Il nostro saluto a Mario Contu
Torino, 21 febbraio 2005
Amici e amiche, compagni e compagne siamo qui in questa fredda giornata di
febbraio per portare l’ultimo saluto a Mario Contu.
Vorrei ringraziare a nome della
famiglia di Mario e del Partito della Rifondazione Comunista le autorità, i
partiti, i sindacati, le associazioni e le tantissime persone che con la loro
presenza, con telegrammi o con semplici telefonate hanno voluto testimoniare il
loro cordoglio.
Per tutti la perdita di Mario, così improvvisa e ingiusta, è stata un
duro colpo.
E’ per me impossibile, in questi pochi minuti, riuscire a raccontare la sua
vita, le sue idee, le sue speranze, le sue amarezze. Vorrei tentare di spiegare
perché oggi sento un vuoto profondo; perché Mario per tanti era un riferimento,
un esempio.
Nato 52 anni fa in Sardegna, come tanti figli del sud era arrivato a Torino in
cerca di un futuro, anche lui, come tanti altri, si è politicamente formato in
quella fucina che era la classe operaia torinese di quegli anni così ricca di
lotte e di speranze.
Anche lui, come tanti altri, si è dovuto poi misurare con le contraddizioni e
le debolezze di quel movimento.
Coerenza e inflessibilità sono stati sempre i suoi caratteri distintivi gli
hanno procurato molta stima e apprezzamenti ma anche il licenziamento dalla
Fiat, forti critiche e profonde avversioni.
Su Mario è stata costruita un’immagine di una sorta di rompicoglioni un uomo
votato all’opposizione continua, un estremista, un qualunquista, un populista,
uno incontrollabile. Penso, invece, che fosse un uomo, come pochi ce ne sono
ancora, capace di sentire le ingiustizie e di farsene carico, di sentire la sua
appartenenza di classe. Non restava indifferente di fronte alle ingiustizie
verso gli immigrati, nuovi schiavi, ai quali vengono rubati tutti i diritti,
verso i giovani, condannati ad una vita da precari, verso i malati a cui oramai
la salute viene venduta.
Mario sentiva queste ed altre ingiustizie come cosa sua come cosa fatta contro
la sua classe sociale, da qui derivava la sua inflessibilità, la sua coerenza.
Alcuni hanno voluto immaginare questo suo modo di lavorare e vivere come una
sorta di protagonismo egocentrico , una esasperazione estremistica. Quanto si
sbagliavano, quanto erano lontani dal vero.
Ultimamente la politica, quella con la P grossa, ha smesso di rappresentare le speranze di liberazione del futuro,
oggi per questa politica il problema non è più se ma solo come: ad esempio il problema non è se è
giusto fare o meno l’alta velocità ferroviaria anche se questa devasterà o meno
i nostri territori, il problema è solo come farla in modo selvaggio o più
controllato. Ad esempio non è se gli ospedali è giusto che siano al servizio di
tutti ma come vanno privatizzati tanto o poco?
Mario respingeva questa concezione della politica, quasi tutte le sue
battaglie, che sono state davvero tante, hanno avuto questa impronta quelle
condotte in fabbrica, con il coordinamento genitori, contro i buoni scuola,
contro le privatizzazioni, sulle coppie di fatto, contro i lager per gli
immigrati, girandosi tutte le carceri piemontesi fino all’ultima sua battaglia
forse la più emblematica quella in difesa dei diritti dei precari contro i
privilegi che, un ceto politico miope e meschino, si è assegnato favorendo
l’assunzione dei cosiddetti portaborse. Una battaglia, ci tengo a dirlo, giusta
e sacrosanta che Mario ha condotto da solo contro tutto il palazzo che l’ha
visto impegnato senza risparmio nel tentativo di far emergere la vergogna di
quell’ingiustizia, presentando in pochissimi giorni più di 180 emendamenti alla
finanziaria regionale nel disperato tentativo di bloccarla per ottenere
migliori condizioni per i precari.
Su questa vicenda è stato scritto, sui giornali, che Mario avrebbe fatto tutto
ciò per vendicarsi della sua esclusione dalle prossime elezioni regionali. E’
vero il contrario, Mario, pur sapendo che quell’atto avrebbe potuto costargli
la definitiva esclusione dalla lista, non ci ha pensato due volte e ha fatto
quello che andava fatto.
Più cresceva il prestigio e la stima nei confronti di Mario tra i lavoratori, i
precari, tra la gente semplice, tra i compagni di base più il Palazzo degli
accordicchi e del cretinismo parlamentare tentava di isolarlo.
So, perché ne parlavamo spesso, che l’incomprensione e le critiche di cui è
stato vittima, purtroppo anche nel mio partito, l’hanno amareggiato più che gli
attacchi degli avversari, ma so anche che era sereno, tranquillo perché sentiva
intorno il consenso, l’appoggio di tanti che come lui non si rassegnano alla politica
di maniera.
Se la morte non l’avesse colto sono certo che il suo lavoro intelligente e
preziosissimo lo avrebbe collocato dove doveva essere da tempo: alla testa del
suo Partito.
Mario era anche un militante internazionalista, contro tutte le guerre, quella
umanitarie e quelle preventive, al fianco di quei popoli che si battono contro
l’occupazione e la spoliazione delle risorse della propria terra.
Era un antifascista non pentito e non irretito dal revisionismo storico che
oggi, con la parola d’ordine di pacificazione nazionale, cerca di cambiare la
storia facendo passare i carnefici nazi-fascisti come vittime e i combattenti
partigiani come carnefici. Ci resterà sempre vivo il ricordo di quest’ultima
azione antifascista di Mario che il 10 febbraio scorso ha abbandonato l’aula
del consiglio regionale, seguito dagli insulti dei consiglieri della destra,
per non partecipare alla vergogna della
giornata del ricordo.
Ecco cos’era Mario un comunista, un rivoluzionario che come Ernesto Che Guevara
non ha mai calcolato le sue convenienze, ne ha mai mediato sui principi, ha
fatto quello che sentiva giusto fare per combattere le ingiustizie lo ha fatto,
come il Che, fino alla morte: scriveva il Che: in qualsiasi luogo ci
sorprenderà la morte sia la benvenuta sempre che il nostro grido sia arrivato
ad un orecchio ricettivo e un’altra mano si tenda ad impugnare le nostre armi.
Mario, non so se sono riuscito a rappresentare
anche solo parzialmente la bella persona che eri: ciao compagno, dolce
amico, come ha scritto in una bellissima lettera Donato Antoniello, il tuo
cuore non ha retto alle troppe ingiustizie e nonostante la tua forte
determinazione e il tuo impegno totale la morte ha voluto privarci di un
compagno insostituibile e preziosissimo. Mancherai a tutti, ai tuoi compagni di
ogni giorno e a tutte le persone per le quali hai lottato senza sosta.
Mancherai ai tuoi figli, ad Anna, ai tuoi fratelli e a chi come me ha avuto la
fortuna di averti come amico.
Addio Mario raccoglieremo il tuo grido impugneremo le tue armi, riposa in pace
i comunisti ti salutano a pugno chiuso.
orazione
funebre pronunciata da Gianni Favaro al funerale