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- associazione e dintorni - ccdp - 26-09-11 - n. 378
La brillante esposizione dell'autore e la discussione che ne è scaturita hanno consentito ai numerosi presenti di familiarizzare con alcuni dei luoghi comuni che costituiscono il mito negativo di Stalin e di attrezzarsi per una loro confutazione scientifica sulla scorta dei materiali messi a disposizione dall'ampio lavoro di ricerca storica conteuto nel saggio.
Di seguito il breve intervento, pronunciato a nome del CCDP-Resistenze.org
Riscoprire il passato per dare un senso al presente
L’iniziativa di stasera, oltre a fornirci l’opportunità di ragionare insieme all’autore sulle numerose e articolate questioni poste dal suo saggio “Stalin. Storia e critica di una leggenda nera…”, rappresenta per noi la continuazione di un percorso di ricomposizione della memoria e dell’oggettività storica iniziato con la presentazione dei libri di Massimo Recchioni sulla Volante Rossa e proseguito con il recente incontro con Aldo Bernardini curatore insieme ad Adriana Chiaia della raccolta di saggi e diari “Contro il revisionismo” di Kurt Gossweiler.
Cosa ci spinge ad affrontare la questione Stalin oggi?
Siamo convinti che la ripresa di un ragionamento sugli anni della costruzione del socialismo in URSS e nel campo socialista, un loro studio critico sia indispensabile per chi si ponga oggi come obiettivo la preparazione di un terreno favorevole alla trasformazione della società in senso socialista.
Non intediamo impegnarci in una difesa nostalgica della nostra storia e dei dirigenti che ne sono stati gli interpreti. Non si tratta di fare il tifo per Stalin o contro Stalin quanto piuttosto della volontà di riscoprire, attraverso uno studio obiettivo dei fatti, l’immenso patrimonio di idee e realizzazioni che hanno contraddistinto la prima difficile e avversata opera di edificazione del socialismo.
Attingere al passato per dare un senso al presente: è questo il compito che ci poniamo.
Per fare questo occorre innanzitutto sottrarci dalla visione deformata di quel periodo storico. L'etichetta di dittatore sanguinario appiccicata alla figura di Stalin dalla propaganda borghese e utilizzata come arma strategica nel corso della guerra fredda, oltre ad aver diviso e indebolito il MCI, frena oggi una sua ricomposizione.
L’antistalinismo costituisce a nostro parere ancora un oggettivo ostacolo all’unità dei comunisti. Ma dietro l’attacco personale alla figura di Stalin, c’è l’attacco al reale processo di cambiamento di una società determinata in un momento storico determinato, alla realizzazione di nuovi rapporti sociali antagonisti a quelli capitalistici. L’attacco dunque all’idea che il modo di produzione capitalistico è superabile.
Se questa grandiosa trasformazione è opera di un "degenerato mostro umano", allora anche l’idea che l’ha ispirata, il marxismo-leninismo, subisce la stessa sorte. L’equazione della propaganda borghese, accettata e sempre più spesso rivendicata anche dalle diverse componenti socialdemocratiche nel nostro paese e in Europa, trova oggi applicazione nei rapporti e risoluzioni dell'Unione Europea sull’equiparazione di comunismo e nazismo tramite la categoria di totalitarismo e nel ribaltamento dei fatti storici della 2GM e del ruolo decisivo giocato dall’URSS. I primi effetti di questa caccia alle streghe si fanno sentire nel tentativo di messa al bando di formazioni politiche comuniste nei paesi ex-socialisti.
Che questa isteria anticomunista si intensifichi in concomitanza dell’incalzare della crisi economica non è un caso. Liquidare anche a livello legislativo le forze politiche figlie di quell’esperienza indica il timore delle forze borghesi che in un difficile passaggio storico come quello attuale, l’eco di quegli avvenimenti risvegli le coscienze assopite dei lavoratori europei, dandogli strumenti comuni con cui interpretareil mondo e provare a cambiarlo.
Per quanto ci abbiano venduto il “fallimento del comunismo” come il dischiudersi di un periodo di pace e prosperità, i fatti ci raccontano un’altra storia.
In 20 anni senza campo socialista, il "migliore dei mondi possibili" ha imposto uno spostamento senza precedenti della ricchezza dai redditi da lavoro verso rendite e profitti, il peggioramento generalizzato delle condizioni di vita, l’aumento vertiginoso della disoccupazione e della povertà, l’estendersi della guerra imperialista con il rischio concreto di una guerra nucleare, la distruzione ambientale planetaria, ecc.
Più che di fallimento del comunismo, oggi si dovrebbe parlare di fallimento del capitalismo perché sono fallite le politiche liberiste e dei mercati che si autoregolano, così come la “terza via” socialdemocratica con le sue ricette keynesiane. Alla prova dei fatti, liberali e socialdemocratici (centro-destra e centro-sinistra) non hanno esitato a spingere i loro paesi sull’orlo del baratro per salvare un pugno di “tagliatori di cedole”. Il presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet, ha recentemente riconosciuto che i governi in Europa e negli Stati Uniti hanno mobilitato il 27% del PIL "per evitare il collasso del sistema finanziario".
Di fallimento si deve anche parlare rispetto l’idea di democrazia e di pace. In questi 20 anni l’imperialismo USA ed UE, utilizzando il braccio armato della NATO ha attaccato, occupato e smembrato nazioni sovrane, seminando morte e distruzione. Il tutto nello spregio del diritto internazionale e attraverso una preventiva disinformazione di massa. L’ultimo bersaglio, la Libia, in 6 mesi di guerra ha subito quasi 9000 azioni di bombardamento NATO, mentre già crescono le pressioni sulla Siria...
Nonostante la sconfitta del XX secolo, il socialismo resta oggi l’unica via d’uscita per un “altro mondo possibile”.. Il capitalismo ha socializzato la produzione ad un livello senza precedenti, creando le basi materiali per il passaggio ad un sistema economico-sociale superiore. Malgrado ciò, i mezzi di produzione e i prodotti del lavoro sociale costituiscono la proprietà privata capitalistica. Si tratta dunque di allineare i rapporti di produzione con il livello di sviluppo raggiunto dalle forze produttive, di abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione, del loro utilizzo e gestione secondo un piano per il soddisfacimento dei bisogni sociali collettivi tramite il potere popolare e il controllo operaio.
Questo è lo “spettro” che ieri come oggi si aggira per l’Europa. Non è considerato un miraggio ma un traguardo raggiungibile da quelle forze comuniste europee alla testa delle lotte contro i ricatti UE, BCE, FMI, e che hanno da tempo intrapreso uno studio scientifico delle prime esperienze di costruzione del socialismo, con particolare riferimento al trentennio di dirigenza staliniana in URSS.
L’auspicio quindi è che anche fra i comunisti del nostro paese si avverta l’urgenza di riappropriarci della nostra storia, dei suoi successi come degli errori, in modo da affrontare efficacemente le sfide che ci attendono.
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