ISTITUTO DI STUDI COMUNISTI
Karl Marx - Friedrich ENGELS
istcom@libero.it
www.istcom.it
Programma
Il lavoro
ottobre. 2004
L’intero dibattito politico che
attraversa il Paese e le forze del centro-sinistra ha al centro sempre e
soltanto il Capitale, le istanze del Capitale e mai il Lavoro, le istanze del
Lavoro.
In questa ottica allora il Lavoro si deve ritagliare, acconciare a Capitale.
Le differenze, le diversità, stanno unicamente di quanto Lavoro si deve
contrarre, acconciare, alle istanze del Capitale.
Il Lavoro, le classi lavoratrici sono unicamente carne da cannone da
sacrificare sull’altare del Capitale, sull’altare del PIL, del profitto, della
produttività, dell’impresa e del mercato.
E’ sempre il Lavoro, è sempre il salario e le condizioni del Lavoro che si
devono modificare, contrarre e mai il profitto.
Il profitto è cioè variabile indipendente, mentre Lavoro è variabile
dipendente.
Noi assumiamo invece il Lavoro come
momento centrale, come variabile indipendente.
Assumiamo cioè i valori, le esigenze, le istanze strategiche, storiche e
contingenti del Lavoro.
Leggiamo ed interpretiamo i fenomeni e quindi sviluppiamo l’analisi e
formuliamo proposte prendendo come angolazione privilegiata Lavoro, in
opposizione netta all’angolazione privilegiata Capitale che viene presa da
tutte le forze politiche italiane, con gradi diversi.
La differenza tra le forze di destra e di centro da una parte e di sinistra
dall’altra passa unicamente, esclusivamente per la differenza di chi
rispettivamente assume come centralità Capitale e chi assume come centralità
Lavoro, e quindi i valori, le esigenze, le istanze del Capitale o del Lavoro.
Destra – Sinistra, Riforme e controriforme, rivoluzionario, progressista,
democratico da una parte e reazionario, conservatore, moderato è definito da
quale asse viene preso come valore fondante se Capitale, nel primo caso, o
Lavoro nell’altro.
E’ cioè Lavoro la discriminante: da una parte Lavoro e dall’altra Capitale;
da una parte modernità, progresso,democrazia, innovazione, riforma,
sinistra e dall’altra ancient regime,
controriforma, reazione, destra.
Si tende invece ad una massificazione di valori e giudizi, ove esiste solo
Capitale e così destra – sinistra viene stabilito sulla base di chi sostiene di
più e meglio Capitale. In tale massificazione tutto è riforma, tutto è
innovazione ed i peggiori valori, i peggiori miti assumono valori e connotati
fondanti. E’ questo un evidente processo ideologico.
Si tratta di introdurre le reali distinzioni, le distinzioni e differenziazioni
oggettive che la realtà esprime. Si tratta, cioè, di ritornare ad una lettura
scientifica, reale, della realtà e quindi dei processi contraddittori reali che
l’attraversano: Capitale e Lavoro; e quindi alle due diverse ed opposte angolazioni
di letture; ai due diversi ed opposti interessi.
Essi possono trovare un momento di sintesi e di ricomposizione nella dialettica
politica e sociale, e questo determina vivacità, ricchezza della Democrazia, ma
solo se si ristabiliscono le differenze sostanziali. Se invece si attua una
massificazione sono gli stessi àmbiti della diversità che vengono contratti,
coartati e quindi la stessa dialettica sociale e politica viene linearizzata, appiattita
e quindi la stessa Democrazia viene coartata, mortificata e le stesse
istituzioni e leggi fondamentali tendono allora a modificarsi, a plasmarsi, su
questa mortificazione, questa coartazione, linearizzazione.
Il
clima culturale stesso viene gravemente avvizzito e questo non può che produrre
conformismo, allineamenti più o meno innaturali, basso livello ed il prevalere,
poi, di mezze tacche, che nella notte della ragione diventano “ i giganti”. E’ indubbiamente il loro momento, ma è
anche giunto il momento di porre fine al loro momento e di consentire alle
libere forze sociali, politiche, culturali, economiche di liberamente
esprimersi. E questo è possibile unicamente riportando la lettura dei processi
reali alla realtà oggettiva lasciando che le contraddizioni in essa insite si
esprimano liberamente ed appieno.
Noi assumiamo Lavoro come centralità.
Gli anni Ottanta-Novanta hanno
visto una reale ubriacatura: le forze operaie, i quadri operai hanno veramente creduto alla fine della
classe operaia, il lavoro immateriale, alla lotta di classe, hanno finito così,
in varie forme e gradazioni e livelli, per assumere come parametri le istanze
del capitale: “ l’impresa Italia”, l’ “
efficienza”, ecc. ecc.
Il processo
ha riguardato tutti: chi più, chi meno, ma è veramente difficile stare a
soppesare chi il più e chi il meno. Anche chi vi si è opposto è stato
attraversato da simile ubriacatura, sia pure nella forma del “ ripensamento”,
del ….
E’ stato un processo generale, che ha investito per intero la società.
Le forze operaie sono state travolte da una possente offensiva ideologica e
culturale e non hanno retto. Le cause vanno di certo studiate.
Hanno creduto veramente che
l’abbattimento del PCI e della cultura democratica e scientifica, in nome del “
pensiero debole” di Vattimo, in nome della teoria della complessità di Biagio
De Giovanni, e della teoria sulla pesantezza della democrazia di Luhmann,
Bobbio, avessero potuto comportare veramente un miglioramento nell’economia,
uno sviluppo ed un progresso del Paese.
Si è veramente creduto che la globalizzazione e la concorrenza avrebbero potuto
risolvere i problemi dell’economia ed avere così un nuovo grande sviluppo.
Si è creduto veramente che le troppe libertà sul lavoro costituivano impacci e
causa del mancato progresso del Paese; che l’ ” azienda Italia” dovesse potersi
muovere in maniera più libera. Si è veramente creduto che liberando il Paese
dall’ingombrante presenza della forza comunista, il Paese potesse svilupparsi:
la teoria di sbloccare il 30%[1].
Si è, in conclusione, veramente creduto che il capitalismo potesse costituire
la base dello sviluppo, del progresso economico, civile, culturale, sociale
umano e che restituendo per intero a Capitale il Pianeta esso potesse garantire
la Pace, la Libertà e che potessero essere restaurati la libertà del mercato,
la concorrenza, ostacolati dall’ingombra presenza del campo socialista e delle
forze comuniste, del proletariato in quanto classe.
Una disamina sia pure superficiale
delle teorie e posizioni politiche e teoriche che sono state sostenute, a
partire dalla metà degli anni Ottanta e per tutti gli anni Novanta, nelle
stesse organizzazioni operaie e tra gli stessi operai conferma appieno tale
totale ubriacatura.
La dura realtà ha costretto oggi a riprendersi da quella ubriacatura, le
illusioni sono svanite e come sempre “ i sogni muoiono all’alba” e si è
costretti a guardare alla dura e violenta realtà che ci si para oggi dinanzi.
L’unica cosa che si è ottenuta è stata di trascinare il Paese e l’Europa nel
baratro della barbarie:
le coscienze sono state avvelenate insieme alla Natura. Si sono spacciate
teorie reazionarie ed osannate teorie e credi e superstizioni reazionari ed
innalzate paure di sempre degli uomini a credi pseudo scientifici
La coscienza materialista degli uomini è stata avvelenata da uno scientismo
inetto coniugato con il più volgare misticismo e presentato il misticismo nelle
veste dello scientismo inetto e reazionario.
Sul piano della teoria e della cultura è stata abolita per decreto la
differenza tra materialismo ed idealismo e tutto ridotto ad un insulso
laicismo, ad una sterile contrapposizione chierici-laici, di feudale memoria; è
stata abolita la differenza tra reazione e rivoluzione, riforma e
controriforma, sempre per decreto è stata soppressa la parola “comunista” e
sostituito con “radicale”: abbiamo così la “sinistra moderata” – che
significa?-, “sinistra riformista”, e “sinistra radicale” – anche qui: che
significa?.
E’ veramente il sonno, e profondo, della Ragione, è stata veramente “la notte
della Ragione”.
Lentamente, passati i fumi dell’ubriacatura negli anni 1998-2002 si apre un
processo di ripensamento critico, che attraversa le forze più sensibili della
sinistra italiana e che procede a passo sostenuto.
Dubbi sulle scelte del 1989 iniziano a porsi e ad attraversare le stesse forze
di sinistra: sinistra Ds, PRC, Pdci,, una più profonda riflessione attraversa
la Cgil di cui il Convegno di Sasso Marconi dell’aprile 2004.
Sono ancora segnali timidi, confusi, contraddittori.
Ma lo sviluppo della lotta di classe, l’incedere poderoso della crisi
capitalistica, della violenta opposizione delle moderne forze produttive ai
rapporti di produzione capitalistici, che si esprimono in maniera diretta
attraverso la forma della crisi economica di sovrapproduzione, provvederanno a
fare chiarezza ed a spingere ad un approfondimento più severo ed a liquidare
teorie, idee, uomini e forze che per l’innanzi di quelle teorie ne erano stati
espressione e portatori di valori ed istanze.
In questa fase di sviluppo della lotta di classe noi come Istituto dobbiamo
assumere le istanze del Lavoro, in maniera netta, totale, assoluta; ed in
questo, essere momento di riflessione e stimolo alla crescita di quelle tendenze,
di quell’approfondimento critico e quindi del processo di liberazione da queste
e riapprodo sulle sponde del Lavoro. Ma questo diviene impossibile se non
assumiamo in maniera ferma e totale la teoria scientifica del Lavoro, che ha
trovato e trova la sua espressione teorica scientifica massima nel Marxismo e
nel Leninismo.
Alla luce dei più recenti sviluppi della crisi capitalistica e della società
capitalistica hanno trovato totale conferma le analisi e le leggi scientifiche
scoperte da Marx, Engels e Lenin.
La teoria marxista si conferma , così, appieno quale teoria scientifica del
Lavoro e quindi teoria critica del Capitale.
Lo sviluppo delle contraddizioni del sistema capitalistico procede a ritmi
intensi e questo determina la complessità della lotta politica a partire dalla
più piccola e marginale realtà locale: di fabbrica, di quartiere, di studio.
Non è più possibile dare risposte locali, parziali.
Non è più possibile vivere sulle risposte di corto respiro.
O si ha una visione complessiva dei processi mondiali e dei suoi sviluppi tendenziali
o si è spazzati via.
E questo è possibile unicamente assumendo il marxismo quale teoria scientifica.
Come Istituto in tutti questi lunghi dodici anni abbiamo proceduto ad un
approfondimento teorico, ponendo a base lo studio degli sviluppi scientifici e
tecnologici e le modifiche che essi hanno determinato e questo ci consente di
comprendere meglio i processi in atto. Ma dobbiamo al tempo stesso studiare in
maniera organica la scienza del marxismo ed attrarvi i quadri operai e
comunisti, altrimenti noi stessi saremo spazzati via, perché non in grado né di
comprendere gli sviluppi tendenziali né di guidarli.
Qual è il centro dell’intera situazione internazionale e nazionale?
Qual è l’elemento fondamentale, il centro, che scatena l’intera crisi capitalistica?
Qual è il centro attorno cui ruotano tutte le scelte politiche degli Stati, dei
partiti, delle imprese capitalistiche?
Il centro è iL LAVORO.
Gli sviluppi scientifici e tecnologici degli anni Ottanta-Novanta hanno
determinato forti contrazioni nella produzione del profitto. La base materiale
su cui si regge il sistema di produzione capitalistico, ossia l’appropriazione
di lavoro non pagato, e meglio di ore di lavoro non pagato, plusvalore, si è
decisamente contratto.
L’altra fonte di profitto quella dell’ulteriore innovazione tecnica della
produzione[2]
diviene sempre più impraticabile per la massa sconfinata di capitali che ogni
pur lieve innovazione richiede per essere applicata ai processi produttivi, di
qui la stagnazione stessa della ricerca e dell’innovazione che si riduce a puri
aspetti di forma o estensioni quantitative di una innovazione in precedenza
introdotta[3].
V. I. Lenin nei suoi scritti economici ha ben studiato le influenze del
progresso tecnico nel processo della riproduzione semplice ed allargata,
apportando un importante e decisivo contributo teorico allo schema della riproduzione
semplice ed allargata del 2° volume del Capitale
e che costituisce base fondamentale per la comprensione del processo produttivo
nell’epoca dell’Imperialismo. Le più recenti innovazioni scientifiche e tecnologiche
degli anni Settanta-Novanta hanno confermato in pieno l’analisi di Lenin.
Karl Marx e Friedrich Engels avevano già indicato le fasi di sviluppo della
crisi capitalistica:
prima la guerra dei mercati,
poi la guerra per l’innovazione
ed infine la guerra ai salari.
La fase attuale è, appunto, la guerra ai salari.
Si tende così a surrogare la contrazione del profitto determinata
dall’esaurirsi delle fonti “naturali”, delle basi “naturali” su cui poggia il
modo di produzione capitalistico con la guerra al salario, la guerra al
proletariato; l’assalto alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato:
peggioramento delle condizioni fisiche, dell’adulterazione alimentare – Marx ha
ben mostrato l’importanza dell’adulterazione alimentare nella produzione della
massa complessiva del profitto –, della salute, della sicurezza sul lavoro,
ecc.
L’aggressione violenta, militare, alla Natura, come abbiamo indicato nella
“Lettere dell’Istituto” sugli Organismi Geneticamente Modificati, OGM, altro
non è che l’appropriazione violenta di valori della Natura, che vengono
incorporati nel valore, e quindi nel prezzo della merce, ma che al capitalista
non sono costati nulla e quindi l’aggressione violenta, militare, alla Natura
costituisce un profitto netto, un sovrapprofitto: e meglio un extraprofitto,
depredato alla Natura.
Il sistema di produzione si trova, così, bloccato nel suo processo di
produzione, è, cioè, bloccato il processo di valorizzazione del capitale, ossia
il processo di estorsione del profitto.
Nella furia tecnologica, nella furia dell’innovazione tecnologica, ha
introdotto profonde modifiche nel processo di produzione capitalistico,
determinando modifiche profonde nella stessa natura della crisi, inchiodandolo
ad una crisi generale di sistema senza vie d’uscita. L’innovazione tecnologica
ha riguardato l’applicazione della Genetica all’Agricoltura, determinando la
modifica del rapporto tra i due settori e la modifica della velocità tra i due
cicli, che costituiva camera di compensazione nell’evoluzione e nello scoppio
della crisi capitalistica stessa.
Il sistema di produzione capitalistico si trova così bloccato nel suo punto
vitale: il processo della riproduzione semplice ed allargata.
Esso tende di sottrarsi, o quantomeno di allentare tale pressione, attraverso
lo sfruttamento bestiale della manodopera e della Natura, sia attraverso le
condizioni ben note di lavoro nei paesi coloniali, attraverso un brutale e
violento processo di penetrazione capitalistica in questi paesi, distruggendo
le basi economiche di questi - di qui
la forte corrente migratoria – e sia l’installazione di condizioni di servaggio
in cui il lavoro viene svolto negli stessi paesi capitalistici.
La condizione del lavoro in Italia avviene oggi in condizione di servaggio, la
legislazione vigente delinea un rapporto di asservimento, che per ampi tratti
prefigura l’asservimento feudale, e meglio l’asservimento del servo della gleba
al contado: le agenzie di lavoro, tipi di contratto, delineano condizioni di
asservimento feudale del lavoro al capitale, come abbiamo analizzato nella
Conferenza di Potenza.
E così il capitale che era partito per liberare il lavoro dalle condizioni del
servaggio feudale, chiude la sua parola ripristinando, e peggiorando, proprio
ed esattamente quanto nei suoi proclami rivoluzionari diceva di voler liberare,
ed ha liberato per un lungo tempo.
E così il capitale che era partito sul piano teorico per liberare il lavoro
dalle condizioni della bottega, per liberare il lavoro dal rapporto personale
chiude la sua parola ripristinando in teoria, e nella pratica, proprio ed esattamente
quel rapporto, le gilde, come attesta ampiamente l’elaborazione che va sotto il
nome di “ neocorporativismo”, esponenti in Italia, per esempio, sono Treu,
Salvati, ecc[4].
E questo è dato esattamente dal pacchetto Treu, di cui la legge 30 ne è
unicamente tranquillo corollario.
Oramai sono queste le condizioni in cui il capitale può esistere, ossia
estorcere pluslavoro e plusvalore e consequenzialmente spinge per disegnare
livelli ed assetti istituzionali funzionali e consequenziali a tali condizioni.
Il colpo di Stato parlamentare in atto, circa la revisione costituzionale, è la
risultante di questo ben più profondo processo di incatenamento del lavoro al
capitale, non diversamente dallo svuotamento dei partiti e della democrazia
interna ai partiti: la prassi americana del leader maximo, delle primarie,
ossia la riperpetuazione della teoria del “decisionismo” e teorie reazionarie,
antidemocratiche simili.
Il capitale, cioè, può estorcere plusvalore soltanto, unicamente, ponendo
l’intera società in condizioni di servaggio non solo la fabbrica, perché come
ha indicato Antonio Gramsci, Americanismo
e Fordismo, sono le condizioni tecniche che si determinano nella
fabbrica, ossia le condizioni in cui i capitale asserve il lavoro, che
richiedono nel tempo modifiche in tutta la società civile, istituzionale,
politica, culturale, militare.
Aveva, cioè, ragione Cofferati quanto ha sostenuto che se non c’è democrazia e
libertà in fabbrica non vi è libertà e democrazia nella società.
Il sistema capitalistico, bloccato nel suo processo di riproduzione, cerca di
sottrarsi o allentare la situazione in cui versa.
Non solo attraverso il servaggio del lavoro, ma anche attuando un massacro
della piccola e media borghesia, attuando autentiche rapine, rastrellando
tramite atti illegali e violenti capitali, ed imporre così al processo di
concentrazione monopolistica violente impennate ed accelerazioni; finendo per
ridurre a simulacro il mercato, la libertà d’impresa, la concorrenza: ed in
verità più procede in tale direzione e più si innalzano verso il cielo gli inni
ed osanna a mercato, libertà d’impresa, concorrenza, ecc.
Le condizioni reali del processo di concentrazione monopolistico attuali danno
il 75% della produzione e della ricchezza mondiale in mano a 10mila grandi
famiglie ed in Italia l’80% in mano a non più di 900famiglie[5].
Le grandi holdings attuano, cioè, un processo violento ed illegale di concentrazione
monopolistico: forte innalzamento del costo del petrolio, controllo violento
militare e fisico delle fonti delle materie prime e della produzione delle
materie ausiliarie, illegali speculazioni in borse, con innalzamento fittizio
di titoli azionari e poi precipitazione degli stessi al fine di rastrellare
tramite tali speculazioni capitali e gettare sul lastrico la piccola e media
borghesia. I casi Enron, Parmalat, Cirio, Wordcom, ecc. costituiscono
un’espressione complessa di questo processo: rientrano entro il progetto di
rastrellare in maniera illegale capitali, ma rientrano anche nella problematica
che le grandi holdings nel periodo 1985-1995 hanno esageratamente dilatato le
sfere di intervento, rispetto al loro “core business”, per cui nella fase di
crisi tale allontanamento comporta sprechi di qui la necessità di tagliare per
concentrare interventi ed investimenti di più attorno al “core business”:
costituisce cioè una difesa, un arroccamento delle holdings in lotta feroce tra
di loro e questo costituisce la bunkerizzazione della holding, forme per
mettere al riparo da scalate pezzi, o rami, della holding e per avere capitali
per dare scalate.
Il tutto ovviamente, nella sostanza, si riduce ad una autentica rapina non
diversamente da quanto accaduto ai bond argentini con implicazioni dirette
della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, che tramite loro
delibere hanno consentito, coperto e legittimato la grande truffa dei bond
argentini in cui sono pesantemente incappati investitori italiani, tra l’altro.
Ciascuna holding conduce, cioè, una feroce e sanguinaria lotta contro tutte le
altre e contro tutti i capitalisti nella lotta per la sopravvivenza. Ciascuna
cerca di accaparrarsi la maggior fetta di profitto mondiale prodotta e poter
riservare ciascuna a se stessa migliori condizioni per la riproduzione semplice
o allargata, ma avendo come orizzonte non più il profitto massimo, ma il
profitto medio.
Dopo la 2° guerra mondiale, come è stato giustamente messo in evidenza, il
sistema capitalistico va incontro ad un blocco serio del processo di
autovalorizzazione per cui esso persegue il profitto medio e non più il profitto
massimo, il profitto massimo costituisce il limite a cui tende, ma è il
profitto medio che realmente persegue.
E le condizioni in cui avviene il processo consentono poi a fine anno sempre il
profitto medio e mai il profitto massimo.
Unitamente a tale guerra all’interno delle holding e di queste contro la
piccola e media borghesia – che per l’alto livello di concentrazione del
capitale monopolistico non costituiscono più alcun momento autonomo del
processo produttivo ma sono dependance del capitale monopolistico, come si
ricava dai dati del processo di concentrazione monopolistico – e la stessa grande borghesia, viene condotta
una feroce spartizione militare e fisica del territorio in grado di garantire
così fette di mercato ed escludere tutte le altre. Il controllo delle materie
prime, il controllo dei centri di produzione delle materie ausiliarie, il
controllo fisico del mercato di sbocco per le proprie produzioni, il controllo
dei principali servizi, il controllo fisico di aree strategiche di produzione e
traffico di materie prime e materie ausiliari hanno lo scopo di assicurare
margini di sovrapprofitti.
Nelle condizioni reali del processo di concentrazione monopolistico la piccola
e media produzione non costituiscono più, ed in alcun modo, momento autonomo
del processo produttivo, ma costituiscono dependance del capitale
monopolistico: in molti casi sono solo prestanome di tali holdings, in tutti
gli altri casi essi sono dipendenti dalla banche, che sono controllate dalle
holdings, dalle holding per materie prime ed ausiliarie e servizi per cui sono
le holdings che determinano quantità, qualità e saggi di profitto per questa
piccola e media borghesia.
In queste condizioni libertà di mercato, concorrenza, ecc. ecc. si rivelano
solo effimere chimere, ideologia.
Queste sono le condizioni esclusive per attuare l’asservimento esclusive per
attuare l’asservimento sul lavoro, sulle condizioni del lavoro al fine di poter
accaparrare ciascuna holding per se stessa l’intera massa, o quanto meno la
maggiore massa del profitto mondiale che viene prodotto.
La rivolta delle moderne forze produttive.
Le condizioni di servaggio del lavoro costituiscono l’evoluzione di
quel processo, avviatosi a partire dal XV-XVI secolo, di sussunzione del lavoro
al capitale, che ha comportato la riduzione di tutte le precedenti forme del
lavoro all’unica forma funzionale, utile, al modo di produzione capitalistico,
al capitale: ossia la riduzione di tutte le forme del lavoro al lavoro
subordinato salariato. Il lavoro salariale è l’unica forma che consente al modo
di produzione capitalistico di essere.
La condizione salariale del lavoro è l’unica forma che consente al modi di
produzione capitalistico di estorcere pluslavoro; ossia solo se la condizione
in cui versa il lavoro è quella salariale è possibile l’appropriazione di
lavoro non pagato; ossia solo se la condizione in cui versa il lavoro è quella
salariale si può avere l’esistenza del modo di produzione capitalistico. Il
lavoro salariale è la forma che il lavoro è costretto ad assumere nel modo, e
dal modo, di produzione capitalistico.
Consente il comando assoluto del capitale sul lavoro, consente di ampliare ed
estendere a dismisura il lavoro appropriato, estendere la massa di lavoro non
pagato sia nella forma del plusvalore assoluto, aumento delle ore di lavoro,
che nella forma del plusvalore relativo, attraverso l’introduzione di
innovazioni che abbassano i tempi di produzione della merce e quindi
contraggono il tempo di lavoro occorrente per pagare il salario giornaliero
dell’operaio – 5 ore invece di 6ore, di modo che il pluslavoro è di 3ore invece
di 2ore, in una giornata di lavoro di otto ore.
Lo sviluppo tecnico e scientifico ha determinato unitamente alla contrazione
delle fonti del plusvalore di cui si è detto, la sottrazione del vincolo, della
sottomissione del lavoro al capitale. Ogni nuova innovazione tecnica e/o
scientifica, ogni nuova condizione tecnica in cui viene ad attuarsi il processo
di produzione determinava, e determina, un passo avanti in tale processo di
liberazione oggettiva della sottomissione del lavoro al capitale.
Si costruivano così nel tempo le condizioni per il capovolgimento del processo
avviatosi tra il XV-XVI secolo:
dalla sottomissione del lavoro al capitale alla liberazione del lavoro dal
capitale e quindi le condizioni per il superamento del modo di produzione
capitalistico, che giunto a tale fase ha compiuto per intero il suo ciclo, per
cedere il passo, avendo costruito le condizioni oggettive, ad un altro modo di
produzione, ad altre forme di esprimersi del lavoro; altre e nuove e più alte
forme per attuare il lavoro, ossia quell’azione che l’uomo mette in atto per la
riproduzione delle condizioni materiali di esistenza[6]
Si costruivano nel tempo le condizioni per il capovolgimento, ossia la
liberazione del lavoro da quella forma unica, esclusiva, assoluta che era
coartato a prendere ed essere, ossia la forma del lavoro salariale e con esso
il superamento del modo di produzione del capitalistico, ossia del capitale in
quanto rapporto sociale, come centro ed elemento fondamentale, dominante e
preponderante tale da caratterizzare tale modo di produzione come modo di
produzione capitalistico.
Lo sviluppo scientifico e tecnologico, ossia lo sviluppo delle moderne forze
produttive, determinavano, e determinano, un innalzamento della produttività
del lavoro e questo determinava, e determina, le condizioni materiali per la
sottrazione della sottomissione del lavoro dal capitale, data anche
dall’aumento della ricchezza sociale che viene prodotta.
Questo procedeva di pari passo, diciamo per brevità, con la contrazione delle
fonti del profitto, e quindi con il ridimensionamento di tale sottomissione.
Tutto, l’intero sviluppo, l’intero procedere, del modo di produzione
capitalistico concorre, come si vede, da tutti i lati e per ogni lato, al
superamento del modo di produzione stesso e getta le basi per un nuovo/altro
modo di produzione, che porta nel suo grembo, come quello feudale aveva portato
in grembo quello capitalistico.
In tali condizioni per il mantenimento ormai dell’ancien règime viene richiesto l’introduzione di norme e vincoli
e legacci sempre più drastici del lavoro. Ciò che prima, nel periodo di
sviluppo del modo di produzione capitalistico: XV-XVIII secolo avveniva come
processo spontaneo, naturale, adesso deve avvenire per costrizione,
imprigionando tutte le forze vitali e con il lavoro la società civile tutta:
politica, sociale, culturale, istituzionale, ecc. Ciò che prima avveniva
spontaneamente, motu proprio,
adesso deve avvenire per costrizione tale da consentire il lavoro appropriato,
da consentire lo sfruttamento del lavoro, l’appropriazione del pluslavoro, e
quindi la possibilità della realizzazione del profitto, che in tale modo di
produzione è l’unica condizione per la continuazione del ciclo di produzione
capitalistico, ossia della riproduzione semplice e allargata, ossia
dell’autovalorizzazione del capitale.
Questo processo indagato scientificamente da Marx, Engels e Lenin ha conosciuto
un forte innalzamento negli ultimi venti anni, tale da porsi in maniera oramai
netta ed inequivocabile, che ne determina un inasprimento forte fino a porlo in
maniera esclusiva come la contraddizione fondamentale e principale; la forma
che assume è quella della contraddizione tra le moderne forze produttive ed i
rapporti di produzione capitalistici.
La necessità di asservimento del lavoro, di costruire condizioni di servaggio
del lavoro è la condizione unica per l’esistenza del modo di produzione
capitalistico. Per la realizzazione di questo tutto viene maciullato e
massacrato: dalla Natura alle stesse fazioni e frazioni della borghesia, alla
lotta feroce e sanguinaria tra le stesse grandi holdings. Ciascuna di queste
tende a disegnare i suoi spazi di mercato in maniera stabile, attuando un
controllo fisico del territorio sul piano politico, istituzionale, culturale,
militare per garantire a se stessa la sicurezza di tali spazi vitali per lo
sbocco e la produzione delle sue merci. Questo determina il ridisegno degli
Stati nazionali, la pesante ingerenza in ciascuno di essi, l’imposizione di
propri uomini, autentici mastini, nei gangli vitali degli Stati nazionali, il superamento
degli Stati nazionali ed il configurarsi di regioni transfrontaliere, ecco
allora la feroce spartizione della Federazione jugoslava, l’aggressione ai
Balcani, all’Albania, all’Afghanistan: aree vitali per il controllo della via
di terra del petrolio: gasdotti ed oleodotti, e delle materie prime dei paesi
socialisti; la guerra irachena, la sovversione in Nigeria, e vari paesi
africani, ecc. ecc. ecc.
Ecco che allora il centro di tutte le scelte è determinato dalla necessità di
costruire condizione per l’accaparramento del profitto nelle condizioni in cui
si sono decisamente contratte le fonti naturali di esso ed occorre sopperirvi
con forme surrogate, violente, illegali che distruggono la natura e riducono
l’intera società civile a gabbia.
Il Lavoro per le nuove condizioni tecniche può essere condotto in forme diverse
da quelle salariali; lo sviluppo ed il progresso ulteriore possono svilupparsi
unicamente al di fuori delle condizioni salariali, essendo queste àmbiti troppo
ristretti per il pieno dispiegamento di tutte le possibili forme che lavoro può
assumere. e quindi le infinite forme di produzione della ricchezza sociale.
La produzione può essere condotta, per le nuove condizioni tecniche, non più
sulla base della valorizzazione del capitale, ma sulla base delle esigenze
della società e degli uomini. La produttività del lavoro si è innalzata al
punto da determinare un ben diverso livello della coppia costo/beneficio,
sottraendo sostanzialmente, così, la produzione dalla necessità della legge dello
scambio basato sul valore, ossia del tempo di lavoro socialmente necessario,
ossia sottraendo la produzione dalla necessità di produzione di merci per la
produzione di beni[7].
Questi due aspetti sono stati ben individuati l’uno da D’Antona e l’altro da Biagi.
Biagi coglie appieno il
superamento del lavoro subordinato, ma poi legge unicamente il problema dal
lato giuridico, ossia del giuslavorismo ed attribuisce a tale angolazione un
ruolo che esso non ha e non può avere, ossia di potere una legislazione determinare
condizioni per la produzione; la legislazione è sempre un post e mai un ante;
la legislazione ratifica una situazione ma non determina mai condizioni nuove,
come la scienza dell’economia politica, la scienza della produzione, ecc. per
stare nel campo della produzione.
Finisce così per approdare a sponde opposte a quelle a cui l’analisi l’aveva
condotto. Giunge così non al superamento delle condizioni del lavoro salariale,
ma all’affermazione del rapporto di lavoro salariale subordinato di natura
individuale, al contratto di lavoro individuale; ossia giunge alle conclusioni
di una affermazione del rapporto che vuole mantenere il lavoro nelle condizioni
subordinate, ossia il modo di produzione, di qui poi il superamento del
contratto collettivo nazione del lavoro, il Sindacato, ecc. ecc., quando la sua
analisi lo aveva fatto comprendere il superamento del lavoro subordinato. Biagi
espressamente dichiara che il lavoro subordinato non si pone più e che l’intera
giurisprudenza in merito è molto superata.
Dopo l’analisi fa intervenire filtri e condizionamenti di natura esclusivamente
ideologici e non più scientifici.
Sostituisce parametri scientifici, ossia far scaturire l’analisi e la
costruzione logica di una teoria dalla consequenziale oggettiva dei processi,
che finiscono per coartare la corretta intuizione sul lavoro subordinato che se
ne va. Finisce, così, per essere imbrigliato nelle forme mistificate che lavoro
è costretto a prendere, ossia nelle condizioni che i rapporti di produzione
capitalistici costringono il lavoro ad assumere. Non prende quelle forme, sia
pure mistificate, come anticipatrici delle nuove forme, una volta liberate dal
letto di locuste in cui sono costrette a muoversi e ad esprimersi dentro i
rapporti di produzione capitalistici.
Non vede, così, la più importante rivoluzione che pure si dispiega dinanzi ai
suoi occhi, avendo visto la fine del lavoro subordinato, la più importante rivoluzione in tutta la storia degli
uomini, la rivoluzione del lavoro; non vede le nuove condizioni
tecniche in cui lavoro si svolge, ossia che le innovazioni scientifiche e tecniche,
rompono il continuum fordista[8],
che incatenava gli uomini alla macchina, al processo produttivo, facendo degli
uomini solo prolungamenti della macchina. Questo consente di scindere momenti e
fasi del processo produttivo nel tempo e nello spazio, consente nelle
condizioni che il modo di produzione capitalistico impone la flessibilità, ma
che saltato il modo di produzione capitalistico consente la possibilità, per la prima assoluta in tutta la vita degli uomini,
che non sono più i tempi del lavoro che
dettano, regolano la vita degli uomini, che la vita degli uomini non si disegna più sui tempi del
lavoro, ma che sono adesso i tempi
del lavoro che si disegnano sui tempi della vita degli uomini; la vita degli uomini, cioè, scandisce i tempi del
lavoro.
Si attua così quella liberazione dal lavoro, che non è il superamento del
lavoro, ma la sua liberazione dal modo di produzione capitalistico.
D’Antona coglie l’altro aspetto.
E qui D’Antona è netto, esplicito, mostrando coscienza piena del factum che
scopre.
Scrive:
“ Nelle società europee la produttività cresce e con essa la ricchezza soprattutto la quantità di beni a disposizione,
ma il lavoro se ne va. Non si tratta di un fenomeno congiunturale, legato al
ciclo economico… . La crescita senza occupazione non spinge verso il
sottosviluppo e la povertà di massa. […] il mondo della produzione non ha più
bisogno di quella dedizione totale di massa al lavoro (per circa un terzo della
giornata, tutti i giorni salvi riposi, feste e ferie, dalla scuola alla
pensione ) che è stato il gravoso destino … .[…]. Se la dedizione totale al
lavoro non fosse più l’obbligazione ed il pegno della cittadinanza sociale,
occorrerà chiarire su quali obbligazioni e pegni si deve fondare la
cittadinanza sociale futura… . E richiede che l’ordine sociale sia riprogettato
in funzione del dato inconfutabile che, se la produzione risparmia lavoro, { la
società continua ad averne un gran bisogno: assistenza alle persone,
conservazione e riproduzione dell’ambiente naturale e culturale }, maggiori
quantità di tempo liberato dal lavoro totale come destino.”.[9]
In linea immediata D’Antona coglie esattamente il forte innalzamento della
produttività e le potenzialità che si aprono rispetto alla ricerca scientifica
in atto e quella in divenire.
In D’Antona “lavoro” è il lavoro subordinato, non riuscendo a cogliere tutte le
infinite forme che il lavoro può avere, che non sia quello esclusivamente della
forma salariale, ma certamente la forma di lavoro che lui sta indagando è
quella salariale.
Quello che D’Antona non collega è il rapporto organico, inscindibile, lavoro
subordinato e profitto capitalistico, lavoro ( salariale ) subordinato e
sistema di produzione capitalistico; il modo di produzione capitalistico
concepisce e genera unicamente, esclusivamente, il lavoro salariato
subordinato. Impone, cioè, al Lavoro la Dittatura della forma capitalista del
lavoro, ossia la forma salariale.
Il sistema di produzione capitalista è la
DITTATURA DELLA FORMA SALARIALE DEL LAVORO.
Sarà questo non collegare che impedirà
a D’Antona di approdare a più feconde scoperte, agendo tale limite da pesante
filtro distorcente e mistificante, che lo ricaccia costantemente nelle secche
delle teorie del lavoro della società capitalistica, proprio perché cerca di
ricondurre l’analisi e lo studio entro gli àmbiti di studi da cui era partito,
il giuslavorismo, ma invece di intervenire pesantemente per modificare questo,
modifica le conclusioni dell’indagine sulla base del giuslavorismo, finendo
così prigioniero e questo lo ricaccia costantemente indietro. L’intero suo
elaborato è, poi, esattamente questo uscire dai limiti capitalistici e
l’esservi poi ributtato da quei limiti, da quel non vedere quel rapporto lavoro
subordinato e modo di produzione capitalistico.
L’elaborato di D’Antona e Biagi
vengono, poi, cementati, dopo essere stati violentemente coartati, vengono
ancorati agli interessi delle classi in lotta contro la liberazione del lavoro
dalla sottomissione, dalla sussunzione, al capitale. Vengono ricondotti entro
tali àmbiti, entro tali interessi della classe della borghesia, dal più
complessivo progetto teorico-culturale di Tiziano Treu, che ne viene a
costituire archetipo, cerniera entro cui vengono costipati. L’elaborato del
neocorporativismo, di cui in Italia Treu ed altri, costituisce la risposta
organica della classe della borghesia alle istanze delle moderne forze
produttive di liberarsi dalla subordinazione, dal processo di sussunzione al
capitale[10].
D’Antona e Biagi, a livelli ed angolazioni diverse, costituiscono un primo
momento nella costruzione di una lettura critica del lavoro, ancora
genericamente inteso come subordinato, che sgorga dall’interno
dell’intellighenzia della classe della borghesia, nelle condizioni tecniche
della produzione di fine XX secolo.
Interessante è sia il loro approccio al problema, che l’evoluzione ed
articolazione del loro pensiero. L’ulteriore evoluzione di questi due
intellettuali sarebbe stato veramente di grande interesse, di certo avrebbe
apportato contributi alla stessa teoria marxista. Ma l’efferato assassinio di
D’Antona e Biagi ci ha certo privato di una interessante e feconda sponda.
Di certo erano avanzati di molto sul piano dell’analisi, specie considerando la
fase in cui avviene il loro elaborato: ha origine verso la fine degli anni
Settanta e si snoda lungo tutti gli anni Ottanta per fermarsi negli anni
Novanta.
Sintetizzando.
La crisi economica presenta caratteristiche differenti da quelle note alla
borghesia, ma viene trattata con gli strumenti e la teoria elaborati nel
periodo 1929-1948.
Essa cioè segue la linea ascensionale di ogni crisi capitalistica: essere la
susseguente sempre più grave, ampia ed estesa della precedente con caratteri di
maggiore e crescente devastazione, che sono esponenziali in quanto determinati
dallo sviluppo scientifico e tecnico in cui di volta in volta si assesta il
processo di produzione capitalistico, a cui è la crisi stessa che spinge[11]
I tratti caratteristici nuovi sono dati da due elementi:
1. lo sviluppo della Genetica applicata alla produzione agricola, determina la
contrazione dei tempi diversi del ciclo economico del settore agricolo e di
quello industriale;
2. il LAVORO.
La base materiale del profitto capitalistico si è decisamente contratta e con
essa la base materiale della produzione in base al valore di scambio delle
merci.
La massa del capitale costante, ossia la massa di capitale occorrente per
macchinari, materie prime, ausiliari, ecc. è assolutamente spropositata
rispetto al capitale variabile, ossia la massa di capitale occorrente per
pagare i salari, e questo rende pesante, difficile la stessa riproduzione
semplice.
Tutta l’azione: economica, politica, culturale, civile, istituzionale, e quindi
della politica internazionale, nazionale, comunale, provinciale, regionale, di
area: tutto ha per scopo, persegue l’obiettivo, di compensare, surrogare tale
contrazione del profitto e di dare al capitale nuovi ed altri sbocchi , nuove
ed altre sfere di intervento in grado di garantire al capitale saggi di
profitto soddisfacenti, ossia in grado di dare un saggio di profitto adeguato
alla massa di capitali inoperante o agente in settori a più bassi saggi di
profitto. Ecco allora la penetrazione nei servizi pubblici, le privatizzazioni,
il turismo, le agenzie del lavoro, fondi pensione, la cartolarizzazione, forti
tensioni nel settore immobiliare: vendita di beni dello Stato, ecc.
La situazione si presenta come una enorme massa di capitali che non trova una sua
allocazione e preme in ogni dove sottomettendo ogni più piccolo settore di
intervento sino ad allora meno interessato al processo di penetrazione
capitalistico ed alimenta così operazioni parassitarie: speculazioni di vario
tipo.
V. I. Lenin ha ben analizzato come il passaggio alla fase imperialista del
capitalismo sia caratterizzato da una forte divaricazione tra il capitale
industriale produttivo ed il capitale parassitario; ossia la sottomissione del
primo al capitale finanziario. Questa analisi di Lenin ha trovato non solo
conferma per tutto il XX secolo, ma la caratteristica individuata da Lenin si è
esponenziata, confermando ed aggravato il carattere parassitario
dell’Imperialismo e la fase dell’Imperialismo quale capitalismo putrescente.
La contraddizione rapporti di produzione – forze produttive è giunta oramai ad
un limite estremo, per cui la società e l’intera situazione può solo
degenerare.
La riproduzione delle condizioni di vita materiali degli uomini è bloccata
dalla impossibilità del modo di riproduzione capitalistico di attuare la
riproduzione semplice ed allargata.
La contraddizione, cioè, tra l’aver sottomesso, sussunto, il lavoro al
capitale, cioè il lavoro alle legge della valorizzazione del capitale, è giunta
ad un suo limite estremo.
La crisi capitalistica è solo la forma più immediata ed appariscente della
rivolta delle moderne forze produttive alla costrizione entro cui il modo di
produzione capitalistico le costringe ad agire e l’àmbito asfittico entro cui
sono costrette a muoversi.
La contraddizione si impone come fondamentale e principale.
Nella realtà più immediata ogni singola questione, tematica tende a porsi
separatamente da tutte le altre, tale da sembrare ciascuna distinta, diversa da
tutte le altre, ma esse hanno un unico filo rosso che le accomuna, essere tutte
forme, manifestazioni della contraddizione fondamentale indicata, ma ciascuna
apre nuovi fronti ed aggrava quelli esistenti. Innesca così un processo
disordinato, confuso, che consente al capitale di trattarle separatamente, ma
nonostante questo la situazione migliora, giacché le forze del capitale ne
escono ogni volta più indebolite, più sfiancate e con minori strumenti di
risoluzione e quelle del lavoro con nuovi fronti che apre e quindi più forte.
Alcuni semplici dati ci danno tutto il senso della crisi attuale:
1. il PIL[12]
non si schioda dallo 0,4-2.5%;
2. l’indebitamento delle famiglie italiane, ossia l’indebitamento della busta paga, nel 2003 è pari al 25%. In
Europa si viaggia sui valori del 40% mentre negli USA è all’82% ed al 67% in
Inghilterra.
L’incremento delle vendite Fiat, registrato nel primo semestre del 2004 è il
risultato dell’indebitamento della busta paga; oltre la metà dei 16,3miliardi
di euro, erogati in prestiti a famiglie, ossia 8,15miliardi euro è stata
destinata all’acquisto di auto.
La tendenza in Italia è all’aumento, è all’allineamento del 25% italiano ai
valori europei, ossia al 40%. L’ ”economia forte” statunitense – come si dice –
o “ la ripresa dietro l’angolo” sono appunto date dall’innalzamento di questo
indebitamento.
La FED negli Usa abbassa per tutto un periodo i tassi per favorire tale
indebitamento, che costituisce la forma reale di vendita, che innescava a sua
volta meccanismi di parassitismo finanziario, consentendo così un impiego di
capitali ed un profitto non solo industriali ma anche finanziari. In questo
modo si prosciugavano gli àmbiti della futura vendita, contraendosi le fonti di
acquisto.
La Fiat ha quindi venduto in indebitamento, perché anche se è una sua
finanziaria che provvede al prestito, essa comunque deve impegnare altri suoi
capitali per proseguire il processo produttivo e per poter attuare quanto meno
la riproduzione semplice. Questo può avvenire attingendo da riserve prime e poi
dall’indebitamento presso banche e così il profitto viene utilizzato come
riserva.
In questo modo la riproduzione allargata è bloccata e la stessa riproduzione
semplice avviene prima con difficoltà e poi per esposizione debitoria. Il
capitale finanziario così trova nuovi settori di espansione e schiaccia lo
stesso capitale industriale. Come si vede da questi elementari e semplici dati
l’analisi di Lenin sul carattere putrescente e parassitario della fase
dell’Imperialismo viene non solo totalmente confermata, ma vede un suo
inasprimento[13].
La crisi economica schiaccia la classe operaia ed il lavoro conosce condizioni
sempre più estreme di sottomissione al capitale fino alle forme del servaggio.
Ma la crisi economica non investe solo la classe operaia, non ostacola
solamente la riproduzione semplice ed allargata, ma schiaccia anche le altre
classi della società. Incenerisce il blocco sociale su cui si regge la società
capitalista, il blocco sociale del modo di produzione capitalistico, intaccando
così le basi stesse di esistenza del modo di produzione capitalistico.
La pesante crisi – ricordo qui l’analisi delle classi che in questi anni
abbiamo sviluppato a partire dal 1993 e per tutti gli anni successivi ed a cui
rimando – ha letteralmente bruciato il
“ ceto medio”[14],
che ha oramai tutte e due i piedi nella fossa del proletariato.
Questo strato che la borghesia monopolistica nel periodo 1970-1990 ha tenuto su
tra sé ed il proletariato e che costituiva la fonte del consenso si è
decisamente dissolto al punto da intaccare decisamente la stessa aristocrazia
operaia.
Questo fa saltare una serie di passaggi d’intermediazione e camere di
compensazione e raffreddamento della tensione sociale sui luoghi di lavoro e
nella società, giacché salta la mediazione ideologica che questo strato operaio
e quindi un innalzamento dello scontro sociale e della conflittualità nei
luoghi di lavoro.
Le due classi sono in sostanza faccia a faccia sena fronzoli e strati
cuscinetto.
La fase attuale, settembre 2004, vede uno sgretolamento progressivo,
testimoniato da recenti posizioni che si spostano a sinistra nella forma di un
ripensamento critico circa le scelte operate nell’89: articoli di
Aprile-on-line, ecc. Il punto più sensibile è dato dalla base dei DS, ma lo
stesso Pdci che individua come il crollo dell’Est abbia determinato contrazioni
di spazi di manovra, lo stesso PRC di cui testimonianza sono le tesi presentate
da Bertinotti, ove vi è un diverso riposizionamento rispetto al Novecento,
l’Urss, ecc., non diversamente da tutto un movimento che tende a crescere
attorno a Togliatti, Berlinguer, la storia della Cgil, ecc.
I tentativi “ ideologici” di frenare lo spostamento del “ceto medio” indicati
in una recente lettera dell’Istituto non hanno sortito grande effetto.
La crisi dell’attuale maggioranza è indice di questa situazione.
Quello che è in crisi non è tanto una maggioranza parlamentare, quanto un
blocco sociale: il berlusconismo.
Nasce verso la metà degli anni Ottanta come alleanza di pezzenti, di una media
borghesia indebitata fino al collo che spera nella “ conquista del potere” di
far cadere nelle proprie mani beni, averi, guarentigie statali per ripianare i
debiti: i “catilinari”[15],
dietro cui manovravano grandi capitalisti e loro stessi si erano asserviti al
progetto massonico della P2.
Successivamente “i catilinari” hanno unito attorno a sé altri stati della
borghesia e consistenti fasce di “ceto medio”, per fare poi il “salto” nel 1994
con un programma generale per tutta la borghesia: vedi il voto di fiducia al
Senato di Agnelli e Andreotti.
L’opposizione di fazioni consistenti del capitale monopolistico europeo ed
italiano ne determinarono la caduta.
I “ catilinari” hanno trovato sostegno prima in Abete e poi assist in D’Amato.
Il berlusconismo si è poi saldato con l’avanzata della crisi internazionale con
l’asse anglo-statunitense in funzione e con ruolo anti-europeo, raccogliendo
così timori ed opposizioni propri del “ceto medio” e di quelle fazioni borghesi
non legati ai punti avanzati della produzione mondiale.
Occorrerà prestare grande attenzione ai movimenti ed ai contraccolpi che la
crisi comporterà in questo blocco ed ai movimenti e contraccolpi di questo
blocco sociale, che ne conseguiranno.
Il dato che qui va fermato è:
a. inasprirsi dello scontro di classe proletariato – borghesia,
b. spostamento della piccola e media borghesia moderata, proletarizzazione.
Quadri e parte di questa base, possono essere disponibili per movimenti di
natura qualunquistico-reazionari.
In generale la borghesia cercherà di frenare il suo spostamento nell’area del
proletariato sia con modi e forme populistico-demagogiche e sia attraverso
strumento democraticistici: referendum, consumatori/risparmiatori, trasparenze
bancarie, tutele dei risparmiatori – dopo averli depredati, ovviamene - ecc. e
sia cercando di manovrarla contro il proletariato.
In generale anche per questa frazione della piccola e media borghesia vale la
lettera di Federico Engels a Turati. Il problema sarà di vedere come, modi,
tempi e forme del suo evolvere verso il proletariato.
Questo bruciare lo strato cuscinetto del “ ceto medio” determina di per sé un
innalzamento dello scontro di classe, giacché unitamente a questo si bruciano,
si inceneriscono i mille fili del consenso sul proletariato, si aprono nuovi
varchi.
L’innalzamento della lotta di classe avviene nelle condizioni più generali di
ripresa del Movimento Operaio.
La forma che prende è un inasprimento della lotta sindacale, di qui la
centralità che viene ad avere la Cgil ed i suoi quadri,chiamati a subire il
primo impatto.
Le scelte sindacali classiche non bastano più, meno quelle inerenti la
concertazione. Non basta più l’aumento salariale, qualche clausola sulla
sicurezza, occorre un quadro generale programmatico in grado di indicare indirizzi
e priorità.
Abbiamo così:
- sul versante dei quadri sindacali un processo di riflessione e
riposizionamento come attesta il Convegno di Sasso Marconi dell’aprile 2004 e
tutto il dibattito che attraversa la Cgil;
- sul versante dei quadri politici un processo di riflessione e
riposizionamento circa le scelte per e post 1989;
- sul versante della piccola e media borghesia una sua crisi e forti movimenti
convulsi, contraddittori, disarticolati.
Il problema di un Programma che sia in grado di essere di orientamento generale
di questi movimenti, dandogli un momento di unificazione diviene centrale per
costituire linfa alla più generale fase di ripresa del movimento operaio e
della lotta per la trasformazione.
IL PROGRAMMA
C’è un gran parlare di Programma nell’area delle forze del centro-sinistra.
Tutti parlano della necessità di avere un Programma, di avere essi stessi un
Programma, ma poi non vi è alcun passo concreto in questa direzione. Vi sono
proposte confuse e prese di posizione contraddittorie, ma poi quello che viene
detto oggi non vale per il giorno seguente e comunque tutte non hanno un
centro.
Nel dibattito viene utilizzato un termine improprio, se non errato, giacché
quello che viene chiamato “ programma”
è un insieme di punti-base per un cartello elettorale. Questo dovrebbe
presupporre che ciascuna forza politica abbia un suo Programma e su alcuni
punti di questo Programma cerca di costruire una unità con le altre forze,
ossia di costruire un cartello elettorale, o maggioranza elettorale. Ma così
non è, giacché nessuna forza ha un suo Programma, ha linee politiche, scelte e
posizioni su cui orienta il proprio operare quotidiano.
Il Programma nella Scienza della Politica è ben altro.
Il Programma, nel suo articolarsi in punti, delinea la società che ciascuna
forza politica persegue; indica le linee strategiche e l’orientamento generale
che non è di per sé conseguibile nell’arco di una tornata governativa o nel
breve-medio periodo.
Indica la natura di classe della forza politica, la sua base di classe e la sua
base di massa, viene formulato sulla base di una teoria e di un’analisi ed
orienta la strategia e la tattica.
Noi utilizzeremo il termine “ Programma” in questa sua naturale accezione.
Noi assumiamo come punto centrale gli interessi strategici, le istanze e le
esigenze del Lavoro in maniera assoluta e totale, in contrapposizione netta e
senza equivoci di Capitale.
Intendiamo, cioè, esprimere le forze del Lavoro nella loro opposizione al
comando del capitale, nella loro lotta per liberarsi dalla sottomissione, dalla
sussunzione, al capitale.
Poniamo il nostro Programma quale contributo al più generale dibattito e su
tale base intendiamo condurre una battaglia teorica e concorrere alla
formulazione del Programma del forze del centro-sinistra.
Vuole costituire il contributo della lettura dei processi dal lato del Lavoro.
Poniamo quindi al centro del Programma il LAVORO, ne assumiamo i valori, le
tematiche, le istanze, gli interessi strategici e storici, la concezione, le
coordinate.
Leggiamo, cioè, tutto dall’angolazione del Lavoro, dal lato degli interessi del
Lavoro.
Noi possiamo iniziare a fermare alcuni punti di un più compiuto ed articolato
programma, molti altri devono essere posti al centro ed elaborati nel corso del
tempo e questi stessi punti su cui ora fermiamo l’attenzione devono essere
elaborati, sviluppati, oggetto di dibattiti, riunioni, convegni, confronti,
ecc.: occorre, cioè, il concorso dell’intelligenza collettiva della classe per
poter essere compiutamente espresso.
Possiamo iniziare a fermare questi cinque punti:
1. Lavoro,
2. Democrazia,
3. Ecologia,
4. Ricerca – Università- Riforma degli Studi,
5. Mezzogiorno.
1. LAVORO
Premessa
La condizione del lavoro in Italia è in una condizione di servaggio.
Le legislazioni avutesi a partire dai primi anni Novanta hanno aggravato le
condizioni di lavoro.
Vi è stato un innalzamento del peggioramento delle condizioni di vita sui
luoghi di lavoro in termini di sicurezza, di diritti, di salario.
In termini di sicurezza gli incidenti sul lavoro hanno falciato decine di
migliaia di vite operaie e centinaia di miglia sono rimasti feriti, di questi
una percentuale alta è rimasta invalida.
La disoccupazione conosce un alto indice, mascherato dalle forme fittizie di
occupazione e dove l’immigrazione clandestina di lavoratori viene nella sostanza
incoraggiata, perché consente da una parte di mantenere bassi i salari dei
lavoratori italiani e dall’altra di sfruttare ferocemente questa forza-lavoro,
costretta a subire ed accettare qualsiasi cosa proprio per lo stato di
illegalità nella quale si trova. Non è un caso che le zone dove vi è maggior
impiego di forza-lavoro clandestina sono le zone ove più alte sono le voci
contro gli immigrati, il “ rimpatrio degli immigrati”, ossia le zone del
Nord-Est ed in generale del centro-nord.
La precarietà è l’elemento fondamentale che caratterizza il lavoro oggi.
Questa precarietà è stata addirittura teorizzata come dato endemico e nuovo
elemento ineliminabile del lavoro.
La chiamano “ flessibilità”.
Il salario monetario è letteralmente crollato.
Il salario reale ha conosciuto un doppio attacco: dal lato dell’inflazione e
dal lato della qualità delle merci.
L’adulterazione alimentare ha peggiorato la qualità delle merci e quindi si è
avuto un peggioramento nella reintegrazione delle energie psico-fisiche che vengono
spese nel corso del processo lavorativo e questo si è tradotto in una
contrazione netta del salario reale, giacché con una massa maggiore di denaro
si acquista una massa di merci: pane, carne, olio, frutta, vino, ecc. che ha
non solo un valore nutrizionale inferiore, ma dannoso per la vita stessa del
lavoratore e della sua famiglia.
In questo modo il lavoratore, come aveva giustamente già indicato Karl Marx,
viene derubato, giacché vengono intaccate le sue condizioni di poter continuare
a lavorare e viene deprezzata la sua forza-lavoro.
Nel corso di questi anni è stato attuato un processo di mistificazione
ideologica, che ha teso a negare che la forza-lavoro è una merce: e qui alte si
sono levate le voci di sdegno contro le teorie che vogliono ridurre l’uomo a
merce, perché l’uomo non è una merce e quindi la forza-lavoro non è una merce.
E’ fin troppo comodo per il capitale negare che la forza-lavoro è una merce,
giacché in questo modo non vi sono più parametri per stabilire quale sia il
livello salariale e tutto viene ridotto ad una “astratta” trattativa e dove il
livello salariale risulta così la risultante di una mediazione di una
trattazione ma senza punti di parametri di riferimento. Il livello salario
viene così fatto dipendere esclusivamente dal capitale, dalle possibilità del
capitale di impegnare in salari una massa di capitali. Il livello salariale è,
cioè, un di più, è determinato da quanto al capitale resta dopo il profitto, la
reintegrazione dei capitali investiti per la produzione. Ma, come si vede, non
vi sono più parametri oggettivi, che consentono di stabilire se la forza-lavoro
è ben pagata o mal pagata; i parametri oggettivi diventano i dati
dell’inflazione che rilevano il potere d’acquisto reale del salario, ma non dicono
se quel salario è la giusta mercede della forza-lavoro impiegata. I dati
dell’inflazione sono poi totalmente falsi e l’Istat è la centrale di tali
falsificazioni. Innanzitutto è stato modificato il “ paniere”, ossia la massa
di beni che costituiscono la base su cui si computa l’inflazione, variando i
quali si determina l’inflazione.
Molti beni sono usciti e molti vengono fatti entrare ed uscire di anno in anno
e già questo altera il dato finale dell’inflazione e viene scientemente
alterato giacché vengono messi quei beni che incidono poco sulla spesa. Un
altro elemento di autentica truffa è la percentuale che si assegna ad ogni bene
sul totale della spesa, per cui a beni che hanno una bassa incidenza sulla
spesa totale si assegnano un alto indice percentuale e l’inverso per quelli che
hanno un’alta incidenza. Il risultato di questa “ geometria variabile” della
truffa sono poi i dati circa l’inflazione.
Abbiamo, cioè, dinanzi a noi le forme reali, quotidiane della guerra al salario
che è stata condotta, e viene condotta, dalla classe capitalistica sul piano
ideologico, “teorico”, materiale.
Viene sferrata contro la classe lavoratrice una guerra totale, una furiosa
controffensiva su tutti i lati con una pesante manovra avvolgente, al fine di
stritolare il salario, asservire di più il proletariato ed estorcere nelle
forme più illecite ed illegali quote sempre maggiori di plusvalore.
Si tratta allora di restaurare la corretta teoria sul lavoro, la forza-lavoro e
ripristinare la teoria del salario variabile indipendente, che costituisce la
teoria scientifica del lavoro e liquidare quella della variabile dipendente,
che ha mostrato appieno tutta la sua inconsistenza.
Se si assume il salario come variabile dipendente, poiché l’altra variabile è
il capitale, allora la variabile indipendente è il capitale. E questa è poi la
teoria oggi in voga, dell’impresa, del mercato, della produttività, della
flessibilità, ecc. ecc.
L’operaio è un soggetto che vende la sua forza-lavoro, ossia la sua capacità
psico-fisica di esercitare un lavoro, quale suo unico modo di vivere. Dalla
vendita della sua forza-lavoro egli ricava un salario che gli consente di
acquistare tutte le altre merci che consentono a lui ed alla sua famiglia di
vivere, ossia di reintegrare le energie psico-fisico erogate, consumate, nel
processo lavorativo.
La forza-lavoro che viene erogata è sia quella fisica che quella intellettuale.
La forza-lavoro è una merce particolare che viene acquista sul mercato del
lavoro ed in quanto merce ha un suo valore e come ogni merce viene acquistata e
venduta al suo valore.
Il valore della forza-lavoro è determinata dalla massa di beni che l’operaio
deve poter acquistare per reintegrare le energie psico-fisiche consumate nel
ciclo produttivo, nel corso del lavoro.
L’insieme del valore, l’insieme dei prezzi, di questa massa dei beni
costituisce il livello salariale giornaliero, quindicinale, mensile che sia.
Nel processo lavorativo vengono consumate masse assai differenti in qualità e
quantità di forza-lavoro e quindi nel processo lavorativo ciascuna ora di
lavoro delle diverse figure che intervengono nel processo lavorativo hanno un
valore diverso, di qui i livelli salariali. Karl Marx nel primo capitolo del
primo volume del Capitale ha
bene espresso questa questione e lì rinviamo.
Se assumiamo questo dato scientifico, questa lettura tranquilla di processi
reali, allora ci appaiono in maniera chiara tutte le forme di attacco che sono
state condotte contro il lavoro e le dimensioni ed articolazioni reali della
guerra totale al salario che la classe capitalistica ha scatenato e scatenata
ogni minuto, mantenendo una pesante e costante e capillare pressione su questo
fronte di guerra.
L’adulterazione alimentare è allora una ulteriore contrazione del salario,
giacché occorre una massa maggiore di denaro per acquistare una massa maggiore
di beni tale da costituire la massa reale del valore nutrizionale in grado di
reintegrare le energie psico-fisiche consumate nel processo produttivo.
L’inflazione costituisce un ulteriore furto sul salario e così l’innalzamento
dei costi dei trasporti, dei servizi, della casa, ecc. ecc.
Adesso occorre considerare che una merce viene prima acquistata e poi
utilizzata, per quanto riguarda la forza-lavoro le cose vanno in maniera assai
diversa, il capitalista prima utilizza la merce forza-lavoro e poi la paga, per
cui si ha che è l’operaio che anticipa al capitalista il prezzo della sua
stessa forza-lavoro.
Il processo di produzione parte quindi perché una parte del capitale occorrente
viene anticipata dal capitalista, quella occorrente per macchinari, materie
prime, ausiliarie, ecc., ossia il capitale costante, mentre l’altra parte
quella occorrente per pagare la forza-lavoro, ossia il capitale variabile,
viene anticipato dalla classe del proletariato: ciascun lavoratore infatti deve
avere una massa di denaro da spendere per la prima quindicina, o settimana, o
mese, e quindi anticipa quanto poi gli verrà dato con la paga. E questo si
ripete all’infinito, giacché il capitalista paga il lavoro già effettuato e ad
ogni fine settimana, fine quindicina, fine mese il lavoratore anticipa sempre
il valore della sua forza-lavoro. Se si considera che quanto il lavoro riceve
non è il valore che la sua forza-lavoro ha prodotto, ma solo quella consumata e
che il valore è maggiore si ricavano tutte le fantasticherie sul capitale
investito, i rischi, ecc. ecc.
Ma dopo il capitalista si presentano gli altri membri della classe della
borghesia: il bottegaio, il padrone di casa, i produttori di beni e servizi,
ecc. tutti pronti a portare via la maggior quota possibile del salario.
Abbiamo inteso fermare alcuni assi principali, ma la necessità di uno studio
attento ed organico della teoria del lavoro elaborata da Marx, Engels e Lenin
da parte dei quadri operai e comunisti si pone sia pure per la più immediata
comprensione dei parametri che determinano il valore della forza-lavoro, come
più elementare ed immediato strumento di lettura critica dei processi, come
strumento per la difesa degli interessi e le esigenze più immediati del lavoro.
Si tratta di organizzare corsi teorici a vari livelli per una diffusione
organica della teoria del lavoro, elaborata da Marx, Engels e Lenin e di
attrarvi i quadri sindacali e di partito.
Gli assi principali che abbiamo inteso fermare costituiscono premessa per
l’intera proposta programmatica.
Il problema di ripristinare il meccanismo della scala mobile, ossia quel
meccanismo in grado di riequilibrare il salario rispetto all’inflazione reale,
deve costituire la prima forma da attuare per la difesa del potere d’acquisto
del salario e come primo momento per arginare l’autentico assalto contro il
lavoro, il salario, ecc.
Questo di per sé non è sufficiente, se non vi un piano generale di sviluppo,
una visione complessiva, ma può costituire il punto attorno al quale e dal
quale partire per sviluppare una più complessiva proposta.
Il piano per
il Lavoro
Abbiamo visto la natura
della crisi capitalistica e come questa lasci sul terreno decine di milioni di
disoccupati, di miseria, e come essa tenda ad innalzarsi essendo, nelle attuali
condizioni tecniche della produzione e nelle condizioni attuali della
conoscenza, inarrestabile.
Occorre, allora, avere una visione generale dei problemi, e dei processi,
economici del loro sviluppo e l’indirizzo da dare a questi, stabilendo
indirizzi e priorità, facendo discendere da questi la politica industriale,
finanziaria, monetaria, ecc.
Non possiamo rincorrere le mille situazioni che scoppiano, trovando di volta in
volta soluzioni parziali, che, poi, a volte risultano contraddittorie con
precedenti scelte operate nello stesso o altri settori o industrie.
Diviene difficile non solo una contrattazione collettiva, ma la stessa
contrattazione aziendale, e ciascuna diviene singola cosa e mille cose.
Finiamo, così, per trovarci impigliati, tirati da tutte le parti, dalle mille
contraddizioni che attraversano la borghesia in eterna lotta contro tutti gli
altri capitalisti, ove ciascuno guardano il suo “ solito profittarello quotidiano”,
“ il particolare”, tende a tirare la coperta tutta dalla sua parte a scapito di
tutti gli altri. Ciascun singolo capitalista purché raggiunga il suo “
profittarello” non tiene in alcun conto di tutte le conseguenze che questo può
comportare, e comporta nel suo settore ed in tutti gli altri.
E’ il caso Parmalat, Cirio, Enron, ecc. ove hanno attuato truffe, creando
disordine, confusione, non solo nel loro settore ma in tutti gli altri. Ciascun
singolo azionista ha praticato la strada della bolla finanziaria, attraverso
speculazioni finanziarie, senza preoccuparsi minimamente che questa prima o poi
sarebbe scoppiata con gravi danni per tutti. Il principio supremo che guida
ciascun singolo capitalista, ciascun singolo azionista è l’oggi, è il “carpe
diem”, è il “cogli l’attimo, poi si vedrà”.
E’ cioè la più totale anarchia nella produzione, come avevano bene indicato
Marx, Engels e Lenin.
E’ il caso Alitalia quando nel periodo della metà degli anni Novanta ha attuato
alti dividendi azionari, senza minimamente preoccuparsi di riconvertire, di
approfittare di quegli altri profitti ottenuti, grazie all’assalto condotto
contro il proletariato ed i popoli coloniali, e ritrovarsi adesso in una
situazione di crisi e di perdita del valore capitale del loro pacchetto
azionario.
Ma questi sono gli ultimi e più eclatanti casi.
Molti altri sono all’orizzonte dal settore siderurgico a quello dell’auto, a
quello della chimica, ecc. ecc.
Regna la più totale confusione, il principio del mercato “ ognuno per sé”.
Approfondendo il caso Alitalia, ma possiamo vedere anche quello di Termini
Imerese e la situazione del settore auto e della siderurgia di Terni, ecc.
Indubbiamente l’accordo raggiunto sarà positivo, non è compito nostro entrare
nel merito, i quadri sindacali e la classe operaia del settore è ben in grado
di scegliere.
Ma il punto che vogliamo fermare è un altro.
Abbiamo risolto gli esuberi, ecc. in una certa maniera, ma gli esuberi degli
altri settori che entreranno in crisi nei prossimi mesi a venire, come
lirisolviamo?
Non possiamo più procedere in questo modo, proprio perché tendono a saltare
altri settori ed altre singole fabbriche.
I tempi, le velocità, di queste crisi sono ravvicinate e questo già di per sé
taglia i tempi di ammortamento di una soluzione, per cui ci si trova con una
serie di soluzioni che ci scoppiano tra le mani.
Si rischia di farci trascinare nel fallimento delle scelte delle imprese, che
si scaricano poi su di noi e questo finisce per creare da una parte situazioni
di sfiducia nei lavoratori, ma proietta l’immagine che la causa dei fallimenti è
nostra per le scelte per le quali ci siamo battuti. E’ il gioco al massacro
della classe della borghesia contro il proletariato, che si risolve così in un
ulteriore aggravamento delle condizioni dei lavoratori, occupati e disoccupati,
un discredito nostro ed un accreditamento della classe della borghesia.
Si tratta di ben comprendere che la crisi in atto è molteplice:
riguarda la crisi del sistema capitalistico in genere, riguarda le scelte
industriali attuate negli anni Novanta, governate da bolle finanziarie,
speculazioni, dilatamento delle sfere di intervento delle holding e loro
riposizionamento, della crisi della new economy, autentica bolla, autentica
campagna ideologica. E tutto questo tende a scoppiare congiuntamente, per cui
rischiamo di trovarci tra più fuochi:
la crisi in sé, le scelte industriali degli anni Novanta, la riorganizzazione
dei settori di quegli anni, la new economy, le nuove istanze di
riorganizzazione dei settori da parte delle holdings, all’interno di
quell’anarchia di cui si è detto. Così è veramente il massacro.
Ancora.
Il problema Alitalia non può essere risolto al di fuori di un più generale
piano per i trasporti, che non riguarda unicamente quello aereo. Si tratta di
avere un progetto integrato dei trasporti: su ferro, su gomma, aereo,
marittimo. Tutti insieme devono provvedere a migliorare in efficienza e
sicurezza il trasporto di cose e persone.
E qui solleviamo, ma per aprire un dibattito e con valore di metodo, un
problema.
Ha ancora un senso il TAV, ossia il treno ad alta velocità?
Che senso ha percorrere la tratta Napoli-Milano in 4 ore e mezza ad un elevato
costo, quando con molto meno la si può coprire via aerea? Al tempo stesso la
linea ferroviaria è totalmente sottoutilizzata per il trasporto di merci, che
invece vede un sovraffollamento su gomma, mentre ha assai poca rilevanza quello
via mare sui lungi tratti.
Sul piano puramente teorico per la conformazione geografica della penisola
italiana, striscia di terra attraversata dalla dorsale appenninica, non ci
convince affatto la possibilità di un pieno utilizzo di un treno ad alta velocità:
nella tratta Napoli-Roma, circa 200Km, sono assai pochi i tratti in cui può
svilupparsi l’alta velocità e così per le altre tratte fino a Milano. Il TAV ha
certamente senso in Francia ampie pianure, ha certamente senso negli Stati
Uniti, ma non ne ha alcuno per l’Italia.
Diviene unicamente operazione di facciata, di speculazione latifondiaria,
immobiliare, di impiego di macchinari e tecnologie di cui occorre, tra l’altro,
pagare royalties, ma senza alcuna utilità, ecc. ecc.
E’ indubbiamente un’operazione di tipo keynesiano, ossia un sostegno alla
produzione, ossia iniziativa volano, ecc. Ma la politica keynesiana era errata
già quando è stata formulata ed è stata la madre di tutto un processo di
corruzione e penetrazione illegale e sottomissione palese di interi apparati
dello Stato e della politica al grande capitale monopolistico e sostegno ai
profitti capitalistici con un innalzamento pauroso del debito pubblico.
Costituiva la pezza a colori alla crisi capitalistica del 1929, che non ha
risolto, che ha trovato invece risoluzione nello scatenamento della 2° guerra
mondiale e neppure se già nel 1948, ecc. ecc. ecc.
Non diversamente, per prendere un altro settore, la Sanità. Occorre qui un
programma generale che preveda indirizzi, priorità e dislocazione, che non
possono in alcun modo dare le Regioni, che superi la 502[16]
e tutta la fantasia “ manageriale”, che ha provocato solo danni e fatto
retrocedere il livello della ricerca e la sperimentazione scientifiche in
questo settore e la qualità del servizio.
La Sanità va integrata con il settore della Chimica, della
Chimico-farmaceutica, della strumentistica, della diagnostica, occorre, cioè,
un piano integrato e multidisciplinare.
Il livello raggiunto dallo sviluppo scientifico e tecnologico non consente più
visioni parziali, ma richiede una visione integrata, che abbracci i vari
settori che trasversalizza.
Nasce allora da qui l’esigenza di Piano per il Lavoro.
Ci sembra, cioè, che debba essere ripresa l’idea-forza lanciata dalla Cgil e da
Di Vittorio negli anni Cinquanta.
Indubbiamente vi sono limiti e possono esserci stati errori, ma non bisogna
dimenticare né che era la prima esperienza in tal senso in Italia e nell’intero
occidente capitalistico e né che molti di quei punti del Piano per il Lavoro
sono stati poi presi ed applicati: la nazionalizzazione dell’Enel, la legge
stralcio di riforma agraria, ecc. ecc., fino ai piani di programmazione dei
governi di centro-sinistra.
L’idea, nel metodo e nella teoria, si è rivelata feconda, ciò non toglie che
essa va elaborata alle attuali condizioni tecniche della produzione ed alle
attuali condizioni degli uomini e che va approfondita l’esperienza, proprio
perché costituisce tradizione, coscienza e memoria del movimento operaio e
sindacale italiani.
Il Piano per il Lavoro deve recepire i progressi della scienza e della tecnica,
le nuove istanze degli uomini sviluppatesi nel corso di questi ultimi
Cinquant’anni e quindi consentire che tali progressi si traducano in benefici
per i lavoratori e l’intera popolazione. Assumere la centralità del lavoro e
dei lavoratori quali assi portanti e discriminati dell’intera sua
articolazione.
Il Piano per il Lavoro deve, inoltre, attuare una riflessione ed un riposizionamento
delle Partecipazioni Statali, attuando un came back rispetto alle
privatizzazione con un ripristino ed ampliamento di quanto è stato erroneamente
privatizzato e ricondotti gli assi strategici dell’economia del Paese sotto la
direzione dello Stato e sotto il controllo e la direzione del Parlamento.
Dentro questo progetto deve dare ampio spazio ed applicazione alla Carta
Costituzionale per cui assieme alla tradizionale presenza delle Partecipazione
Statali occorre prevedere le forme previste dalla Carta Costituzionale, con una
prevalenza di quanto la Carta Costituzionale prevede per i settori di
particolare importanza strategica.
L’articolo 43 recita:
“ A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o
trasferire mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti
pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie
di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di
energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente
interesse generale.”
L’articolo 45
“ La repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di
mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e
favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni
controlli, il carattere le finalità.
La legge provvede alla tutela ed allo sviluppo dell’artigianato.”
L’articolo 46
“ Ai fini dell’elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le
esigenze della produzione,la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a
collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle
aziende.”.
Gli articoli citati consentono così una struttura integrata di imprese che si
riferiscono alla produzione e distribuzione di servizi pubblici essenziali o
fonti di energia o a situazioni di monopolio di comunità di lavoratori e
comunità di utenti e l’articolo 45 prospetta la possibilità che tali comunità
di lavoratori, utenti o struttura integrata abbia la forma della cooperazione,
appunto sena fini di speculazione privata.
Il Piano per il Lavoro deve svilupparsi in conformità del beneficio della
scienza e della tecnica a tutti i lavoratori e cittadini.
Questo significa che possiamo iniziare a fermare alcuni punti:
1. ripristino del meccanismo della
contingenza, quale strumento di difesa del salario reale;
2. abbassamento dell’età pensionabile 54anni per le donne e 60 per gli uomini ed
erogazione della pensione in base alle esigenze dei lavoratori. La pensione
deve cioè garantire al lavoratore di poter continuare a beneficiare dei livelli
di status raggiunti nell’età lavorativa e quindi deve essere introdotto un
automatico meccanismo di integrazione nelle condizioni di modifiche di tali
status.
3. riduzione dell’orario di lavoro: 34ore da
subito, 30 ore settimanali nell’arco di 5anni con l’obiettivo tendenziale di
giungere alle 24ore settimanali
4. Sanità gratuita per tutti; casa e trasporti non devono incidere per più del
20% del salario; servizi alla donna madre: aborto, consultorio, asili-nido,
ecc. gratuiti; servizi agli anziani e portatori di handicap non devono ricadere
sulle spalle delle famiglie, ecc.
Le condizioni tecniche della produzione, come abbiamo articolato in
precedenza, consentono questo, per l’elevazione della produttività del lavoro e
per le condizioni oggettive in cui le forze del lavoro richiedono di operare in
opposizione alle forme che il capitale le costringere a muoversi.
Alleanza dei Saperi.
Nella elaborazione ed
esecuzione della proposta di un nuovo Piano
per il Lavoro debbono concorrere tutte le sensibilità, correnti di
pensiero, tutte le esperienze e saperi di cui ogni luogo di lavoro è ricco e
che costituisce, questo sì, il grande patrimonio e la grande ricchezza del
nostro Paese.
Occorre valorizzare le forze del lavoro, le intelligenze e conoscenze tecniche
e scientifiche di cui ogni luogo di lavoro è ricco, unendo le conoscenze
scientifiche e tecniche con la pratica inerente le conoscenze.
Esse si presentano “ divise” in base ad una gerarchia, perché la forma che il
capitale costringe le forze del lavoro a prendere, gli àmbiti asfittici entro
cui le costringe a muoversi, è la gerarchia; ma esse costituiscono, invece,
nella forma dell’organigramma l’unità dei saperi, che attuano il lavoro.
Ciascuno concorre a quell’unità che è fonte unica del processo lavorativo e
quindi della ricchezza sociale prodotta.
Nasce da qui la proposta di avviare un dibattito attorno all’idea di una Alleanza dei Saperi, che nasce dai luoghi
di lavoro e su base elettiva, che si articola per livelli orizzontali,
verticali, territoriali e che costituisce l’intelaiatura salda di elaborazione
e controllo nell’esecuzione del Piano per il Lavoro, che abbia una sua autonomia
ed indipendenza rispetto sia alle organizzazioni sindacali, sia a quelle
politiche ed a tutte le altre strutture e livelli statali, istituzionali ed al
Governo, tale da costituire essa stessa in un qualche modo controparte, in
quanto esprimente l’angolazione di lettura dei processi reali dal lato del
Lavoro.
L’intera tematica va ben sviscerata ed elaborata, che non possiamo noi qui
affrontare e risolvere, e che richiede il concorso di tutte le forze del
lavoro, ossia dell’intelligenza collettiva della classe.
2.
DEMOCRAZIA
C’è
bisogno di Democrazia.
C’è bisogno di ampliare gli spazi di Democrazia.
C’è bisogno di una nuova qualità della Democrazia.
Non basta assolutamente
ripristinare i livelli democratici pre-1984, ma occorre partire da quei livelli
democratici pre-1984 per ampliarli.
La riflessione deve fermarsi sul perché a partire dal 1984 si avvia nel Paese
un processo di restrizione reale degli spazi democratici. Sottovoce si parla, e
si documenta, come molti provvedimenti attuati in materia erano già tutti nel
Piano Gelli, ossia nel piano della P2.
Si tratta di capire il perché, cogliendo il legame intimo, inscindibile, che
salda il restringimento reale e formale degli spazi democratici, e quindi
attacco ai livelli di Democrazia raggiunti in Italia, e attacco alla classe
operaia ed alle sue di organizzazione: Partito, Sindacato, Cooperative, Arci,,
ecc. e alle loro forme; attacco alla
forma del partito politico, ossia al Partito di massa a cui è stato
contrapposto “ il partito leggero” o “ all’americana”, che è quello che adesso
abbiamo, basato sul personalismo, il leaderismo.
Su questo occorre aprire un dibattito alto, che attraversi tutte le
intelligenze e le sensibilità democratiche e progressiste del Paese.
La stessa vita democratica dei Partiti, di tutti i Partiti, ha subito pesanti
modifiche formali e sostanziali.
Lo sviluppo della lotta di classe aveva portato ad ampliamenti formali e
sostanziali dei livelli democratici: i Consigli di Circoscrizionali, era stata
finalmente applicata la norma costituzionale che istituiva le Regioni, Consigli
scolastici, Consigli di Zona ecc: insomma la stagione dei Consigli.
Questo alto livello non era supportabile dalla struttura esistente, intaccava
ben più complessivi rapporti di potere e rapporti tra le classi, e richiedeva o
un salto di qualità o un arretramento. Per poter ripristinare il comando del
capitale sul lavoro, per poter riportare il comando del capitale sul lavoro
entro i suoi livelli compatibili, che nel corso della lotta di classe si era
andato stemperando, diluendo, che aveva subito un processo di erosione
progressivo, era richiesto l’abbattimento di quella classe che ne era stata la
protagonista, di quella classe che se ne era fatto dirigente e che aveva saputo
unire attorno a sé, attraverso una politica delle alleanze, la schiacciante
maggioranza della popolazione, e costruire una salda egemonia nel Paese,
dimostrando così di essere classe egemone e dirigente, il proletariato italiano
e la teoria politica che l’aveva guidato.
Si sviluppano, allora, dalla fine degli anni Settanta teorie sull’ipercarico di
democrazia, di una domanda di nuova e sempre maggiore democrazia, che le
strutture non erano in grado di supportar e la necessità di un alleggerimento.
Sono queste le teorie di Luhman, di cui se ne facevano sostenitori in Italia
Bobbio, Biagio de Giovanni, Sartori con varianti circa la teoria della
complessità, ecc. Si sostiene che tale
ipercarico impacciava le decisioni, da qui la necessità di alleggerire per
poter decidere, che sarà poi il leit-motiv del decisionismo e delle teorie per
tutti gli anni Novanta e delle stesse modifiche costituzionali in atto, e che
accompagnerà tutte le modifiche alla democrazia degli anni Ottanta.
Nascono da qui le teorie liquidazioniste sul Novecento, la sua identificazione
con il male, il secolo breve, ecc. proprio ed esattamente al fine di
nascondere, occultare, seppellire sotto una montagna di falsità la situazione
che si era venuta a creare.
Momento dell’attacco e smantellamento di quei livelli democratici è stato lo
svuotamento dall’interno di quei livelli attraverso un processo di corruzione
diffuso, coperto ed incoraggiato al fine di poter erodere quell’esperienza e
dimostrarne l’infondatezza. Il processo ha avuto pesantissimi costi finanziari
ed aveva congiuntamente lo scopo di creare un clima diffuso di illiceità, e
quindi uno strato amorfo, magmatico di tacito assenso e copertura, e costituiva
fonte di finanziamento illecito a partiti, correnti, fazioni, clubs,
consorterie e cricche varie.
Il costo in termini finanziari è stato molto alto, la borghesia ha dovuto
sacrificare una parte consistente del suo profitto, con la prospettiva che,
asservito il proletariato, se lo sarebbe ripreso e con gli interessi, in
concorso con il capitale internazionale ed in buona parte scaricato sullo Stato
con un innalzamento del debito pubblico, su cui speculava il capitale
finanziario, come ben ha documento questa situazione dell’indebitamento
pubblico Karl Marx in Il 18 Brumaio di
Luigi Buonaparte.
I processi di Tangentopoli hanno poi avuto facile gioco, quando sull’onda dello
“sdegno popolare”, in verità molto enfatizzato dai media, si è liquidato il
tutto come “Prima Repubblica” in nome di una “Seconda Repubblica” in concorso
con le teorie del “secolo breve”, del “ consociativismo” con il cui termine si
intendeva, e si intende, liquidare non gli intrallazzi, le ruberie e le
coperture anche ai più alti livelli istituzionali, ma quei livelli democratici
che imponeva un alto grado di partecipazione dei lavoratori alle scelte del
Paese in tutti i campi, quell’obbligo a confrontarsi, a ricercare assenso e
consenso più ampio che non quelle delle parrocchie e dei cortili di casa.
Ci si dimenticava, però,che tali intrallazzi, ruberie, illeciti penali oltre
che amministrativi erano portati avanti da quelle forze politiche e personaggi di
maggioranza: Dc, Psi, Pri, Pli, che avevano per oltre cinquanta anni ostacolato
il processo di democrazia e tentato soluzioni autoritarie o fasciste:
governo Scelba, Corte di Cassazione del febbraio 1948, governo Tambroni,
tentativo di colpo di Stato del 1964, che vedeva l’implicazione del Presidente
della repubblica Segni, costretto a fare le valigie con l’alta motivazione
repubblicana di “ malattia”, anni di stragi di Stato e di terrorismo, oltre 200
lavoratori uccisi nelle piazze in manifestazioni, migliaia di anni comminati in
pene per reati politici,
ecc. ecc. ecc.
Ci si dimenticava, però, delle denuncie e delle lotte che i comunisti avevano
condotto per tutti gli anni Settanta-Ottanta, a parte quelli per tutti i
decenni precedenti, contro tali illeciti e contro la penetrazione camorristica
e mafiosa, contro gli autentici brogli elettorali, il voto di scambio, gli
appalti truccati, ecc. ecc. a cui , in assai rari casi, la magistratura dava
seguito, pur essendo pubbliche le denunce e le lotte dei lavoratori, ed a cui
le forze comuniste hanno pagato il più alto tributo di sangue, pesanti ed
illegali persecuzioni, discriminazioni, ricatti, minacce, pestaggi a parte.
Sarebbe interessante uno studio ed un elenco dettagliato di tutti questi atti
illegali e di quanti e di chi vi si è opposto, pagandone i costi.
La disdettazione da parte della Confindustria dell’accordo sulla contingenza
costituiva l’assalto alle forze del proletariato italiano ed al movimento
comunista, democratico e progressista. Era una chiamata d’ordine all’intero
campo della borghesia italiana ed internazionale. Lo scontro fu molto aspro
nella stessa Confindustria e nello stesso Direttivo della Confindustria, ove
una parte della borghesia non capiva il senso di quell’attacco.
In quella riunione, riportata dal Corriere della Sera, una parte della
borghesia faceva notare che il guadagno economico che si aveva da quel taglio
non compensava lo scontro sociale aperto nel Paese.
E la maggioranza pendeva per un accordo è a questo punto che alla riunione
interviene Giovanni Agnelli in prima persona, non era del Direttivo della
Confindustria, vi partecipa al di fuori della legalità stessa dello statuto e
del regolamento di Confindustria ed in maniera netta pone il problema sul
tappeto. Dichiara che in quanto Fiat egli più di tutti poteva supportare il
costo dei 4 punti di contingenza, ma che la battaglia era politica, e che aveva
per scopo quello di volere la testa della Cgil. Voleva una vittoria contro il
movimento dei lavoratori, da ricacciare indietro. Era cioè uno scontro aperto
di classe. Questo fa spostare i voti degli indecisi e si raggiunge nella
votazione l’unanimità: 11 su 11.
Si tratta, si diceva, di comprendere il perché, e quindi il limite a cui era
giunto il sistema capitalistico e la società civile capitalistica e la
necessità di un salto di qualità. Questo significa che non basta il ripristino
di quei livelli, che ci riporterebbe poi di nuovo all’attuale situazione, ma
che occorre andare avanti, occorre andare oltre.
Noi quindi poniamo da un lato il ripristino
integrale della Carta Costituzionale al 1° gennaio 1984.
Riteniamo il 1984 spartiacque, da cui erano partiti gli attacchi ed
il ridimensionamento degli spazi sostanziali e formali della democrazia, e
quindi anno da cui ripartire.
Si tratta, cioè, di riprendere il cammino interrotto dall’offensiva
capitalistica mondiale contro i lavoratori, il socialismo, la democrazia, la
pace e la libertà.
Riteniamo valida a tutt’ora la tattica del lungo cammino dentro le istituzioni
elaborata dal Partito Comunista dalla svolta di Salerno e per tutti gli anni
Sessanta-Settanta: Togliatti-Longo-Berlinguer.
Poniamo, quindi, la Carta Costituzionale come
punto di non–ritorno, da cui partire, per far avanzare la via al
socialismo in Italia, nelle nuove condizioni determinate dalle innovazioni scientifiche
e tecnologiche:
dalla Carta Costituzionale al Socialismo.
“ Se ti voto, mi fai votare?”
La Fiom di Brescia ha avanzato alle forze politiche del
centro-sinistra la proposta, espressa nella forma.
“ Se ti voto, mi fai votare?”
Voleva intendere che vi fosse una legge, che le forze politiche del
centro-sinistra, si impegnassero perché vi fosse una legge, che obbligasse a
sottoporre a votazione sui luoghi di lavoro le decisione ed accordi che venivano
sottoscritti e che riguardavano il lavoro ed i lavoratori.
La Camera del Lavoro di Brescia, in verità, è sempre stata particolarmente
sensibile al tema della Democrazia. Già in occasione dell’Assemblea del
Palalido, Milano 1984, del movimento degli autoconvocati contro il taglio dei
quattro punti di contingenza si era fatto portatore del “Documento sulla Democrazia”.
La proposta che adesso avanza la Camera del Lavoro di Brescia pone un problema
vero, pone il problema dei diritti nel luogo di lavoro del lavoratore-cittadino. E’ la questione che
aveva già sollevato Di Vittorio e la Cgil già sul finire degli anni Quaranta e
portava Di Vittorio e la Cgil ad avanzare la proposta di uno Statuto dei Lavoratori,
ossia di uno Statuto che garantisse i diritti del cittadino-lavoratore dentro
la fabbrica e quindi quale integrazione della Carta Costituzionale.
Dinanzi ai cancelli della fabbrica il lavoratore perde ogni diritto, cessa di
essere cittadino per divenire forza-lavoro, merce e ritornare cittadino
all’atto dello smarco del cartellino. Il cittadino-lavoratore infatti non può intervenire
in alcun modo su di un accordo sindacale, una decisione aziendale di cui
dissente in tutto o in parte.
L’assemblea dei lavoratori non ha alcun potere di respingere o modificare quell’accordo,
se le organizzazioni sindacali, o alcune di esse non intendono recepire i
contenuti dell’assemblea dei lavoratori. L’Assemblea ha cioè unicamente valore
consultivo/ratifica dell’accordo ma non ha alcuno di respingerlo, di
annullarlo.
La sede decisionale non è l’assemblea dei Lavoratori, ma la sede decisionale è
il tavolo ove è stato sottoscritto l’accordo. Le organizzazioni sindacali non
hanno alcun obbligo giuridico di indire l’assemblea a ratifica dell’accordo,
esso è vincolante dal momento in cui viene firmato. Succede così che una o più
sigle firmano l’accordo ed esso trova applicazione, anche se dissenziente le
altre ed i lavoratori iscritti a quelle che l’hanno sottoscritto, salvo poi ad
indire azioni di lotta che dimostrano come quell’accordo non trova applicazione
perché non vi sono i rapporti di forza, e chi l’ha firmato rappresentava solo
se stesso.
Nel settore del Pubblico Impiego, che è quello più massacrato ove minori sono
gli spazi di democrazia operaia, interviene oltre a quanto detto prima, il “
trucco” della Corte dei Conti: siglato l’accordo, ratificato anche dalle
assemblee dei lavoratori e dal governo, la Corte dei Conti interviene ed in
nome della mancanza della copertura finanziaria taglia furiosamente l’accordo,
quasi sempre il Contratto Nazionale di Lavoro, riportandolo a quelle che erano
sostanzialmente le posizioni iniziali delle contrapporti dei lavoratori. In
questo modo viene totalmente svuotata la lotta e l’intera trattativa di
qualsiasi contenuto e valore, alla fine è la Corte dei Conti che decide il
contratto. E’ questa prassi consolidata.
Di peggio accade in tutte le vertenze che riguardano assetti produttivi, lo
sviluppo, compartecipazioni, premi di produzione, occupazione, ecc. ove chiuso
un accordo intervengono o si fanno intervenire tutta una serie di “ situazioni
o “ autorità” che inficiano l’accordo,
quando l’azienda non viola palesemente quanto sottoscritto, come la
dichiarazione di disdettare quell’accordo che da quel momento non ha più alcun
valore.
Queste situazioni agiscono da mortificazione della Democrazia, svuotano i
contenuti sostanziali della Democrazia e perseguono l’obiettivo ideologico di
dimostrare che “ la lotta non paga”, che “ la partecipazione dei lavoratori non
ha rilevanza alcuna”.
La proposta della Fiom di Brescia coglie questa complessità.
Ha il merito di raccogliere la complessità della Democrazia esplosa nel 1984 e
la rilancia, prospettandone una soluzione.
Si tratta allora di partire da quella proposta, rilanciarla, cogliendone l’essenza
ed esaltandone così il contenuto decisamente anticipatore.
L’essenza della proposta della Fiom di Brescia è la tematica della Democrazia
dei Consigli ed è, poi, esattamente questo di cui è deficitaria la democrazia
italiana, come avevano messo già in evidenza la Cgil e Di Vittorio. Era questo
il nodo, ed è qui il punto di svolta, il salto di qualità che le scelte del
capitale hanno bloccato ed hanno imposto il came back proprio per non voler
giungere a questo bivio, a questo salto di qualità.
Era cioè questo quel “ sovraccarico di democrazia” di Luhmann, di Bobbio,
quella “ teoria della complessità” di Biagio de Giovanni.
Ed è da qui che occorre ripartire, per andare oltre.
Le lotte operaie e popolari, la lotta di classe, dal 2° dopoguerra e per tutti
gli anni Settanta avevano cioè portato al limite estremo il modello della
democrazia rappresentativa[17],
prospettando invece una Democrazia partecipativa delegata. Abbiamo già detto
della lungimiranza della Cgil e di Vittorio in merito a ciò.
Si tratta allora di integrare lo Statuto dei Lavoratori e la Costituzione
estendendo la Democrazia ai luoghi di lavoro, ossia integrando con la
Democrazia dei Consigli.
Si tratta di prevedere una struttura de Consigli verticale, orizzontale e
territoriale, che abbracci ed integri il territorio ossia i Consigli di Zona,
fino al livello nazionale, conferendo a tale struttura validità legislativa dei
deliberati dell’assemblea Generale dei Consigli per i temi e gli àmbiti di sua
competenza.
La struttura dell’Alleanza dei Saperi si integra con tale Assemblea Generale
dei Consigli.
Si tratta di aprire tutto un dibattito che sviluppi tale problematica anche dal
punto di vista della definizione formale, risolvendo la massa dei problemi che
ne scaturiscono.
Quanto qui viene detto costituisce unicamente un punto da cui far partire un
ragionamento, un’ossatura sostanziale di un progetto, tutto da discutere,
ampliare, definire in maniera organica.
Ed in questo chiamiamo tutele intelligenze, tutte le sensibilità del ricco
mondo del lavoro, giacché anche qui solo l’intelligenza collettiva della classe
può giungere a sintesi interessanti.
3. ECOLOGIA
Due sono i punti da iniziare
a fissare di questo tema:
1. Organismi Geneticamente Modificati, O.G.M.;
2. Scienza.
Organismi geneticamente Modificati
– O. G. M.
Sulla questione specifica dell’applicazione della genetica alla produzione
agricola, nella tecnica degli organismi geneticamente modificati occorre
ribadire quanto già detto in altri sedi di Convegno[18].
I dati scientifici sono contraddittori e comunque nessuno in grado di
consentire una valutazione di merito.
Sul piano teorico gli sviluppi e le ricadute sembrano interessanti e feconde.
Si tratta quindi consentire la massima libertà nella ricerca, consentendo cioè
una ricerca ed una sperimentazione scientifiche a tutto campo, l’unica in grado
di farci intendere limiti e potenzialità di questo nuovo campo della conoscenza
umana.
L’applicazione in qualunque modo, forma e grado deve essere per ora vietata
proprio perché non siamo in grado di valutare le ricadute sul medio e lungo
periodo – rimandiamo qui ai problemi teorici che solleviamo in “Genetica”. La
sperimentazione deve avvenire “in serra”, e non “a cielo aperto” per le
conseguenze di impollinazione e quindi di inquinamento atmosferico.
Ma in nessun caso, in nessuna forma e modo vi deve essere applicazione pratica,
vi deve cioè essere produzione al fine del commercio, e meno che mai messa in
commercio in alcun modo ed in nessuna proporzione.
Vanno quindi spiantati, ed attuato il disinquinamento ambientale di tutte le
produzioni OGM presenti sul territorio nazionale, risarciti i conduttori dei
fondi danneggiati da tali provvedimenti a condizione che impieghino
l’indennizzo totalmente nella riconversione della produzione agricola naturale.
L’intera produzione esistente deve essere requisita e studiate le opportune
forme di distruzione.
Scienza
In modo particolare gli
ultimi quindi anni hanno visto una grave e pericolosa impennata
nell’aggressione agli equilibri idrogeologici ed agli equilibrio
dell’interscambio, gravi danni sono stati arrecati alla qualità dell’aria, dei
mari, dei fiumi; la stessa terra è gravemente avvelenata.
Unitamente a questo esiste una massa sconfinata di rifiuti di varia natura e
genere non biodegradabile ed una parte, infine, non smaltibile: scorie
nucleari, alcune scorie industriali.
Le centinaia di guerre che insanguinano il Pianeta, che negli ultimi quindici
anni hanno conosciuto un intensificazione alta unita ad una estensione dei
luoghi del conflitto armato, quale risultato delle contraddizioni interimperialiste,
essendo queste guerre per procura che le varie fazioni dell’Imperialismo si
fanno tra di loro, queste centinai di guerre locali vedono l’impiego di armi
all’uranio impoverito, armi batteriologice, ecc. – questo è quello che noi
sappiamo.
In concreto.
In Italia
- abbiamo il Mar Adriatico totalmente invaso da bombe all’uranio impoverito,
regalo della guerra balcanica, ossia dell’aggressione imperialista ai Balcani
ed in specifico all’aggressione, lacerazione e spartizione della Federazione
Jugoslava;
- abbiamo la devastazione forestale della dorsale appenninica ed alpina che è
causa di aumenti delle precipitazioni atmosferiche, quale conseguenza della
modifica dell’equilibrio climatico e quindi frane e smottamenti. Federico
Engels aveva già oltre 130anni fa messo in guardia gli italiani da questi
pericoli, che si sono poi puntualmente verificati;
- abbiamo corsi dei fiumi e laghi impoveriti, inquinati , ecc.;
- abbiamo infine il problema dello smaltimento di rifiuti tossici e non
biodegradabili o biodegradabili in periodi di tempo lunghissimi.
I problema è di duplice natura:
-- a. il ripristino del più complessivo equilibrio ecologico, dell’equilibrio
dell’ecosistema,
-- b. lo smaltimento.
In entrambi i casi occorre uno sviluppo delle Scienze Naturali, che ricerchino
soluzioni ai danni provocati dal sistema di produzione capitalistico.
La risoluzione sul piano teorico richiede che vengano investigati nuovi
processi naturali e nuove ed altre letture non perseguite sino ad ora.
Sin ad oggi la scienza degli uomini ha inteso investigare i processi naturali
per conoscerne l’intima struttura e poterli così riprodurre e/o diversamente
combinarli ed ottenerne nuova/altra materia.
Si tratta adesso di investigare i processi naturali dal lato del come
disaggregare, scomporre e quindi restituire gli elementi al grado di strutture
semplici tali da consentirne il ricambio.
Sono nuovi campi di conoscenza da indagare e quindi nuove ed altre leggi da
comprendere.
Gli studi e le applicazioni delle conoscenze per il conseguimento dei punti
posti richiedono l’investimento di una massa finanziaria enorme e sul
medio-lungo periodo.
Noi chiediamo che i governi assumano l’impegno per la soluzione di questi
problemi inerenti la vita degli uomini. Chiediamo che nelle finanziarie i
governi stanino 1€ - un euro – quale impegno formale, quale recepimento del
problema; stanziamento di fondi, piani di ricerca, team per la ricerca,
comitato che gestisce tali fondi sono tutti problemi a venire, conta qui
l’impegno politico dei governi, che tramite stanziamento recepiscono in teoria
e in pratica la problematica.
Chiediamo che la proposta del 5% avanzata al Convegno di Sasso Marconi venga in
parte devoluta a tale fondo
Anche qui occorre che il tema, qui assai schematicamente abbozzato, venga
sviscerato in convegni, giornate di studio, che non la sola Erice, che, invece,
può divenire momento di questo progetto.
MEDITERRANEO E
MEZZOGIORNO
L’intera “ questione
meridionale” nell’accezione più alta, che è quella di Gramsci poneva una questione
che non viene risolta.
Perché si ha questo smembramento della economia meridionale, che poi determina
la “ questione meridionale”?
E’ indubbio che l’economia meridionale subisce una torsione dalla sua vocazione
naturale del bacino mediterraneo verso l’Europa centrale. Questo determina ipso
facto una messa fuori dai mercati ed una caduta ipso facto della sua
produttività, giacché i suoi prodotti ricevevano così un incremento dato dal
costo dei trasporti e questo faceva diventare conveniente la produzione del
nord e del centro –nord. A questo va aggiunto poi una politica doganale che
aveva il compito non tanto di creare problemi alla produzione meridionale,
quanto di attuare una redistribuzione della ricchezza, uno spostamento della
ricchezza dal sud verso il nord ed il centro.
Nelle condizioni date se l’Italia voleva esserci non vi era una diversa scelta,
mantenere la sua propensione verso l’area mediterranea ed inglese, quale era
poi il regno di Napoli voleva dire condannare il Paese ad una condizione semicoloniale.
La scelta forte era costituita da una audace politica commerciale marittima, ma
questo cozzava contro gli interessi inglesi nel Mediterraneo, che controllava
saldamente e contro gli interessi francesi nel Mediterraneo e nel medio ed alto
Tirreno.
La situazione oggi si pone in maniera diversa.
Lo sviluppo scientifico e tecnologico – rimando qui a Lo sviluppo scientifico e
tecnologico ed i problemi nuovi della Scienza della Politica – ha comportato un
processo di concentrazione del capitale monopolistico ed un disegnarsi diverso
degli àmbiti statuali con il disegnarsi delle regione transfrontaliere.
Il bacino del Mediterraneo va letto come una regione trasfrontaliera, che
abbraccia i paesi rivieraschi mediterranei: MaroccoàAlgeriaààSiria-Turchia—Balcani e dentro ben al centro
il Mezzogiorno d’Italia.
Sul piano economico, politico e militare la regione riveste per l’imperialismo
un’importanza centrale per il controllo del petrolio e per il controllo delle
grande vie di comunicazione via acqua con i domini nel Pacifico e
nell’Atlantico. Da questo punto di vista la comprensione del ruolo “ nascosto”
della Sardegna è dato dalla comprensione dei piani Rainbow 1-5, elaborati dal
comando unificato anglostatunitense nel 1938 per la 2° guerra mondiale.
L’economia meridionale va quindi interamente ripensata secondo nuovi ed altri
quadri concettuali e piani di sviluppo e quindi va ripensata la sua economia,
la politica economia ed i grandi aggregati macroeconomici, in questa
propensione naturale mediterranea ed in abbinata, allora, non con il centro
Europa, ma con il bacino mediterraneo e con le economie mediterranee. La sua
stessa civiltà e cultura va ripensata unitariamente entro la cultura e la
tradizione mediterranea.
A partire dalla “ scoperta” dell’America, ossia a partire dai primi del
Cinquecento, si ha una modifica dell’asse di scambio e di centralità: dal
Mediterraneo all’Atlantico e questo poi determina la discesa delle nazioni e popoli
e Stati mediterranei. Gli sviluppi avvenuti a partire da “ i piani Rainbow”,
che ne codifica le modifiche intervenute, determinano una modifica di quanto
avvenuto nei primi del Cinquecento con un riposizionamento e valenza del bacino
mediterraneo.
Questo determina ipso facto l’obsolescenza della “ questione meridionale” nei
termini gramsciani.
Si tratta allora anche in questo campo di mettere mano ad un elaborato nuovo,
fino ad ora non esplorato, perché non ne esistevano le condizioni materiali e
dove il “ passato pensiero” è di assai scarsa utilità: è proprio passato
pensiero. SI tratta qui di elaborare nuove linee di teoria economica,
riprendendo le teorie economiche dello sviluppo, che sappiano combinare lo
sviluppo delle varie zone dell’area mediterranea in un una zona “ omogenea”,
che sappia considerare le diverse velocità ed elaborare un progetto di
transizione di quest’area in grado di dirigere le diverse velocità. Si tratta
di acquisire una concezione di questa zona transfrontaliera e dei suoi legami e
nessi ed interconnessioni con le altre regioni transfrontaliere e le nuove
realtà confederali statuali, che non è sola l’Europa ma anche le nuove tendenze
che si profilano in America Latina e non diversamente si profilano in Asia, ma
qui insistono due “ blocchi” la Cina ed
il Giappone che ne costituiscono pesante macigno. Ma la via della costituzione
di una regione trasfrontaliera si va profilando nel “ Pacific ring” che è
un’associazione di Stati che affacciano sul Pacifico.
Saranno poi queste nuove e diverse aggregazioni di ambiti territoriali che
determineranno un nuovo configurarsi dell’Onu e degli organismi planetaria, ma
questo è tutt’altro, ma ragionando della nuova regione transfrontaliera
occorrerà avere questo quadro problematico-concettuale.
Muoiono allora qui tutti i discorsi sulla “ sardinità” e specificità “
siciliana”, “ meridionale” e non diversamente della Palestina, di Israele
dell’Ira, Iraq e dell’islamismo, ecc.
Essi sono solo le forme ideologiche
tramite le quali gli uomini intelligono il nuovo e le forme distorte,
primate, entro cui il nuovo si proietta: se si vuole sono le forme asfittiche e
contorte entro cui le forze produttive sono costrette a muoversi e quindi ad
essere intellette ed a manifestarsi per quella assenza di direzione delle forze
produttive di cui parla Engels e che solo una società socialista mondiale può
dare un indirizzo.
Noi dobbiamo assolutamente schiodare gli elementi avanzati da tali concezioni e
condurre una battaglia perché acquisiscono le nuove dimensioni ed acquisiscono
coscienza di questa nuova realtà che si facendo sotto i nuovi occhi. Il vecchio
mondo che le società basate sulla proprietà privata dei mezzi di produzioni si
scompone, si disarticola ed un altro mondo si va facendo nei modi e nelle forze
che gli asfittici rapporti di produzione capitalistici consentono e quindi un
nuovo ed altro rapporto tra gli uomini e le varie aree del pianeta si va
delineando che non quello che le società basate sulla proprietà privata dei
mezzi di produzione hanno invece dato vita.
Si tratta di comprendere che la società dei produttori non costituisce in alcun
modo una continuità con tutte le precedenti società e quindi proietta e delinea
nuove ed altre realtà a tutti i livelli e si tratta da parte dei marxisti,
quelli cioè per intenderci che utilizzano il materialismo dialettico, ossia la
scienza rivoluzionaria del proletariato,
di comprendere le forme nelle quali la nuova società si fa; le forme
nelle quali la nuova società si forma nel grembo della vecchia società e
favorire questo processo; ossia che la nuova società si fa dentro la vecchia e
non costituisce un parto di fantasia degli uomini. Questa è poi la differenza
sostanziale tra il socialismo utopistico pre MarxEngels ed il marxismo rivoluzionario, che in quanto
tale è scienza e lo è nel senso newtoniano più alto.
Se sappiamo dare questa prospettiva alta e di vasto ed ampio respiro noi
riusciamo sia a schiodare i quadri dalle secche nelle quali si sono andati a
cacciare, e che per lo sviluppo delle lotte di classi e quindi delle contraddizioni
interimperialistiche,che costituiscono un aspetto delle lotte di classi, si
andranno sempre più a caciare in tali secche e sia a farli crescere ad un nuovo
livello in grado di reggere le sfide dei tempi ed attrezzare una teoria ed una
tattica per la nuova fase della transizione.
Noi dobbiamo far comprendere questo ed iniziare ad organizzare un gruppo di
lavoro e come Istituto essere in grado di giungere ad un Convegno.
In condizioni date, la parte
centro-meridionale della penisola è in grado di svilupparsi e mantenersi.
Essa controlla l’intero bacino del Mediterraneo e l’intero Adriatico e Ionio e
quindi affaccia sull’intera area balcanica, consta di quattro ampie pianure
tutte nella parte meridionale ed insulare: Piana del Sele, Tavoliere delle
Puglie, Piana Metapontina, Piana di Lentini.
Ha una struttura orografica buona e consequenzialmente una valida struttura di
comunicazione fluviale, oltrechè di comunicazione interna per doppia linea: sia
per quella marittima: adriatica e tirrenica e sia per interno. In queste
condizioni il controllo di questa parte della penisola consente il controllo
dell’intera penisola, o la spacca: nel senso che l’area nord gravita
interamente sul centro Europa. Ma in tali condizioni essa non può reggere la
concorrenza dei prodotti agricoli delle quattro piane.
La parte centro-nord possiede unicamente Genova e Livoro/isola d’Elba, ma poi
non ha più scalo lungo tutto il Mediterraneo.
La parte centro-meridionale della penisola è inoltre dotata di una valida
struttura di porti, oltre che di una valida struttura di isole che disegnano
una salda rete nell’intero bacino del basso Mediterraneo:
Napoli, Salerno, Messina, Palermo e sul versante adriatico: Taranto, Bari, ecc.
Solo se esiste una ben precisa volontà politica che determina il blocco
dell’utilizzo e della valorizzazione di tale patrimonio si ha il degrado, ossia
lo sviluppo della situazione attuale.
Da questo punto di vista l’intero movimento comunista nazionale ed
internazionale continua ad avere una visione non sufficientemente corretta,
giacché il problema non è stato studiato con attenzione e si è dato per
scontato quanto la storiografia ufficiale italiana ed europea ha teso ad
accreditare.
L’intera questione si scioglie solo se si punta il faro sulla Rivoluzione
Napoletana del 1646-1648.
Per questo rimandiamo a quanto scritto su “ Masaniello”, che qui integriamo.
Il punto è che l’intera area del meridione d’Italia è per sua natura protesa
sul bacino del Mediterraneo, ma nel momento in cui lo Stato italiano ha per
baricentro il centro e nord Europa si ha la prevalenza della pianura padana
sulle altre quattro pianure, pur essendo queste superiori.
Il Meridione è venuto così ad avere un baricentro non suo e ad essere torto su
un’asse ed una coordinata non suoi, di qui il suo decadimento. La politica dello
Stato unitario da Cavour in poi è stata una politica dogmatica, unilaterale e
superficiale: partiva da alcuni presupposti generici e validi in generale e che
potevano nei suoi tratti sostanziali anche avere una validità per altri Stati
nazionali, ma non certamente per l’Italia, la cui configurazione geografica
richiedeva una complessità, che la borghesia italiana non è mai stata in grado
di cogliere. Richiedeva cioè una politica economica a doppia variabile e quindi
una politica estera e commerciale e marittima anch’esse a doppia variabile:
- una che guardava giustamente verso il centro e nord Europa e sarebbe la parte
della pianura padana, ossia l’Italia centro-nord comprendente appunto Piemonte,
Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana. Ma già interviene una
complessità per quanto attiene le Marche ed il suo affacciarsi sul versante
balcanica;
- l’altra che invece guardava il bacino del Mediterraneo sia verso i paesi
rivieraschi afro-asiatici che quelli della Grecia e dei balcani.
Questo è dato dalla configurazione geografica di questo paese, che si protende
sul Mediterraneo come naturale ponte tra l’Europa ed i paesi afro-asiatici;
attraversa per intero il Mediterraneo e vi si distende, abbracciando sia il
lato dei Balcani che quello nord afro-asiatico.
Una politica inerente questo paese deve tener conto di questa complessità e
deve tendere ad esaltare questo ruolo naturale di comunicazione, di snodo, di
svincolo. Diversamente si ottiene soltanto una politica distorta, dogmatica,
che penalizzando una parte, la penalizza tutta.
[1] Una sezione ed un’attenzione particolari devono essere dedicate alle teorie del lavoro che si sono avute e che hanno influenzato i quadri. Occorre liquidare tale eredità del passato.
[2] I temi sono ampiamente trattati da Marx in Capitolo VI inedito, “ Le macchine”, “ Il Capitale” vol. 1,
oltre che da Engels e da Lenin.
[3] Un discorso a parte ed un’attenzione particolare sono inerenti all’Astrofisica ed alle missioni spaziali interplanetarie.
[4] Colin Crouch, Relazione Industriali, Ediesse , 1996
“ Abbiamo bisogno di un approccio .. di ‘ istituzioni guida’ .. . Si può risalire alla… passando per… fino
all’organizzazione urbana medievale delle corporazioni artigiane” ( pag. 22-23 ).
[5] Rinviamo qui a Tendenza del Capitalismo Mondiale 1980-2002
[6] Rinviamo qui sulla tematica del Lavoro, innanzitutto a F. Engels, “ L’importanza del lavoro nell’evoluzione dell’uomo dalla scimmia”, poi a K. Marx, “ Il Capitale, vol. 1, cap. 5; ed infine al corso dell’Istituto sul Lavoro, primo incontro.
[7] E’ qui centrale padroneggiare la categoria Necessità-Libertà; “ dal regno della Necessità al regno della Libertà”.
Per questo è centrale l’elaborato di Federico Engels, Antidhuring e Dialettica della Natura
[8] Rimandiamo qui, e tale rimando è centrale, a quanto scritto nella Relazione presentata al convegno di Modena:
“ Classe operaia ed rivoluzione scientifica e tecnologica”.
[9] Massimo D’Antona, “Le metamorfosi della subordinazione.”, pag. 284, in “Il libro delle Riforme, scritti 1996-1999”
Editori Riuniti, 2000
[10] Colin Crouch, Relazioni Industriali, cit.
[11] Teoria della caduta tendenziale del saggio medio generale del profitto.
[12] Noi stiamo assumendo un parametro dell’economia volgare borghese, considerato indice dell’andamento economico.
Il parametro e la categoria “PIL” sono “ ideologici” e comunque non dell’economia politica marxista.
[13] Assieme agli scritti economici di Lenin, utile è anche il lavoro di N. Bucharin, Economia mondiale ed Imperialismo”
[14] Il termine “ ceto medio” è qui utilizzato nel senso indicato nella Lettere dell’Istituto n. 8.2
[15] Catilina insieme ad un gruppo di senatores ordisce una congiura al fine di potersi spartire gli averi, le prebende e le ricchezze dell’impero di Roma, affidando ai congiurati le procure delle provincie più ricche, ecc.
Per una disamina storica, si veda Sallustio, La Congiura di Catilina.
[16] Rinviamo qui all’elaborato dell’Istituto dei primi anni Novanta sulla legge 502.
[17] Rinviamo qui al lavoro “ Democrazia” dell’Istituto
[18] Rinviamo qui alle relazioni presentate alle Conferenze, Bioetica, Genetica, Scienza Medica, le Lettere dell’istituto in merito, il commento all’intervista della Monsanto al Sole 24ore, ecc.