www.resistenze.org - osservatorio - della guerra - 18-10-08 - n. 246

da Rebelion - www.rebelion.org/noticia.php?id=74407&titular=iraq-y-afganistán-las-guerras-perdidas-de-los-ee.uu.-
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Iraq e Afghanistan, le guerre perdute dagli USA
 
di Ángel Rodríguez Hernández - Servicio Especial de la AIN
 
16/10/2008
 
Un recente articolo dell’agenzia francese AFP, descriveva la cruda realtà dei soldati statunitensi in Iraq. Non si tratta solo del clima desertico, o della perenne sensazione della minaccia dei ribelli che possono sorprendere in qualunque momento, di giorno come di notte, in azioni che alle forze degli Stati Uniti sono già costate 4.200 morti e 30 mila feriti. Adesso stanno anche aumentando lo stress e le tensioni famigliari, sentimenti accumulatisi nel periodo di servizio e che stanno esplodendo drammaticamente.
 
L’articolo presenta l’esempio del sergente Darris Dawson, di 24 anni, che in una conversazione telefonica con la suocera negli USA, le raccontava di avere meno paura del nemico che delle giovani reclute “perché sono davvero troppo nervosi e premono il grilletto troppo facilmente”.
 
Tempo dopo, all’alba del 14 settembre, in una base al sud di Baghdad, Dawson e il sergente Wesley Durbin, di 26 anni, morivano per gli spari di un loro compagno, il sergente Joseph Bozicevich. Giorni dopo, un soldato statunitense di 23 anni è stato condannato dalla corte marziale a sette mesi (!) di carcere per aver assassinato quattro detenuti iracheni, e la prossima settimana l’esercito USA dovrà decidere se devono essere portati di fronte alla corte marziale il tenente Michael Behena ed il sergente Hal Warner, accusati della morte di un civile a Baghdad.
 
Durante l’inchiesta, le dichiarazioni dei militari hanno messo a nudo le tensioni dominanti nella truppa. Il sergente Milton Sánchez ha dichiarato: “Io non sapevo che fare. Avevo paura, come se ne può avere quando non hai controllo della situazione”. Da parte sua, il colonnello Elspeth Cameron-Ritchie, psichiatra del Dipartimento Medico ha affermato: “Sappiamo che lo stress bellico, che comporta lunghe e ripetute missioni danneggia i nostri soldati”.
 
Infatti, secondo le stime ufficiali, il 20% dei militari statunitensi impiegati in Iraq ritorna colpito dalla sindrome dello stress postrumantico. Inquieta anche il crescente numero di suicidi e dei casi di divorzio come conseguenza della distanza e della lunga durata delle missioni, che finiscono con l’accrescere le tensioni famigliari.
 
All’inizio di settembre, l’esercito USA ha ammesso che 93 dei suoi soldati (in patria come all’estero) si erano suicidati fino a questa data del 2008, e che la cifra annuale avrebbe superato il record di 117 casi del 2007.
 
La situazione in Afghanistan per gli invasori è ormai critica. Lo dimostra il fatto che le forze NATO in giugno, luglio e agosto hanno avuto 120 morti, quando nei primi tre anni d’occupazione del territorio ne avevano avuti, in tutto, solo 190.
 
Questi dati sono eloquenti per far pensare che entrambe le guerre sono perdute, non solo per il numero dei caduti o per il rifiuto internazionale delle migliaia di civili assassinati o le torture e i crimini commessi sui prigionieri, ma anche per le conseguenze che stanno lasciando negli stessi soldati e nei loro famigliari.
 
Dall’inizio della guerra contro l’Afghanistan, il 7 ottobre 2001, e in seguito nell’impresa in Iraq, più di un milione e 600.000 soldati statunitensi sono stati dislocati in queste due nazioni. Dati che i falchi del Pentagono non sembrano tenere in conto, impegnati più nell’occupazione del territorio e nella rapina delle risorse naturali, affannati nel soddisfare gli interessi imperiali, che preoccupati della vita e della salute mentale dei loro cittadini.