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- osservatorio - della guerra - 12-01-15 - n. 526
2011, la Francia consegna armi agli islamisti in Libia. 2015, la Libia è una roccaforte del terrorismo islamico
AC | solidarite-internationale-pcf.fr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
08/01/2015
La Francia è in guerra. Questa è la risoluzione del 2015. Una scossa di indignazione umanitaria e il governo prepara l'ingerenza in Siria e in Iraq. Prepara le condizioni per una seconda guerra in Libia. Questa è l'occasione di ricordare come la Francia abbia una grande responsabilità per lo sviluppo del terrorismo nella regione.
Da un mese, il ministro della Difesa francese Le Drian continua a premere per un intervento francese in Libia, cercando l'approvazione dei paesi africani. Pensando a raid aerei, la Francia ha stabilito una base militare a Madama sul confine tra Niger e Libia. Le Drian avanza come pretesto per l'intervento che la Libia sia diventata un centro di formazione per gli jihadisti, un santuario del terrorismo internazionale.
Libia santuario del terrorismo islamista. Di chi è la colpa?
Sono passati tre anni dacché la Francia ha squillato le trombe per uccidere la Libia di Gheddafi. Il paese che godeva del più alto indice di sviluppo umano nel continente africano, è affondato in pochi mesi nella barbarie con l'introduzione della Sharia e la feudalizzazione del paese.
L'ipocrisia della retorica dei diritti umani, della missione umanitaria della Francia non regge più quando i liberatori di ieri rivelano il loro vero volto: capi tribali ed ex funzionari del governo di Gheddafi corrotti, signori della guerra islamista.
La Francia non ha solo inviato oltre un migliaio di missili sulla Libia nell'ambito dell'Operazione Harmattan. Ha anche contribuito all'attivazione delle forze ribelli, in gran parte dominate da forze islamiste, ribaltando la situazione sul terreno.
Il nostro amico, il Qatar, il più grande fornitore della ribellione islamista a Bengasi
Rapido ripasso: il focolaio della rivolta contro Gheddafi veniva da est, da Bengasi. Feudo degli islamisti radicali, riuniva anche la borghesia locale, scaturita da una parte dell'apparato statale di Gheddafi e dal commercio internazionale nel principale porto del paese.
Il Qatar ha apertamente sostenuto la ribellione: ha riconosciuto per primo il governo dei ribelli del Cnt (Consiglio nazionale di transizione) con sede a Bengasi; soprattutto l'ha armata. Le armi erano trasportate in aereo a Bengasi e ridistribuite per mare alla città circondata di Misurata.
Dopo mesi di conflitto, nonostante i bombardamenti, il governo di Gheddafi continuava a resistere, mentre la disorganizzazione delle milizie - più attratte dai bottini depredati che strutturate da una disciplina militare - fece pensare allo sbando generale.
I lanci francesi: Kalashnikov e missili anticarro Milan
È qui che la Francia, in coordinamento con il Qatar, ha svolto un ruolo decisivo. Nel giugno 2011, secondo le rivelazioni di Le Figaro, organizza diversi lanci paracadutati carichi di armi "leggere" a ovest e a sud del paese per creare un nuovo fronte.
Queste armi "leggere" sono lanciarazzi, fucili d'assalto, mitragliatrici e missili anticarro Milan.
Ufficialmente, sarebbero state inviate ai ribelli berberi - una minoranza culturalmente e politicamente emarginata e pronta alla secessione - sulle alture di Jebel Nafusa, alle porte di Tripoli.
L'emiro Belhadj, il liberatore di Tripoli: da Al Qaeda alla Francia
La realtà è che i ribelli passano rapidamente sotto il controllo di Abdelhakim Belhadj e la sua "Brigata del 17 febbraio". Disciplinati, ben addestrati, moralmente infallibili, la Brigata di Belhadj farà la differenza e prenderà Tripoli nell'agosto 2011, segnando la fine del conflitto.
La Brigata del 17 febbraio è stata costituita in Qatar nei tre mesi successivi all'inizio della guerra libica, finanziata e armata dal Qatar, dagli Emirati Arabi Uniti e dalla Francia.
Belhadj non è uno sconosciuto. A soli 45 anni, è un veterano della lotta dell'islamismo combattente. Questo libico passato per l'Arabia Saudita si è impegnato alla fine degli anni 1980 nella jihad contro l'Unione Sovietica in Afghanistan, sostenuta dagli Stati Uniti.
Tornato in Libia nei primi anni 1990, ha fondato il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) che conduce negli anni 1994-1998 una guerriglia nell'est del paese, cercando di rovesciare Gheddafi violentemente. Dopo il suo fallimento, trova rifugio in Afghanistan, dai suoi amici talebani.
Passando dall'Afghanistan al Pakistan, poi in Iraq, si integra ai principali circoli dirigenti di Al-Qaeda, e si avvicina al capo dell'organizzazione in questo paese, Musab al-Zarqawi.
La CIA lo rintraccia, lo arresta in Malesia nel 2003, passa il "problema" alla Thailandia, in una delle sue prigioni segrete. In seguito è consegnato alla Libia di Gheddafi; torna nelle grazie del campo occidentale a metà degli anni 2000. Nessuno sa se Belhadj è stato ritorna nelle prigioni della CIA. Condannato a morte, Belhadj è stato rilasciato nel 2010 con un colpo di poker finale di Gheddafi, che sperava di placare gli islamisti.
Errore di calcolo. Fingendo il pentimento, Belhadj prende la palla al balzo e si unisce all'insurrezione a partire dall'inizio del 2011 in Occidente, sulle montagne berbere. Diventa nel frattempo l'agente privilegiato del Qatar sul terreno, il miglior alleato dello stato maggiore francese.
Questo esperto signore della guerra si finge un uomo di pace, scaltramente si fa credere un islamico moderato frainteso. In realtà, è l'uomo più potente in Libia occidentale, che controlla una serie di milizie sulla base dell'islamismo e del clientelismo, nonché di un certo carisma.
Il Generale Haftar, un agente corrotto della CIA alla testa della Libia
Un ruolo che condivide con il generale Haftar. L'attuale capo di Stato Maggiore libico veniva catturato dai ciadiani nel 1987. Gli Stati Uniti lo restituirono, con l'intenzione di utilizzare le sue truppe per lanciare un attacco contro il regime di Gheddafi.
Alla fine, si è trasferito negli Stati Uniti nel 1990. Formatosi nella CIA, cerca di organizzare una rivolta in Libia a metà degli anni 1990 (contemporaneamente al LIFG di Belhadj): un fallimento.
Al suo ritorno nel 2011 - dopo 25 anni di assenza - torna immediatamente alla testa dell'esercito libico, grazie al sostegno americano.
I militari francesi in Mali di fronte alle armi francesi paracadutate in Libia!
Per tornare alla Francia: il conflitto in Mali pone una serie di domande. L'esercito francese ha potuto constatare che gli jihadisti erano ben equipaggiati con armi moderne. Le armi provengono in gran parte dalla Libia.
I ribelli islamici hanno saccheggiato gli arsenali catturati al regime, compresi quelli nelle alture di Nafusa a ovest e nella periferia di Tripoli. Ma hanno anche approfittato delle 40 tonnellate di armi - lanciarazzi, mitragliatrici, esplosivi - paracadutate dalla Francia.
Secondo fonti convergenti del Mali, da agosto 2011 i tuareg maliani erano entrati in possesso di armi paracadutate dalle forze francesi nelle montagne della Libia occidentale.
Dalla fine della guerra nel 2011, la Libia è diventata un crocevia del traffico di armi nella regione, con fino 1 milione di armi leggere in circolazione in un paese di appena 3 milioni di abitanti.
Sottomessa alla legge delle milizie locali, delle brigate islamiste, la Libia è probabilmente già diventata un campo di addestramento regionale per jihadisti, in particolare dello Stato Islamico. Combattenti che non vengono dall'estero, ma sono stati reclutati localmente tra i nostri ex alleati. La loro roccaforte è a Bengasi, il punto di partenza della cosiddetta Rivoluzione del 2011.
Nel momento in cui i peggiori crimini mirati possono servire da pretesto per futuri crimini di massa, dove la barbarie dell'islamismo combattente è un solo aspetto, è bene ricordare quello che i media volutamente sfumano: la coscienza storica delle origini del Terrore. E i suoi responsabili che sono tra noi e ci comandano.
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