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da La Rinascita della sinistra
I fantasmi che si agitano dietro lo scivolone delle borse:
nervosimo degli operatori o recessione?
Domenico Moro
09-03-2007
Mercoledì scorso il crollo dell’8,8% della Borsa di Shangai si è ripercosso su tutte le Borse mondiali che sono andate in caduta libera, bruciando in pochissimo tempo mille miliardi di dollari di capitalizzazione, 272 solo in Europa. Il mercato finanziario Usa ha subito il calo più profondo dall’11 settembre 2001. Subito dopo si è scatenata la polemica sulle cause ed il significato del crollo. Un fenomeno dovuto al nervosismo degli operatori e sostanzialmente una correzione di una espansione abnorme del mercato borsistico dovuto alla speculazione selvaggia che non poteva ancora durare a lungo, oppure un segnale di recessione, in primis dell’economia Usa? Se Shangai rappresenta solo la miccia che ha acceso l’incendio, non si può pensare che la fuga precipitosa degli operatori possa esser attribuita alla sola influenza emotiva generata dalle parole del guru Greenspan, ex governatore della Fed (la banca centrale Usa), che ammoniva sulla possibilità di una recessione negli Usa entro il 2007.
La verità è che la recessione è già in atto, anzi non è mai terminata da quando è iniziata nel 2001, preannunciata dal crollo della borsa nel 2000 per lo sgonfiamento della bolla della new economy. Soltanto che la presunta ripresa degli ultimi anni è stata drogata dalla disponibilità di denaro a buon mercato, determinato dalla Fed. La recessione è stata continuamente rimandata, proprio attraverso una espansione forzata del consumo. Questo ha provocato, da una parte, un indebitamento diffuso delle famiglie, ed un deficit delle partite correnti pari a 890 miliardi di dollari che è abnorme. Si pensi soltanto che la Germania ha un attivo di 129 miliardi ed il Giappone di 170. E, dall’altra, una corsa alla speculazione di borsa, a seguito della disponibilità di enorme liquidità e la creazione di una bolla immobiliare, facilitata dalla facilità con cui le banche hanno concesso i mutui. Se gli americani hanno potuto indebitarsi e sostenere i consumi è stato perché potevano garantire i debiti con le loro case, il cui valore nominale aumentava sempre di più.
Oggi, questo meccanismo si sta inceppando, perché la bolla immobiliare sta scoppiando, i prezzi delle case sono calati del 5%, mentre il mercato delle nuove case è diminuito del 16,6%, il calo maggiore da 16 anni a questa parte, ed il 15% delle banche applica restrizioni alla concessione di prestiti. Il tempo del denaro facile sta finendo. Inoltre, la crescita del Pil Usa nell’ultimo quadrimestre è stata rivista dal 3,5 al 2,2%, la domanda di beni durevoli è crollata del 7,8%, e, soprattutto, le imprese americane, strette tra profitti in calo e denaro più costoso, rallentano gli investimenti. Segnali, gravi in se stessi, che hanno avuto però un impatto devastante su un mercato conscio del fatto che sta piovendo sul bagnato, cioè su una situazione già insostenibile per via dell’indebitamento crescente. Forse Greenspan col suo intervento ha cercato di premere su Bernanke per una riduzione dei tassi d’interesse, che l’attuale governatore della Fed aveva alzato nel tentativo di raddrizzare la situazione di squilibrio. Ma così si tratterebbe solo di procrastinare il problema, ampliandolo.
Inoltre, al crollo borsistico si è accompagnato quello del dollaro, ed il rafforzamento dell’euro. Un altro brutto segnale per gli Usa che, grazie alla loro valuta, attraggono ben 5 miliardi giornalieri, con cui finanziano il loro deficit statale.