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- osservatorio - economia - 04-02-08 - n. 213
pubblicato anche su la rinascita della sinistra del 31/01/08
La recessione accelera la modificazione degli equilibri finanziari mondiali
Domenico Moro
La crisi dei subprime dell’agosto scorso non è stata un semplice turbamento finanziario ma il segnale, nello stesso tempo, della più profonda crisi dell’economia reale degli ultimi 60 anni, come sostiene anche il noto finanziere Soros, e dell’accentuarsi del declino economico della maggiore potenza mondiale. Gli Usa, infatti, avevano da tempo perso la loro leadership industriale, come provano il terzo posto occupato, dopo Germania e Cina, nelle esportazioni mondiali, ed il crescente ed enorme deficit della bilancia commerciale con l’estero. Alla decadenza industriale, però, gli Usa avevano saputo opporre il loro dominio sulla finanza internazionale, avendo il maggiore mercato dei capitali e la moneta di riferimento mondiale, il dollaro, che attraevano il risparmio mondiale a sostegno di una economia in costante sovrapproduzione. Ora, non sembra più essere così.
Secondo la società di consulenza McKinsey, gli Usa avrebbero perso la loro leadership finanziaria a favore dell’Europa, che, dopo quasi un secolo, tornerebbe a ricoprire il suo storico ruolo di centro della finanza mondiale. Non a caso l’ascesa del mercato dei capitali europeo data dal lancio della moneta unica, l’euro, che, fornendo per la prima volta una alternativa al dollaro, ha modificato il panorama finanziario mondiale. Nel 2006 i mercati finanziari Usa contavano su assets per 56.100 miliardi, mentre l’Europa arrivava a 53.200 miliardi, a seguito della forte crescita degli ultimi anni. Sulla base a questa tendenza, nel 2007 dovrebbe essere avvenuto il sorpasso. Infatti, la crisi dei subprime ha fatto saltare il meccanismo, basato su mutui e basso costo del denaro, che permetteva l’espansione degli acquisti a credito delle famiglie, conducendo il sistema creditizio Usa sull’orlo del collasso.
Contemporaneamente il dollaro si è drasticamente indebolito, mentre l’euro si è rafforzato. Miliardi di dollari sono andati in fumo e ingenti capitali sono fuggiti dagli Usa per rifugiarsi su altre piazze finanziarie, come quelle europee e dell’Estremo Oriente. Oggi, le principali banche Usa scoprono di avere buchi ancora maggiori di quelli previsti, e sono costrette a ricorrere alle più grandi iniezioni di capitali provenienti dall’estero della storia statunitense. Il paese, che, dopo la seconda guerra mondiale, aveva finanziato la ricostruzione in mezzo mondo, è costretto così, per evitare la bancarotta, a ricorrere ai prestiti di paesi ancora definiti “in via di sviluppo”. Secondo Charles Geisst, storico di Wall street, “E’ dalla prima guerra mondiale che le società Usa non sono alla ricerca di denaro come oggi. Questo pone una quantità di problemi.” Fondi sovrani di proprietà statale e di origine soprattutto estremo orientale ed araba, acquisiscono quote sempre maggiori delle banche Usa, provocando il timore che lo strategico settore creditizio cada sotto il controllo straniero.
Ma sono gli equilibri complessivi tra paesi “sviluppati” e paesi “in via di sviluppo” che si stanno modificando. Il mercato finanziario cinese ha superato per capitalizzazione quello giapponese, mentre gli investimenti destinati all’estero dai paesi in via di sviluppo, che nel 1990 erano rispettivamente il 5% dei flussi e l’8% degli stock mondiali, hanno raggiunto, nel 2006, rispettivamente il 14% e il 13%. L’enorme surplus di risparmio accumulato dai paesi con grandi attivi commerciali, come la Cina, va a finanziare i paesi poveri e ricchi di materie prime, ad esempio quelli africani, sottraendoli all’influenza del Fondo Monetario Internazionale, longa manus del potere finanziario Usa, che si ritrova svuotato del suo ruolo di prestatore in ultima istanza, con un portafoglio crediti al minimo degli ultimi 15 anni. Si tratta di importanti stravolgimenti degli equilibri dell’economia mondiale, che accelerano la messa in discussione delle gerarchie economiche mondiali. Resta da vedere come reagiranno i circoli dirigenti Usa alla loro crisi. Per ora la risposta è affidata, come al solito, ad una politica di riduzione del costo del denaro, la più drastica degli ultimi 20 anni. Segno, questa decisione, della gravità della situazione, anche perché in contraddizione con i progetti del capo della Fed, Bernanke e svaluta ulteriormente il dollaro.
In questo modo, si tenta di scaricare la crisi sui paesi il cui surplus di risparmio è investito in riserve in dollari, riducendone il valore. Ma bisognerà vedere se tali paesi riterranno ancora utile acquistare un dollaro sempre più “carta straccia”, alimentando il circolo vizioso dal quale l’economia Usa non riesce ad uscire o se non preferiranno, invece, diversificare, aumentando, come in effetti già sta avvenendo, la quota in euro delle loro riserve e gli investimenti dei Fondi sovrani. Del resto, sempre Soros, preconizza che l’era del dollaro come moneta di riferimento internazionale sia ormai tramontata.