Gli Stati Uniti si stanno logorando dall’interno
http://www.reseauvoltaire.net/article15965.html
di Ernesto Carmona
giornalista e scrittore Cileno
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
Si accentua la caduta del dollaro
Se l’abbassamento del dollaro non intacca l’economia degli Stati Uniti, che
stampano dollari più del necessario, senza alcun rapporto con la loro
produzione interna, ne’ considerazione del loro debito pubblico, questo non
vale per i paesi “dollarizzati” dell’America Latina. Perciò, è nella più grande discrezione che uno Stato come il Cile
ha deciso di emanare i suoi buoni del Tesoro in euro, o che Cuba abbia deciso
di convertire integralmente la sua moneta di cambio in euro.
Inesorabilmente, il dollaro cessa di essere la moneta di riferimento mondiale.
18 gennaio 2005
Nuovo record storico dell’euro
L'euro, la valuta comune dell’area Euro, oggi ha stabilito un nuovo record
storico a 1,3484 dollari per un euro, a qualche giorno dall’anniversario dei
suoi 6 anni dalla sua creazione.
La divisa, che è diventata una alternativa credibile al dollaro, è ripartita al
rialzo durante il periodo delle feste di fine anno, in un periodo in cui si
prevedono scarse variazioni monetarie al rialzo in ragione del fatto che è
debole il volume delle operazioni.
La recente pubblicazione dei dati macro-economici positivi per gli Stati Uniti
non ha potuto frenare l’andamento positivo della moneta unica, che in definitiva
vola per la debolezza del dollaro, determinata dal disavanzo fiscale abissale e
dai conti correnti degli Stati Uniti.
Il deprezzamento del dollaro fa vacillare le « economie emergenti »
dell’America Latina, che dipendono dall’egemonia americana e dal modello
pseudo-liberale, ed è così che praticamente tutti i paesi vengono coinvolti. La
crisi strutturale che annuncia il crollo del sistema monetario in vigore dopo
gli « accordi di Bretton Woods » nell’immediato dopo-guerra è totalmente
oscurata dalla maggior parte dei grandi media nazionali dei paesi di
quell’area.
Il Consiglio dei ministri della
Colombia ha deciso, il 21 dicembre 2004, un rimborso di imposte a quegli
esportatori che hanno patito perdite dopo la caduta del dollaro del 17%
rispetto al peso Colombiano durante il corso dell’anno. L’idea principale è
stata di acquistare dollari per rivalutarne il prezzo sul mercato finanziario
locale, azionare dei “piani sociali” e introdurre delle ristrutturazioni. Il
presidente Alvaro prendeva in considerazione di fissare per decreto il tasso di
cambio per assicurarsi che la sua valuta rimanga debole, favorendo così le
esportazioni a discapito dei salari.
L'economista Pablo Rosselli, di
Tea Deloitte & Touche, assicurava che “dopo il mese di maggio, il corso del
dollaro in Brasile è andato in caduta in maniera interrotta, per situarsi, dopo
la discesa registrata in questi ultimi giorni, ai livelli più deboli dopo il
giugno 2002 (...). Se noi prendiamo come riferimento la chiusura di ieri (21
dicembre 2004), il rapporto di cambio riflette una caduta del 17% nel corso
degli ultimi sette mesi”.
In Cile, nel primo semestre le imprese esportatrici hanno comunicato i loro
timori, ma nessuno ha voluto ascoltare e capire. Tuttavia si sono rapidamente
defilate, visto che per quest’anno i profitti del settore si sono rivelati
spettacolari, in ragione della particolare azione del Presidente che, fra le
altre cose, ha ottenuto l’accesso ai mercati Statunitensi ed Europei. Il governo di Ricardo Lagos ha iniziato discretamente
a compilare sui mercati internazionali i buoni del Tesoro del Cile in euro
piuttosto che in dollari; un’informazione passata sotto silenzio dalla grande
stampa locale.
I paesi dell’OPEP, dopo due anni, hanno preso in considerazione il passaggio
all’euro. Il solo paese latino-americano che quest’anno ha preso una radicale
decisione è stato Cuba, che ha adottato esclusivamente l’euro e ha visto le sue
esportazioni aumentare del 37% nel 2004.
Il mercato monetario
internazionale è tanto severo quanto i mercati locali. Le banche centrali
acquistano dollari, disperatamente, con la speranza inutile di frenare una
crisi che è cominciata ben al di là delle proprie frontiere, una dinamica che
non è imputabile alla Riserva Federale, tanto meno al governo di Washington, ma
alle economie che, in un ultimo sforzo, sostengono il déficit commerciale
abissale degli Stati Uniti, vale a dire : la Cina, la Corea del Sud, il
Giappone, il Sud-Est Asiatico, l’India, l’Europa, ecc…
Il dollaro è diventato una
« tigre di carta » che vive a credito e dipende dal ricatto che
esercita sui paesi « schiavi », in quanto detentori di buoni del
Tesoro USA. [ 1]
Infatti, se essi vendessero massicciamente i titoli, anche le loro economie
andrebbero ugualmente a fondo. Washington scommette che nessuno vuole correre
questo rischio di hara-kiri monetario.
Ci si avvicina, ogni giorno di più, al crollo pronosticato per l’anno 2005 dal
giornalista economico William Engdhal. Nello stesso modo che il dollaro ha
soppiantato la Lira Sterlina nella prima metà del secolo scorso, oggi
assistiamo alla rivincita Europea dell’Euro, la futura moneta mondiale, la cui
quotazione, in poco più di un anno è passata da 0.80 a 1.30 dollari per euro,
cioè si è avuto un apprezzamento più del 60 %, e il movimento non cessa di
amplificarsi.
Nel corso degli ultimi nove mesi, il dollaro ha perso un quarto del suo valore
rispetto all’euro. Fra gli altri effetti, questo significa che le riserve delle
banche centrali hanno visto ridursi del 75 % il loro valore iniziale, e che i
paesi detentori di titoli di Stato degli USA, come la Cina e la Corea del Sud,
rischiano sempre più nel possedere solo fogli volgari di carta, che recano
danno e mettono in pericolo le loro economie.
D’altronde, questo significa
anche che una risorsa naturale non rinnovabile che nominalmente vale, ad
esempio, quaranta dollari, realmente ne vale trenta, e questo con riferimento
al petrolio!
Lo scenario di un più che
probabile crollo è delineato dalla politica condotta dagli Stati Uniti [ 2]. La
conquista dell’Iraq, in vista di mettere le mani sulle sue risorse petrolifere,
non produce sic et simpliciter i profitti che venivano attesi da
eminenti “intellettuali” del calibro di George W. Bush e Donald Rumsfeld. Tutto
il contrario, il déficit di bilancio aumenta in quanto le guerre sono
finanziate dal déficit che, in contraccambio, alimenta la macchina economica.
Il sangue versato si trasforma in biglietti verdi [ 3].
Il governo repubblicano pone le sue entrate sulle spalle delle classi medie e
basse della popolazione, diminuendo di molto le imposte dei più ricchi, in modo
che lo Stato continua a spendere molto di più di quello che incassa. E Bush non dimostra l’intenzione di cambiare
la sua politica fiscale. Tutt’al più, procederà ad aggiustamenti che del resto
potrebbero rallentare il recupero precario della sua economia. Di conseguenza,
è più che garantito un aumento dell’indebitamento. Le sorti del dollaro sono
già segnate: “una caduta ineluttabile!”.
Ma la grande questione resta il
sapere perché il governo degli USA non prende alcuna seria misura per impedire
il crollo della sua moneta.
Semplicemente perché tenta di trarne dei profitti: alleggerisce così in
modo indefinito il peso del suo debito, in quello che è giusto qualificare come
un grande imbroglio universale.
L'irresponsabilità di questa nazione bellicosa coinvolge anche l’Europa nella
sua caduta, malgrado la buona tenuta dell’euro, precisamente in quanto le
economie sono globalizzate ed interconnesse.
[1] « Il dollaro, tallone di Achille degli USA », Voltaire, 4 aprile 2003.
http://www.reseauvoltaire.net/article9448.html
[2] « La guerra come sola alternativa alla crisi economica »,
Voltaire,
8 gennaio 2004.
http://www.reseauvoltaire.net/article11832.html
[3] « L'economia della guerra in Iraq
» di Arthur Lepic,
Voltaire, 24 novembre 2004.
http://www.reseauvoltaire.net/article15596.html