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- osservatorio - della guerra - 01-07-08 - n. 234
La terra promessa dell’industria bellica
di Domenico Moro
Tra le recenti acquisizioni italiane negli Usa spicca quella realizzata da Finmeccanica, che incorporerà Drs, una delle più importanti aziende attive nell’elettronica militare. I 3,4 miliardi di euro necessari all’operazione sono stati giudicati eccessivi dagli operatori finanziari, tanto che le azioni di Finmeccanica hanno subito un calo in borsa. Ma il prezzo risulterebbe comunque accettabile, perché con l’acquisizione di Drs, come ricorda il Sole24ore: “Finmeccanica compra l’ingresso nel mercato americano della difesa, che da solo vale la metà della spesa mondiale. E questo giustifica tale premio.”
Negli ultimi anni, l’ex società statale dell’Iri ha ridotto la sua partecipazione nel settore civile e si è progressivamente privatizzata. Rimane al Tesoro solo il 32,4%, che si ridurrà ulteriormente con l’aumento di capitale a seguito dell’acquisizione di Drs. Ora, Finmeccanica rappresenta l’80% dell’industria bellica italiana, e le sue attività sono multiformi ma concentrate nell’high tech (è l’azienda che in Italia investe di più in ricerca e sviluppo). Con l’acquisizione di Drs, Finmeccanica è salita, tra le corporation dell’industria bellica, al nono posto mondiale (ottavo nell’elettronica) e al terzo in Europa. La sua redditività è una delle migliori in Europa, allineata con quella delle aziende Usa: l’Ebit è passato dal 5,6% del 2003 all’8% del 2007, con l’obiettivo di toccare il 10% nel 2010. Finmeccanica è la quinta multinazionale italiana, sempre di più presente all’estero. Con l’acquisizione di Drs, infatti, l’Italia passa dal 33% del fatturato complessivo al 29%, mentre il Nord America, che diventa il secondo mercato per Finmeccanica, passa dall’11% al 23%, superando il resto d’Europa (dal 25% al 22%) e il Regno Unito (dal 16% al 14%), il quale, grazie all’acquisizione del produttore di elicotteri Westland, è considerato un mercato casalingo alla stessa stregua dell’Italia.
L’intreccio con il sistema militare-industriale dei paesi anglosassoni è ormai una caratteristica fondamentale di Finmeccanica, il cui obiettivo strategico è la penetrazione all’interno del mercato Usa. In tal senso, la multinazionale italiana ha registrato importanti successi, tra i quali la vendita degli elicotteri AW101 alla flotta presidenziale e dell’aereo da trasporto tattico C-27J Spartan all’Aeronautica Usa. Dal momento che la legislazione statunitense impone alle aziende fornitrici straniere di produrre negli Usa almeno una parte dei sistemi d’arma, Finmeccanica, come altre aziende europee, sta aumentando gli investimenti diretti, tra i quali una joint venture, Global Aeronautica, con Boeing, con cui starebbe anche per siglare un accordo strategico mondiale sul mercato degli addestratori aerei avanzati. Sarebbero questi accordi ad aver assicurato la non belligeranza del colosso Usa in occasione dell’acquisizione di Drs.
Il mercato statunitense appare come la terra promessa agli occhi dell’industria bellica italiana ed Ue. Infatti, lo Stato federale garantisce fondi per la spesa militare senza paragoni altrove, ed equivalenti alla metà della spesa militare mondiale. L’amministrazione Bush ha superato nel 2004 il livello di spesa militare della guerra fredda. Per il 2008 il budget previsto è di 689 miliardi, più alto del 25% del precedente picco nel 1985, ed eguale alla spesa della Seconda Guerra Mondiale. La spesa bellica complessiva, considerando anche le guerre in Afghanistan ed Iraq, ammonta al 31,8% del budget federale. E la tendenza è ad una crescita continua. Gli Usa, infatti, hanno un’economia sempre più dipendente dal settore bellico, l’unico che può vantare un surplus commerciale con l’estero.
Ora, però, le aziende Ue stanno minacciando il monopolio casalingo delle “sorelle” Usa, tanto da suscitare la preoccupazione del Department of Defence e la richiesta di monitorare la presenza straniera nell’industria Usa. La questione è però un’altra. Le enormi e crescenti spese belliche hanno prodotto un debito pubblico enorme, che, associato ad un colossale debito del commercio estero, sta schiacciando gli Usa. Da qui la necessità per gli statunitensi di coinvolgere i paesi industrializzati europei ed il Giappone nei loro programmi militari (ad esempio quelli per il cacciabombardiere Jsf e per lo scudo “scudo stellare”) e le reiterate richieste agli alleati, in ambito Nato, di innalzare la quota del Pil investito nel militare. L’integrazione industriale permette, quindi, di conseguire valide contropartite. Ma non basta.
Gli Usa hanno utilizzato la spesa militare più volte (Guerra mondiale, Corea, Vietnam, Iraq, ecc.) non solo per rivitalizzare un’accumulazione capitalistica in affanno, mediante una sorta di “neokeynesismo militare”, ma anche per sviluppare nuove “tecnologie generaliste” (aeronautica, nucleare, spaziale, computer, internet, ecc.), che hanno determinato importanti ricadute sull’aumento della produttività del sistema economico generale. Questo meccanismo, però, oggi rischia di non funzionare più. Infatti, secondo quanto afferma Vernon R. Ruttan in Is war necessary for economic growth?, anche se gli Stati Uniti mobilitassero risorse per una guerra su larga scala, o in vista di una sua minaccia (come sta avvenendo per la “guerra al terrorismo”), la base industriale bellica Usa non sarebbe capace di rispondere senza drenare risorse tecniche e finanziarie dall’estero.
E’ su questi presupposti che nascono operazioni come l’acquisizione di Drs. Rimane, però, il fatto che gli Usa sono gelosi delle loro tecnologie e ne limitano il trasferimento. L’acquisizione da parte di Finmeccanica di Drs, azienda che opera in un settore “sensibile” come quello elettronico, non sarebbe avvenuta se l’azienda e soprattutto lo Stato, che ne è il principale azionista, non risultassero affidabili sul piano politico. Non è soltanto una questione di governi, ma soprattutto di rapporti tra le Forze Armate dei due paesi. Infatti, sulle decisioni di politica industriale militare, e di conseguenza anche di politica militare tout court, il livello dello Stato che esercita maggiore potere non è certo quello parlamentare e neanche quello esecutivo.
E’ il potere burocratico a pesare di più, in virtù della prevalenza di quel “potere degli uffici”, basato sul monopolio del sapere tecnico, di cui parlava anche Max Weber. Sono quindi i vertici delle Forze Armate e dello Stato Maggiore della Difesa, formatasi in ambito Nato e con relazioni strette con i vertici militari Usa, a determinare il processo decisionale. Tanto più che la burocrazia militare è integrata, in una sorta di “complesso militare industriale”, con l’industria bellica, anche grazie al frequente passaggio di alti ufficiali nel management delle aziende. Queste ultime, poi, compresa Finmeccanica, possono essere definite statali solo impropriamente, visto che, essendo quotate in borsa, guardano soprattutto ai profitti a breve. Non sfuggono, quindi, all’attrazione del mercato più grande del mondo, quello Usa, che spinge ad investirvi direttamente, visto che è sempre meno conveniente produrre in euro e vendere in dollari.
Le conseguenze di tale situazione sono però negative per l’Italia, l’Europa e la stabilità mondiale. In primo luogo, si alimentano i meccanismi della tendenza alla guerra di cui gli Usa sono il motore. Poi, attraverso la condivisione di tecnologie, si legano le proprie Forze Armate a quelle Usa, favorendo anche la subalternità della propria politica militare ed estera. Si accentua, inoltre, la tendenza all’aumento progressivo della spesa militare statale. E, infine, si rende più difficoltosa la creazione di una base industriale integrata e conseguentemente di una difesa autonoma europea. Non è un caso che, sulla proposta di Enders, presidente del consorzio europeo Airbus, di partecipare alla produzione dell’aereo A350, Zappa, uno dei top manager Finmeccanica, abbia dichiarato: “[il gruppo] è concentrato negli investimenti negli Usa, quindi, eventuali altre alleanze avranno tempi più lunghi.”