www.resistenze.org - osservatorio - economia - 22-05-07
da: Partito comunista del Brasile, 20 aprile 2007
in www.solidnet.org
Una guerra commerciale contro la Cina?
di Umberto Martins *
14 aprile 2007
Martedì 10 aprile, gli Stati Uniti hanno mosso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) contro la Cina, dichiarando che il governo di Pechino, guidato dal Partito Comunista, non protegge in maniera adeguata la proprietà intellettuale del paese, è connivente con la " pirateria" ed impone barriere di tasse inaccettabili all'importazione di film, libri e software nordamericani. Il portavoce per il Ministero del Commercio cinese, Wang Xinpei, ha reagito affermando che questa dichiarazione ha causato una forte insoddisfazione e potrebbe scuotere seriamente "i rapporti di cooperazione tra i due paesi", oltre a provocare "un effetto negativo sul commercio bilaterale".
Questa iniziativa sembra far parte di un’offensiva più vasta degli Stati Uniti che pochi giorni prima (il 30 marzo), avevano deciso di imporre tariffe più alte all’importazione ad alcuni prodotti cinesi, come la carta, cambiando una politica commerciale in uso da più di 20 anni solo per soddisfare una richiesta, avanzata attraverso il Ministero del Commercio, della New Page Corporation, fabbrica di carta americana. C’è da aspettarsi quindi che la Casa Bianca, con l'appoggio del G-7 (che riunisce i paesi capitalisti più ricchi del pianeta), rinnovi questo fine settimana le pressioni al governo cinese perché adotti il tasso cambio fluttuante.
Nell’aprile dello scorso anno, quando, sostituendo Robert Zoellick, Robert Portman, considerato un falco Repubblicano, assunse la carica di rappresentante commerciale per il governo Bush, dichiarò apertamente in una testimonianza nella Camera dei Rappresentanti l'intenzione di "adottare una politica più aspra e aggressiva verso la Cina." Certamente le iniziative in corso riflettono questo nuovo orientamento. Resta da sapere dove si vada a parare con tutto ciò: gli Stati Uniti vogliono dichiarare una guerra commerciale contro la Cina?
Protezionismo e debito estero
I fatti mostrano che lo straordinario deficit pubblico americano, commerciale e bancario, sta alzando la febbre protezionistica all’interno degli Stati Uniti. Nel 2006 i cinesi hanno ottenuto un'eccedenza di $ 232,5 miliardi nel commercio con gli Stati Uniti, cosa che continua ad infastidire e provocare ostilità fra gli uomini d'affari colpiti dalla concorrenza cinese e stimola dichiarazioni irritate e xenofobe nel Congresso americano. Nondimeno, dietro al comportamento sempre più aggressivo dell'imperialismo nordamericano, stanno più grandi e più sinistre preoccupazioni.
La continua crescita economica dei cinesi, a ritmo frenetico, per quasi tre decadi, associata agli avanzi straordinari nel commercio estero e all'accumulazione di più di $ 1,2 bilioni in investimenti esteri (riserve), hanno trasformato la Cina in un gigante economico che ormai disputa la posizione alle tre maggiori potenze capitaliste (Stati Uniti, Giappone e Germania), nonostante la commovente modestia dei governatori cinesi, che chiedono di classificare il loro paese come "nazione in via di sviluppo."
Valutato con il criterio della parità di potere d'acquisto (PPC), il PIL cinese è già il secondo del mondo, non lontano da quello degli Stati Uniti, come indicato dal valore nominale (stimato in U.S. Dollari secondo il tasso del cambio). Il PPC è indiscutibilmente una misurazione di valore affidabile per pesare la ricchezza cinese ma, anche se ha perso rilevanza nel mondo, la valuta dello Zio Sam è ancora molto apprezzata, specialmente se comparata allo yuan cinese, e dovrà cadere molto più in basso per giungere ad un valore commerciale equilibrato, capace di correggere il buco sorprendente nelle transazioni correnti. Il cambio del Dollaro è una misurazione falsa che sottovaluta l’attuale produzione cinese.
Sviluppo diseguale
Mentre la Cina continua a stupire il mondo con la sua sensazionale crescita, gli Stati Uniti sono invece in una fase di decadenza economica e politica, causata da parassitismo - il consumismo sfrenato di beni, il grande debito estero che è il risultato delle loro dispendiose avventure militari. L'ascesa cinese ed il relativo declino del potere e della leadership statunitense sono i due principali aspetti dello stesso momento storico: l’attuale sviluppo diseguale delle nazioni. Chi si attarda ancora nella falsa idea che gli Stati Uniti negli anni ‘80 e ‘90 abbiano riguadagnato la loro egemonia, non riuscirà ad interpretare correttamente quello che sta capitando oggi nel mondo.
Come ha notato il professor Luiz Fernandes (sulla rivista "Princípios" n°88) la nuova dottrina nordamericana della difesa, elaborata dal governo Bush e annunciata dopo gli attacchi dell’11 Settembre 2001, "assume apertamente che l’obiettivo strategico fondamentale degli Stati Uniti è evitare la comparsa di una superpotenza capace di minacciare l'egemonia statunitense nel mondo dopo la fine della Guerra Fredda." Il protezionismo e le molte altre azioni ostili costituiscono la versione pratica di questa dottrina reazionaria, che oggi ha Cina come suo obiettivo principale.
La sfortunata guerra imperialistica contro l’Iraq ed il tentativo di ridisegnare la mappa geopolitica del Medio Oriente in modo da garantire un controllo assoluto sulle ricche riserve di petrolio della regione, deve essere capita anche nel contesto di una strategia per riguadagnare la leadership economica e per subordinare le potenze concorrenti, specialmente la Cina, alle regole nordamericane.
E’ evidente che la decadenza americana, determinata dal parassitismo economico, istiga il comportamento aggressivo di quello stato imperialistico così come le pratiche protezionistiche. La volontà di frenare l’ascesa della Cina risulta ovvia a trasparente in molti episodi recenti, come la proibizione di acquisizione di due grandi imprese nordamericane da parte dei cinesi- la petrolifera Unocal e la fabbrica di lavatrici Maytag-, una cinica contraddizione con l’ideologia neoliberale del libero commercio e della libertà di investimenti.
Flirtando con il diavolo
Certamente l'ostilità imperialistica ha anche a che fare con il fatto che la Cina non gioca lo stesso gioco sporco giocato dalle potenze capitalistiche nella diplomazia mondiale, e non si profila nello scenario della storia come le potenze tradizionali (è piuttosto il frutto della Rivoluzione Socialista guidata da Mao Tsedung). Essendo solidale con Cuba, appoggia il Venezuela di Hugo Chavéz, tiene buone e mutuamente proficue relazioni economiche con l'Iran e sostiene il processo di democratizzazione nella Corea del Nord. In conclusione, i comunisti cinesi sono amici dei nemici dichiarati degli imperialisti e, dal punto di vista degli imperialisti, la Cina sta flirtando con il Diavolo. Inoltre i cinesi difendono le relazioni multilaterali e le soluzioni pacifiche dei conflitti internazionali, essendo contro l’unilateralismo e il bellicismo nordamericano.
Spararsi sui piedi?
Sebbene il potere economico nordamericano, anche se in declino, sia ancora considerevole, le cose non sono così semplici come sembrano a prima vista a certi americani ed è perlomeno discutibile affermare che gli Stati Uniti avranno successo nel loro azzardo contro la nuova potenza asiatica. Potrebbero spararsi sui piedi. In primo luogo, dovrebbe essere notato che nello sviluppo diseguale, a partire dall’attuale crescita cinese e decadenza americana, la legge inerente a tutte le nazioni sotto il controllo imperialistico ha un carattere obiettivo e tende ad essere indifferente rispetto alla volontà politica dei governi.
Ciò non vuole dire che i cinesi non sarebbero colpiti da una eventuale chiusura del mercato americano alla Cina e neanche che l’impressionante processo di crescita (ancora in corso) della Cina debba essere considerato irreversibile. D’altra parte ci sono fatti che frenano e limitano la strategia imperialistica in questo senso ed è sicuro che l’accentuazione del protezionismo e l'uso di altre forme di ritorsione (economiche e politiche) non colpirebbero solo gli interessi cinesi ma, a causa dell'importanza crescente della Cina nel mercato unico, avrebbero anche ripercussioni mondiali ed effetti negativi pure per la società nordamericana.
Identità e conflitto di interessi
Le dialettica delle relazioni economiche tra Cina e Stati Uniti è caratterizzata da contraddizioni, che comprendono l'identità e il conflitto di interessi, fattori che inducono alla cooperazione ed allo stesso tempo creano conflitti, l’interscambio e la concorrenza. Non può essere ignorato, per esempio, che la borghesia americana trae vantaggio della crescita cinese o che una parte significativa delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono realizzate da monopoli americani che traggono un profitto notevole grazie alla prosperità cinese (anche se non sono i soli o i principali), accumulando ed espandendo i loro capitali nel processo di crescita, e che patirebbero le conseguenze del protezionismo americano verso la Cina.
Ciò ha costituito un elemento di contraddizione fra gli imperialisti americani che non può passare inosservato ai cinesi. È noto che alcuni uomini d'affari americani con attività e affari in Cina hanno intercesso più d’una volta con l'amministrazione Bush contro il protezionismo ed in difesa di rapporti più amichevoli e moderati con i cinesi.
Le esportazioni cinesi aiutano anche ad alimentare l’esasperato consumismo nordamericano, permettendo ai clienti dei centri commerciali di trovare beni convenienti e contribuendo a tenere sotto controllo la pressione inflazionistica (è curioso notare che, per una delle molte ironie della storia, nel corso dello sviluppo diseguale, lo stesso fattore che determina la decadenza degli stati Uniti- il parassitismo che si riflette nel consumo eccessivo di beni importati e alimenta la crescita delle riserve della Cina- rafforza la sua espansione economica all'estero).
Debitori versus creditori
Un altro aspetto rilevante, già notato da molti economisti, è che gli Stati Uniti si sono trasformati da paese creditore a paese debitore (liquido) e che attualmente hanno nella Cina uno dei loro principali creditori. L'eccedenza cinese nel commercio estero e nel conto corrente (cui si aggiunge, oltre al commercio, il valore degli investimenti esteri in Cina) è stata usata, in larga scala, nell'acquisizione di titoli del Tesoro degli Stati Uniti, contribuendo al finanziamento dei così detti deficit gemelli (pubblico e di conto corrente) ed evitando un ribasso più accentuato del Dollaro U.S.
Secondo alcuni osservatori, se il governo cinese decidesse di chiudere la porta attraverso la quale passa la valuta che aiuta il finanziamento del deficit americano, potrebbe aver luogo una crisi più seria nella bilancia dei pagamenti americani, precipitando la recessione e una caduta più pronunciata del dollaro; cosa che evidentemente non corrisponde (almeno per ora) agli immediati interessi cinesi. Esagerato o no, il fatto è che l'interdipendenza tra le economie della Cina e degli Stati Uniti è grande e non consiglia azioni radicali.
In controtendenza rispetto alla convergenza e alla conciliazione degli interessi, agiscono tuttavia fattori che istigano a divergenze e conflitti e che, di fatto, sembrano ora essere dominanti. I settori dell’industria danneggiati dalla competizione cinese e la percezione (delle classi dominanti) che la crescita cinese rappresenti la principale minaccia all'egemonia nordamericana nel presente e nel futuro sono due fattori molto rilevanti in questo senso. Non si deve dubitare che l'amministrazione Bush stia seguendo la via verso un conflitto con i cinesi e ponga poca attenzione alla necessità di conciliazione, in contrasto con gli interessi di apertura dei dirigenti cinesi. Gli Stati Uniti non hanno colto buoni esiti dalla loro arroganza imperialista in Iraq, nella Corea del Nord o in America Latina. Non sarebbe diverso se decidessero di provocare una guerra commerciale contro la Cina.
* Umberto Martins, giornalista, specialista in economia internazionale, membro di commissione del sindacato e collaboratore del dipartimento internazionale del Comitato Centrale del Partito Comunista del Brasile - PCdoB.
Traduzione dal portoghese per resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare