www.resistenze.org - osservatorio - della guerra - 11-11-03

La potente oligarchia delle guerre


di Bf

Torino 8 11 2003

L’attacco all’Iraq, come tutte le guerre, fa precipitare le tendenze in cambiamenti effettivi, rivelando ciò che è ormai obsoleto e indicando quello che invece si sta sviluppando, sia in termini di armamenti sia nelle strategie di guerra.

Un problema, che si presenta in modo nuovo rispetto alle precedenti analisi clausewitziane, è il rapporto tra stato e difesa. La vulnerabilità degli stati è connessa alla loro territorialità, mentre oligarchie anarchiche di qualsiasi matrice ( finanziarie, criminali) hanno un punto di forza nella loro extraterritorialità.

La tendenza è quindi che sempre più vengano affidati compiti militari a strutture di questo tipo. Le modalità di combattimento emergenti prevedono tecniche anti-insurrezionali (che comportano il controllo della popolazione e il terrore), giudicate le più adatte a contrastare la guerriglia e il “terrorismo, che è il risultato della guerra asimmetrica” (S. Romano).

Nelle ultime guerre di aggressione abbiamo visto molto nettamente demandare ad agenzie private gran parte dei compiti, soprattutto di sostegno, logistici, sanitari, di polizia, di informazione. Rispetto ai soldati facenti regolarmente parte dell’apparato militare è cresciuto il numero degli addetti esterni, con uno status a volte ambiguo, utile a rendere meno diretta la responsabilità del mandante e ad eludere il controllo degli organismi sovranazionali. 

La pratica della delega della forza non è nuova e oggi si ripropone con diverse modalità. E’ nato un professionismo gestito da efficienti compagnie di reclutamento multinazionali, reperibili on line. Esistono agenzie che sono espressione diretta dalla politica imperialista - anche se non operanti sotto la bandiera di riferimento - attive ad organizzare  controrivoluzioni “chiavi in mano” con istruttori, procacciatori di armi, strateghi con informazioni satellitari, i cui interventi diretti non sono esclusi. Il ricorso alla violenza, portata con metodi sotterranei (terrorismo di stato) ha ridisegnato la politica in mezzo mondo: Brasile, Libano, Cile, Nicaragua, Figi, Messico, Colombia, Jugoslavia, ecc. Informali “consiglieri militari” sono affiancati ai soldati dei paesi sottosviluppati. Ci sono veri e propri eserciti privati, al soldo di multinazionali, che operano ormai da tempo, lontani da ogni controllo e al di fuori dalle regole fin qui convenute, in vari contesti, come la protezione degli oleodotti...

Questa privatizzazione della violenza evoca un medioevo tecnologico, percorso da soldati di ventura. La cui esistenza diventa problematica, come nel passato, per l’impatto incontrollato di queste bande sulla società, per il loro divenire, i rapporti con il potere, le contraddizioni tra il contratto mercenario e le motivazioni ad agire.

Una questione analoga fa dibattere in Italia sulla nuova ferma di volontari, non ancora costituita e subito aperta, per mancanza di appel, alle legioni di albanesi. Nell’ottica del mercato il miglior soldato è quello meno caro; la minor affidabilità di questo tipo di truppe, che le rende idonee ad un impiego offensivo piuttosto che alla difesa territoriale, denuncia quale sia il ruolo previsto per loro.  

Negli U.S. le richieste di Rumsfield vanno a delineare un esercito sempre più leggero: agile e micidiale.  Ma intanto tutte le funzioni collaterali saranno privatizzate e gran parte della spesa della difesa si riverserà in appalti che stimoleranno il mercato con ulteriori mega-business. Sarà così sempre più difficile separare la connessione tra economia e guerra, mentre le decisioni saranno prese sempre più lontano dalle istituzioni statuali.

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Il problema nuovo è quindi che lo stato sta perdendo il monopolio della forza pubblica. Se la difesa in senso classico è lo stato, il segnale è significativo (nel senso che sono destinati a scomparire proprietà pubblica, dignità nazionale, diritti pattuiti, se non collegati in un’entità superiore).

La nuova società della conoscenza (per la quale le applicazioni della conoscenza costituiscono in prospettiva la maggior fonte di reddito) è relativa ad un diverso modo di produrre: l’impatto della rete, la mobilità del mercato globale, la delocalizzazione del lavoro, la capacità di adeguarsi ad ambienti in continua evoluzione, portano ad un affievolimento della funzione dello stato territoriale.

Di fronte alle nuove dinamiche economiche globali, avendo perso il controllo sulle risorse strategiche, lo stato deve arretrare la propria portata, rivedendo al ribasso le attese dei cittadini. Si configura una sua riduzione a stato-mercato, che non garantisce il benessere alla popolazione e al massimo crea opportunità. Ad un’autorità statale che si concentra e che subappalta gran parte delle proprie funzioni - in attesa di nuovi principi legittimanti sovranazionali – si sovrappongono le multinazionali, con valenza di nuove forze politiche.

Le vicende dell’industria bellica sono emblematiche delle nuove tendenze.

Gli stati, a fronte di una necessità superiore di armamenti nell’era delle grandi guerre, iniziarono a rivolgersi per la fornitura al mercato privato, perdendo così il controllo sulla produzione. Ne è conseguita una confusione di ruoli, cresciuta con il consolidarsi di un’economia transnazionale, fatta di fusioni tra le industrie del settore, che assunsero specifiche facoltà sia di trattare gli affari con le diplomazie, alla pari con i governi, sia di muoversi alla ricerca di nuovi mercati, in modo autonomo dalle alleanze.

Proprio nell’ambito più specificamente statale si è verificato quindi il trionfo della logica più privatistica. In questo modo si sono concentrate in poche mani risorse economiche e condizionamenti politici, dando luogo a centri di potere informali, che restano dietro le quinte, totalmente svincolati da ogni subalternità alle istituzioni ma che, al contrario, sono in grado di determinare l’elezione di attori politici.

Poteri forti non democratici hanno vanificato il potere democratico e la forma teorica dello stato liberale, prefigurando uno stato costruito su gerarchie economiche e politiche, che oppone astratte priorità, asserite come superiori, ai diritti primari concreti. Nel quale la volontà dei cittadini reali è scarsamente considerata. ( e vediamo in quale conto siano tenuti sondaggi e manifestazioni popolari) 

Il sottoinsieme separato economico-militare tende a valorizzare l’uso della guerra, potendosi permettere di agire da posizioni privilegiate. Negli Stati Uniti è il settore maggiormente finanziato; può disporre largamente e con molta libertà del denaro pubblico (il meccanismo è che i laboratori ricevono vaghi imput  allo sviluppo di un’arma, poi il programma prende a correre da solo, trovando applicazioni e dilatandosi, fino al punto di determinare la forma finale di un’operazione di guerra).

Il comparto è in grado di far fronte a crisi di sovrapproduzione, potendo indicare sempre nuove necessità non verificabili (colmare gap tecnici o strategici, attuare una valida deterrenza, fronteggiare minacce, individuare conflitti) e indurre alle stesse necessità sempre nuovi mercati.

Il complesso industriale ACE, aeronautica/computer/elettronica, oggi dominante, può permettersi investimenti a lungo termine (caso anomalo nell’economia capitalistica) e usufruire dell’opportunità della ricerca più avanzata. Inoltre può interferire con la politica estera. Entrare quindi nella sfera della ragion di stato, che passa sopra la realtà dello stato costituzionale.

Una minoranza che persegue il proprio vantaggio è riuscita (insieme ad altre) a mettersi in condizione di ipotecare il sistema democratico.(Nell’attesa che la nuova fase economica sia riconosciuta e che si ridefiniscano diritti ed equità nel lavoro, sicurezza, fiscalità, ridistribuzione, ambiente. E che si riparli di istituzioni democratiche, di sovranità popolare e di disarmo.)