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Libia, cronaca di una seconda guerra annunciata

Raphael Granvaud | michelcollon.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

16/02/2015

Facendo eco alle dichiarazioni del ministro della Difesa francese, i capi di stato africani associati al dispositivo antiterrorismo Barkhane, moltiplicano gli appelli per un nuovo intervento occidentale in Libia.

Il 15 e 16 dicembre si è svolto a Dakar il primo "Forum internazionale sulla pace e la sicurezza in Africa". Presentato come una realizzazione congiunta franco-senegalese, era in realtà stato deciso al vertice dell'Eliseo l'anno passato e la sua organizzazione è stata guidata e in gran parte finanziata dal ministero della Difesa francese (e da imprese francesi). Progettato come forum informale di discussione, e non come organo decisionale, ha visto la partecipazione di oltre 300 soggetti provenienti da ambienti diversi (diplomatici, militari, "ricercatori", politici, leader di ONG...). L'affluenza è stata presentata come un successo, anche se è rimasta essenzialmente francofona, poiché le realtà anglofone di un certo peso si sono astenute dal partecipare. L'Algeria ha boicottato il vertice. Inoltre, anche se il Commissario per la pace e la sicurezza dell'Unione africana (UA), Smail Chergui, alla fine era presente, sappiamo che questa iniziativa ha generato una forte ostilità in seno all'UA, che biasima la Francia di marciare sui suoi confini.

Appropriazione africana della dottrina francese

Nonostante i diversi laboratori sul tema della sicurezza, secondo gli osservatori è stata la questione del terrorismo a dominare in gran parte i dibattiti e gli interventi della plenaria. Sul versante francese, il forum è stato nuovamente presentato come un contributo al rafforzamento degli eserciti africani. "E' necessario che gli africani si rendano conto che l'appropriazione della loro sicurezza prevede la collaborazione", ha spiegato il ministro della difesa Jean-Yves Le Drian (France 24, 16/12). Occorre naturalmente considerare queste parole condite di paternalismo alla luce delle attuali preoccupazioni dei militari francesi. Quando si parla di "appropriazione africana dei suoi problemi di sicurezza" o quando si spiega che "l'obiettivo è quello di creare una cultura comune della sicurezza in Africa" (intervista a Le Drian di Jeune Afrique, 14/12), si tratta di far sposare la concezione francese in materia e di ottenere la collaborazione per rafforzare il dispositivo Barkhane contro il terrorismo nella regione del Sahel. "Questo forum dovrebbe portarci una dottrina", spiega un consulente del ministro francese della difesa (JeuneAfrique.com, 16/12). E questo è un bene! Perché l'esercito francese non è per nulla avaro sul tema e ha una concezione che discende direttamente dalla sua esperienza coloniale che non ha smesso di voler migliorare e condividere. Così, secondo il giornalista di Le Monde, i militari francesi insistono sulla necessità di "epurare le popolazioni di questi gruppi armati attraverso strategie contro-insurrezionali" (17/12). Azione psicologica sulle popolazioni, inquadramento civile-militare per conquistare "cuori e menti", priorità alle informazioni con tutti i mezzi per "neutralizzare" il nemico interno: abbiamo visto dall'Algeria al Rwanda passando per il Camerun, il risultato di queste brillanti "strategie contro-insurrezionali".

Priorità securitaria

Interrogato sugli abusi che possono scaturire dalla "guerra contro il terrorismo", alla luce di un rapporto del Congresso degli Stati Uniti sulle pratiche criminali della CIA, Le Drian risponde: "Non è la nostra dottrina. (...) Non è nella pratica dell'esercito francese "(RFI," Internazionale", 14/12). Una tale negazione della realtà storica non può che preoccupare sui metodi taciuti di una guerra che si dice "implacabile". Pertanto un metodo esclusivamente svolto sul piano militare e della sicurezza della Francia e degli Stati Uniti suscita delle reticenze. Dando credito all'inviato speciale di Jeune Afrique (17/12) al Forum di Dakar, "la stragrande maggioranza dei soggetti interessati, in particolare gli africani, hanno voluto concentrarsi sulla prevenzione". Così, l'inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sahel, l'etiope Hiroute Gebre Selassie ha ricordato che "l'aumento della spesa per la sicurezza [i bilanci militari africani sono aumentati in media dell'8% nel 2013] avviene a scapito dei bisogni sociali. E' pertanto la precarietà dello sviluppo sociale che spinge i giovani ad unirsi ai gruppi armati. La situazione dei giovani è peggiorata. Questa è una delle cause principali dell'instabilità nel Sahel". Ciò è tanto più vero quando lo spazio di contestazione è compresso da regimi autoritari e predatori, come quelli che i funzionari francesi hanno affezionato, attraverso i loro dirigenti, al pugno di ferro. Interrogato da Jeune Afrique (16/12) sul caso del Congo-Brazzaville e soprattutto sul Ciad, il principale alleato della Francia nella lotta contro il terrorismo, Le Drian, spiega che "ci deve essere un equilibrio tra l'obiettivo democratico e la necessità di sicurezza (...). Anche se la priorità oggi è securitaria". Le lezioni della recente rivolta popolare in Burkina Faso non sono ancora state definitivamente tratte.

L'Operazione Barkhane

Lanciata ufficialmente nel mese di agosto 2014, l'Operazione Barkhane sostituisce l'Operazione Serval (Gattopardo) e l'Operazione Epervier (Sparviero) in Ciad. Si tratta in realtà di una profonda riorganizzazione della presenza militare francese in Africa, preparata da diversi mesi, formalizzando l'ingresso della Francia nella "guerra contro il terrorismo". Più di 3.000 soldati sono dispiegati in 5 paesi (Ciad, Mali, Burkina Faso, Niger, Mauritania), senza badare a frontiere ed autorità coinvolte (Billets n 238, Settembre 2014).

La Libia nel mirino

Se i disegni francesi hanno potuto vacillare nei laboratori del forum, ciò è stato completamente oscurato dai media nello spettacolo finale in cui tre dei quattro presidenti presenti (Ibrahim Boubacar Keita del Mali, Macky Sall del Senegal e Idriss Deby del Ciad) hanno chiesto una nuova guerra occidentale in Libia. Le parole del dittatore ciadiano, in particolare, hanno lasciato il segno: "A proposito della distruzione della Libia, mio fratello [Machy Sall] ha detto che l'opera è incompiuta. No, il lavoro è stato completato: l'obiettivo era l'uccisione di Gheddafi e nient'altro", ha asserito prima di chiamare i piromani a giocare ai pompieri: "La soluzione è nelle mani della NATO. Chi ha creato il caos deve portare l'ordine" (In un lapsus freudiano, ha prima detto "portare il disordine"...).

I commentatori si sono generalmente divertiti all'impertinenza dell'oratore che si esprimeva davanti a due ministri francesi della difesa, quello attuale e il predecessore. Ma era tutt'altro che un delitto di lesa maestà. Da una parte la squadra del Partito Socialista non si sente responsabile per le conseguenze dell'intervento voluto da Sarkozy in Libia, pur avendolo sostenuto. In secondo luogo le dichiarazioni di Deby non fanno che portare acqua al mulino di Le Drian sulla necessità di una nuova operazione in Libia come parte della "guerra contro il terrorismo". Il capo di stato maggiore francese, l'ammiraglio Edouard Guillaud, l'ha evocata per la prima volta pubblicamente appena un anno fa e da settembre Le Drian non perde occasione per tornarvi sopra, poiché "nello stato maggiore dell'esercito francese, molti pensano che bisognerà 'andarci' un giorno" (JeuneAfrique.com, 23/12). Ma specifica come "La Libia è un paese sovrano. La risposta deve essere internazionale. Non bisogna aggiungere caos al caos" (intervista a Jeune Afrique, 14/12). La Francia cerca dunque di costruzione una coalizione che appaia il più legittima possibile e faciliti l'ottenimento di un mandato delle Nazioni Unite. Bisogna anche gestire l'esercito algerino, per ora ostile a un tale intervento, sul cui territorio potrebbero ripiegare i gruppi sotto attacco in caso di guerra.

Richiesta (franc)africana

Pochi giorni dopo il Forum di Dakar, i leader del G5 del Sahel (gruppo dei cinque paesi coinvolti nella Operazione Barkhane, in cui la Francia ha uno status di "osservatore") hanno rilanciato la questione dall'incontro in Mauritania. Il 19 dicembre, il presidente della Mauritania ha rilasciato una dichiarazione in cui il G5 lanciava un appello "al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per l'istituzione, in accordo con l'Unione africana, di una forza internazionale per neutralizzare i gruppi armati, aiutare la riconciliazione nazionale e stabilire istituzioni democratiche stabili" in Libia. Giocando sulla confusione dei ruoli, Abdel Aziz, leader della Mauritania e presidente di turno dell'Unione africana, ha lanciato l'appello del G5, abusando di alcuni giornalisti. Così LeMonde.fr (19/12) titolava che l'appello era fatto "in accordo con l'Unione africana", mentre l'UA ne era destinataria e non si sapeva nemmeno sotto quale forma tale appello era stato formalmente presentato. Meriterebbe altresì un chiarimento, in considerazione della confusione politica del paese, anche l'imprecisione riguardante "i funzionari libici" che avrebbero "espresso il loro accordo con questa richiesta", secondo il presidente della Mauritania...

Quale coalizione?

Questa richiesta del G5 dopo le dichiarazioni del forum Dakar, si iscrive nel quadro della preparazione diplomatica e mediatica orchestrata dalla Francia, che non è dissimile da quella che era preceduta all'Operazione Serval in Mali. Un nuovo intervento sarà più facilmente accettato dall'opinione pubblica e dalle altre cancellerie se apparirà come "un'esigenza africana". Ma per quanto riguarda l'attuazione, sono necessarie altre forme di sostegno ai paesi africani, anche se alcuni, come l'Egitto, hanno mezzi militari reali. Impegnato in diversi teatri operativi (in particolare nelle attività aeree), l'esercito francese difficilmente può considerare di portare avanti questo nuovo intervento da solo. La riluttanza di altri paesi europei a seguire la Francia nelle sue spedizioni africane sembra essere stata superata. Restano gli Stati Uniti, che non sono indifferenti alla situazione in Libia, dove avevano partecipato al rovesciamento di Gheddafi e continuano, dopo il supporto all'operazione Serval in Mali, ad assistere il dispositivo antiterrorismo francese nel Sahel. Se si da credito a Canard Enchaîné (17/12) (o meglio alle informazioni della Direzione di intelligence militare a cui Claude Angeli fa riferimento), il segretario di Stato John Kerry avrebbe chiesto, in una riunione riservata alla Commissione Affari Esteri del Senato, "una certa flessibilità nell'uso delle forze armate", in particolare nel caso in cui "il gruppo dello Stato islamico cominciasse ad emergere in Libia". O se "lo Stato islamico è alle nostre porte", drammatizza il presidente nigeriano Mahamadou Issoufou (Jeune Afrique, 28/12). Alcune milizie libiche infatti ora si dicono dello stato islamico che, secondo i militari americani, avrebbero aperto campi di addestramento nella parte orientale del paese. In occasione di una nuova visita alle truppe francesi di Barkhane, per il veglione del 31 dicembre 2014, Le Drian ha nuovamente inviato un appello alla "comunità internazionale" per la mobilitazione.

Il ciclo infernale degli interventi militari stranieri che, dall'Iraq all'Afghanistan, alimentano il caos e i gruppi religiosi estremisti più di quanto li riducano, sembra avere un futuro luminoso davanti a sé...


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