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Dall'Iraq allo Yemen, la trappola confessionale

Intervista a Mohamed Hassan sugli sviluppi recenti in Medio Oriente

Gregory Lalieu (Investig'Action) | michelcollon.info
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

16/04/2015

(prima parte)

"Rien ne va plus" tra sunniti e sciiti. Dal Libano al Bahrain, passando per la Siria e l'Iraq, le due comunità sono famose per il loro antagonismo. Va ad aggiungersi alla lista lo Yemen, teatro di una guerra per procura tra l'Arabia Saudita e l'Iran. Il Medio Oriente è destinato ad incendiarsi intorno alle guerre confessionali? Chiediamo a Mohamed Hassan di analizzare i recenti avvenimenti che hanno scosso la regione: l'impegno militare di Teheran contro Daesh [Stato Islamico in arabo, ndt], la guerra in Yemen e l'accordo quadro sulla questione nucleare iraniana. "A ragionare solo in termini di sunniti e sciiti, non si capisce niente", avverte il nostro esperto.

L'Iran è già stato coinvolto politicamente in Iraq. Ora lo è anche sul terreno militare, partecipando alla lotta contro Daesh. Come si spiega questo impegno dell'Iran?

Sono molte le sfide che deve affrontare il governo iraniano: sanzioni economiche, corruzione, sviluppo del mercato nero, siccità, crescita della popolazione e così via. Le autorità hanno cercato di nascondere o relativizzare alcuni di questi problemi. Ma questi si combinano insieme, creando una situazione estremamente complicata.

In questo contesto, il governo iraniano ha cercato soluzioni al di fuori dei suoi confini, in particolare in Iraq. Giocando sulle affinità religiose, l'Iran ha cercato di espandere la sua zona di influenza. L'obiettivo è di aprire nuovi mercati che possano consentirgli di superare le difficoltà interne. Così, in Iraq, l'Iran ha sostenuto l'ascesa al potere della borghesia sciita filo-iraniana, dopo il rovesciamento di Saddam Hussein. Pertanto, i protetti di Tehran che occupano posizioni chiave e che dispongono di sostanziosi portafogli ministeriali hanno favorito l'acquisto dei prodotti iraniani. I benefici per l'economia iraniana sono stati significativi.

Per l'Iraq, l'alleanza non è stata conveniente. Il governo di Maliki (2006-2014), sostenuto da Teheran, era noto per la sua corruzione. Inoltre, ha condotto una politica settaria che ha contribuito alla conflagrazione del paese. L'Iran è spesso considerata una figura di spicco della lotta antimperialista in Medio Oriente. Non è sorprendente vederlo beneficiare così del caos iracheno?

Ricordiamo innanzitutto che l'Iran è l'unica potenza regionale a sostenere la resistenza di Hamas e di Hezbollah contro Israele. In secondo luogo, non è stato l'Iran a lanciare una guerra devastante contro l'Iraq nel 2003.

Detto questo, l'Iran potrebbe trovarsi in contraddizione con l'imperialismo di Stati Uniti e Israele, ma sullo sfondo ideologico questa lotta è limitata dalla visione del governo iraniano, che non è rivoluzionaria. Quello iraniano in realtà, è un governo borghese, dominato dalla borghesia dei bazar. Questi "bazaris" sono in qualche modo a metà strada tra i nazionalisti e la borghesia compradora. I primi sono per sviluppare il paese su una base indipendente, in merito al controllo delle risorse nazionali. I secondi sono burattini delle potenze neocoloniali, che partecipano al saccheggio delle risorse da parte delle multinazionali. Fanno import-export e non contribuiscono in nulla allo sviluppo del loro paese. I "bazaris" sono tra costoro. Questa borghesia si costituisce sui commercianti dei prodotti artigianali nelle piccole città. Con la modernizzazione dell'Iran, i "bazaris" hanno beneficiato delle sviluppo delle infrastrutture. Oggi, alcuni di questi sono miliardari. Non sono certo dei piccoli commercianti di tappeti.

Per superare i problemi interni dell'Iran, questa borghesia ha approfittato della guerra in Iraq e ha aperto nuovi mercati per le sue esportazioni. Giocando la carta confessionale, l'Iran si è aperto un accesso a quei mercati che sotto Saddam Hussein erano chiusi. Questa forma di opportunismo è assolutamente biasimevole e penso che l'Iran incapperà in gravi problemi per averla praticata.

Perché questo coinvolgimento nel conflitto iracheno potrebbe avere un impatto negativo sugli affari interni dell'Iran?

Perché non si brucia la casa del proprio vicino! Prima o poi, il fuoco tornerà indietro. Gli Stati Uniti sono una potenza imperialista, possono condurre conflitti a migliaia di chilometri da casa loro. Ma non è il caso dell'Iran. Impegnandosi in Iraq su base settarie, il governo iraniano si è esposto a una reazione pericolosa.

L'Iran è un mosaico di numerosi gruppi etnici. I persiani costituiscono il gruppo maggioritario, ma rappresentano poco più del 60% della popolazione. Oltre a loro, vi è una minoranza significativa di azeri che parlano il turco, come tutti i turcomanni lì presenti. Ci sono ovviamente i curdi e tutta una serie di altri gruppi che vanno dai baluci agli assiri, passando per i gilaki, dai quali arriva Abd al Qadir al-Jilani, una figura importante del sufismo. E' dunque molto pericoloso ingaggiare un conflitto confessionale nel paese vicino, quando il proprio è fondato sull'equilibrio di decine di gruppi etnici diversi.

Inoltre, l'Arabia Saudita si propone di utilizzare questo intervento in Iraq per sollevare i sunniti contro il suo grande rivale iraniano. L'impegno dell'Iran contro Daesh è una manna per chi vuole arruolare tutti questi giovani sunniti disperati nei gruppi estremistici. Al di là dei conflitti locali, è una guerra generale ad incombere su tutto il Medio Oriente. Questa guerra rischia di essere lunga. Essa farà moltissimi morti e sarà molto pesante per le economie dei paesi direttamente interessati.

Il conflitto sunnita-sciita è la principale contraddizione che attraversa il Medio Oriente oggi?

Non è tanto una questione di religione. Per citare un celebre slogan statunitense, si potrebbe dire: "It's the economy, stupid!". La guerra imperialista condotta da Bush contro l'Iraq, l'occupazione di quel paese e le rivalità settarie che ne sono derivate, l'utilizzo di estremisti sunniti per destabilizzare la regione o anche la volontà espansionistica della borghesia iraniana... Tutto questo risponde agli interessi economici di qualche élite. Quando si gratta un po' sui conflitti che infiammano il Medio Oriente, si scopre che le azioni dei belligeranti sono motivate da questioni strategiche relative alle sfere di influenza, al controllo delle aree strategiche, all'accesso al petrolio, ecc. Ci si passa sopra una mano di vernice religiosa per alimentare la propaganda e discolpare i veri responsabili di questo caos. Ma il fondo del problema è economico.

Eppure è intorno alla religione che si formano le alleanze nella regione...

No, questo non è il fattore determinante. Prendiamo in considerazione questo "asse del male" definito da Bush. Esso comprende l'Iran, la Siria, Hezbollah e Hamas. Viene anche chiamato "Asse sciita", ma i palestinesi di Hamas sono sunniti. Per meglio imporre una lettura confessionale e privare questo asse della considerazione palestinese, il Qatar ha cercato di sradicare Hamas da questa alleanza. Ha corrotto la direzione del movimento a suon di petrodollari, ma la base dell'organizzazione non l'ha seguito. Nonostante le differenze scoppiate all'inizio del conflitto siriano, Hamas ha riaffermato i legami che lo uniscono all'Iran. Da Doha, ha anche condannato l'intervento saudita in Yemen, intervento sostenuto dal... Qatar!

Si consideri inoltre l'esempio della Siria in questo "asse sciita". Il governo viene erroneamente presentato come un "regime alawita". Naturalmente, questa minoranza è sovra-rappresentata nell'apparato statale. Dobbiamo studiare la storia della Siria per capire questa particolarità. Tuttavia, non c'è mai stato un esplicito progetto della minoranza alawita di prendere il potere per governare secondo i propri interessi. Il governo siriano è in realtà sostenitore del nazionalismo arabo, un nazionalismo laico che fungeva da cemento per una società multi-confessionale. Pur essendo distante dall'ideologia islamica degli sciiti iraniani, ciò non ha impedito che Damasco e Teheran diventassero partner strategici.

Certamente il fattore religioso può influenzare le alleanze che si formano e si dissolvono in Medio Oriente. Ma se si ragiona in termini di sunniti e sciiti, non si comprendono i problemi che attraversa la regione. Si tratta innanzitutto di una questione di classe.

Ciò che vale per Hamas e la Siria non è necessariamente valido per l'Iraq dove, come ha ricordato, l'Iran ha giocato la carta confessionale...

In Iraq, il conflitto tra sunniti e sciiti è una fantasia, un prodotto dell'immaginazione degli imperialisti, delle petro-monarchie, della borghesia iraniana e di un piccolo gruppo di iracheni protetto da Teheran.

Così, un buon numero di sciiti iracheni è contrario all'intervento dell'Iran. Una lettura semplicistica vede gli sciiti iracheni e quelli iraniani sulla stessa lunghezza d'onda in virtù della loro appartenenza religiosa, senza tenere conto delle peculiarità irachene. Lo sviluppo dello sciismo in questo paese è molto recente. Esso risale al XIX secolo, quando le tribù nomadi si stabilirono nei pressi di Najaf e Kerbela. Diversi fattori hanno contribuito alla conversione di queste tribù allo sciismo. In primo luogo, il clero sciita di queste città temeva l'espansione wahhabita dei Saud e si è messo a convertire a tutta forza. Poi, quest'impresa è stata facilitata dalla costruzione di una diga, che aveva reso la zona particolarmente fertile, quindi favorevole all'insediamento dei nomadi. Infine, l'Impero ottomano conduceva all'epoca una politica volta al dissolvimento dei legami tribali.

Molti di quei nomadi vennero convertiti allo sciismo, altri rimasero sunniti. Ma alla fine tutti condividono origini comuni e piuttosto recenti. I molti matrimoni e gli altri costumi hanno favorito la mescolanza religiosa all'interno delle tribù irachene. Alcune possono quindi essere composte principalmente da sunniti, ma guidate da uno sciita o viceversa.

E questi legami tribali possono essere più forti delle affinità religiose tra sciiti iracheni e iraniani?

Hanno una certa influenza, come ce l'ha il sentimento nazionalista che è sempre stato molto forte in Iraq, sia nei sunniti che negli sciiti. Mentre i primi rivendicano un nazionalismo arabo, i secondi hanno sostenuto maggiormente un nazionalismo iracheno.

Bisogna capire, attraverso queste particolarità, che non tutti gli sciiti in Iraq sono filo-iraniani, anzi. Questo è il motivo per cui gli sciiti iracheni non hanno cercato di replicare il modello della rivoluzione islamica che rovesciò lo shah in Iran, nel 1979. Ritenevano non ci fossero le condizioni per realizzare una rivoluzione di questo tipo in Iraq.

Gli sciiti rappresentano oltre il 75% della popolazione irachena. Avrebbero potuto anche seguire l'esempio dell'Iran. Perché non lo hanno fatto?

Storicamente, gli sciiti non sono disposti a mischiare religione e politica. Costituendo il ramo maggioritario dello sciismo, tanto in Iran come in Iraq, i Duodecimani attendono il ritorno del dodicesimo imam, che è l'unica autorità legittima ai loro occhi. In sua assenza, non riconoscono l'autorità politica. Per portare la rivoluzione islamica in Iran, Khomeini sviluppò un concetto teologico, il Velayat-e faqih, che gli permise di conciliare religione e politica. Khoemeini riteneva che in assenza dell'imam, la gestione politica dovesse tornare alla guida suprema, cioè il miglior giurista-teologo, il più adeguato a governare come avrebbe fatto il tanto atteso dodicesimo imam. Ma non tutti gli sciiti iracheni condividono la visione di Khomeini. Ancora oggi, sono divisi sulla questione.

Infine, ricordiamo che la guerra che oppose l'Iran all'Iraq (1980-1988) illustra molto bene come le affinità religiosa non siano determinanti necessariamente. Dopo la rivoluzione islamica e il rovesciamento dello shah, gli Stati Uniti avevano perso un alleato strategico. Spinsero così Saddam Hussein ad attaccare l'Iran. La guerra fu lunga e terribile, con Washington che sosteneva contemporaneamente entrambi i campi. Una posizione che l'allora segretario di stato Henry Kissinger aveva altezzosamente riassunto così: "Lasciamo che si uccidano l'un l'altro!". Sul piano religioso, questa guerra ha visto gli sciiti iracheni, che componevano il grosso della fanteria, obbedire agli ufficiali sunniti per combattere gli sciiti iraniani.

Ma oggi in Iraq infuria la guerra settaria. Questa non è solo una fantasia.

Certo, ma va compreso da dove viene il problema confessionale. Anche se possono esistere contraddizioni tra sunniti e sciiti, abbiamo visto che queste due comunità non erano naturalmente destinate a uccidersi. È pertanto necessario interrogarsi su cosa ha portato a questa situazione.

Ciò richiede di tornare all'invasione dell'Iraq, guidata da Bush nel 2003. Allorché gli Stati Uniti fecero cadere Saddam Hussein, la resistenza irachena si mobilitò contro l'occupazione statunitense. In quel momento, sunniti e sciiti iracheni avevano iniziato a combattere insieme per respingere i soldati statunitensi, cosa che preoccupò notevolmente Washington. Il tenente generale Ricardo Sanchez, comandante delle forze di occupazione, nell'aprile 2004 dichiarava: "Il pericolo è che noi riteniamo possa stabilirsi un rapporto a livelli profondi tra sunniti e sciiti. Dobbiamo lavorare sodo affinché questo rimanga unicamente a un livello tattico". (1)

In che modo gli Stati Uniti hanno "lavorato sodo" per spezzare l'alleanza tra sunniti e sciiti iracheni?

Mentre era amministratore dell'Iraq, Paul Bremer procedette alla "de-baathificazione" del paese. Vale a dire, smantellò tutte le strutture dello Stato laico iracheno governato dal partito Baath di Saddam Hussein. La smobilitazione dell'esercito iracheno rientrava in questo quadro. Ora, abbiamo visto durante la guerra Iran-Iraq, che l'esercito avrebbe potuto svolgere un importante ruolo di mobilitazione nazionale, al di là delle appartenenze religiose. Ma alla fine Bremer distrusse quello che era il cemento della società irachena.

Oltre alla "de-baathificazione", la guerra in Iraq comportò anche una forma di genocidio culturale. Non si passa con un semplice schioccare delle dita da uno Stato laico, come quello esistente al tempo di Saddam Hussein, ad un paese martoriato dalla guerra settaria. Occorre lavorare sulle menti. L'istruzione è stata un obiettivo di sistematica distruzione dell'Iraq, come spiegato da Dirk Adriaensens e Marc Vandepitte: "Tra il marzo 2003 e l'ottobre 2008, più di 30.000 attacchi violenti sono stati condotti contro le istituzioni educative. Più di 700 scuole primarie sono state bombardate, 200 sono state bruciate e oltre 3.000 saccheggiate. Molti istituti scolastici sono stati utilizzati per alloggiare i soldati (...) L'istruzione superiore è stata particolarmente presa di mira e ancora più duramente colpita. L'84% degli istituti superiori sono stati bruciati, saccheggiati o gravemente danneggiati. Più di 470 professori iracheni sono stati bersaglio di attacchi, quasi un insegnante ucciso alla settimana dall'inizio del conflitto". (2)

Poi, dopo la caduta di Saddam, gli Stati Uniti si sono appoggiati all'Iran per formare un governo iracheno. La borghesia sciita, guidata da Nouri al-Maliki, è stata condotta al potere. Quello di Maliki è stato un governo corrotto. Egli ha condotto una politica settaria particolarmente devastante, che ha fatto seguito a quella della de-baathificazione del paese. Sono state create le milizie sciite, che hanno compiuto massacri contro i sunniti e contro quegli sciiti che non sostenevano il governo. Maliki è stato sostenuto in questo sforzo sia dagli Stati Uniti che dall'Iran.

Infine, l'Arabia Saudita vedeva di cattivo occhio la crescente influenza del suo rivale iraniano. In Iraq, i sauditi hanno pertanto finanziato i gruppi estremisti sunniti per destabilizzare il regime sostenuto da Teheran. Tutto ciò ha formato un cocktail esplosivo che ha sprofondato l'Iraq in un terribile conflitto confessionale. Gli Stati Uniti all'inizio dell'occupazione dovettero affrontare una dura resistenza. Poi, gli iracheni iniziarono a combattere tra di loro.

(continua)


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