www.resistenze.org - proletari resistenti - lavoro - 14-03-03

Agricoltura:/ Tra flessibilità e precarietà

Si scrive "staff leasing", si legge "caporalato"


di Gino Rotella
Responsabile ufficio mercato del lavoro Flai nazionale

E’ stata recentemente approvata la legge che delega il governo a riformare il collocamento e il mercato del lavoro. Le modifiche che s’intendono apportare sono profonde e radicali. Necessarie, si dice, per dare all’Italia un’adeguata dose di flessibilità, tale da metterla al pari degli altri paesi europei. Si tratta di una “rivoluzione”. Ma vediamole, queste nuove e più flessibili tipologie contrattuali di lavoro: alle forme più tradizionali, sono state aggiunte il job sharing, l’outsourcing, lo staff leasing, il job on call. Forme di lavoro che provengono da oltre Oceano, a noi riportate con suadenti parole inglesi, che conferiscono – o tendono a farlo – un certo appeal. Abbiamo ritenuto opportuno qui tradurne il senso e rapportarne il significato a un comparto di lavoro del tutto particolare, quello agricolo. Considerare la modernità del nuovo lavoro in rapporto a un settore vecchio come il primario, non è sicuramente una contraddizione. E, soprattutto, non è un’operazione inutile. Perché il lavoro agricolo, nella sua moderna accezione, entra nei processi di globalizzazione con una carica dirompente, almeno per due grandi questioni, la sicurezza alimentare e la fame nel mondo, con tutto ciò che tali questioni comportano sul piano dei poteri e della distribuzione della ricchezza. Perché in Italia quello agricolo è un comparto che ancora occupa circa un milione di addetti. E perché in agricoltura sono già stati sperimentati alti tassi di flessibilità, compresi quelli che si vorrebbero ritenere moderni, ancorché individuati ora con una nuova terminologia.


Staff leasing

Tradotto, significa appalto di manodopera. Né più, né meno. La nuova norma assegna alle aziende grandi e piccole la facoltà di disfarsi o di non avere personale dipendente. Il risparmio è evidente: via gli uffici del personale e tutto ciò che ne consegue, anche in termini di presenza sindacale, via i rapporti con gli enti previdenziali e di tutela. I lavoratori restano in capo alla società che fornisce la manodopera, mentre all’impresa affittuaria rimane il compito di dirigerla. Non sono chiari (anzi, non sono assolutamente indicati) i rapporti tra l’azienda che fornisce la manodopera e quella che della stessa manodopera fa uso. L’elemento di maggiore preoccupazione è nell’assenza di confronto sulla materia stabilita dalla norma, mentre nel merito dei decreti attuativi dovranno essere definiti obblighi, regole e funzioni di ciascuna delle parti interessate, anche per quanto concerne l’esercizio dei diritti dei lavoratori. Qui torna utile, se serve, l’esperienza che si ha nel comparto agricolo, che già conosce e non da ora, tale tipologia di lavoro. Con una denominazione diversa: caporalato. Considerata una forma di lavoro tesa allo sfruttamento della manodopera, priva di tutele e di diritti per i lavoratori, sanzionata fino a oggi come illecita, quella fornita dai caporali può essere facilmente riciclata e resa formalmente legale dalle nuove disposizioni governative. Basta la disponibilità di uno dei tanti consulenti, ora abilitati a svolgere funzioni di collocamento. Figuriamoci se non si trova un consulente: con la conseguenza ovvia, se non s’introducono con i decreti attuativi regole certe, di normalizzare ciò che prima era illegale.
Ma come ha funzionato (e funziona ancora) lo staff leasing in agricoltura? Di antica tradizione, in alcune aree del nostro paese, esistono “soggetti d’impresa” che intervengono e “piazzano” la loro maestranza per consentire alle aziende agricole di far fronte a determinate fasi colturali o produttive. L’impresa di riferimento non ha alcuna incombenza, né in rapporto al collocamento, né agli obblighi contributivi, men che meno in rapporto ai diritti contrattuali e sindacali. Tutto è a carico di tali soggetti, che con il nome di “caporali”, da oltre un secolo, forniscono (nella versione moderna bisognerebbe dire “somministrano”) manodopera a chi la chiede. Nonostante le leggi, soprattutto dagli anni ottanta in poi, fossero loro ostili. Alcuni (pochi) hanno svolto un’attività inserendosi nelle pieghe della realtà, per fornire due servizi (quello del collocamento e del trasporto) non sempre disponibili dalla pubblica amministrazione. Tanti altri, invece, soprattutto in ben determinate aree del paese, lo hanno fatto per partecipare al controllo del territorio (e della manodopera) per mano mafiosa. In ogni caso, hanno sempre trovato la scappatoia per lucrare sul lavoro altrui. Le leggi degli anni ottanta ora sono state definitivamente soppresse. Questo (lo staff leasing) è il risultato.


Outsourcing
Si tratta di una particolare disciplina che riguarda i rapporti di lavoro in caso di trasferimento d’azienda. Il governo dovrà stabilire, attraverso i decreti attuativi, le norme che vincolano i soggetti interessati nel caso di trasferimento di un’impresa o di una parte di essa, compresi i requisiti dell’autonomia funzionale del ramo d’azienda in cessione e le responsabilità tra appaltante e appaltatore. Soprattutto in ordine ai diritti dei lavoratori. Anche qui, attingere dall’esperienza dell’agricoltura può tornare utile e interessante. In questo comparto, ormai da tempo, operano le cosiddette aziende senza terra, che acquistano i prodotti sulle piante, oppure appaltano intere fasi colturali e produttive, impiegando il proprio personale. Spesso per rendere più “democratica” la loro immagine, si strutturano in cooperative senza terra. In entrambi i casi, sovente si tratta di entità che durano in vita più o meno due anni, poi chiudono i battenti: ringraziano, salutano e si eclissano. Ovviamente, con un mare di debiti che mai più onoreranno al fisco e alla previdenza pubblica. L’Inps e gli inquirenti ne sanno qualcosa, anche della non trascurabile rilevanza del fenomeno. In ogni modo, gli effetti delle nuove norme sono così sintetizzabili. Prima un’azienda senza terra, se scoperta, poteva essere contrastata. Ora, con la nuova legge, potrà operare tranquillamente. Salvo continuare a sparire dopo qualche tempo. Aggiungendo ai soggetti da ringraziare i fautori della nuova normativa.


Job sharing-lavoro diviso
Da sempre il lavoro agricolo si divide. Si “riparte” in una cornice di legalità. Si chiama (ma da oggi, forse, anche nel settore agricolo non sfuggirà la potenza della nuova portata lessicale) “compartecipazione”. I compartecipanti assumono l’incarico della coltivazione non di un intero fondo altrui (cui possono “compartecipare” anche altri), ma di una o più colture, con durata annuale o limitata al ciclo di lavorazione delle colture stesse. Il datore di lavoro ha l’obbligo della dichiarazione trimestrale delle giornate impiegate e il compartecipante è assimilato all’operaio agricolo subordinato e gode di tutti i diritti previdenziali, contrattuali e normativi, tra cui (ai fini previdenziali) quelli della contribuzione valida, derivante dalla giornata di lavoro, e figurativa, per i giorni di disoccupazione. A oggi, per la generalità dei settori, il job sharing non prevede alcuna forma di tutela per i nuovi lavoratori che ripartiranno il lavoro. Ma non sta proprio qui la differenza tra flessibilità e precarietà?


Job on call-lavoro a chiamata
Anche questa tipologia di lavoro è tipica dell’agricoltura. L’unico comparto produttivo in cui chiunque può assumere al lavoro (e anche per una sola giornata). Fino a quando è esistito l’obbligo del collocamento pubblico, c’erano finanche le liste di prenotazione: il lavoratore rendeva disponibile il suo lavoro per i periodi indicati e l’azienda poteva assumere, attingendo dalle disponibilità rese. Tutto in un quadro di tutele per i lavoratori. Tutele che, al di là di una certa indennità di disponibilità che il datore di lavoro dovrebbe garantire, con il job on call non si vedono. Almeno oggi. Staremo a vedere cosa diranno i decreti attuativi.

(Rassegna sindacale, n.10, 13-19 marzo 2003)