www.resistenze.org - osservatorio - della guerra - 23-11-11 - n. 386

da Rebelion.org http://www.rebelion.org/noticia.php?id=139581
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Asia-Pacifico: Gli Stati Uniti sulla strada della guerra
 
Finian Cunningham
Global Research
 
18/11/2011
 
Come un bullo nel cortile di una scuola, il presidente Barack Obama ha messo in mostra il potere militare statunitense mentre era in visita nella regione asiatica del Pacifico. Lo scopo ufficiale del viaggio diplomatico è stato la conferenza indetta dal Foro di Cooperazione Economica Asia-Pacifico (APEC) svoltasi nelle Hawaii la settimana scorsa. Invece di discutere di "economia", Obama e il suo seguito hanno discusso di guerra, in particolare delle linee belliche contro la Cina.
 
I tesi rapporti con la Cina non sono una novità per Washington, viste le recenti arringhe statunitensi su commercio e finanza, ma ciò che più indicano i toni di Obama sono segnali bellicosi verso Pechino.
 
E' stato come se il presidente statunitense avesse passato in rassegna subalterni e lacchè, partendo da Honolulu e passando da Australia, Indonesia e altri siti. In vista del primato economico cinese nell'emisfero, sarebbe stato più adeguata una visita cordiale a Pechino per discutere politiche di cooperazione e così ravvivare l'economia globale. Invece no. L'omissione della tappa in Cina sembra aver voluto mandare un messaggio all'intera area del Pacifico e a Pechino: bisogna isolare e accerchiare la Cina. Qui c'è l'essenza dell'evidente politica militarista statunitense.
 
Come da programma tale politica è stata mostrata dai media occidentali in modo gradevole. Il Washington Post circa l'APEC ha riportato: "Per quanto si cerchi di concentrare i dirigenti di Asia e Pacifico verso nuove cooperazioni economiche, il presidente Obama ha speso gran parte del suo tempo in riunioni private con i suoi partner discutendo una questione più urgente: la sicurezza nazionale [cioè, il potere militare degli USA]".
 
Il Financial Times informa in modo più diretto: "Barack Obama non metterà piede in Cina durante il suo viaggio nella regione del Pacifico… ma la rapida crescita economica e militare di quel paese sarà l'argomento di fondo di tutto il viaggio".
 
Si noti che si mettono in luce i progressi militari cinesi come fonte di preoccupazione, e non la considerazione più realistica e ragionevole: Washington suona i tamburi di guerra.
 
Il Financial Times prosegue dicendo: "Il Pentagono lavora silenziosamente a una nuova strategia definita concettualmente Battaglia Aria Mare, concepita per contrastare in ogni modo i piani cinesi per impedire alle forze armate statunitensi di penetrare nel mare prospiciente la Cina".
 
Il fatto che Pechino voglia impedire l'accesso alle forze armate statunitensi nel proprio mare è qualcosa di accettabile, ma per i media occidentali diventa un'offesa. Cosa direbbero se la Cina annunciasse di voler pattugliare con navi da guerra le coste della California?
 
Como aveva segnalato Michel Chossudovsky in Global Research, le riserve giacenti di petrolio e altri minerali del Mare del Sud della Cina sono un importante oggetto delle manovre statunitensi. La Cina può avere dei diritti territoriali naturali e quindi rivendica un diritto molto più valido di quello statunitense, il cui rifiuto é arrogante nel migliore dei casi, provocatorio nel peggiore. Di nuovo, quale sarebbe la reazione degli USA e dei media dominanti se la Cina rivendicasse diritti sui campi petroliferi e di gas di fronte all'Alaska?
 
Su questi argomenti esiste già un'agenda geopolitica superiore, come Global Research ha già avuto modo di studiare. Il crescente militarismo statunitense nell'area asiatica del pacifico è tutt'uno con la globalizzazione della guerra da parte di Stati Uniti/Nato e suoi alleati. Il cambiamento di politica, come ci dice senza convinzione il Washington Post: "serve perché gli USA si riaffermino leader nell'area dopo essersi concentrati per anni in guerre [illegali] in Medio Oriente".
 
Si tratta, comunque di una dinamica che non può essere vista come qualcosa di normale. Piuttosto, si tratta di un'escalation dell'aggressione da parte di potenze use alla guerra come norma. In cima alla lista nera c'è la Cina. Le guerre criminali di Washington in Iraq e Libia hanno puntato a isolare la Cina impedendone legittimi investimenti energetici in Medio Oriente e nel Nord Africa (e nell'Africa in generale). Tutto ciò da Pechino è visto come un attacco ai suoi profitti all'estero. Non soddisfatta, a quanto pare, dall'aver cacciato i cinesi da questi vitali interessi energetici, Washington ora lancia il suo insaziabile appetito direttamente verso la Cina. Ma quest'aggressione senza precedenti viene presentata dal governo statunitense e dai suoi media come un diritto naturale che deve affrontare perversi "piani militari volti a impedirlo".
 
La visita di Obama in Australia questa settimana é diretta a orientare verso la minaccia contro la Cina. A Darwin, il presidente degli Stati Uniti sta supervisionando l'apertura di una base che per la prima volta avrà la presenza di marines capaci di condurre manovre sul suolo australiano. A migliaia di chilometri dalla Cina, può sembrare ininfluente. Ma sappiamo che l'intento é quello di piazzare basi militari statunitensi "fuori della portata dei missili cinesi" L'obiettivo é chiaro: la Cina é una minaccia imminente. Improvvisamente, senza condurre azioni aggressive, si fa in modo che la Cina appaia disposta a colpire basi militari nordamericane.
 
La tentazione é quella di definire "inattiva" questa dinamica di guerra globale guidata dagli USA. Ma non è così. Non solo non è "inattiva", ma la dinamica della guerra globale è una funzione del collasso del capitalismo e della democrazia negli Stati Uniti e in Europa (la brutale repressione dei manifestanti di Occupy Wall Street è un'evidenza di ciò). La guerra contro il mondo é il logico risultato di questo sistema fallito, come lo ha già dimostrato l'orrore della prima e della seconda guerra mondiale.
 
Karl Marx una volta disse: "La storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa". Per impedire un'altra "farsa" in cui si ripetano gli orrori della storia, dobbiamo mettere in discussione una volta per tutte la radice del problema: il capitalismo.
 

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