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- osservatorio - economia - 19-06-08 - n. 233
Crisi finanziaria e lotta di classe
Da qualche tempo gli economisti marxisti e non marxisti hanno previsto la crisi finanziaria attuale, essendone presenti le condizioni dopo l’accelerazione dei processi di deregolamentazione nel mercato monetario e finanziario. È impossibile determinare il giorno esatto in cui è iniziata la crisi, ma il primo paese colpito è stato il Messico nel 1994 – proprio all’inizio della sua integrazione nel NAFTA – successivamente sono stati colpiti i paesi emergenti asiatici (Corea del Sud, Tailandia, Malesia, ed altri), la Russia ed il Brasile nel 1997-98 e l’Argentina nel 2001. Le principali manifestazioni della crisi negli Stati Uniti ed in Europa ci ricordano che le sue ripercussioni sono globali. Fin dal 2006, le attuali difficoltà nel settore immobiliare ne hanno alimentato i meccanismi, ma non possono essere separati dall’implosione della bolla commerciale nel 2001 o dalla deregolamentazione e dai progetti di libero scambio degli anni ’90.
Il 9 agosto del 2007, la Banca Centrale Europea concesse 130 miliardi di dollari di prestiti al suo sistema bancario per migliorare la liquidità ed evitare le difficoltà del credito. Seguirono quelli della Federal Reserve e della Banca centrale del Giappone rispettivamente di 24 e 8,4 miliardi. L’obiettivo era quello di bloccare la caduta delle borse finanziarie, specie dopo la sospensione del business dei fondi di investimento della banca francese BNP Paribas coinvolta in sbagliati investimenti immobiliari.
In cinque giorni di interventi, la Banca Centrale immise più di 350 miliardi di dollari nei mercati finanziari e monetari. Durante la seconda metà di quel anno, i mercati finanziari mostrarono una forte instabilità tutte le volte che una delle maggiori banche americane, come la Citigroup o la Morgan and Stanley, annunciavano sconcertanti perdite. A Londra, la Banca d’Inghilterra fu costretta ad aiutare la Northern Rock che si misurava con un assalto agli sportelli, per la prima volta in un paese europeo in quasi cento anni – e nel governo inglese si discusse la possibilità di una sua nazionalizzazione.
Il 21 gennaio 2008 fu un nuovo giorno di panico nei mercati finanziari, proprio dopo la scoperta di una frode record alla banca francese Société Générale. Crollarono i mercati azionari da Francoforte e Parigi, a San Paolo e Buenos Aires, Hong Kong e Shanghai, nel Messico e New York. Nei seguenti dieci giorni straordinariamente aggressivi, la Federal Riserve ridusse il tasso di interesse dal 4,25 al 3,50 percento.
Negli Stati Uniti, George W. Bush finalmente annunziò un debole piano di aiuti ai proprietari di casa per pagare i loro mutui e, qualche mese dopo, nuove riduzioni di tasse. Questi due provvedimenti, tuttavia, sono stati criticati come insufficienti per affrontare la vera dimensione della crisi. In primo luogo questi provvedimenti riguardano solo un ristretto numero di famiglie, in secondo luogo privilegiano principalmente i redditi sufficientemente alti per pagare le tasse relative e possono servire solo temporaneamente a far fronte all’aumento dei debiti personali dei destinatari.
Le origini della crisi
Le crisi economiche sono un modo “normale” di funzionamento del sistema capitalistico, anche se i meccanismi possono variare in ogni periodo storico. Dallo smantellamento delle istituzioni di Bretton Woods e dalla deregolamentazione dei mercati finanziari, il sistema creditizio ha sofferto enormi cambiamenti, specialmente con la creazione dei “derivati” o contratti di speculazione sugli scambi, sui tassi di interesse e sui prezzi delle azioni. I “derivati” furono creati dalle istituzioni finanziarie e venduti nei mercati internazionali monetari o finanziari.
La grande diffusione di questi prodotti, con il supporto delle borse e delle banche nei mercati globali, ha trasferito le decisioni economiche ai gruppi finanziari, sottomettendo la logica economica a quella puramente finanziaria. Il sistema creditizio, incluso quello delle banche, delle assicurazioni, dei fondi pensione, fondi protezione ed altri istituti, è il centro di formazione del cosiddetto capitale fittizio – dove lo stato e le società private rappresentano i due estremi di questo canale. Come scrive Marx nel III volume del Capitale, il capitale bancario, le borse e il sistema dei debiti e/crediti, sono una forma di capitale fittizio.
Il mercato dei “derivati” iniziò negli anni ’60-70 con la sovra-accumulazione di capitale monetario, prendendo la forma di petrodollari sui mercati interbancari, sotto l’impulso di Londra. Dopo l’ottobre del 1979 col colpo della Federal Riserve, che caratterizzò il ritorno al potere della finanza, per mezzo dell’improvviso rialzo dei tassi d’interesse, l’espansione di questo capitale provocò le crisi di debiti degli anni ’80, ad iniziare dal Messico nel 1982. I tentativi di uscire da questa crisi prese la forma della deregolamentazione finanziaria e di una conversione di debiti in titoli negoziabili.
Per dare un’idea del volume del capitale fittizio, si deve considerare che il debito consolidato (pubblico e privato) di tutti i paesi del mondo è stato stimato alla fine del 2004 in 5.260 miliardi di dollari. Alla fine del 2007, le riserve – incluse quelle finanziate dal debito interno – accumulate dai paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), dal Giappone, dalla Corea del Sud e dal Messico, superavano da sole i 3.600 miliardi di dollari. La maggior parte di queste riserve sono state trasformate in capitale fittizio, immesse nei mercati e vendute. Le riserve, originate dai depositi bancari, sono state convertite in mutui o prestiti al governo degli Stati Uniti per finanziare il suo duplice deficit (fiscale e commerciale). Quanto al solo settore monetario del mercato dei derivati, la media degli scambi quotidiani era di 3.200 miliardi di dollari, e i contratti giornalieri dei derivati (Over The Counter, OTC, negoziati direttamente tra agenti privati, senza mediazione delle borse o di altri intermediari) era, nel 2007, di 4.200 miliardi di dollari.
Per un confronto, si consideri che nel 2007, il PIL totale del mondo, stimato a parità di potere di acquisto, raggiunse i 65.820 miliardi di dollari e il totale degli scambi internazionali fu di 13.720 per le esportazioni e di 13.640 miliardi di dollari per le importazioni, nel 2006. Una parte crescente del capitale fittizio diventa parassitario, il suo ammontare supera ciò che è destinato alla riproduzione del capitale industriale. Tuttavia, malgrado non partecipi alla produzione di merci, il capitale fittizio cresce con la redistribuzione del surplus, e alimenta la creazione di ulteriore capitale fittizio come mezzo della sua particolare rigenerazione. Come conseguenza, la crisi finanziaria dovrebbe svalutare l’ammontare gigantesco di questo capitale parassitario e fittizio per permettere un nuovo ciclo di accumulazione del capitale. Ma la contraddizione è tale che tale svalutazione potrebbe spingere il sistema mondiale capitalistico verso un collasso globale, le cui conseguenze non possono essere valutate con precisione da nessuno.
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Manifestazioni attuali
Quella che oggi è indicata come la crisi immobiliare, iniziata dai mutui per l’acquisto della casa negli Stati Uniti, è il risultato dell’accumulazione di capitale fittizio durata molti anni. Le banche commerciali o gli istituti specializzati nel finanziamento degli investimenti in beni immobili hanno garantito mutui ipotecari e li hanno trasformati in titoli, creando nuovi derivati venduti nei mercati finanziari.
I rischi furono minimizzati e il credito sovra esteso, la capacità di indebitamento dei nuclei famigliari fu artificialmente accresciuta. Dalla fine del 2004 all’inizio del 2006, sono stati distribuiti un numero crescente di mutui a famiglie con basso reddito senza profili di credito favorevoli (“subprime”), per mezzo di contratti che iniziavano a interessi molto bassi, spesso dell’1%, ma che dopo due anni crescevano, talvolta fino a più del 15%.
Per immettere nel mercato questi prestiti ipotecari, le compagnie di assicurazione crearono altri prodotti finanziari, assicurando i rimborsi e la partecipazione agli interessi. Dal loro canto, le agenzie di classificazione del credito assicurarono le migliori valutazioni a questi prodotti finanziari ed alle istituzioni che li rilasciavano, facilitando il loro smercio alle istituzioni finanziarie ovunque, come i fondi della BNP Paribas o della Northern Rock, tra molti altri. Negli Stati Uniti questi furono venduti ai comuni ed anche alle scuole.
La crisi attuale esplose, quando una parte dei debitori iniziarono ad avere delle difficoltà a far fronte al carico degli interessi a causa dell’aumento del “prime rate” della Federel Reserve. Una delle ragioni di questo aumento fu il bisogno di attirare investimenti per finanziare i deficit degli Stati Uniti, principalmente associati alle enormi spese causate dalle guerre in Iraq ed Afganistan. In un contesto nel quale né i prezzi né il rischio possono essere valutati accuratamente dai professionisti, le complicazioni si spostarono rapidamente dal settore delle ipoteche dei “subprime” a quello dei solventi “più sicuri”. L’esplosione della bolla dei prodotti basati sulle ipoteche contaminò, naturalmente, altri segmenti dei mercati. Ciò nonostante, le cause della crisi non sono solo finanziarie; l’inadempienza nel pagamento dei debiti da parte di molte famiglie è dovuta al taglio degli stipendi, alla maggior durata dell’orario di lavoro, all’insicurezza del posto di lavoro, alla disoccupazione e alla crescita dei costi di altre necessità, come le spese per la sanità. Questo quadro diventa sempre più complicato dalla necessità di svalutare un considerevole volume di capitale fittizio accumulato.
Per conseguenza l’attuale sistema monetario e finanziario è pieno di paradossi. Il primo dei quali è quello di cercare soluzioni nella direzione neoliberista dell’espansione del capitale. Lasciamo una bolla finanziaria (quella commerciale del 2001) per cadere in un’altra (quella immobiliare) anche più pericolosa della prima. Tutte le soluzioni proposte – come quella del regime di regolazione Based II – sono inerenti al sistema e fanno affidamento sulle istituzioni del mercato senza imporre dei limiti, attraverso nuovi meccanismi, alla logica della massimizzazione del profitto.
Un secondo paradosso è la comparsa di una crisi di liquidità, come nell’estate del 2007 e l’iniezione di prestiti della Banca Centrale Europea. La sostituzione del modello di negoziazione dei salari (che richiederebbe un forte movimento sindacale e leggi per i diritti dei lavoratori), la diminuzione vertiginosa dei consumi delle famiglie e il sovra-indebitamento richiedono una diminuzione delle ineguaglianze e rendono impossibile evitare la stagnazione senza rompere il motore della crescita economica. Un terzo paradosso è quello che “l’indipendente” Banca Centrale rifiuta ogni intervento nel “libero mercato” da parte dello Stato, ma interviene massicciamente, quando l’intero sistema è minacciato.
Prospettive per la lotta di classe
Durante una crisi, la borghesia deve accettare dure perdite, per cercare di evitarne di più severe. Le crisi sono momenti in cui molto capitale – in genere quello meno produttivo e che corre i maggiori rischi in termini di credito – va in bancarotta e, allora, può essere incorporato in una struttura di capitalisti più concentrata. Perciò le classi dominanti lasciano che la crisi si sviluppi più forte di prima, anche se una parte di loro viene ricacciata nella classe media. Nel 20° secolo, durante ogni periodo di grande riorganizzazione del capitale, il progresso delle politiche macro economiche ha creato strumenti sempre più forti per cercare di smussare gli effetti delle crisi, ma ciò non ha permesso al sistema di cancellare le sue contraddizioni interne o di evitare le stagnazioni o più severe depressioni nel futuro.
Malgrado ciò, gli effetti peggiori dell’attuale crisi negli Stati Uniti saranno sopportati dalle famiglie più povere. Dato che la crisi grava sui redditi reali, milioni di famiglie americane stanno perdendo la loro casa (la stima è di oltre a 2,5 milioni in più), il tasso di sfruttamento della forza lavoro, la disoccupazione e la povertà stanno salendo, mentre i salari cadono. Senza un’assicurazione universale sulla salute o l’espansione dell’assegno di disoccupazione, considerando anche le difficoltà finanziarie incontrate da molti stati e comuni, la condizione di vita per molte famiglie di lavoratori diverranno sempre più difficili. E la svalutazione del capitale fittizio potrà causare seri problemi per coloro che hanno riposto i loro risparmi in fondi pensione e assicurazioni sanitarie alla bancarotta, come la Enron. Ma la crisi negli Stati Uniti ed in Europa si diffonderà nel mondo intero.
Tramite i canali di trasferimento del surplus dal Sud al Nord del mondo, si colpiranno i paesi poveri del Sud e le forze di lavoro periferiche. La situazione attuale è, tuttavia, complicata dal fatto che un certo numero di paesi possiedono una quota significativa di riserve estere, il che significa che i loro governi stanno aiutando gli Stati Uniti ad evitare un collasso generale. Infatti, una caduta del dollaro potrebbe svalutare fortemente le loro riserve. Molti governi aiutano le banche in difficoltà grazie ai fondi di cui dispongono. In un modo o nell’altro, l’acutizzarsi della crisi e la disfatta militare degli Stati Uniti in Iraq e in Afganistan stanno spostando l’egemonia mondiale dagli Stati Uniti – probabilmente verso la Cina.
Per quanto riguarda le prospettive della lotta di classe, teoricamente una crisi del sistema potrebbe offrire l’opportunità di spostare il potere economico della borghesia verso la classe operaia, in particolare tramite l’espropriazione dei mezzi di produzione. Sfortunatamente, i lavoratori e le loro organizzazioni, i sindacati, i partiti di sinistra ed anche i movimenti sociali, non si sono ripresi dalla disfatta seguita alla vittoria del neoliberismo e dal collasso dell’URSS. Fino ad ora, essi rimangono senza organizzazione e direzione nella lotta per il socialismo. Nell’America latina, la regressione dei centri dell’imperialismo può essere un momento per avanzare ed aprire nuovi spazi per il socialismo.
Ma questa direzione non è inevitabile. Il fatto è che durante la crisi del capitalismo i poveri soffrono, e ci sono rischi che essi possano essere sottomessi all’ideologia dominante e sostengano misure anti-crisi ma a favore del sistema. In tempo di crisi economica, i capitalisti hanno spesso successo nel sostituire la domanda per l’emancipazione dei lavoratori col richiamo alla piena occupazione, cioè al pieno sfruttamento. Le crisi sono momenti in cui è possibile spingere le contraddizioni al massimo, finché la fine del dominio del capitale e delle classi dominanti – cioè la distruzione, non dei mezzi di produzione, ma dei rapporti capitalistici di produzione. È, perciò, urgente ricostruire un programma per la transizione verso il socialismo, contro lo sfruttamento del lavoro e per la fine del capitalismo.
Traduzione di Giuliano Cappellini