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da www.rebelion.org/noticia.php?id=108531
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura di F.R. del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Gli USA non rinunciano ai piani militari in Africa
 
di Jorge Luis Rodríguez González - África mía
 
25/06/2010
 
Il quartier generale del Comando Militare per l’Africa degli Stati Uniti (AFRICOM) al momento il Pentagono non può costruirlo, ciononostante Washington non rinuncia ai preparativi militari per il controllo delle risorse naturali di quel continente.
 
Barack Obama quest’anno ha chiesto al Congresso 278 milioni di dollari per finanziare la nuova architettura militare in Africa: più del doppio di quanto concesso a Bush - 75,5 milioni nel 2008 -. Le spese per missioni e programmi dell’esercito USA in aree d’interesse strategico per le ricchezze in idrocarburi (come il Golfo di Guinea) sono enormi.
 
Durante la sua amministrazione, George W. Bush non è riuscito a far accettare ad alcun paese africano la costruzione del quartier generale di AFRICOM. Soltanto la Liberia si era dimostrata favorevole, ma l’opposizione generale delle organizzazioni regionali è stata così forte da spingere gli Stati Uniti a temporeggiare, collocando temporaneamente AFRICOM in Germania, a Stoccarda. Alcuni media, per lo più spagnoli, avevano già descritto come imminente la creazione del comando centrale in Marocco, un alleato esterno alla Nato dove gli USA hanno porte aperte per torturare nelle sue carceri segrete.
 
Per Washington non è un dramma. Del resto, gli Stati Uniti sono in grado di applicare una strategia militare che al posto di cercare di costruire nuove basi militari usa, invece, quelle già esistenti in Europa e perfino in Sudamerica per spostarsi in Africa. Una grande mobilità e profondità d’azione consentite dalla ragnatela di basi costruite durante la guerra fredda, e che si avvale di altri cinque comandi unificati che si spartiscono il mondo dal punto di vista geostrategico e militare.
 
In ogni modo, le pressioni continuano attraverso viaggi diplomatici accompagnati da promesse di aiuto... condizionato, e strumentalmente giustificato dall’intento di affrontare i problemi tanto gravi dell’Africa, come la povertà e l’arretratezza.
 
Costruendo una rete
 
Grafico dei punti in cui gli USA hanno compiuto o pretendono di realizzare esercitazioni militari 
 
La base di Camp Lemonier a Gibuti, è una dei punti chiave che attualmente permette agli USA di muovere i suoi pezzi sulla scacchiera in Africa. Nella vecchia base francese si trovano circa 2.200 marines che costituiscono la Forza Congiunta Corno d’Africa (Combined Joint Task Force-Horn of Africa, CJTF-HOA), uno dei nuclei operativi più forti di AFRICOM. Da lì, Washington osserva la Somalia da vicino, un paese in cui può intervenire militarmente quando vuole e con l’appoggio della Nato e dell’Unione Europea.
 
La base, ristrutturata per AFRICOM, è il centro di operazioni contro la pirateria sulle coste somale e il Golfo di Aden e permette il controllo d’importanti rotte commerciali in cui transitano le petroliere che trasportano il 25% della produzione petrolifera mondiale.
 
A Camp Lemonier si sono addestrate le forze armate del Governo Federale di Transizione Somalo, che ha il sostegno statunitense. Sono stati usati militari di Kenya, Uganda, Burundi e Francia, e questo principalmente perché Washington preferisce inserirsi con il denaro e le armi piuttosto che con i soldati.
 
Anche se AFRICOM ha cominciato ad operare il 1 ottobre 2008, la CJTF-HOA era operativa già da sei anni, sotto il comando europeo. La zona che copre non si limita al Corno d’Africa (Gibuti, Somalia, Etiopia, Eritrea, Kenya e Sudan), ma dalla penisola araba si spinge in Tanzania, Uganda, Seychelles e Yemen, e pianifica di espandersi alle Comore, Mauricius e Madagascar.
 
Intanto si procede. Da poco Washington ha ottenuto il consenso di Seychelles per la costruzione di una base militare nel suo territorio. Il pretesto è quello di lottare contro la pirateria, che nell’area comincia a farsi sentire pesantemente. Da quella base gli USA hanno portato una flottiglia per l’avvistamento aereo di navi P-3 Orion – impiegati dalla missione militare Atalanta, della UE, nei mari somali e il Golfo di Aden – per pattugliare ora l’Oceano Indiano.
 
Anche l’aeroporto regionale di Seychelles, Mahe, è usato dai droni (aerei teleguidati) Reaper MQ-9, usati dai servizi di intelligence, per avvistamento ed esplorazione.
 
Questi mezzi sono già stati usati nell’area, ma per la prima volta potranno contare su di una base logistica in zona. E se vi sembra ancora poco, nell’area c’è poi la base di Diego García, a Mauricius, che è già servita da base logistica per l’invasione dell’Iraq. Con questa rete di basi gli USA e i loro alleati controllano tutta la costa orientale africana, dal nord al sud.
 
Una triade malefica
 
AFRICOM non viaggia da solo, ma lavora in modo coordinato e congiunto con la Nato e la UE.
 
Quando non esisteva ancora AFRICOM, nel 2006, il Pentagono attraverso il Comando Europeo stava già facendo manovre nel continente come Endeavor, principalmente e frequentemente in nazioni dello strategico e ricco Golfo di Guinea. In seguito questo lavoro è passato ad AFRICOM, e a ogni grande manovra ora partecipano forze armate africane, della Nato e della UE.
 
La dipendenza degli USA dal petrolio africano è così importante che se fossero sospesi i rifornimenti da paesi come Angola, Guinea Equatoriale, Nigeria, o qualunque altro esportatore considerevole (la maggior parte nel Golfo di Guinea), il governo nordamericano sa bene che sotto pressione delle multinazionali dovrebbe ricorrere alla forza armata per ottenere la stabilità degli affari. Per questo si prepara il terreno e ci porta i suoi soci, anche loro molto interessati all’enorme scrigno di risorse africane.
 
La Nato ha fornito trasporto aereo e marittimo ai paesi che contribuiscono con militari alla Missione dell’Unione Africana in Somalia e Sudan. Dal 2002, quando la Nato e la UE hanno sottoscritto l’accordo Berlino Plus, le componenti militari di entrambi i blocchi multinazionali s’impegnano a integrarsi per fare guerra all’estero, e lo stanno facendo in nuovi scenari (Africa) come già fatto in Afghanistan e Iraq.
 
Non è poi da meno il ruolo di aziende mercenarie private come Blackwater sulle coste somale e il Golfo di Aden, che lucrano bene con i contratti attivati dal governo.
 
Ciò che è curioso è che nonostante questo costoso e moderno apparato, non riescano a eliminare gli attacchi dei pirati e che quelli continuino a spremere milioni burlandosi dei falchi della Nato. Questo ci obbliga a un’altra lettura: non c’è una vera volontà di risolvere l’instabilità somala, né di eliminare i pirati ma di fare gli interessi corporativi che non hanno niente a che fare con quelli del popolo sofferente. I corsari sono utili per mantenere le loro navi da guerra sul posto.
 
Così come la ragnatela di basi costituisce la struttura che facilita l’intervento degli USA in Africa, la lotta contro la pirateria è la giustificazione per questa militarizzazione della regione e mantenere l’egemonia su importanti rotte commerciali. Il petrolio, il gas, i minerali… questo è l’obiettivo. Il resto è solo scena.
 
Fonte: http://hablemosdeafrica.blogspot.com/
 
 

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