www.resistenze.org - osservatorio - economia - 19-10-08 - n. 246

da www.solidnet.org - fonte: Partito Comunista degli Stati Uniti (CPUSA) - www.cpusa.org
Traduzione dall'inglese (USA) per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
L'Opinione: Finanza e crisi - Come ci siamo arrivati e come uscirne - Parte 2
 
di Sam Webb, Segretario del Partito Comunista degli Stati Uniti (CPUSA)
 
Le turbolenze nei mercati finanziari e il loro salvataggio - per l'astronomica cifra di 700$ miliardi - hanno attratto l'attenzione e l'ira del pubblico su Wall Street e su Washington. Mentre milioni di persone sono a conoscenza delle cause scatenanti la crisi - i prestiti "predatori", la deregolamentazione, l'avidità insaziabile - ciò che non risulta così ovvio è il processo che nel lungo periodo ha portato il sistema economico finanziario sul bordo del baratro.
 
Chiamo questo processo finanziarizzazione, secondo la definizione dell'economista Gerald Epstein, "un processo in cui le ragioni finanziarie, i mercati finanziari, gli attori finanziari e gli istituti finanziari assumono un ruolo crescente nel funzionamento delle economie nazionali e internazionali." (Financialization and the World Economy, 2005, Introduzione)
 
Tutto ebbe inizio negli anni Settanta
 
Nella sua forma attuale, la finanziarizzazione risale alla metà del 1970. A quel tempo il capitalismo statunitense era afflitto da problemi apparentemente insormontabili e contraddittori: alti tassi di inflazione e di disoccupazione, declino della fiducia nel dollaro, competitività indebolita, crescita lenta, e un calo nei profitti.
 
Di fronte a questa crisi dell'economia e l'indebolimento della posizione imperialista statunitense a livello globale, l'allora Presidente della Federal Reserve, Paul Volcker, si è fatto avanti, aumentando i tassi di interesse a livelli record. Ciò ha riassorbito l'inflazione, ma ha contemporaneamente aumentato il tasso di disoccupazione, che ha raggiunto il picco dei tempi della grande crisi economica degli anni ‘30; numerose fabbriche e un numero ancora più alto di aziende agricole a conduzione familiare hanno fatto bancarotta, la classe operaia ha patito privazioni spaventose, in particolare le comunità afro-americana, latina e altre minoranze, si sono avute gravi ripercussioni sull'economia globale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo di Asia, Africa e America Latina.
 
Contemporaneamente, i tassi di interesse da record hanno reindirizzato improvvisamente e massicciamente i capitali nazionali ed esteri nei canali finanziari, che all'epoca davano rendimenti molto elevati. Volcker, un banchiere esperto, sapeva che il problema dei capitalisti non era la mancanza di capitale liquido, quanto non disporre di sufficienti possibilità di reinvestimento del surplus di capitale per ricavarne altro profitto: una crisi di sovrapproduzione di capitale.
 
Inoltre, una volta nei canali finanziari, il capitale in denaro non restava improduttivo. Spinto dalla sua propria natura a espandersi costantemente e rafforzato dalla pressione concorrenziale di capitali in competizione (crescere o morire) in un ambiente con scarsa regolamentazione, per tre decenni gli attori della finanza (banche, società d'investimento, ecc.) si sono lanciati in una ininterrotta e massiccia corsa agli acquisti, alle vendite, ai prestiti e alle spese folli. Tutto ciò ha portato a un'esplosione del settore finanziario in termini di occupazione, di transazioni, di strumenti, di giocatori e di profitti. In altre parole, la finanziarizzazione è proceduta a un ritmo febbrile travolgendo tutto.
 
Capitale che produce poco e distrugge molto
 
A differenza del capitale produttivo che si riproduce e si espande con l'estrazione di plusvalore e profitto dalla forza lavoro nel processo di produzione, il capitale in denaro è molto più irrequieto e impaziente. Il suo arco di tempo di riferimento è il breve termine. Può girare il mondo in un istante grazie ai sistemi informatici e a Internet. E' vero che il capitale finanziario immette talvolta liquidità in investimenti a lungo termine - impianti, attrezzature e nuove tecnologie che creano posti di lavoro e fanno crescere l'economia - ma questo non è il tipo di investimento che preferisce, soprattutto negli ultimi anni. In realtà, è altrettanto possibile che il capitale in denaro distrugga gli impianti e le attrezzature, vediamo l'esempio della nostra Rust Belt [le fiorenti zone industriali statunitensi dove ora le fabbriche sono chiuse, NdT] e le politiche di adattamento strutturale imposte ai paesi in via di sviluppo e agli ex paesi socialisti.
 
Ove possibile, il capitale si nasconde nell'oscurità, dove non può essere visto dalle indebolite autorità di regolamentazione. Come un buon imprenditore, inventa nuovi "prodotti" (opzioni, swap, future, derivati), ma tutti ad altissimo rischio, e poi vende, acquista e lucra grandi profitti. Quando le turbolenze si impadroniscono dei mercati finanziari, come sta accadendo ora, il capitale finanziario incassa e fugge, cercando un rifugio fino a quando non torni il sereno. Nel caso in cui non riesca a raggiungere un porto sicuro e subisca delle perdite, non si preoccupa perché sa che il governo federale e la Federal Reserve sono pronti al salvataggio degli enormi fallimenti dei grandi istituti finanziari, come ora.
 
Il lubrificante della finanziarizzazione è la produzione e la riproduzione di debiti strabilianti, da parte delle imprese, dei consumatori e dello stato. Il debito è vecchio come il capitalismo, ma ciò che è peculiare di quest'epoca di finanziarizzazione è che la produzione di debiti, di eccedenze e bolle speculative sono ormai diventati essenziali per il funzionamento del capitalismo statunitense.
 
Una spada a doppio taglio
 
Maturando in forza e portata sul finire degli anni '80 e negli anni '90, la finanziarizzazione è cresciuta al punto da diventare l'elemento principale nel forgiare contorni, struttura, interrelazioni ed evoluzione dell'economia nazionale [degli Stati Uniti] e mondiale. Nonostante sia la risultante delle debolezze e delle contraddizioni sistemiche connaturate al capitalismo statunitense, la finanziarizzazione rappresenta anche il modello neoliberale di accumulo del capitale e di amministrazione, volto a ripristinare lo slancio, la redditività e la posizione dominante del capitalismo statunitense negli affari interni e internazionali.
 
Ma come stiamo dolorosamente apprendendo, la finanziarizzazione è una spada a doppio taglio, non precisamente uno spasso. Infatti, proprio i suoi successi hanno aperto nuove linee di frattura nell'economia statunitense e globale, rendendola, come possiamo toccare con mano, insostenibile.
 
Mentre stimolava l'economia nazionale e globale, ha precipitato la nostra nazione, le famiglie, le imprese e lo stato, in debiti astronomici difficilmente risanabili in breve tempo.
 
Mentre dava un impulso alla crescita economica, ha anche introdotto enorme instabilità nelle arterie dell'economia statunitense e mondiale, come dimostrano i frequenti contagi finanziari interni e all'estero verificatisi nel corso degli ultimi due decenni.
 
Mentre ha prolungato fasi cicliche al rialzo, tipiche del capitalismo, ha anche creato lo scenario per un brusco risveglio e una crisi economica molto più acuta, che è esattamente ciò che stiamo vivendo.
 
Mentre creava ricchezza a dismisura, ha anche avviato con successo il più grande trasferimento di ricchezza nella storia della nostra nazione dai creatori di ricchezza, i lavoratori del mondo, agli appropriatori di ricchezza, ovvero la classe dominante del capitale finanziario statunitense.
 
Mentre attraeva capitale sui nostri mercati finanziari, ci ha anche lasciati alla mercé della disponibilità degli investitori stranieri di assorbire quantità massicce di debito, cosa che sono sempre meno inclini a fare, in un momento in cui il dollaro perde valore su mercati valutari internazionali e i nostri mercati [azionari] crollano.
 
Mentre il potere d'acquisto dei consumatori statunitensi sostenuto dal facile accesso al credito ha aumentato la domanda a livello globale, ha contemporaneamente legato l'economia mondiale alla nostra – fortemente finanziarizzata, indebitata e instabile.
 
Serve un nuovo modello di regolamentazione economica
 
Eppure, nonostante il disastro di proporzioni incredibili, nonostante la portata incredibile di corruzione e di irresponsabile speculazione, i signori del furto, dell'appropriazione e del disagio sociale cercano di risolvere la crisi finanziaria in un modo da restare nella stanza dei bottoni mantenendo intatta la loro ricchezza.
 
Questo non è "socialismo", come abbiamo sentito dall'estrema destra. E' un capitalismo finanziario monopolistico statale o, in un linguaggio più colorito, è un capitalismo da far west, fuori di qualsiasi controllo.
 
Il popolo statunitense e i loro amici al congresso fronteggiano una grossa sfida. A breve, alcune misure urgenti devono essere adottate per ripristinare il corretto funzionamento dei mercati finanziari, per ricaricare l'economia e, soprattutto, per migliorare le condizioni di vita del popolo statunitense.
 
A più lungo termine, serve un nuovo modello di regolamentazione economica, statale e di impresa. Con ciò intendo una riconfigurazione del ruolo e delle funzioni del governo e delle imprese perché favoriscano i lavoratori, i gruppi oppressi per questioni di razza o cittadinanza, le donne, i giovani e altri gruppi sociali. Ciò richiede non solo l'elezione del candidato del Partito Democratico Barack Obama, ma anche una lotta sostenuta da una coalizione popolare guidata dai lavoratori assieme agli alleati, da condurre su un nuovo terreno politico a Washington, nella capitale della nazione.
 
I recenti avvenimenti hanno minato la legittimità del modello neoliberale di regolamentazione e di accumulazione, abbracciato con tanto entusiasmo dall'Amministrazione Bush e dagli elementi repubblicani del congresso. (Non ci stupiamo che dicano di non voler giocare a scaricabarile).
 
Ma non ci sono alternative in vista. C'è un vuoto politico in cui le varie forze contrapposte cercheranno di imporre il loro modello di regolamentazione.
 
A mio avviso, dovrebbe essere un modello che tragga spunti dall'esperienza del New Deal, ma che sostanzialmente si conformi alle condizioni attuali e alle esigenze di progresso politico ed economico della classe lavoratrice della nostra nazione e, più in generale, dei popoli oppressi. Non sarà un modello socialista, ma rappresenterebbe una sfida al potere e alla prassi degli agenti del capitalismo, insisterebbe sulla pace e l'uguaglianza, prenderebbe in considerazione la nazionalizzazione delle fonti di energia e del settore finanziario, la demilitarizzazione e la sostenibilità ambientale della nostra economia della nostra società.
 
Le condizioni di vita causate dalla crisi economica degli anni '30 ha spinto Franklin Delano Roosevelt e i suoi consiglieri - anche se con un forte appoggio di una potente coalizione traversale guidata dai sindacati industriali e dalla classe operaia multirazziale - di riconfigurare il ruolo e le funzioni dello stato a vantaggio della stragrande maggioranza dei cittadini. Dobbiamo trarre ispirazione ed energia da questo esempio e impostare un simile rotta.