Progetto
SOS Kosovo :
Orahovac, Relazione del viaggio nell’enclave
di E. Vigna
Il 27 e 28 di Maggio, sono
stato in Kosovo Methoija, avendo avuto la scorta della Kfor per visitare
l’enclave serba di Orahovac, in modo da andare a consegnare i primi soldi raccolti
dalla vendita del libro “Dalla guerra all’assedio”, che, tra le altre cose è
stato ristampato essendo esaurita la prima tiratura di 1000 copie.
Con questa enclave, abbiamo come Associazione “SOS Yugoslavia”, uno dei
progetti di solidarietà del progetto “SOS Kosovo”; è stato un viaggio
estremamente difficile e complicato, anche per una serie di incomprensioni e
attriti con la stessa Kfor, e che fino all’ultimissimo momento è stato in forse
nel suo svolgersi, poi grazie al coinvolgimento e disponibilità dell’Unmik,
sono riuscito a raggiungere l’enclave, non senza alcuni rischi e tensioni,
legate alla sicurezza; ma comunque alla fine è andata bene.
La situazione dell’enclave, rispecchia la stessa di Gorazdevac, per cui non
ripeto le cose descritte nella relazione che feci a febbraio, perché sono
pressoché identiche nella sostanza.
La differenza è solo nella collocazione
dell’enclave, la quale è collocata all’interno della cittadina, essendo
un piccolo quartiere della stessa in periferia; per cui non vi è distacco dalla parte albanese, ed è solo divisa
dai check point della Kfor, dal filo spinato in quei brevi tratti ove non vi
sono edifici, e dalla muratura di finestre e porte che danno sulle strade
esterne. All’interno dell’enclave vivono circa 400 persone, di cui un centinaio
di bambini (la metà in età scolastica), praticamente la vita della comunità (
tra cui alcune famiglie rom, dovute scappare con i serbi, per non essere
ammazzati dagli estremisti albanesi) si svolge attorno ad una piccola piazza
dove si affacciano la chiesa ortodossa (al cui interno si erano barricati
tutti, durante gli assalti e le violenze del marzo dello scorso anno) ; vi è
poi la scuola, in realtà un piccolo ex supermercato adattato a scuola, in
quanto prima del 1999 i bambini frequentavano la scuola del paese insieme ai
bambini albanesi, ma essa è situata nel centro del villaggio nella parte
albanese, e i bambini serbi e rom non possono più frequentarla perché
minacciati di morte. Intorno alla piazza si svolge la vita di questi 400
prigionieri dell’enclave, i bambini che giocano, i vecchi e gli uomini che
giocano a carte e le donne che chiacchierano, oltre ad una specie di posto di
guardia a ridosso del check point Kfor, formato dai serbi, come forma di
autodifesa da eventuali nuovi attacchi o provocazioni che continuamente possono
avvenire e avvengono.
Il viaggio fatto per consegnare un primo sostegno economico ai 45 bambini della
scuola interna all’enclave, con cui abbiamo avviato il progetto di solidarietà
attraverso il libro citato sopra e per affrontare i dettagli del secondo
obiettivo del Progetto, quello cioè di garantire ai bambini dell’enclave una
vacanza in un campo estivo in Serbia per Agosto. Oltre a verificare loro
emergenze e necessità urgenti. L’enclave in questi anni non ha ricevuto nessun
sostegno da associazioni internazionali di solidarietà e ha resistito
autonomamente ad ogni difficoltà; nell’incontro avuto con la comunità è emerso
come per le altre realtà delle enclavi nel Kosovo, nessuna speranza nel futuro
ed una tragica rassegnazione agli eventi accaduti e a quelli bui, che secondo
loro avverranno con la prospettiva, che ritengono ormai scontata,
dell’indipendenza. Ad una domanda che ho posto ad una insegnante di come vedeva
il futuro, la risposta seppure espressa in modo pacato e apparentemente
“sereno”, è stata terribile nella sintesi della loro quotidiana condizione di
vita :
“…Ognuno di noi non pensa neppure a domani, figurati al
futuro…noi siamo già, comunque, morti dentro…”.
Questa zona del Kosmet occidentale ha, alle spalle, purtroppo una storia di
violenze e guerra tra l’esercito jugoslavo e le forze terroriste dell’UCK, che
qui erano presenti con molte unità, essendo geograficamente vicina al confine
con l’Albania e con molte montagne. Nel 1998, il 18 luglio l’Uck aveva anche
tentato di occupare militarmente la cittadina, ma dopo forti scontri durati 4
giorni era stato respinto, subendo gravi perdite e da allora è iniziata una
scia di attentati, omicidi, rapimenti contro la comunità serba e non albanese,
culminata poi in una vera e propria pulizia etnica, subito dopo il ritiro delle
truppe serbe nel giugno 1999, che ha praticamente ridotto alla sola enclave la
comunità serba e rom, che prima vivevano in numerosi villaggi e paesi tutto
intorno.
E’ un’area dove la violenza ed il sangue sono stati e sono ancora vita
quotidiana, dove il terrorismo secessionista ha provocato anche risposte molto
dure da parte dell’esercito della RFJ tra il 1998 e il 1999; è un’area dove le
menzogne e le falsità propagandistiche propinate a piene mani verso i media
occidentali, hanno contribuito pienamente alla distruzione delle comunità
multietniche, lì residenti insieme da centinaia di anni.
Una di queste era stata la notizia, rilanciata sui maggiori giornali europei
dopo il 22 luglio 1998, primo atto per Orahovac della campagna di
“disinformazione strategica” che preparava l’ultimo assalto al Kosovo ed alla
Jugoslavia, la quale riportava che intorno alla cittadina vi erano fosse comuni
con i corpi di 567 cadaveri di cui 430 bambini, tutti albanesi, con donne
e bambini massacrati a freddo dalle truppe serbe, dopo i combattimenti per
impedire l’occupazione militare da parte dell’Uck. La notizia partita era da
due giornali (uno tedesco e l’altro austriaco) e poi ripresa da tutte le
agenzie stampa europee, a poco è servita poi la smentita da parte degli
osservatori dell’UE dell’inesistenza di fosse comuni a Orahovac, confermata
anche da esponenti della comunità albanese. La stessa polizia serba per
dimostrare le menzogne fatte circolare, invitò i giornalisti occidentali ad
andare sul posto e verificare direttamente la realtà, indicando in 50 le
vittime dei combattimenti dei giorni precedenti, tutti giovani o adulti;
l’emissario della UE Ebenberger, dichiarò in conferenza stampa che nei luoghi
indicati dai giornali, in realtà, vi erano tombe individuali con i rispettivi
nomi dei caduti.
Ma, come mi hanno detto gli abitanti dell’enclave, da lì è cominciato il
calvario e l’inferno per tutti i cittadini del paese, perché da allora tutto è
cambiato come in un film allucinante. Sì, perché a detta dei superstiti
nell’enclave, fino a quel 1998 mai era successo nulla che potesse far presagire
gli avvenimenti e l’orrore scatenatisi dopo; le comunità avevano sempre vissuto
insieme, coltivato insieme le vigne e producendo il miglior vino del Kosovo,
esportandolo in tutti i Balcani; frequentato e gestito insieme le scuole ( mi
diceva un’insegnante che quando l’Uck costrinse la comunità albanese a ritirare
dalle scuole jugoslave i bambini, essi e molti genitori andarono da lei, serba,
a salutarla piangendo per il distacco); celebrato le reciproche feste
tradizionali, frequentato chiese e moschee liberamente, addirittura ad
Orahovac vi era oltre la moschea, una
casa di studi religiosi musulmana ( masjid o madrassa ).
Poi la strategia terrorista pianificata con i piani e le direttive occidentali,
hanno dato il via alla tragedia del popolo kosovaro che ha portato alla
situazione di oggi; ed ora il sangue, i morti, i rapiti, la violenza spesso
feroce, i diritti umani e civili sotterrati, la multietnicità e
multiculturalità seppellite dal fascismo dei secessionisti albanesi che hanno
fatto del terrore, anche e soprattutto verso la propria gente, lo strumento
decisivo per raggiungere i propri scopi….TUTTO sotto gli occhi della comunità
occidentale e dei suoi falsi “sentimenti umanitari”.
In realtà la verità, come sempre nella storia, sta piano piano emergendo: nello
scorso ottobre, è stata rinvenuta una VERA fossa comune a Brekovac, dove operatori delle Nazioni Unite
hanno riesumato i corpi di 28 cadaveri sepolti nei pressi di un cimitero
albanese del villaggio ( in effetti chi mai cercherebbe dei serbi morti in un
cimitero albanese…), che si trova nel distretto di Djakovica. Secondo gli esperti
internazionali i corpi apparterrebbero a civili serbi e rom, giustiziati
presumibilmente con un colpo alla nuca; sarebbero una parte dei rapiti serbi e
rom dalla zona di Orahovac, come mi è stato confermato dagli abitanti
dell’enclave.
Così come un’altra VERA fossa comune riguardante abitanti scomparsi e
assassinati di Orahovac, è stata scoperta il 19 aprile presso Klina, in una
caverna dove sono stati ritrovati i resti di 22 corpi, che in seguito agli
esami del DNA è stato possibile stabilire appartengono a scomparsi del 1998 da
Orahovac. Due dei corpi trovati nella caverna erano quelli dei fratelli
di Olgica Bozanic, del villaggio di Opterusa vicino Orahovac, che erano
considerati fino ad ora dispersi.
Ha detto che fino ad ora la famiglia aveva sperato che i suoi fratelli
scomparsi fossero ancora vivi.
"Dalla loro sparizione, abbiamo ricevuto varie informazioni che indicavano
che erano vivi e ai lavori forzati in campi di prigionia," ha detto Olga
Bozanic.
Vedere i cadaveri nella caverna è stato doloroso, ha dichiarato, "…ma
finalmente sappiamo la verità e nessuno può più raccontarci storie per farci
credere che i nostri dispersi sono vivi".
Olgica Bozanic, che è attualmente una rifugiata a Belgrado, ha dichiarato alla
stampa di aver visto per l'ultima volta i suoi fratelli il 18 luglio 1998,
quando si svolse una battaglia tra forze serbe e l'Esercito di liberazione del
Kosovo, UCK, per il controllo dell'area di Orahovac.
"Durante la notte tra il 17 e il 18 luglio 1998, gli Albanesi attaccarono
i Serbi che vivevano a Opterusa, che era a prevalenza Albanese," ha detto.
Gli uomini serbi del posto si erano "difesi fino al mattino ma
successivamente si erano arresi ai locali albanesi e a persone... in uniforme
nera". La Bozanic, da allora non vide mai più i suoi fratelli.
Nel dicembre 2003 l’ex sindaco di Orahovac A. Kolasinac, dopo oltre quattro
anni di ingiusta prigionia, accusato da alcuni albanesi di crimini di guerra e
condannato a 8 anni di reclusione da un Tribunale di giudici albanesi a
Prizren, è stato poi rilasciato perché non sussistevano prove ed elementi per
tenerlo in prigione.
Questi frammenti di cronaca possono solo dare una vaga idea della situazione
reale e della condizione interiore sia dei bambini che degli adulti; ogni
famiglia rimasta nell’enclave ha da uno a tre familiari assassinati o scomparsi
per rapimento, questo è il “ Kosovo liberato” dall’occidente. Questo il
risultato di una guerra “umanitaria” che avevano descritto come necessaria e
per il bene del popolo kosovaro. Per chi ha visto e conosciuto la realtà resta
solo un profondo sentimento ed una forte coscienza di vergogna.
Nel ribadire l’impegno della nostra Associazione di proseguire e rafforzare
la solidarietà concreta verso la loro resistenza, ho anche ribadito che il nostro
sforzo è fondato non su un generico umanitarismo ( sempre lodevole) ma sulla
coscienza di aver fatto una scelta di
campo, stando al loro fianco: quella contro le menzogne, le falsità, la manipolazione mediatica; fatte e
pianificate per interessi politici, economici e strategici delle grandi potenze
occidentali, contro un paese, la Jugoslavia, che aveva solo una colpa (
gravissima nei tempi che stiamo vivendo) quella di voler essere indipendente,
sovrana nella propria terra e fiera di una propria dignità e identità
nazionale.
Quello che è stato fatto con i criminali e vigliacchi bombardamenti, e quello
in particolare che continuano a far subire al popolo serbo kosovaro, colpevole
SOLTANTO di chiedere di poter vivere in una terra, dove da centinaia di anni ha
sempre vissuto e difeso, impregnando la terra di sangue versato contro
aggressori ed oppressori….tutto ciò non può essere giustificato o tollerato, da
nessuna persona onesta nell’animo o semplicemente civile.
Ho ribadito che, nella misura delle nostre forze, continueremo caparbiamente e
tenacemente ad essere al loro fianco, mettendo a disposizione le nostre volontà
di non voler essere complici o indifferenti; per noi questo è il miglior modo
per lottare contro le guerre e per la pace, contro le menzogne per la verità,
contro le ingiustizie per la giustizia e per costruire amicizia e ponti tra i
popoli, unica vera possibilità per impedire le guerre.
Come diceva Eluard :
"
La verità è libertà,
è il fiore ed il frutto promessi
è la fecondità oltre ogni brama
oltre ogni cecità."
…Non stanchiamoci di continuare a lottare per essa.
Enrico Vigna – Associazione SOS Yugoslavia, Giugno 2005