www.resistenze.org - osservatorio - della guerra - 18-06-10 - n. 324

Pirateria o azione di colonialismo imperialista
 
di Kutaiba Younis
 
14/06/2010
 
Si sta dibattendo in maniera frenetica sulla legittimità o meno dell'attacco mortale israeliano alla Flottilla. I pareri degli esperti in diritto internazionale e libertà della navigazione sono tutti concordi dell'illegittimità di tale azione e tutti sono d'accordo nel definire quest'attacco come un atto di guerra. Mi trovo completamente d'accordo con questa tesi, come sono d'accordo tutti i lettori di queste pagine. L'attacco alla flottilla ha provocato morti e feriti su una nave del convoglio, quella turca. Quindi è stato un atto di pirateria contro tutti e un'azione di guerra contro la Turchia, il paese Mediorientale considerato il (ex) miglior alleato di Israele. Ma, allora, perché l'entità sionista ha trovato necessario attaccare la Turchia e rischiare di rovinare le relazioni in maniera irreparabile? Cosa si cela dietro alla nuova strategia israeliana e cosa spera di ottenere?
 
Va ricordato che nulla si muove in Medioriente senza l'avallo ed il sostegno dei governi occidentali ed è partendo da questo presupposto che dobbiamo leggere le mutate relazioni e strategie che stanno sconvolgendo la mappa geopolitica mediorientale. La Turchia ha cominciato a sviluppare un'azione politica ed economica volta ad occupare un ruolo preminente se non egemonico in tutta la regione, stipula accordi diplomatici e commerciali con tutti gli stati suoi vicini, apre i confini con tutti e crea zone di libero scambio. Il suicidio politico di molti stati arabi, in particolare l'Egitto e l'Arabia Saudita, ha creato un vuoto che la Turchia sta cercando di riempire, e forse l'azione base di questo sforzo può essere rappresentato dal tentativo di “mediazione di pace” tra Siria e Israele. Un tentativo questo che come al solito fu abortito dagli israeliani, con l'inserimento di lacci e clausole impossibili da digerire da parte dei siriani. Questa negativa esperienza è stata forse la pietra miliare che ha persuaso i turchi a rivedere i propri interessi e priorità regionali - si raffreddano i rapporti con Israele e si rafforzano quelli con tutti gli altri stati della regione. L'entità sionista avverte questo mutamento politico, come del resto fanno i suoi alleati, USA in primis, che non hanno perdonato ancora alla Turchia lo strappo durante la guerra all'Iraq, quando chiuse il suo spazio aereo e le sue basi militari alle forze d’aggressione. Inoltre la Turchia ha cominciato a sviluppare altre strategie e a guardare al suo vicinato, anche in virtù del veto europeo al suo ingresso nella UE. Cosi si è creata una comunanza d’interessi nel voler colpire il governo turco. In questo schieramento vi sono diversi Stati arabi che non apprezzano il protagonismo turco - l’Egitto in particolare , soprattutto sulla questione palestinese -, visto l'imbarazzo che gli crea in quanto svela il livello di collaborazione che questi hanno nel disegno liquidatorio della causa palestinese. In questa ottica la dichiarazione del governo del Cairo di lasciare attraccare il convoglio nei suoi porti era volta a svuotare l'iniziativa turca da qualsiasi messaggio politico, anche se era simbolico alla pari dell'invito israeliano alle navi di utilizzare il porto di Ashdod.
 
La Turchia, grazie a questo suo protagonismo ed al coraggio politico dimostrato, sta diventando una speranza sempre più crescente per le masse arabe che, al contrario, hanno perso ogni aspettativa di vedere i leaders arabi corrotti, capaci di alzare la testa ed affrontare Israele ed i suoi alleati occidentali. I turchi stanno restituendo dignità e speranza a queste masse a lungo umiliate ed espugnate. Centinaia di neonati di questi giorni si chiamano con i nomi dei leader turchi, la bandiera turca sventola in tutte le città arabe, come ai tempi dell’impero ottomano. Alla pari, in Turchia cresce la pressione popolare per tagliare tutti i ponti con Israele e vedere una dirigenza che esaudisca questo sentimento, non fa che rafforzare tale leadership.
 
L’onda xenofoba che invade l’Europa, basata sull’islamofobia e sulla discriminazione/razzismo contro l’immigrato nero e musulmano, ha convinto ulteriormente il governo islamista turco a diversificare le sue alleanza e mercati, per non essere totalmente dipendente da chi, in Occidente, lo denigra ed umilia quotidianamente. Cosi i milioni di emigranti turchi in Germania ed Europa, cominciano ad alzare la testa fieri delle loro origini e del loro essere. Tutto questo è importantissimo per un governo turco qualsiasi, conoscendo gli equilibri interni che condizionano la politica e i militari in particolar modo. Su questo versante solo un governo molto forte, che gode di un appoggio popolare molto ampio, poteva e può affrontare un processo di riforme come quello iniziato da quello attuale. Va considerato che la Turchia, anche in quanto paese membro della NATO, è invasa dai servizi segreti occidentali e israeliani, in grado di destabilizzare il paese - l’attacco alla base navale nel golfo di Escandarona, può essere letto come un dissuasivo e forte messaggio al governo turco in tal senso -. E’ da sottolineare a questo proposito, la massiccia presenza sionista nel Kurdistan iracheno, punto di importanza strategica che portò la Turchia a richiamare i kurdi iracheni ed “invitarli” ad operare una scelta tra la Turchia e Israele. In palio c’è l’unico passaggio del petrolio iracheno, dalle regioni del nord ai mercati internazionali attraverso la Turchia.
 
Ciò malgrado, la Turchia rimane un paese esposto che sarà molto circospetto nelle sue azioni, dovuto ai seguenti fattori:
 
  1. La Turchia è la 6° o 7° potenza economica euro-mediterranea; la maggior parte del suo attuale scambio estero è con l’Occidente ed in particolare con l’Europa (il 60% circa). Consci di questo, i turchi stanno cercando di modificare il loro status di ponte passivo tra l’Occidente ed il Medioriente, in attore attivo in grado di giocare le sue carte secondo le priorità dei suoi interessi economici e strategici. Cosi facendo la Turchia vorrebbe sganciarsi del ruolo decennale che gli è stato affidato nell’essere assoggettato e mero esecutore di politiche fabbricate altrove. Questo indubbiamente aumenta il potere contrattuale turco con le controparti, ma presuppone un gioco di equilibrismo politico permanente;
  2. Il declino della “politica araba” e la crescita del ruolo iraniano, impone ed apre molti spiragli al protagonismo turco. La Turchia non vuole lasciare il campo libero all’egemonia iraniana sulle strategie geopolitiche mediorientali. La Nullità Europa e l’enorme difficoltà Usa in Medioriente, agevola il tentativo di sganciamento turco dal carro dei perdenti. Questo compito è stato facilitato dalla visione messianica di Bush e dei suoi vassalli europei di mettere a ferro e fuoco tutto il Medioriente. Questa politica criminale continua ad essere la linea di condotta degli stupidi e paranoidi nazisionisti. Lo sganciamento è d’obbligo, perché a differenza del mondo arabo, in Turchia non basta qualche operazione di facciata per assorbire la rabbia popolare contro Israele;
  3. In Medioriente sta vincendo l’asse fautore della strategia della resistenza a scapito di quello che viene chiamato l’asse del “moderatismo” (leggasi assoggettamento ed accodamento). Alla Siria, al Libano e alle resistenze del popolo palestinese, libanese ed iracheno si aggiungono il Qatar, con qualche distinguo, l’Algeria, il Sudan e lo Yemen (ultimamente perfino il Kuwait sta un po’ distinguendosi). Quest’ultimi paesi stanno scendendo dal carro dei perdenti, per non subire gli effetti dell’inevitabile declino occidentale. In un quadro politico in così rapido mutamento, anche la Turchia ha scelto di schierarsi e di sganciarsi dall’imperialismo statunitense, prima di venire travolta dall’onda dello sdegno popolare e internazionale crescente. Bisogna aggiungere che è il panorama politico mondiale che è in rapido mutamento e sebbene in Europa non si registrano ancora veri e propri strappi, in America del Sud quasi tutti gli Stati stanno abbandonando il cortile nordamericano. Gli Usa stanno dimostrando una sorprendente debolezza militare, economica e soprattutto morale e politica. Se gli Usa cominciano a dare qualche fastidio, Israele è fonte di imbarazzo politico inesauribile, che i vari governi a livello mondiale e in Europa in particolare cercano in qualche modo di evitare. Questo impone una crescente critica internazionale delle politiche israeliane, per le quali solo l’Italia sionista dei vari Napolitano, Fini e Frattini non riesce ad imbarazzarsi;
  4. La Turchia è membro della NATO e quest’ultima ha stretti rapporti con Israele, sia come organizzazione che come stati singoli. Certo che non sono ancora venuti i tempi per cui la Turchia metta a rischio la sua presenza nella NATO, ma potrebbe giocarsi molte delle sue carte contro Israele all’interno di tale istituzione;
  5. Calcando la mano e spingendosi oltre, la Turchia sta mettendo in forte imbarazzo Israele e diversi Stati arabi. Arabia saudita ed Egitto potrebbero dare manforte a Israele per affrontare questo gigante e decidere di contrastarlo. A qualcuno questa mossa potrebbe apparire suicida, ma conoscendo la disperazione di questi regimi, nulla si può escludere;
  6. In questo frangente le popolazioni arabe e musulmane stanno attribuendo alla Turchia un ruolo di liberatore. Un peso questo che le spalle dei dirigenti turchi non possono supportare in solitaria. Per questo la Turchia procederà con molto pragmatismo e realismo politico, come quello messo in atto finora, tenendosi “lontana” dall’onda del sentimentalismo politico che muove le masse. A questo proposito, al contrario, sono le masse arabe che sono chiamate a dare mano alla Turchia, sbarazzandosi dei parassitari che infettano i loro governi, sono loro che devono liberarsi dalle autarchie e regimi totalitari nazionali e non viceversa.
 
Malgrado tutti gli scogli elencati, molti osservatori politici sono concordi nel dire che la rottura dei rapporti turchi/israeliani è inevitabile ed è questione di tempo. Da questa rottura è Israele il perdente maggiore, sia perché la Turchia è un alleato storico ed è uno dei pochissimi rimasti nella regione Mediorientale, sia perché il livello dello scambio economico-militare tra i due, pende in favore di Israele (2,5 miliardi di dollari e 7,8 miliardi di scambi militari). Ciò non vuol dire che l’economia turca ne uscirà indenne, anzi, potrebbe pagare un dazio molto salato se Israele riuscisse a fomentare gli Usa e la Ue in funzione anti-Turchia (cosa che sta già avvenendo nel Congresso USA, a partire dalla strumentalizzazione del massacro degli armeni, nel secolo scorso, nel periodo del genocidio umano della Grande Guerra e le manacce/dichiarazioni di alcuni senatori di far pagare il conto salato alla Turchia).
 
Per arginare questi danni alla sua economia e sicurezza, la Turchia ha fatto alcune mosse molto significative:
 
·        L’abolizione della frontiera con la Siria e la creazione di zone di libero scambio commerciale;
·        Stipulazione di accordi commerciali con l’Iran, l’Iraq, il Qatar, l’Egitto, la Libia, l’Algeria, molti paesi africani e sud americani, oltre a quelli delle ex repubbliche sovietiche. La crescita del Pil in Turchia grazie a questi accordi è una delle più alte al mondo, il 6,8% nel 2009. A questi accordi si aggiunge quello, gigantesco, stipulato poco tempo addietro con la Russia. Tutto questo non solo può mettere al riparo l’economia da scossoni pesanti, ma rilancerebbe la Turchia nel suo nuovo ruolo di potenza regionale sullo scacchiere geopolitico e geostrategico.
·        La Turchia, di fatto, sta completando l’opera di accerchiamento di Israele con gli accordi di cooperazione strategica con la Siria, l’allontanamento degli israeliani dall’Iraq e in particolar modo dal Kurdistan iracheno, con il lavoro diplomatico attraverso l’associazione dei paesi musulmani e nei circoli asiatici e sud americani (vedasi l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran firmato assieme al Brasile). Tutto questo rafforza la diplomazia turca e la preserva da contraccolpi precedentemente riportati.
 
Ma allora perché Israele ha deciso di rischiare la rottura con la Turchia se nel piatto vi sono tutti questi rischi?!
 
È difficile rispondere a questa domanda se non attraverso due teorie d’azzardo:
 
1)      In Israele sono convinti che il mondo non potrà punirli. Il gioco consiste nel ricatto morale e politico della Shoah. Secondo i sionisti il mondo non può punire gli ebrei due volte e quindi, dopo la bufera, tutto si normalizzerebbe in favore di Israele così come è stato da oltre 60 anni a questa parte;
2)      La sindrome di onnipotenza, la patologia di cui sono profondamente affetti tutti i sionisti. E’ endemica e raggiunge livelli che vanno oltre la stupidità. Politica ed esercito sionisti sono legati fisiologicamente a questa processo patologico e forse per questo che non riescono più ad azzeccarne una, né dal punto di vista militare, né dal punto di vista politico. È tutto un precipizio verso il fondo, Israele che accerchia i palestinesi viene a sua volta accerchiato, Israele che strangola l’economia e la vita palestinesi rischia lo strangolamento mondiale. L’impunità delle atrocità che vengono commesse, oggi è messa in forte discussione e comincia a mostrare crepe allarmanti per l’establishment israeliano (Ehud Barak che annulla la sua visita alla Francia di Sarkozy perché rischia l’arresto, è un sintomo eloquente di questa situazione).
 
L’attuale governo turco è di matrice islamica, lontano da noi dal punto di vista ideologico, dove le differenze sono enormi. Detto questo, però, dati alla mano questo governo sembra essere il migliore che la Turchia abbia mai avuto sia sul piano delle politiche interne che estere. Un governo che sta affrontando la stagione delle riforme con grande coraggio e determinazione. Anche se a questo traguardo manca ancora molto, soprattutto, per quel che riguarda la libertà di espressione, la libertà di associazione politica e i diritti delle minoranze. 

A differenza di tutti i governi precedenti lungo tutta la moderna storia turca, questo non ha ancora fatto della repressione la sua politica principale, non fonda la sua esistenza sull’appoggio dei militari, la casta filo-imperialista che invece sta subendo un’erosione continua del proprio potere e non fa del servilismo la sua bandiera. Tutto questo lo rende diverso e meritevole di una eventuale critica costruttiva.

 

 


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