www.resistenze.org
- osservatorio - della guerra - 28-09-10 - n. 333
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Artico, l'altra guerra dei mari
di Katia Monteagudo
25/09/2010
Molti sono oggi i conflitti che si generano sui mari a seguito della ricerca di nuove fonti di risorse energetiche. E'ora arrivato il turno delle gelide acque dell'Artico. Mentre per diversi decenni queste zone inospitali non hanno raccolto su di sé alcun interesse, si è oggi scatenata la febbre dell'oro nero congelato, dopo lo scioglimento dei ghiacci causato dal surriscaldamento globale e la rivelazione del Servizio geologico degli Stati Uniti secondo cui, in quest'area, si troverebbero il 25% degli idrocarburi non ancora scoperti dell'intero pianeta.
Secondo questo studio, l'Artico, nel quale s'incontrano territorialmente Stati Uniti, Russia, Canada, Groenlandia, Islanda, Svezia, Norvegia e Finlandia, possiede la più grande riserva di petrolio, seconda soltanto a quella di Zagros, in Iran.
Dalla costa della Groenlandia si potrebbero estrarre circa 45 miliardi di barili di greggio, cifra che garantirebbe il consumo globale per un anno e mezzo, oltre a minerali e diamanti che diventano sempre più accessibili.
"Il paradosso è che il cambiamento climatico favorisce l'esplorazione artica. Le compagnie petrolifere credono nel cambiamento climatico", spiega Mariano Marzo, docente di Risorse energetiche presso l'Università di Barcellona, dinanzi all'avanzare di questa nuova nicchia.
Il 16 agosto scorso, il ghiaccio artico occupava 5.950.000 Kmq, un 22% in meno sulla media del periodo 1979-2000, secondo il Centro dati per ghiaccio e neve degli Stati Uniti. Tale livello è il più basso da quando sono iniziati i rilevamenti satellitari nel 1979. Da uno dei ghiacciai della regione si è staccata una placca dalle dimensioni doppie rispetto la città di Barcellona. Questo ritmo confermerebbe le previsioni degli scienziati sullo scioglimento totale del ghiaccio per l'estate del 2070, come prova della sua elevata sensibilità dinanzi all'aumento della temperatura globale.
Per ulteriori e gravi problemi, questa regione non ha alcuno status di tutela, a differenza dell'Antartide che è protetta dallo sfruttamento commerciale da un trattato internazionale che l'ha consacrata a riserva naturale dell'umanità. Gli esperti sostengono che sia stata unicamente la sua inaccessibilità a tenerla lontana dallo sfruttamento e dai rischi legati all'attività industriale, dall'inquinamento e dagli effetti della presenza umana.
Tuttavia, la riduzione della massa ghiacciata viene valutata in modo diverso dalle società petrolifere, che incominciano a raggiungere i giacimenti di petrolio e gas accumulatisi sotto la protezione dei ghiacci. L'azienda scozzese Cairn Energy ha annunciato lo scorso agosto l'esito positivo nella ricerca di idrocarburi nella baia di Baffin, ad ovest della Groenlandia, sebbene abbia trovato il gas solo a pochi chilometri di distanza dalla sua piattaforma. Se questa società troverà il greggio, gli analisti prevedono un nuovo slancio per il petrolio, soprattutto dopo aver appreso dell'acquisto delle sue licenze di perforazione da parte delle potenti Exxon e Chevron, che già stanno mettendo in atto i preparativi necessari per operare.
Alla nuova possibilità di esplorazione, si sommano le rotte che potrebbero stabilirsi per il commercio e trasporto del greggio nella zona. Anche la Russia si è già lanciata nella sperimentazione di una nuova via verso la Cina di 7mila miglia nautiche, molto inferiori rispetto alle tradizionali 12mila miglia dal Canale di Suez.
La petroliera Baltika è riuscita ad attraversare il passo di nordest e creare una rotta tra Europa ed Asia via Siberia. La nave è salpata il 14 agosto dal porto di Murmansk, carica di gas liquido e scortata da due rompighiaccio a propulsione nucleare.
Questa corsa all'oro nero congelato non si frena neppure con le preoccupazioni successive alla fuoriuscita di greggio della British Petroleum nel Golfo del Messico, molto esplicativo delle conseguenze degli incidenti in acque profonde e di quanto poco si sappia sulla loro gestione.
Ciò non ferma l'avanzata dei consorzi energetici che uniscono i dubbi alla promessa di essere più diligenti, benché nell'Artico - assicurano gli esperti – le misure da adottare contro i riversamenti siano quasi impossibili, ed il greggio non evapora.
"Queste operazioni sono troppo rischiose ed imprese come Cairn dovrebbero abbandonare l'Artico e lavorare per sviluppare alternative sicure e pulite", ha dichiarato Leila Deen, di Greenpeace a bordo della nave di quest'organizzazione, lanciata in una nuova battaglia ecologica dopo l'inizio delle prospezioni della compagnia scozzese.
"Vedere un'enorme piattaforma in questo bello e fragile paesaggio è molto scioccante ", spiega Deen mentre la barca di Greenpeace "Speranza" viene fermata dalla marina danese, nel tentativo di ottenere una moratoria nella zona considerata habitat di balene azzurre, orsi polari, foche e diverse specie di uccelli migratori.
Ma i conflitti, affermano gli studiosi, cominciano appena ad emergere nella regione, storicamente sconvolta a causa delle sue risorse naturali.
Dapprima ci fu la caccia alle balene boreali. Tra il 1610 e il 1915, inglesi, olandesi e francesi realizzarono un totale di 39.251 spedizioni per cacciarle, e non poche volte finirono per scambiarsi cannonate. Quindi arrivò lo sfruttamento del carbone nelle Isole Svalbard, intrapreso agli inizi del XIX secolo, che diede luogo ad una ripartizione degli insediamenti tra i vari paesi. Nel 1920, quelle lotte portarono 41 paesi al tavolo dei negoziati, mediante i quali la Norvegia si vide riconoscere la propria sovranità sull'arcipelago.
Con l'accordo (Trattato di Parigi), si garantiva il diritto dei firmatari al libero accesso per avvalersi delle risorse naturali delle isole, compresi i pescherecci nelle immediate vicinanze delle acque territoriali, proibendo gli usi militari nelle Svalbard.
Ma l'interpretazione del trattato non è stata mai uniforme. Diversi pescherecci spagnoli furono sequestrati dai norvegesi tra maggio 2004 e giugno 2007, accusati di violare le norme sulla pesca della Norvegia.
Questa lite illustra, secondo gli analisti, i conflitti che potrebbero nascere di fronte alle nuove prospettive di sfruttamento dell'Artico, e soprattutto dei suoi giacimenti di gas e petrolio, per niente irrilevanti a fronte della flessione delle prospezioni terrestri.
In virtù della Convenzione dell'ONU sul diritto del mare, Stati Uniti, Canada, Danimarca, Russia e Norvegia possono reclamare la sovranità su una piattaforma continentale, fino alle 350 miglia, se dimostrano che il fondale marino è una naturale continuazione geologica del loro territorio.
Con i nuovi avvenimenti, la battaglia per delimitare le nuove frontiere nell'Oceano Artico è iniziata, benché Norvegia e Russia siano già pervenute ad un accordo per i relativi territori confinanti, dopo 40 anni di dispute.
Ora Canada, Russia, Norvegia, Stati Uniti ed anche la Danimarca sono lanciate a reclamare le rispettive parti di terre e acque polari. La corsa verso le enormi riserve di petrolio, gas e metalli preziosi artici prende il via, mentre sale la temperatura del pianeta e arretrano i ghiacci perpetui.
* Redazione di Temas Globales
|
|
Sostieni una voce comunista. Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione o iscriviti al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Support a communist voice. Support Resistenze.org.
Make a donation or join Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
|