www.resistenze.org - osservatorio - economia - 14-10-08 - n. 245

Quando i ponti crollano
 
di Domenico Moro
 
Nel film “Leoni per agnelli” il professore di college Robert Redford, nel tentativo di scuotere uno dei suoi studenti dal disinteresse per la politica, gli domanda: “Sì, puoi comprarti una Mercedes da ottantamila dollari, ma che te ne fai se tutte le strade sono piene di buche?”. In questa domanda c’è l’essenza della politica neoliberista degli ultimi trenta anni, iniziata con Reagan negli anni ‘80 ed applicata con rigore fondamentalista negli Usa di Bush. Qui il disastro dovuto al ritiro del pubblico a favore del privato si è concretizzato mediaticamente nell’immagine del crollo di ponti senza più manutenzione.
 
Eppure, il ritiro inesorabile dello Stato dall’economia non si è tradotto in una riduzione del debito pubblico, che proprio dall’inizio degli anni ’80 comincia la sua impressionante rincorsa. Perché, in realtà, è il pubblico a sostenere il privato sia quando gli riduce le tasse, sia quando finanzia l’industria bellica, dallo Scudo spaziale di Reagan alla Guerra permanente di Bush, sia quando il privato è sull’orlo del crack per le speculazioni finanziarie, determinate proprio dall’abdicazione della Stato a qualsiasi controllo.
 
Oggi lo schema si ripete. Questo c’è dietro la bocciatura da parte della Camera Usa del piano Paulson, che organizza una gigantesca discarica statale da 700 miliardi di dollari per i “titoli tossici” che inquinano il mercato finanziario. Certo tra i 133 repubblicani che hanno votano no ha avuto un peso il fondamentalismo ideologico neoconservatore, ma, tra i 95 deputati democratici che si sono opposti a Paulson come tra molti statunitensi, c’è anche la stanchezza per un sistema che arricchisce Wall Street e ne socializza le perdite quando questa è in crisi, senza peraltro imparare niente dal passato.
 
Ricordate Aig, il colosso assicurativo appena salvato da Bush? I fondatori della Aig Financial Products sono gli stessi dirigenti di quella Drexel che nell’85 inondò i mercati di “titoli spazzatura” ed il cui fondatore Milchen finì in galera. Nel 1998 saltò Lctm, un hedge fund sorretto da un algoritmo tanto infallibile da non considerare il default della Russia. In questi anni matematici quantitativi hanno continuato a costruire derivati sempre più sofisticati. Nel 2001 lo scandalo Enron rivelò la pratica diffusa di nascondere le perdite in società per legge non considerate nei bilanci aziendali. Oggi le passività legate ai mutui subprime sono incapsulate in società escluse dai conti ufficiali. Le cartolarizzazioni dei mutui si sono infilate nessuno sa dove e nessuno sa per quale ammontare, determinando la sfiducia e l’aumento dei tassi interbancari, che bloccano i prestiti tra banche e quindi il sistema finanziario.
 
Il piano Paulson, che comunque dopo l’approvazione del Senato è già cresciuto a 850,5 miliardi di dollari, potrebbe non bastare di fronte a banche con migliaia di miliardi di bilancio. Inoltre, il piano si inserisce in un contesto di già grande indebitamento statale. Qualcuno ha voluto minimizzare il debito pubblico Usa, che ammonterebbe appena al 60% del Pil, confrontandolo con quello italiano che è del 106%. Il debito pubblico Usa a seguito dei salvataggi, delle nazionalizzazioni e del piano Paulson è in realtà schizzato al 93%. Ma, come avverte l’Ufficio Bilancio del Parlamento Usa, se contabilizzassimo in modo corretto le poste impegnate sui dipendenti pubblici (soprattutto i reduci di guerra) e i programmi di assistenza sanitaria e previdenza, il debito pubblico salirebbe di cinque volte, ovvero a 59 trilioni di dollari, oltre il 400% del Pil, una situazione da paese del quarto mondo. In più gli Usa hanno un debito del commercio estero di 13 trilioni, ovvero quasi il 100% del Pil e negli ultimi 12 mesi hanno toccato gli 844 miliardi di deficit commerciale. Inoltre, gli Usa, a differenza dell’Italia, il cui debito pubblico è quasi del tutto interno, dipendono dall’estero per il 45% del finanziamento del debito, 9 volte più di 40 anni fa. Senza contare che l’Italia non ha la responsabilità di dover garantire la moneta di riserva e di scambio internazionale. Non basta, quindi, accusare la mancanza di regole.
 
L’evidente fallimento del neoliberismo e del capitale nel suo centro statunitense, nonché la dimostrazione proprio qui della necessità dell’intervento statale è una importante occasione per la sinistra di uscire dall’angolo dove l’offensiva neoliberista l’ha stretta, riproponendo il ruolo dello Stato nell’economia. Un ruolo sociale e pubblico, né subalterno al privato né di pura socializzazione delle perdite. E’ fondamentale che in Italia, dopo la sconfitta elettorale e di fronte alla nuova ondata di privatizzazioni che si prepara, non si perda questa occasione.
 
pubblicato anche su La Rinascita della sinistra del 9/19/2008