www.resistenze.org - associazione e dintorni - forum di belgrado - italia - 05-06-07
Verità e giustizia per i popoli del Kosovo Methoija
Conferenza stampa al Senato della Repubblica
di Antonio Callà
«Verità e giustizia per i popoli del Kosovo Methoija». Con queste parole d’ordine, giovedì 31 maggio, nella sala conferenze stampa di palazzo Madama, il senatore Fosco Giannini, con il contributo di autorevoli rappresentanti parlamentari e della società civile, del calibro di Mauro Bulgarelli, Lidia Menapace, Franca Rame, Heidi Giuliani, Luana Zanella, Don Andrea Gallo, fondatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, ed Enrico Vigna, portavoce del Forum Belgrado-Italia, ha riacceso i riflettori su un conflitto “umanitario” ormai passato in sordina: la guerra dei Balcani. «Abbiamo voluto fare questa conferenza stampa - ha spiegato il senatore comunista, Fosco Giannini – perché su quel conflitto è calato un sipario che tenteremo di rialzare. Quello che attualmente rimane è la vittoria della Nato e la sofferenza dei popoli, ma le notizie che arrivano preannunciano la possibilità di un nuovo conflitto civile. Condizione che l’Occidente vuole nascondere, racconti che l’Occidente non vuole si conoscano. E’ ora che in tutte le sedi politiche, sociali, istituzionali, si riapra il “caso Kosovo”. Ricominciando anche a discutere della natura e della necessità, senza darla più per scontata, della missione italiana in quelle terre. In questo – ha aggiunto il senatore Giannini – ma anche per le altre operazioni militari italiane, spero che tutta la sinistra riesca, con l’unità, a spostare l’asse attuale del governo Prodi».
Nulla si è risolto, quindi, dopo che le forze Nato, il 24 marzo del ‘99, anche con l’appoggio dell’Italia, con l’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, sono intervenuti con l’aggressione alla Repubblica Federale Jugoslava. Oggi, il Forum di Belgrado, che raccoglie eminenti personalità culturali e politiche della Serbia, denuncia i pericoli di nuove, violente, conflittualità e destabilizzazioni, legate agli esiti dei negoziati a proposito della definizione dello status futuro della provincia serba del Kosovo. La denuncia, che viene resa pubblica nel corso della conferenza stampa, tramite un manifesto appello, è quella che, nella vittoria militare e nel raggiungimento degli obbiettivi politici e geostrategici della Nato e della comunità internazionale, vuole sottolineare il totale fallimento per i popoli della regione. «I risultati di quell’impegno militare - ha affermato Enrico Vigna – sono tutt’altro che rassicuranti: quasi 300mila profughi di tutte le etnie, in maggioranza serbi e rom, scacciati dalla propria terra; più di 3000 omicidi, di cui 1300 desaparecidos gia dati per morti, rapiti dal marzo ’99 ad oggi; quasi 100mila persone che vivono rifugiati in poche decine di enclavi, sopravvissute alle violenze e alla pulizia etnica dei secessionisti albanesi, veri e propri campi di concentramento a cielo aperto; centinaia di migliaia di case bruciate e distrutte; 148 monasteri e luoghi di culto ortodosso distrutti o danneggiati dalle forze criminali dell’Uck». In altre parole, una regione senza più apparati produttivi, con altissimo tasso di disoccupazione, completamente uranizzata dai bombardamenti e dove i dati sulle nascite malformi o i decessi sono top secret, «ma basta parlare con i sanitari del posto – ha sostenuto lo stesso Vigna - per farsi un’idea della situazione reale».
Di tutte le promesse e gli obbiettivi che furono annunciati dall’inizio del conflitto, insomma, nulla è stato mantenuto e raggiunto; la realtà quotidiana di oggi, stando a quanto denunciato nel corso della conferenza stampa, è un alto tasso di illegalità e criminalità diffusa, la violazione di ogni elementare diritto umano e civile, dove migliaia di uomini, donne e bambini vivono in condizioni disumane, senza lavoro, sanità, educazione, diritti. Tutto ciò mentre iniziano le trattative per la definizione del futuro status della regione serba, ancora sotto il protettorato internazionale. Le spinte delle forze secessioniste kosovare albanesi vanno in direzione dell’indipendenza come unico obbiettivo non trattabile, cosa che aprirebbe sicuramente nuovi scenari di tensioni internazionali, con in più i rischi di ulteriori destabilizzazioni non solo nel Kosovo e nella Serbia, ma anche in Macedonia, Bosnia, Montenegro, Bulgaria e nella stessa Grecia settentrionale, stando alle previsioni fatte.
La seconda ipotesi, invece, caldeggiata dal Forum, che si contrappone alla prima, quella dell’indipendenza, che rappresenterebbe un precedente pericoloso, sarebbe, invece, quella di stabilizzare un’autonomia della regione, sotto una diretta osservazione, fondata secondo i principi dell’Onu e del diritto internazionale.
L’unica certezza, come quella che rimane in tutte le guerre è che sarà più facile ricostruire gli edifici distrutti che le vite dei sopravvissuti. In particolare quelle di donne e bambini, come ha fatto emergere la parlamentare Franca Rame. In particolar modo delle guerre mascherate dal carattere etnico. Guerre che sembra non riguardino l’Europa. Ma ciò di cui stiamo parlando, ha ammonito la senatrice Lidia Menapace, «è Europa, il più cruento di tutti i continenti. Noi siamo un continente che non ha molto di cui vantarsi. Ciò che succede è la sua storia. Anche Don Andrea Gallo non ha risparmiato qualche bordata, in particolare al suo ambiente, circa il disinteresse che oscura i fatti del Kosovo: «Il Cardinal Bertone è stato abbondante di commenti sul Family Day, ma nulla ha detto sui 148 monasteri ortodossi distrutti», arrivando anche a definire l’amministrazione Bush «terrorista».
Ma resta, comunque, il problema di come intervenire per evitare ogni possibile nuova tragedia su un popolo ed un paese già fortemente provati dai conflitti tra la sua stessa gente. Così come invita a fare al governo italiano Z. Jovanovic, ex ministro degli Esteri della Jugoslavia e presidente del Forum Belgrado, intervenuto in collegamento telefonico nel corso della conferenza stampa: “Diciamo no ad una secessione che viola la legalità nazionale e l’integrità territoriale di uno stato sovrano. La situazione reale è molto lontana dall’obiettivo di una società multietnica e multireligiosa nella provincia kosovara. Rispettiamo la posizione dell’Italia membro influente del G8 e dell’Europa – ha sottolineato ancora Jovanovic- ma siamo sconcertati nell’apprendere che la sua posizione è cambiata in favore dell’indipendenza. Per questo, invitiamo a riflettere per una soluzione che si basi sui principi dell’Onu e del Diritto Internazionale”.
Ha poi portato un saluto l’Ambasciatore della Serbia, M.Savic, il quale ha confermato la relazione di Vigna; un commosso intervento è stato fatto dalla deputata Heidi Gaggio Giuliani che ha dato la sua disponibilità a future iniziative sulla tematica del Kosovo. Ha chiuso la conferenza Falco Accame, ex-Parlamentare e Presidente dell’A.N.A.V.A.F.A.F. che ha denunciato la questione dell’uranio impoverito nel territorio kosovaro.
Un appello per rialzare gli occhi sul Kosovo
Conferenza stampa organizzata dal Sen. Fosco Giannini in solidarietà con l'appello del Forum Belgrado Italia
Dal Senato, Guido Ricci
Sebbene non se ne parli quasi mai, nonostante quei luoghi passino raramente sulla bocca della classe dirigente italiana, con le regioni dell'ex-Jugoslavia l'Italia mantiene un legame saldissimo. Se non altro dal punto di vista militare: su 24 missioni e 7516 uomini impegnati nelle missioni all'estero, nei Balcani il nostro paese ne vede impegnati 2255, impegno che risulta secondo solo a quello sul territorio libanese, dove i militari italiani sono solo 200 in più.
Una regione, quindi, in cui il nostro Ministero della Difesa ha investito molte energie per difendere, evidentemente, altrettanti interessi. D'altronde come ha dichiarato il viceministro alle Attività produttive con delega al commercio estero Adolfo Urso, "sono circa 30.000 le imprese italiane registrate nei Balcani. Una cifra che fa dell'Italia il primo paese per presenza numerica nei Balcani". Eppure queste cifre non dovrebbero generare stupore. Cos'altro ci saremmo dovuti aspettare, dato l'impegno con il quale l'Italia si è prodigata nella vergognosa "guerra umanitaria", termine coniato ad hoc dal governo di centro-sinistra 8 anni fa.?
Eppure in questi 8 anni che ci separano dai bombardamenti con cui la Nato ha devastato qualsiasi speranza di pace nei Balcani, molte pentole si sono scoperchiate, rivelando l'orrenda mistura generata da quell'aggressione: lo scandalo della Missione Arcobaleno, la tragedia dell'uranio impoverito (con il quale l'occidente ha contaminato non solo i soldati, ma intere generazioni balcaniche), il golpe di Belgrado dell'ottobre 2000, il riconoscimento da parte della Commissione Onu della montatura attorno alla falsa strage di Racak. Tutto senza l'onore dei riflettori, tutto semi ignorato dalla grande informazione, interessatasi, solo per poco, unicamente alla morte-evento di Milosevic.
Ma cosa rimane in Kosovo? In estrema sintesi: 300.000 serbi, rom e albanesi jugoslavisti cacciati dalle loro terre; 3.000 assassinati (1.300 dei quali rapiti e dati per morti); un regime di vero e proprio apartheid con le minoranze costrette a vivere in enclavi circondate dal filo spinato e mezzi militari; un intero patrimonio culturale distrutto e dato alle fiamme; testimoni scomodi eliminati. E’ questo il Kosovo dell’Uck, quel Kosovo che il “mediatore” Ahtisaari vorrebbe indipendente (con tanto di Costituzione e bandiera), stracciando la stessa risoluzione Onu 1.244 con la quale si era posto fine ai bombardamenti e rendendo così concreta la nascita dell’ennesimo narcostato nella regione, passaggio obbligato per armi, droga, esseri ed organi umani come nuove e orrende fonti di lucro.
Ma il Kosovo non è solo un problema serbo: è un problema europeo perché la tentazione di una soluzione superficiale della questione, pronunciandosi frettolosamente a favore dell'indipendenza, rischia di rappresentare un pericoloso precedente, una nuova ingerenza ingiustificata che rischierebbe di gettare nel caos altri scenari in cui la richiesta di indipendenza ha una storia anche più lunga e meno contraddittoria di quella della regione kosovara.
Ma è anche un problema italiano, e non solo per i motivi esposti qui sopra. E' un problema italiano perché se venisse proclamata l'indipendenza in quei territori si ricomincerebbe a sparare ed i nostri soldati sarebbero lì a partecipare nuovamente ad un conflitto. Da che parte spareranno questa volta? Dalla parte dei ribelli serbi, cui a quale punto ogni speranza verrebbe strappata, o dalla parte dell’Uck pronto a massacrare nuovamente le minoranze che vivono in questa sfortunata zona dei Balcani?
E' necessario che l'occidente rialzi lo sguardo verso i Balcani, è vitale per la costruzione della pace non trascurare quel territorio ancora così a rischio, non riporlo in un angolo della nostra coscienza per riconsiderarlo unicamente quando il sangue riprenderà a scorrere. Questo è stato il fine principale della conferenza stampa organizzata il 31/05 dal Senatore del Prc Fosco Giannini. Come egli stesso ha dichiarato "Vogliamo farci strumento, cassa di risonanza di un popolo che chiede verità e giustizia". Una conferenza importante, grazie alla quale abbiamo potuto raccogliere le testimonianze di Franca Rame, che ha denunciato le violenze cui sono state sottoposte le donne, prime e principali vittime del conflitto. Abbiamo avuto la straordinaria occasione di ascoltare il Presidente del Forum Belgrado, che ci ha descritto la realtà tremenda in cui sono costretti a vivere i profughi serbi e le violenze cui sono sottoposti quelli del Kosovo Metohija, illuminandoci, al contempo, sulle plateali violazioni della risoluzione 1244 dell'Onu. Abbiamo avuto anche la fortuna di prestare attenzione alle importanti riflessioni di Don Gallo e Lidia Menapace sulla assurdità e la barbarie dei conflitti. Ed a loro si sono affiancati altri importanti interventi come quello di Heidi Giuliani e di Falco Accame. L'intento è chiaro e lo riassume bene il Sen. Fosco Giannini "Amplificando tutte queste voci abbiamo tentato di ripuntare i riflettori sul Kosovo, di rilanciare un percorso di discussione che siamo sicuri continuerà in tutta Italia anche grazie all'appello lanciato dal Forum Belgrado e che grazie all'impegno del portavoce italiano Enrico Vigna sta raccogliendo numerose e qualificate adesioni. E' fondamentale che in tutte le sedi politiche, sociali, istituzionali si riapra il “caso Kosovo" anche rimettendo in discussione la natura della missione militare italiana in quelle terre".