www.resistenze.org - osservatorio - economia - 20-09-08 - n. 242

da Contropiano - www.contropiano.org
 
La crisi brucia posti di lavoro
 
di Maurizio Donato*
 
Quando crollano i valori nominali di azioni o di altri strumenti finanziari, il titolo preferito dai mass media è: “Bruciati in Borsa centinaia – o decine, o migliaia – di milioni”. Ma milioni di che? Che cosa distrugge realmente una crisi?
 
Immaginate Tizio che un giorno compra per un dollaro o un euro un’azione o una diavoleria finanziaria dal nome esotico. Di lì a qualche mese o qualche settimana, per ragioni a lui ignote o comunque indipendenti dalla sua volontà, il “valore” di questo pezzo di carta comincia a salire fino a due, tre, cinque, dieci dollari o euro. Tizio è ovviamente contento e – se non è fesso o ingordo – dovrebbe ringraziare la sua buona stella, arraffare il malloppo e buonanotte alla Borsa. Qualcuno lo fa, valutando correttamente quanto gli è capitato per quello che è: un colpo di fortuna, soldi guadagnati senza lavorare, magari grazie al lavoro di qualche altro. Altri no.
 
Perché il settore finanziario – speculativo è un grande business, con azionisti e top manager che guadagnano se riescono a piazzare le loro diavolerie a “risparmiatori” che non sanno che farsene dei propri quattrini e pensano – chissà poi perché – che la Borsa sia tanto differente da un Casino.
 
La crisi è sovrapproduzione, eccesso di capitale.
 
C’è troppo capitale in giro per il mondo rispetto alle normali opportunità di estrarre plusvalore e non c’è modo – pacifico – migliore di distruggerne una parte in eccesso che alimentare e gonfiare continuamente bolle speculative che poi, inevitabilmente, sono destinate ad esplodere.
 
E allora Tizio è “costretto” non solo a scommettere sempre, ma a rischiare – magari a sua insaputa – sempre di più. Quando poi la febbre finanziaria aumenta, Tizio spera addirittura di finanziare con la vincita in Borsa non qualche acquisto di lusso che normalmente non potrebbe permettersi, ma l’acquisto della casa o l’Università per il figlio. Accende un mutuo dando in cambio pezzi di carta, e la banca che dovrebbe prestargli i soldi, sapendo benissimo di che genere di garanzie si tratta, prende il debito a rischio, lo infiocchetta e impacchetta con qualche nome improbabile e cerca di sbolognarlo a chi può. E’ successo per anni, finché c’era qualcuno che comprava.
 
Poi, d’improvviso (o quasi) si comincia ad avvertire uno scricchiolio, da cento il pezzo di carta vale novantacinque, novanta, ottanta.
 
“Che faccio? – chiede Tizio alla sua banca – Vendo? “
 
“Ma no, non si preoccupi, è tutto sotto controllo, vedrà, si tratta di una crisi passeggera; sa i nostri modelli..”
 
Così diceva il grande Irving Fischer, uno dei più grandi economisti del secolo scorso, poche settimane prima del crollo del ’29.
 
Intanto il pezzo di carta finisce per valere quanto valeva all’inizio, cioè zero, uno, e allora, se Tizio non ha scambiato in tempo i propri pezzi di carta con qualcosa di reale valore, scopre che non può più avere un mutuo, di quella casa che magari era già in costruzione.
 
Che disastro, eh. Milioni (virtuali) andati in fumo. E adesso?
 
E chi vuoi che intervenga se non gli Stati.
 
Fu proprio dopo il crollo del ‘29 che le idee di Mr. Keynes furono prese in più seria considerazione, salvo poi essere abbandonate e adesso, a ottant’anni di distanza, ci risiamo. Nel giro di due giorni tutte le teorie neoliberiste, le prescrizioni di politica economica, i modelli dei guru di Washington: carta straccia, né più né meno delle azioni di Lehman Brothers o di AIG.
 
Quel settore pubblico che quando le cose vanno bene dovrebbe ritirarsi dall’economia, ché i mercati – diamine – funzionano benissimo da soli anzi meglio, torna di attualità quando la crisi avanza, per salvare non i posti di lavoro persi a causa della crisi, ma i profitti di banche e compagnie di assicurazione troppo grandi e troppo interconnesse per fallire.
 
Una logica spietata, quella del capitalismo: se sei piccolo, se sei un lavoratore – di terra, d’aria o di mare – puoi anche andare al diavolo. Meglio, anzi, ché così i più grossi ti comprano a prezzi di svendita. Ma quando in crisi ci vanno i banchieri, quelli grossi, e allora, beh, bisogna essere pragmatici, lasciamo da parte l’ideologia. Strano che non abbiano ancora tirato in ballo l’emergenza. Che pena.
 
Le risorse pubbliche vanno adoperate per sostenere chi ne ha bisogno: il lavoro, non il capitale.
 
E se in un settore c’è possibilità di profitto, allora che questo profitto sia pubblico, non le perdite. Oppure lo si sostenga “a prescindere” perché fornisce un bene pubblico, profitto o meno.
 
Restano negli occhi le immagini di quegli scatoloni di centinaia e centinaia, in questo caso migliaia di funzionari, impiegati, segretarie, fattorini.
 
I loro posti di lavoro si sono bruciati assieme all’ideologia della finanza moderna e del libero mercato che funziona. Non “centinaia di milioni di euro”: quello carta straccia era e carta straccia è tornata ad essere.
 
* mdonato@unite.it