di Avanguardia Operaia dovrebbe far riflettere quei compagni ancora affezionati all'equazione Deng-Krusciov. Nell'osservare da vicino la realtà della Cina, Vinci si rende conto che i vecchi schemi interpretativi non sono più sufficienti. La Cina, egli dice, falsifica (intendendo dire contraddice) questi schemi. Prima ammissione: "Si parla molto in Occidente della espansione in Cina della presenza di joint-ventures tra stato e imprese multinazionali, e vi si usa un tale dato come argomento a supporto della tesi di una restaurazione capitalistica. E però ho pure ben visto, in Cina, l'anno scorso, joint-ventures importanti che, una volta scaduto il contratto tra lo stato e l'impresa multinazionale che le aveva costituite, erano passate in toto alla proprietà dello stato". Seconda ammissione: "Mi pare indubbio che la Cina stia avanzando assai velocemente, e stia saltando, inoltre, interi stadi dello sviluppo industriale, cioè stia passando direttamente alle sue forme più avanzate e più propulsive; è infine indubbio che in tutto questo il potere statale abbia l'appoggio della virtuale totalità della popolazione". Terza ammissione: "E' vero che le zone a più intenso sviluppo economico si stanno allargando a parti crescenti del territorio cinese, che una parte prevalente della popolazione beneficia, tanto o poco, dello sviluppo, e che lo stato fa uno sforzo enorme, e assolutamente in controtendenza rispetto a quanto accade in tutto il resto del mondo..." . Quarta ammissione, la più importante di tutte: la Cina, egli dice "è oggi potenzialmente l'unico contrappeso alla tendenza degli Stati Uniti a costituirsi in impero planetario...". Ma queste considerazioni positive, che Vinci onestamente ha dovuto fare, gliele fa pagare, alla Cina, a caro prezzo.
Ascoltiamolo: "Questo gruppo dirigente (parla evidentemente del Comitato centrale del Pcc) palesemente del tutto autoreferenziale, persegue obiettivi di sviluppo...che confliggono con le aspettative di una parte rilevante degli operai..." ecc. Intanto, prima diceva dell'appoggio della virtuale totalità della popolazione al potere statale (come se nelle istituzioni dello Stato i comunisti non ci fossero), ora invece si contraddice. E poi...come si fa ad affermare che il gruppo dirigente di un partito di cinquantanove milioni di iscritti è palesemente (perché palesemente?) del tutto (perché del tutto?) autoreferenziale? Forse sarà andato in giro per le vie di Pechino e avrà chiesto al primo cinese scelto a caso: scusi lei è a conoscenza che esiste nel suo paese un partito comunista? E il cinese deve avergli risposto: no, non ne ho mai sentito parlare. Nell'interrogarsi sul come mai la Cina possa essere "attualmente attraversata da una pluralità di propensioni per quanto attiene alla sua natura generale di classe", Vinci si dà la seguente risposta: "intanto, perché tutto questo economicamente funziona assai bene, in secondo luogo perché risponde positivamente all'intenzione del gruppo dirigente ristretto del partito di conservazione del proprio potere, in terzo luogo perché corrisponde a tutta la tradizione ideologica della Cina, profondamente sedimentata in gran parte della sua popolazione, da un lato organicista e dall'altro orientata, da Confucio in avanti, alla delega totale del potere ad una casta intellettuale altamente selezionata".
Quindi, oltre ad essere autoreferenziale, il gruppo dirigente è anche una casta intellettuale che non vuole mollare il potere (ciò che evidentemente a Vinci non fa piacere, preferirebbe forse che lo cedessero ad uno Eltsin cinese?). Ma la cosa abbastanza pesante è l'apprezzamento che questo messo occidentale dà del popolo cinese, esercito infinito di formichine gialle predisposte, un po' per ideologia organicista (boh?), un po' per tradizioni confuciane, a chinare la schiena `dando delega' ad ogni tipo di dinastia imperiale e ad ogni casta intellettuale altamente selezionata. Un qualsiasi comunista cinese che leggesse queste sintesi vinciane potrebbe controbattergli: ma scusa, parli proprio tu che vieni da un paese in cui i comunisti, dopo la via italiana al socialismo che non ha portato da nessuna parte e il cosiddetto eurocomunismo (sotto protezione dell'ombrello Nato), hanno infine deciso di sciogliersi per la vergogna di dirsi ancora comunisti? Può darsi - potrebbe continuare il comunista cinese - che il nostro popolo sia ancora `orientato' da Confucio, e voi, da quale ideologia siete `orientati', voi che avete espresso una schifezza di governo che oltraggia e dileggia la vostra Costituzione e le vostre tradizioni di repubblica nata dalla Resistenza? Ma ritorniamo a Vinci: "Un dato che sottolineo è come la Cina abbia cominciato, con l'incidente nei cieli di Hainan, a rendersi conto di essere nel mirino degli Stati Uniti di Bush".
Ma guarda....la Cina sta cominciando a rendersi conto di che cos'è l'imperialismo americano! Il 30 dicembre del 1948, alla vigilia della Liberazione, Mao Zedong dichiarò: "(le truppe di Shang Kai shek) appoggiandosi all'imperialismo americano hanno sprofondato i nostri 475 milioni di compatrioti in una vasta guerra civile di una crudeltà inaudita e massacrato milioni e milioni di uomini e di donne, di bambini e di anziani, con tutto ciò che l'imperialismo americano ha potuto fornire loro di armi di sterminio come bombardieri, aerei da caccia, cannoni, carri armati, bazooka, fucili automatici, bombe al napalm, proiettili chimici. Da parte sua, appoggiandosi su questi banditi, l'imperialismo americano si è arrogato i diritti di sovranità della Cina sul suo territorio, sulle sue acque, sul suo spazio aereo, i diritti di navigazione interna, privilegi commerciali, privilegi negli affari interni ed esteri della Cina, ed anche il privilegio di percuotere la gente fino a farla morire, di schiacciarla sotto le auto, di violentare le donne, e tutto ciò impunemente" (Mao Zedong, Scritti militari).
Il popolo cinese, caro Vinci, sa bene che cos'è l'imperialismo americano, non ha bisogno di `rendersene conto' in occasione di questo o quell'incidente provocato dagli Usa. In Cina, finché ci sarà il partito comunista al potere, non sarà consentito al revisionismo storico di stendere un velo pietoso sui crimini commessi contro il popolo e, a differenza che in Italia, non verrà mai fuori un Violante cinese che parlerà dei "ragazzi di Ciang Kai shek".
E' ipotizzabile che la redazione dell'Ernesto si sia trovata di fronte al dilemma: pubblichiamo o no l'articolo di Vinci? Le sue ammissioni compensano le velenose riserve? Infine, hanno deciso di pubblicarlo. Anche perché, forse, l'articolo in questione termina con un grandioso riconoscimento: "La Cina è bene che esista, anche se sarebbe meglio che fosse diversa da quello che è". E anche ora non possiamo non immaginare il sospiro di sollievo di milleduecento milioni di cinesi: grazie, Vinci, cercheremo di essere come tu ci vuoi.
Ma il dilemma resta, in tutta la sua corposità: "Occorre finalmente prendere atto...di come il socialismo sia in primo luogo il dominio reale...dei lavoratori sull'economia, quindi come il passaggio della proprietà economica allo stato post-rivoluzionario non ne sia che una precondizione, non la forma compiuta; e di come, se a questo passaggio di proprietà non si accompagna questo dominio dei lavoratori ma quello di un ceto politico separato (ci risiamo), allora si abbia ipso facto un modo di produzione che non è né capitalista, in quanto non affida l'accumulazione al mercato, né socialista, in quanto de facto e sui modo ripropone rapporti di alienazione -di sfruttamento- dei lavoratori".
Qui ci viene in mente un personaggio, citato da Voltaire, il quale, sollecitato ad esprimere la sua opinione sentenziò: "c'è chi crede che il cardinal Mazzarino sia morto, altri crede che sia vivo, e io non credo né l'una cosa, né l'altra". E forse è meglio così. Lasciamo le cose in sospeso, fra il de facto e il sui modo. Basta che non si dica: Mazzarino è morto.

Amedeo Curatoli
(da Aginform 31, gennaio 2003)