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L'assedio e il terrorismo
 
Stephen Gowans [What's Left] | mltoday.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
18/03/2013
 
Nel suo libro del 2011 Crisi in Corea: l'America, la Cina e il rischio di guerra, Tim Beal scrive:
 
"Gli americani, e i loro amici e alleati, tendono ad avere un atteggiamento distaccato nei confronti delle sanzioni: disimpegno sia etico che in termini di causalità. Le sanzioni sono, dopo tutto, nient'altro che la versione moderna della secolare tattica militare dell'assedio. L'obiettivo dell'assedio è quello di ridurre il nemico a un tale stato di fame e privazione che si aprono le porte, forse si uccidono i propri capi nel corso degli avvenimenti e ci si getta alla misericordia degli assedianti".
 
Più avanti, Beal aggiunge: "Ci sono forti parallelismi tra sanzioni/assedi e terrorismo: entrambi infliggono dolore alla gente comune e vulnerabile, per indurla a schierarsi contro i propri capi..."
 
Mentre Beal scrive in relazione alla Corea del Nord, l'uso della moderna forma di assedio da parte di Washington si estende anche ad altri paesi. Come la Corea del Nord, l'Iran è disprezzato da Washington per la sua insistenza a utilizzare la propria manodopera, i mercati e le risorse naturali, non per i profitti di Wall Street, ma per un suo sviluppo. E come la Corea del Nord, l'Iran è minacciato da una campagna di sanzioni.
 
Anche queste sanzioni, come il terrorismo, hanno per obiettivo di far soffrire la gente comune cosicché questa faccia pressione sul proprio governo perché cambi le sue politiche fintanto che concilino con gli interessi degli l'assedianti/terroristi (in questo caso, per sostituire l'attuale governo economicamente nazionalista con uno altro governo che apra l'economia iraniana al capitale estero e crei le condizioni affaristiche favorevoli agli investitori stranieri per mietere lauti guadagni, anche se con il pretesto della costruzione di una "democrazia" e l'abbandono dell'industria nucleare indipendente).
 
La pratica abituale del giornalismo mainstream è quello di sorvolare sugli effetti delle sanzioni sui paesi assediati o di insistere sul fatto che si sta mirando alla leadership del paese e, pertanto, non causeranno danno alla gente comune.
 
Ma in un articolo del 17 marzo sul Washington Post, i giornalisti Joby Warrick e Anne Gearan riconoscono che le sanzioni contro l'Iran hanno lo scopo di danneggiare la gente comune.
 
Warrick e Gearan scrivono: "Le aspre sanzioni economiche sull'Iran hanno assestato un duro colpo all'economia del paese, ma i funzionari statunitensi ed europei riconoscono che tali misure non hanno ancora prodotto il tipo di disordini pubblici che potrebbero costringere i leader iraniani a cambiare le loro politiche nucleari".
 
A nove mesi dall'imposizione sull'Iran delle più dure restrizioni della sua storia, l'economia della nazione appare incanalata in una lenta spirale discendente, con emorragie di posti di lavoro e di valuta forte, ma non a rischio di un crollo immediato, dicono i diplomatici e gli analisti occidentali.
 
Allo stesso tempo, i disagi non hanno provocato significative proteste interne, né hanno determinato un vacillamento nel programma nucleare dell'Iran.
 
I due giornalisti continuano: "L'impatto è stato più duro sulla classe media e quella lavoratrice, che hanno visto evaporare i propri risparmi e prosciugare il proprio potere d'acquisto. Tuttavia, negli ultimi mesi, la crisi fiscale dell'Iran sembra alleviarsi e gli economisti non prevedono a breve termine né un collasso dell'economia né la deflagrazione di rivolte".
 
Quindi, le sanzioni non funzionano perché non hanno inflitto sofferenza sufficiente per generare malcontento diffuso e disordini.
 
Se le sanzioni producono l'effetto desiderato e scoppiano rivolte diffuse, il malcontento pubblico quasi sicuramente non sarà imputato dai giornalisti occidentali alla sofferenza prodotta dalle sanzioni, ma disonestamente alla "cattiva gestione economica" di Teheran.
 
E gli aiuti continueranno a fluire verso forze di opposizione in Iran, che saranno presentate come "assetate di democrazia" per aiutarle a rovesciare il loro governo (vale a dire, aprire le porte per permettere agli assedianti di entrare).
 
L'enfasi dell'articolo di Warrick e Gearan sul fallimento delle sanzioni nel promuovere disordini, può segnalare che i responsabili politici stanno giungendo alla conclusione che gli obiettivi di Washington per l'Iran non possono essere raggiunti con le sole sanzioni e che risulta necessario anche l'intervento militare.
 
Un intervento militare, tuttavia, non può essere alternativo all'assedio, ma ne è complemento. Nella sua spiegazione il generale Michael Short della US Air Force, evidenzia che negli obiettivi della guerra aerea USA-NATO sulla ex Jugoslavia, riecheggiano gli obiettivi dell'assediante/terrorista.
 
Spiega Short: "Se ti svegli la mattina e in casa non c'è luce elettrica, né gas per la cucina e il ponte che percorri per andare a lavorare è crollato con la prospettiva di restare nelle acque del Danubio per i prossimi 20 anni, cominci a chiederti: 'Ehi, Slobo, che cosa è questa storia? Quanto ancora dobbiamo resistere?'" (What this war is really about, The Globe and Mail, Toronto, 26 Maggio 1999).
 
Il modus operandi quindi della politica estera degli Stati Uniti è quello di infliggere dolore alla gente comune che vive in paesi i cui governi resistono all'integrazione nel sistema globale di sfruttamento capitalistico sovrinteso dagli USA, al fine di creare disordini pubblici che costringono i leader del paese a cambiare linea politica o a dimettersi o a cedere il potere ai rappresentanti locali di interessi capitalistici globali (etichettati subdolamente dai funzionari statali occidentali e dai giornalisti di regime come forze "filo-democratiche" o "democratiche").
 
L'unica cosa "democratica" nella politica estera degli Stati Uniti è l'insistenza nel democratizzare la sofferenza.
 
  

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