www.resistenze.org - osservatorio - della guerra - 24-09-07 - n. 195

La privatizzazione della guerra.
 
Ruolo di agenzie specializzate in tecnologie dell’informazione e compagnie contrattiste militari private. Documenti significativi.
 
Primo documento
 
http://www.voltairenet.org/article151381.html
«Operazione Balcani»: privatizzazione della propaganda e degli eserciti
 
di Jörg Becker, Mira Beham
 
(Traduzione dal francese di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
 
La nostra griglia di lettura dei conflitti contemporanei deve essere attualizzata con l’integrazione di numerosi attori non- statuali. Lo studio retrospettivo delle guerre nella Jugoslavia, ad opera di Jörg Becker e Mira Beham per la Deutschen Stiftung Friedensforschung (Fondazione Tedesca per le Ricerche sulla Pace), rende manifesta la privatizzazione della guerra : la propaganda di Stato lascia il posto alle «pubbliche relazioni» affidate a gabinetti di studi specializzati, e nel contempo le stesse operazioni militari sono subappaltate a società di mercenari.
 
12 settembre 2007
 
Dopo la guerra del Kosovo del 1999, che ha fatto prendere coscienza ad una larghissima parte dell’opinione pubblica sul ruolo dei mezzi di informazione nel corso di una guerra e, in ordine generale, sul ruolo della comunicazione in periodi di crisi, è apparsa una quantità massiccia di letteratura, in aumento considerevole e in continuo sviluppo, che tratta dei media e della guerra. Sembra che nelle scienze della comunicazione la legge non scritta, secondo la quale ogni guerra porta con sé una crisi dei media, durante la qual crisi i produttori delle informazioni sono portati ad interrogarsi sul loro modo di comunicare in merito alla guerra, per poi passare subitamente alle contingenze del momento, traendo pochi insegnamenti, anzi nessuno, dalla guerra in corso per la guerra che verrà, abbia cessato di essere valida.  
 
L’interesse visibilmente crescente, e più o meno duraturo, diretto verso il modo con cui i media trattano attualmente delle guerre nasce verosimilmente soprattutto da due ragioni. In primo luogo, l’11 settembre 2001 e i suoi effetti ci hanno fatto piombare praticamente in uno stato di guerra permanente, cosa che ci induce ad una necessaria riflessione sui contenuti e sulle forme della comunicazione riguardanti la guerra. Secondariamente, la quantità e la qualità della comunicazione relativa alla guerra e alle crisi si modificano ad una velocità sorprendente.
Per quel che concerne la ricerca sulla pace, si manifesta ugualmente su questo soggetto una sensibilità in espansione. Nondimeno, è sorprendente che, in generale, - e non solamente nella ricerca sulla pace – due aspetti importanti di questo problema non giochino che un ruolo minore.
Si tratta di una parte delle guerre degli anni Novanta nei Balcani che, a parte la guerra del Kosovo, non suscitano molto interesse, benché la guerra della NATO contro la Jugoslavia sia stata per molti aspetti il loro prolungamento, in particolar modo sul piano dei media [1]. L’altra questione concerne la misura in cui la comunicazione relativa alla guerra e alle crisi è tanto influenzata dai media, dalle dimensioni delle relazioni pubbliche. [2].
 
Propaganda e relazioni pubbliche
 
Chi, nel XXI.esimo secolo, inizia ad interessarsi di propaganda troverà di grande utilità iniziare le sue letture con l’opera di Harold D. Lasswell. Alla fine degli anni Venti del secolo scorso, Lasswell ha pubblicato il suo libro Propaganda Technique in the World War I (Tecniche di propaganda durante la Prima Guerra Mondiale) [3], un classico sugli orrori perpetrati da tutti i belligeranti durante la Prima Guerra Mondiale. Secondo Lasswell, la propaganda di guerra ha quattro obiettivi : fomentare l’odio contro il nemico, rinforzare i legami di amicizia fra gli alleati, consolidare dei modelli di cooperazione amicale nei rapporti con le potenze neutre, e demoralizzare il nemico. Questi obiettivi della propaganda in tempo di guerra, fino ad oggigiorno, non sono affatto cambiati. Nel suo articolo, « The Theory of Political Propaganda » (La teoria della propaganda politica) [4], Lasswell ha esposto in questo modo la sua concezione della comunicazione : “Le strategie della propaganda si spiegano meglio attraverso le terminologie di stimulus (azione) e di reazione. Un produttore di propaganda ha per compito quello di moltiplicare gli stimuli più suscettibili di conseguire lo scopo prefissato e di riassorbire quelli che con molta probabilità possono esercitare degli effetti indesiderabili.” Più avanti, Lasswell ha scritto che la propaganda consiste nella manipolazione di simboli intesa ad esercitare un’influenza su comportamenti relativi a temi controversi. La formazione teorica dei suoi paradigmi si poggiava sul fondamento seguente : se gli stimuli sono stati selezionati in modo tanto abile da non venire reiterati molto spesso, possiamo parlare di comunicazione riuscita e potremo attenderci una reazione unitaria della “massa amorfa”.
 
Le riflessioni di Lasswell si poggiano sul modello della reazione agli stimoli, caratteristico delle scienze sociali dominanti. In quanto ricerca sulla persuasione, vale a dire sulla comunicazione che fa in modo di indurre e di convincere, queste riflessioni stanno alla base di tutte le concezioni promosse nella ricerca attuale degli effetti pubblicitari, e nel segmento di operatività delle pubbliche relazioni. Visto che la nozione positiva di propaganda è stata discreditata dal suo utilizzo al tempo del nazional-socialismo, i rappresentanti e i fautori delle pubbliche relazioni se ne sono distanziati da molto tempo. Sul piano della definizione, la separazione della nozione di propaganda da quella di pubbliche relazioni resta tuttavia insoddisfacente. Non è più possibile distinguere in modo stretto l’« indurre » attraverso la propaganda dal « convincere » attraverso le relazioni pubbliche.
Il tentativo della distinzione effettuato da Günter Bentele, titolare della cattedra di Relazioni Pubbliche (RP) all’Università di Lipsia, dimostra che la nuova nozione di RP non è altro che la modernizzazione della vecchia nozione di propaganda : « Da un punto di vista logico sistematico, e tenuto conto dell’obiettivo di una teoria di RP differenziata, una assimilazione pura e semplice delle relazioni pubbliche alla propaganda è troppo semplice. Questa posizione crea dei problemi, in quanto deve fare astrazione dalle pesanti differenze fra la propaganda nazional-socialista o la propaganda politica della Repubblica Democratica della Germania e le pubbliche relazioni di tipo occidentale. » [5] Ora, il punto di vista di Bentele risulta poco attendibile per due ragioni. Per prima cosa, egli decanta i meriti di un modello di totalitarismo discutibile – in quanto troppo semplice sul piano delle scienze sociali – e la di cui dicotomia crea un nemico, che lascia perplessi : solo gli altri fanno della propaganda, mentre la propria azione stimola il dibattito e informa il pubblico. Secondariamente, il funzionalismo strutturale di Bentele, sprovvisto di contenuto, conduce a seri problemi empirici, dato che palesemente quello che non deve essere non può esserlo.
 
L’impegno di agenzie di Pubbliche Relazioni RP nelle guerre nella ex Jugoslavia
 
Nel frattempo, è il segreto di Pulcinella che alcuni governi hanno incaricato imprese di Pubbliche Relazioni per abbellire la loro immagine nei confronti di altri paesi. In compenso, è poco noto che era già da molto tempo che governi molto diversi fra loro avevano impegnato agenzie in campagne di Pubbliche Relazioni e che le avevano pagate per costruire una falsa immagine del nemico, per preparare le guerre o per abbellire l’idea che ci si era fatta su delle dittature. Nel sistema delle dipendenze reciproche « governi/agenzie di RP durante la guerra », noi abbiamo censito 157 contratti semestrali fra clienti che avevano fatto parte della ex Jugoslavia e 31 agenzie di RP diverse, come pure nuovi particolari, durante le guerre della ex Jugoslavia condotte fra il 1991 e il 1992.
Nell’agosto 1991, all’agenzia di RP Ruder Finn era stato conferito un mandato da parte del governo Croato, nel maggio 1992 l’agenzia era stata incaricata dal governo Bosniaco e nell’autunno del medesimo anno dai capi Albanesi del Kosovo. Quindi, la Ruder Finn è la stessa e sola agenzia di RP che aveva lavorato per tre parti belligeranti non Serbe durante la guerra.
 
Il lavoro che la Ruder Finn ha effettuato su ordine di queste tre entità belligeranti si caratterizza – fatto piuttosto inusitato in questa branca di servizi che si contraddistinguono per una certa meschinità - per la forte identificazione con gli obiettivi dei clienti, e di questo ne da prova molto bene sia David Finn che James Harff, entrambi soci nella Ruder Finn. In una intervista destinata al documentario per la televisione De Zaak Miloševic (L’affare Miloševic) , del quale noi disponiamo dell’esclusiva e di cui sono stati diffusi solamente alcuni estratti, Harff dichiara : « In seguito alle nostre esperienze personali e professionali, i Balcani stanno nel nostro sangue, noi abbiamo i Balcani nel sangue… […] Il Kosovo ci ha dato tanta inquietudine. L’azione condotta nel 1999 da parte della NATO era con tutta evidenza appropriata, quantunque un po’ tardiva. […] Devo dire che noi abbiamo stappato lo champagne quando la NATO ha attaccato nel 1999. » [6]
 
Le concezioni della comunicazione delle agenzie di Pubbliche Relazioni RP durante le guerre Balcaniche
 
Le agenzie di RP impegnate dalle parti in conflitto hanno operato, essenzialmente, attraverso gli elementi seguenti, che hanno elaborato nella forma e nel contenuto: propaganda politica, attività lobbistiche, comunicazione al momento delle crisi, comunicazione attraverso i media, gestione dell’informazione, gestione degli affari, affari pubblici (dunque comunicazione politica), attività di consulenza e di spionaggio.
 
Le agenzie di RP, che hanno lavorato per clienti non Serbi, hanno individuato gli obiettivi seguenti delle loro attività :
il riconoscimento da parte degli Stati Uniti dell’indipendenza della Croazia e della Slovenia,
la percezione della Slovenia e della Croazia come Stati progressisti della stessa natura di quelli dell’Europa occidentale,
la rappresentazione dei Serbi come oppressori e aggressori,
l’equiparazione dei Serbi ai Nazisti,
la formulazione di un programma politico degli Albanesi del Kosovo,
la rappresentazione dei Croati, dei musulmani di Bosnia e degli Albanesi del Kosovo unicamente come vittime innocenti,
il reclutamento di ONG, di scienziati e di laboratori di strategia politica per il conseguimento dei propri obiettivi,
l’intervento degli Stati Uniti negli avvenimenti dei Balcani,
la qualifica di “legittima e legale” alla conquista da parte dell’esercito Croato della Krajina occupata dai Serbi,
l’imposizione delle sanzioni da parte dell’ONU contro la Serbia,
une decisione favorevole, all’epoca dell’arbitrato relativo alla città Bosniaca di Brcko,
l’accusa di genocidio formulata contro la Repubblica Federale di Jugoslavia davanti alla corte Internazionale di Giustizia dell’Aja,
risultati favorevoli alla parte Albanese derivati dalla Trattativa di Rambouillet,
la denuncia contro Slobodan Miloševic depositata presso il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja,
lo stimolo agli investimenti Americani negli stati che erano succeduti alla Jugoslavia,
la secessione del Montenegro.
 
Le agenzie di RP che lavoravano per conto di clienti Serbi hanno individuato gli obiettivi seguenti delle loro attività :
il miglioramento in generale di un’immagine negativa,
il miglioramento dell’immagine della Repubblica Serba di Bosnia,
il reclutamento di ONG, di scienziati e di laboratori di strategia politica per il conseguimento dei propri obiettivi,
lo stimolo agli investimenti Americani in Serbia,
il miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti, dopo la destituzione di Miloševic,
l’abrogazione delle sanzioni dell’ONU.
 
Riassumendo, possiamo dire che i clienti Balcanici desideravano raggiungere due obiettivi attraverso le loro attività di RP: in primo luogo, si trattava di farsi conoscere dagli ambienti politici, dalla società e dall’opinione pubblica degli Stati Uniti, lo scopo era quello di presentarsi in maniera positiva, quindi si dava luogo ad attività diplomatiche; secondariamente ci si sforzava di conseguire obiettivi bellici molto concreti. Spesso, i due aspetti erano mescolati. « Bad guys » e « good guys », « Cattivi figuri» e « Bei tipi » - ecco la semplificazione dei conflitti armati.
 
Durante le guerre Balcaniche, i governi in conflitto hanno potuto trasformare la loro propaganda in messaggi credibili grazie alle agenzie di RP e alle loro numerose vie di comunicazione. Il risultato è stata una forte omogeneizzazione dell’opinione pubblica negli Stati Uniti ed in generale nelle società occidentali. Il governo degli Stati Uniti, Amnesty International, Human Rights Watch, Freedom House, l’Istituto Statunitense per la Pace, la Fondazione Soros, gli intellettuali liberali e molti conservatori, le Nazioni Unite, i giornalisti, ed inoltre il governo di Zagabria, il governo di Sarajevo, la classe dirigente Albanese del Kosovo, l’UCK (l’Esercito di Liberazione del Kosovo) – tutti, con differenze minime, hanno fornito la medesima interpretazione delle guerre nei Balcani. In una versione stringata, leggermente spigolosa, questa interpretazione così si può riassumere : i Serbi hanno soggiaciuto ad una follia nazionalista e volevano costruire una Grande Serbia. Slobodan Miloševic, un comunista incorreggibile, si è imposto come loro dirigente ed ha attaccato con l’esercito popolare Jugoslavo le repubbliche e i popoli non Serbi, e quindi ha permesso delle violenze collettive, le epurazioni etniche ed atti di genocidio; le altre nazioni dell’ex Jugoslavia – Sloveni, Croati, Bosniaci, Albanesi, Macedoni – erano popoli pacifici e democratici ( i Montenegrini avevano un’immagine duplice, quando erano solidali con Belgrado naturalmente passavano per aggressivi, ma quando ruppero con Belgrado si sono trasformati in popolo pacifico). Ci troviamo esattamente di fronte all’immagine che le agenzie di RP avevano propagandato. E questa immagine è coerente con la propaganda delle parti in guerra ex Jugoslave non Serbe.
 
Pubbliche Relazioni e società militari private
 
Il governo Croato aveva preso a servizio praticamente in via permanente dal 1991 al 2002 molte grandi agenzie di RP che si sono impegnate negli USA a promuovere i suoi interessi politici, economici e culturali e che hanno diffuso un’immagine positiva dello Stato Croato. Dopo il riconoscimento coronato da successo dell’indipendenza della Croazia da parte degli USA, esisteva ancora un problema politico-militare particolarmente critico da risolvere – la questione dei Serbi della Krajina. Ed è a questo momento che per la prima volta si crea una combinazione comprovata di attività fra una agenzia di RP e una società militare privata.
 
Nel marzo 1993, il gabinetto del Presidente Croato Franjo Tudjman aveva assunto l’agenzia di RP ­Jefferson Waterman International (Waterman Associates), e nel settembre 1994 il governo Croato aveva sottoscritto un contratto con la società militare privata Statunitense MPRI (Military Professional Resources Inc.). La MPRI è una delle molte società militari private, tutte uguali, che realizzano l’addestramento militare e i relativi servizi ausiliari associati per governi stranieri. Secondo un ex collaboratore di grado superiore dei servizi segreti, questi programmi privati di addestramento hanno come scopo « quello di promuovere gli obiettivi di politica estera degli Stati Uniti » e non possono essere messi in realizzazione senza il consenso esplicito del Ministero per gli Affari Esteri degli USA. A sostegno di questa industria di guerra privata in piena fioritura, il governo degli Stati Uniti può accordare qualsiasi forma di aiuto militare, non importa in quali paesi, senza essere costretto a sollecitare il consenso del Congresso e senza rendere conto di questo intervento all’opinione pubblica. [7].
 
All’inizio del 1995, undici mesi dopo la firma sul contratto con la MPRI, l’esercito Croato aveva scatenato l’« Operazione Tempesta » e preso d’assalto in soli quattro giorni le zone UNPA nella Krajina tenuta dai Serbi. Questa era esattamente l’azione alla quale l’opinione pubblica degli USA doveva essere positivamente preparata dalla società di RP Jefferson Waterman International. Mentre la MPRI negava di avere a che fare per qualsiasi cosa con l’« Operazione Tempesta », gli esperti dichiaravano che questo attacco portava senza ombra di dubbio il « marchio » degli USA. Non si trattava solamente del nome « Operazione Tempesta », che scientemente aveva preso a prestito elementi dall’« Operazione Tempesta del deserto », quindi dalla guerra del Golfo del 1991, ma alcune azioni si erano svolte in maniera esemplare « come uscite da un manuale » dell’esercito degli Stati Uniti.
 
La MPRI non è stata attiva solamente in Croazia, e la Croazia non è stata la sola parte in guerra nei Balcani ad essersi servita di una società militare privata: infatti la MPRI ha fatto formazione presso l’UCK, in Kosovo e in Macedonia, e, nello stesso tempo, era ufficialmente attiva presso l’esercito della Repubblica di Macedonia. Quando, nella primavera del 2001, è scoppiato un conflitto fra l’esercito Macedone e l’UCK, e a Arainovo, ad est di Skopje, l’esercito aveva messo con le spalle al muro l’UCK, la Nato interveniva, mettendo a disposizione 15 bus con aria condizionata per evacuare i combattenti Albanesi con le loro armi. Fra costoro si trovavano 17 istruttori della MPRI [8].
 
Riassumendo, possiamo affermare che si tratta di strutture nelle quali le attività tipiche delle agenzie di RP, che si presentano sotto le vesti di imprese economiche private, e le attività delle società militari, che ugualmente si presentano come imprese economiche private, sono complementari, a sostegno di obiettivi politico-militari delle parti in conflitto. Dunque, non è solamente la propaganda di guerra ad avere una natura privatistica, innanzitutto è la conduzione della guerra stessa che è stata privatizzata.
 
Jörg Becker
 
Mira Beham
 
Note :
 
[1] Alexander S. Neu ha pubblicato una delle rare ricerche scientifiche relative alla comunicazione in materia di guerra e di crisi nella ex Jugoslavia dal 1991 al 1995 : Die Jugoslawien-Kriegsberichterstattung der « Times » und der « Frankfurter Allgemeinen Zeitung ». Ein Vergleich (La copertura giornalistica della guerra di Jugoslavia da parte del « Times » e dalla « Frankfurter Allgemeinen Zeitung ». Analisi comparata), Baden-Baden 2004.
 
[2] Il presente contributo fa riferimento ad aspetti importanti del libro apparso di recente Operation Balkan. Werbung für Krieg und Tod (Operazione Balcani. Propaganda per la guerra e la morte) (Baden-Baden 2006). Il libro tenta non solamente di rievocare, ma anche di mettere insieme due aspetti trascurati dalla ricerca sulla pace imperniata sulla comunicazione, ossia le guerre dei Balcani piuttosto che la comunicazione relativa alle guerre e alle crisi. Il libro è stato redatto nel quadro del progetto, della durata di un biennio dal titolo « Die Informationskriege um den Balkan seit 1991 (Le guerre dell’informazione a proposito dei Balcani dal 1991), che noi abbiamo potuto realizzare grazie al sostegno continuo del direttore e fondatore della Deutschen Stiftung Friedensforschung (DSF)(Fondazione Tedesca per le Ricerche sulla Pace), Dieter S. Lutz, nel frattempo deceduto tragicamente.
 
[3] Propaganda Technique in the World War, (Tecniche di Propaganda nella Guerra Mondiale), di Harold D. Lasswell (Paul Kegan, Londra, 1927). L’opera è stata riedita nel 1986 dall’università di Hawaï.
 
[4] « The Theory of Political Propaganda », (La teoria della propaganda politica), di Harold D. Lasswell, in The American Political Science Review, XXI.esimo, 1927.
 
[5] Citazione secondo Public Relations. Konzepte und Theorien, di Michael Kunczik, IV edizione, Colonia 2002, p. 36.
 
[6] James Harff in De Zaak Miloševic (L’Affare Miloševic). Sceneggiatura : Jos de Putter, Paesi Bassi 2003 (materiale del film, in parte non pubblicato).
 
[7] « Privatizing War. How affairs of state are outsourced to corporations beyond ­public control » (La privatizzazione della Guerra. Come gli affari di stato vengono esternalizzati verso imprese, evitando il controllo pubblico), di Ken Silverstein, in The Nation, 28 luglio 1997.
 
[8] « Mazedonien als Opfer internationaler Ignoranz ? » (La Macedonia, vittima dell’ignoranza internazionale ?) édoine, victime de l’ignorance internationale ?), Wolf Oschlies, in Blätter für deutsche und internationale Politik, (Fogli per una politica tedesca ed internazionale), quaderno 8/2001.
 
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IL DOSSIER NASCOSTO DI SREBRENICA
Guerra psicologica e disinformazione strategica per squartare la Jugoslavia, demonizzare i Serbi, colonizzare la Bosnia
 
http://www.cnj.it/documentazione/srebrenica.htm
 

 
Secondo documento
 
Nota introduttiva:
 
Iraq. Uccidono civili. Espulsi tutti i contractors della Blackwater
 
Il governo Iracheno ha revocato la licenza ed espulso i contractor della Blackwater, una società di sicurezza che lavora per il Dipartimento di Stato.
 
Alcuni loro uomini hanno ucciso domenica dieci civili, “aprendo il fuoco indiscriminatamente” contro la folla, ha raccontato il portavoce del Ministero dell’Interno Iracheno. I contractor si sono difesi spiegando di avere reagito ad un colpo di mortaio caduto accanto alla loro auto blindata.
 
Da il Manifesto di mercoledì 19 settembre 2007
 
Maliki all’assalto dei mercenari USA
 
“Sospensione della Blackwater”, annuncia il governo Iracheno dopo l’uccisione di nove civili.
 
Ma i contractors, senza licenza, per Bush ora sono insostituibili
 
di Michelangelo Cocco
 
Lo status di tutte le compagnie di contractors che operano in Iraq nel settore della sicurezza sarà riesaminato. Il governo del premier Nouri al Maliki ieri ha alzato la voce e fatto sapere che verificherà se le aziende che (dopo quello Statunitense) costituiscono il secondo contingente d’occupazione operano “in accordo con la legge Irachena”. L’uccisione di nove civili e di un soldato freddati domenica scorsa nelle vie del centro di Baghdad da mercenari della Blackwater ha costretto l’esecutivo filo USA a protestare platealmente contro Washington.
 
Alla Blackwater, che si era difesa affermando di avere agito per legittima difesa quando un suo convoglio si era trovato sotto il fuoco della guerriglia, il portavoce del Ministero dell’Interno, Alì al Dabbagh, ha risposto che i contractors hanno sparato “a caso sui cittadini Iracheni” in una piazza affollata della capitale. Poi però al Dabbagh ha abbassato i toni, dichiarando che la sospensione delle licenze per la Blackwater – una delle tre compagnie che operano, con mille uomini e grazie ad un appalto di 300 milioni di dollari, alle dirette dipendenze dell’Amministrazione USA – è da considerare temporanea, fino a quando un’inchiesta non avrà appurato cosa esattamente sia successo domenica, a due passi dalla iper protetta Zona verde.
 
Se al Maliki fa la voce grossa contro gli USA, è però consapevole di avere le mani legate: è inimmaginabile infatti un ritiro dei contractors, su cui non sono disponibili nemmeno dati certi essendo la loro presenza stimata tra le 25mila e le 50mila unità. I servizi di questi mercenari risultano infatti indispensabili in questa fase dell’occupazione dell’Iraq, nel momento in cui l’Amministrazione Bush prevede di iniziare un parziale e graduale ritiro delle sue truppe.
 
Questi uomini, spesso ex membri delle forze speciali che possono guadagnare fino a mille dollari al giorno e forniscono sicurezza ad ambasciate e diplomatici – operano in un regime giuridico che rende difficile la loro perseguibilità.
 
I mercenari delle nazionalità più disparate – si va dai bosniaci agli statunitensi, dagli israeliani ai filippini – che girano per le strade della Mesopotamia armati fino ai denti e con un lasciapassare del Dipartimento della Difesa Usa appeso al collo non sono considerati ne’ civili ne’ militari. Se combattono (ne sono morti 647 dal marzo 2003) non godono di nessuna immunità per il diritto internazionale, ma, in base all’Ordine numero 17 dell’Autorità provvisoria della coalizione (Cpa) – una delle tante norme varate dall’ora proconsole Usa Paul Bremer tuttora in vigore – hanno l’immunità nei confronti delle autorità Irachene. Ieri il governo Iracheno ha parlato di sospensione, temporanea, della licenza per la Blackwater. Ma c’è chi denuncia che una grande quantità di mercenari operano addirittura privi di licenza, protetti direttamente dal Ministero della Difesa Statunitense. Una serie di fonti che hanno chiesto di rimanere anonime e David Claridge, direttore della Janusian security risk management (un migliaio di impiegati nel Paese, la maggior parte dei quali iracheni) hanno riferito all’agenzia britannica Reuters che a Baghdad è cosa risaputa che la Blackwater, così come altre agenzie di contractors, opera senza licenza, protetta direttamente dagli occupanti.
 
Resta dunque dubbio che qualsiasi decisione del governo iracheno sui contractors possa essere presa senza l’assenso americano. E dopo che il governo di Baghdad ha fatto la voce grossa, il Segretario di Stato Usa Condoleezza Rice ha telefonato ai suoi colleghi iracheni per esprimere il suo dispiacere per le morti civili e promettere di aiutare gli iracheni a portare avanti un’indagine “imparziale e trasparente”.
 
Nell’aprile 2004 la Blackwaterfu protagonista di un altro episodio simbolo delle nuove guerre, combattute sempre più da privati e di cui a fare le spese sono soprattutto i civili. Nella roccaforte sunnita di Falluja un suo elicottero fu abbattuto dalla guerriglia e un gruppo di iracheni sotto gli obiettivi delle telecamere fece scempio dei corpi di quattro contractors. I comandi militari statunitensi ordinarono due massicce operazioni, nel novembre di quell’anno e nel gennaio successivo, che causarono grosse perdite tra la popolazione, colpita anche dalle bombe al fosforo.
 
Nota del 22 settembre 2007:
 
Schiaffo a Maliki: i mercenari della Blackwater tornano al lavoro!
 
Sarà senza dubbio al centro di nuove polemiche la decisione di Washington di riaffidare la protezione dei diplomatici Statunitensi in Iraq alla società americana Blackwater interdetta dal Premier Iracheno Nouri al Maliki, dopo essere stata coinvolta in una sparatoria nelle strade di Baghdad che aveva causato la morte di nove civili Iracheni. Dall’ambasciata USA è giunta la conferma: tutti i convogli saranno scortati da mezzi e uomini della Blackwater!    
 

 
Terzo documento
 
Da il Manifesto di mercoledì 19 settembre 2007
 
Le acque torbide della Blackwater
 
Chi sono, come e dove operano le migliaia di contractors della compagnia militare privata USA.
 
La più grande del mondo insieme alla DynCorp
 
di Manlio Dinucci
 
Dopo l'ennesima strage compiuta a Baghdad dai mercenari della Blackwater, il governo iracheno le ha revocato la licenza, annunciando che rivedrà lo status di tutte le «compagnie di sicurezza» straniere che operano nel Paese. Cosa quanto mai difficile: «La Blackwater - scrive The New York Times (18 sett.) - svolge un ruolo centrale nelle operazioni Usa in Iraq». La Blackwater è la maggiore delle «contrattiste militari private» che operano in Iraq e Afghanistan. Fondata nel 1997 da un ex commando dei Navy Seals, è composta di cinque compagnie specializzate. Si autodefinisce «la più completa compagnia militare professionale del mondo», che vanta tra i suoi clienti, oltre a società multinazionali, il Pentagono e il Dipartimento di stato. E' specializzata in «imposizione della legge, peacekeeping e operazioni di stabilità». Una volta sul teatro di operazioni, essi hanno praticamente licenza di uccidere: un documento del comando Usa, reso pubblico dal New York Times (aprile 2004), autorizza le compagnie militari private in Iraq a usare «forza letale», per autodifesa ma anche per «difendere proprietà», e a «fermare, detenere e perquisire civili». Non si sa con esattezza a quanto ammonti il personale della Blackwater in Iraq: forse 1500 uomini ma, scrive il NYT, «è impossibile sapere il numero esatto». Secondo il NYT il Pentagono ha però confermato che operano in Iraq, accanto alle forze Usa, circa 126mila contractors: un totale che si avvicina a quello dell'intera forza militare statunitense qui dislocata (ma ai primi di luglio il Los Angeles Times parlava di 180 mila contractors fra quelli addetti a compiti di supporto e i security contractors, un numero quindi superiore ai 160 mila militari Usa). Ciò rientra nella «strategia dell'outsourcing» adottata dall'amministrazione Bush sia in Iraq che in Afghanistan: un numero crescente di funzioni, prima svolte dai militari, viene affidato a compagnie militari private: comprese «fornitura di sicurezza» e «interrogatorio di prigionieri». I contractors non solo addestrano le forze armate locali, ma partecipano ad azioni di combattimento. Molti provengono dalle forze speciali e dai servizi segreti per via dei guadagni: un commando privato può guadagnare oltre 300mila euro l'anno. L'altra maggiore compagnia militare privata è la DynCorp International, che si autodefinisce «impresa globale multiforme». Con un personale di decine di migliaia di specialisti, essa opera soprattutto in Medio Oriente, nei Balcani e in America latina, per conto di Pentagono, Cia, Fbi e Dipartimento di stato. Si è anche specializzata nelle tecnologie dell'informazione, tanto che il Pentagono, la Cia e l'Fbi le hanno affidato la gestione dei loro archivi informatici. L'importanza della società è cresciuta da quando, nel 2003, è stata acquisita dalla società californiana Computer Sciences Corporation specializzata nelle tecnologie dell'informazione, molto ben piazzata al Pentagono. Così la DynCorp svolge la sua missione, consistente nell'aiutare «il governo Usa a instaurare la stabilità sociale attraverso uno stile democratico di governo». Una foto emblematica mostra Karzai che pronuncia il discorso nel «giorno dell'indipendenza afghana», circondato da eleganti guardie del corpo della DynCorp, armate di grossi mitragliatori. Ma c'è un altro settore, non molto reclamizzato, in cui la DynCorp eccelle: quello delle operazioni segrete affidatele dalla Cia e altre agenzie federali. In Colombia, Bolivia e Perù essa partecipa alle operazioni militari dirette formalmente contro i trafficanti di droga. Un campo in cui questa società anonima della guerra ha accumulato una ricca esperienza, da quando negli anni '80 ha aiutato per conto della Cia Oliver North a fornire armi ai contras nicaraguensi. Negli anni '90, sempre per conto della Cia, ha addestrato e armato l'Uck in Kosovo. C'è quindi da star sicuri che oggi la DynCorp, come la Blackwater e le altre, conduce in Iraq e Afghanistan anche operazioni segrete.