www.resistenze.org - osservatorio - economia - 05-06-08 - n. 231

Salario e lotta di classe
 
di Domenico Moro
 
L’espulsione dal Parlamento della sinistra e lo spostamento a destra dell’asse politico italiano non sono dovuti soltanto a fattori contingenti o tattici ma affondano le loro radici lontano, nelle modificazioni di carattere strategico dei rapporti di forza tra le classi sociali. Dal momento che il salario relativo, ovvero il salario in rapporto al profitto, rappresenta l’indicatore più efficace dello stato dei rapporti di forza tra impresa e lavoro salariato, risultano di particolare interesse i dati contenuti in una ricerca condotta da Luci Ellis e Kathrin Smith, economiste della autorevole Banca dei Regolamenti internazionali (Bri), e ripresa recentemente anche da la Repubblica.
 
In questo studio si rileva che, nei paesi capitalistici più avanzati, a partire dalla metà degli anni 80 si è registrata una ininterrotta tendenza all’innalzamento della quota del Pil che va al profitto. Tale quota è inconsuetamente alta e senza precedenti negli ultimi 45 anni. Ma vediamo l’esempio dell’Italia, uno dei paesi dove la tendenza è stata più marcata. Mentre nel periodo di lotte che va dall’”autunno caldo” del ’69 alla fine degli anni 70 la quota del Pil che andava in salari aumentò di qualche punto percentuale, dopo l’83 si è avuta una decisa inversione di tendenza. La quota del Pil andata ai profitti è passata dal 23,1% al 27,9% dell’89, per crescere ancora negli anni 90 ed arrivare al 31,3% del 2005. Si tratta di otto punti percentuali in meno del Pil per i lavoratori, che, tradotti in denaro, rappresentano 120 miliardi di euro all’anno che passano dalle tasche dei lavoratori salariati a quelle degli imprenditori.
 
Per essere più chiari, ognuno dei 17milioni di lavoratori salariati italiani perde all’anno 7mila euro, ben più che il taglio delle aliquote Irpef. Altra questione interessante posta in luce dallo studio del Bri è che il processo di perdita di posizioni del salario nei confronti del profitto inizia ben prima della fine degli anni 90, quando cominciano a sentirsi gli effetti della globalizzazione sui salari dei lavoratori dei paesi avanzati, a seguito della entrata nel mercato del lavoro mondiale di centinaia di milioni di lavoratori dei paesi più arretrati.
 
La causa principale della ormai ventennale tendenza viene individuata nella “terza rivoluzione industriale”, determinata dalla introduzione massiccia nei processi di produzione e circolazione della tecnologia informatica. Usualmente l’introduzione di una nuova tecnologia serve ad aumentare la forza produttiva del lavoro, sostituendo lavoratori con macchine. La riorganizzazione dei processi produttivi e l’espulsione di lavoratori, che ne conseguono, riducono il potere generale di negoziazione dei lavoratori e quindi il salario. Dal momento che la tecnologia informatica ha un tasso di invecchiamento più alto del normale, e che è contenuta in una ampia varietà di macchine, si sono accelerati anche i cicli di ristrutturazione dell’organizzazione del lavoro, accentuando così la perdita del potere negoziale dei lavoratori e la riduzione della loro capacità di resistenza.
 
Si tratta di una clamorosa conferma della “legge generale dell’accumulazione” del vecchio Marx, secondo cui lo sviluppo tecnologico del capitale genera contemporaneamente l’aumento assoluto dei lavoratori salariati (perché la produzione capitalistica si estende a nuovi settori) e la loro diminuzione relativa per unità di capitale impiegata. La produzione di un numero maggiore di disoccupati o di occupati precari aumenta l’offerta di lavoro e con essa la pressione sui lavoratori occupati, che sono costretti a accettare la riduzione dei salari. E, dal momento che il capitale preferisce aumentare la domanda di lavoro e non di lavoratori, la conseguenza finale della riduzione dei salari è l’obbligo al lavoro straordinario. Si arriva così al paradosso che quanto maggiore è l’accumulazione di ricchezza, tanto più grande è l’accumulazione di povertà.
 
Alla lunga, inoltre, la riduzione dei salari scoraggia l’innovazione, in quanto, dati i rapporti di forza sfavorevoli ai lavoratori, le imprese incentrano la loro competitività sulla riduzione dei salari. Infatti, la ricerca della Bri ci dice che gli investimenti lordi negli ultimi anni sono calati in molti paesi. L’incremento della quota del profitto diviene così il frutto di una pura rendita di posizione economica, soprattutto quando, in mercati controllati da una o poche aziende, l’aumento della produttività non si traduce in riduzione dei prezzi. E così oltre all’impoverimento relativo dei lavoratori si accentua anche quello assoluto.
 
Domenico Moro
 
CORSIVO
 
Secondo le autrici del rapporto della Bri la liberalizzazione dei mercati e la recessione potrebbero ridurre la quota del Pil che va al profitto. Ci sembra però che, mentre di lotta ai monopoli non ci sia avvisaglia, ci sono invece segni che la recessione verrà fatta pagare ai lavoratori, aumentando l’orario di lavoro e precarizzando ancor di più il lavoro. La detassazione degli straordinari e l’allungamento oltre i 36 mesi dei contratti a termine vanno in questo senso. Le campagne d’opinione contro immigrati e rom, così come quelle sui “costi” della politica, non a caso organizzate da organi di stampa nelle mani di Confindustria o di grandi gruppi imprenditoriali, hanno assolto allo scopo di deviare l’attenzione di milioni di lavoratori dalle vere cause della insicurezza da cui sono attanagliati. Del resto, il copione del capro espiatorio è ben collaudato in tutte le epoche di recessione e polarizzazione sociale. Le vere ragioni della insicurezza stanno nella lotta di classe che il capitale ha ampiamente vinta, prima ancora che in Parlamento, nella produzione. E’ per questo che è fondamentale ripartire dalla ricognizione della nuova struttura della produzione e della nuova composizione di classe per trovare linguaggi e forme organizzative adeguate. Senza alcun cedimento, però, a un “nuovismo” astratto e al di fuori dei rapporti fra le classi, ma al contrario con la capacità di innovare, attualizzando quanto di positivo – ed è molto - l’esperienza delle lotte dei lavoratori del 900 ci trasmette ancora oggi.
 
D.M.