www.resistenze.org - osservatorio - economia - 27-10-08 - n. 247

Origini e conseguenze della crisi
 
di Domenico Moro
 
Sulla crisi in atto si sono spesi litri d’inchiostro e tuttavia alcune affermazioni che vanno per la maggiore meritano qualche approfondimento per chiarire origini e conseguenze della crisi.
 
A) “La crisi finanziaria non toccherà l’economia reale”
 
In realtà, l’economia reale è già “toccata” dalla crisi. Negli Usa, ad esempio, le tre major di Detroit, GM, Ford e Chrysler, hanno registrato enormi crolli delle vendite e sono sull’orlo della bancarotta. Le azioni della GM, che ha persino messo in vendita il suo quartier generale di Detroit, hanno raggiunto il livello più basso da cinquanta anni. In Europa, dove si sta registrando l’anno peggiore dalla crisi dei primi anni 90, a settembre le vendite sono calate del 9,2%. La GM europea prevede un taglio alla produzione di 40mila automobili, mentre, tra le fortissime case produttrici tedesche, Mercedes taglierà 80mila automobili e Wolkswagen in Repubblica Ceca ha fermato la produzione per una settimana in più del previsto. In ogni caso il collasso del sistema bancario ed il conseguente aumento del costo del credito non possono non avere un impatto sulle imprese, peggiorandone la situazione. La concorrenza, accentuata dalla crisi, impone economie di scala sempre maggiori e stimola il processo di concentrazione dei capitali industriali, attraverso fusioni ed acquisizioni, che negli ultimi anni si sono moltiplicate. Per poter realizzare tali operazioni si richiedono crediti enormi, in genere forniti dalle grandi banche. Dunque, l’arresto o la riduzione del credito bancario aggraverebbe la crisi industriale. Quest’anno le imprese hanno attivato 6mila miliardi di dollari di linee di credito negoziate nel 2007. Se l’operazione fosse stata negoziata ora sarebbe costata oltre l’800% in più, a causa dell’aumento dei tassi interbancari. E’ per le condizioni sempre più proibitive del credito bancario che il governo Usa ha allentato, in gran segreto, le regole sul rimpatrio dei capitali delle multinazionali custoditi nei “paradisi fiscali” e che la Banca centrale Usa presterà per la prima volta direttamente alle corporation, bypassando le banche. Intanto, l’amministrazione Bush ha concesso all’industria dell’auto 25 miliardi in crediti agevolati e l’Europa si appresta a prendere misure analoghe.
 
B) “La crisi è di natura finanziaria”
 
In realtà la crisi si sta manifestando come crisi finanziaria ma la sua origine è nell’economia reale. Per capirlo andiamo a vedere l’antefatto, la “crisi dei subprime” di un anno fa. Per anni mutui e prestiti sono stati concessi dalle banche anche a chi non aveva alcuna garanzia da dare, persino a chi non aveva neppure un lavoro. Dopodiché questi crediti sono stati impacchettati in un serie di prodotti finanziari (i famosi “derivati”) e venduti con guadagni sempre più alti in tutto il mercato finanziario mondiale. Tutto questo è stato possibile finché che il prezzo delle case continuava a crescere. Al momento in cui la bolla immobiliare è scoppiata, i prezzi delle case sono scesi sotto il costo dei mutui ed i mutuatari si sono dichiarati insolventi. A questo punto il sistema finanziario mondiale si è ritrovato ingolfato di una montagna di carta straccia. Dal momento che nessuno sapeva più bene in quale entità ed in quali prodotti finanziari i crediti inesigibili fossero incapsulati, le banche hanno cominciato a non avere più fiducia le une nelle altre, portando in alto i tassi a cui si prestano denaro e provocando un restringimento generale del credito. A questo si è aggiunto il fatto che i derivati dei mutui erano stati assicurati con altri prodotti finanziari, i credit default swaps. Dunque, il crollo dei derivati avrebbe trascinato anche i CDS. Così, quando le banche hanno verificato l’enormità delle perdite presenti nei loro bilanci, sono cominciati i fallimenti che si sono estesi anche alle assicurazioni, come Fannie Mae, Freddie Mac e Aig, prefigurando un collasso sistemico. Perché tutto questo? Le banche sono state incoraggiate a prestare non solo dall’abolizione dei paletti e delle regole che furono introdotti all’epoca della Grande crisi del ’29, ma soprattutto da una lunga politica della banca centrale Usa di mantenimento di un bassissimo costo del denaro. Lo scopo dichiarato era rendere possibile l’indebitamento di milioni di americani, in modo da sostenere artificialmente i consumi e quindi i profitti. Il fatto è che i consumi erano già declinanti per la riduzione trentennale dei salari reali dei lavoratori americani, come conseguenza di una crisi che da decenni attanaglia ciclicamente l’economia reale. L’inizio può essere individuato nel ‘73-’75, quando si ebbe una combinazione di stagnazione ed inflazione che cominciò a mangiarsi i redditi delle famiglie Usa. Da allora la crisi si è riproposta all’inizio degli anni 80, degli anni 90 ed infine nel 2001. Le imprese si sono concentrate e hanno delocalizzato alla ricerca di condizioni più convenienti d’investimento, di conseguenza molti lavoratori sono stati licenziati e sono passati dall’industria ai servizi, dove i salari sono più bassi. L’impatto della deindustrializzazione è stato devastante: lo standard di consumi è stato mantenuto prima lavorando in due per famiglia e poi aumentando l’orario di lavoro settimanale fino a 50 e persino 60 ore. Quando la contrazione produttiva, dovuta alla crisi del 2001, ha ridotto la possibilità di lavorare di più è cominciata la rincorsa agli acquisti a credito e all’indebitamento. Nel 2005 negli Usa un terzo degli stipendi era utilizzato per pagare i debiti accumulati. Eppure, nello stesso periodo, negli Usa la quota dei profitti sul Pil ha raggiunto il punto più alto degli ultimi settantacinque anni. Alla base del problema c’è, dunque, la compressione dei salari al di sotto degli standard di consumo ed una redistribuzione del reddito nazionale del tutto squilibrata a favore dei profitti, attraverso cui si scarica sui salari una crisi che è strutturale.
 
C) “Il debito federale Usa non è preoccupante”
 
Il debito federale Usa è in realtà abnorme e la sua entità è dovuta alla crisi. Il debito federale Usa, calcolato correttamente, equivale a 59 trilioni di dollari, ovvero ad oltre il 400% del Pil, una situazione da paese del quarto mondo. A questo si aggiunge un debito del commercio estero di 13 trilioni di dollari, quasi il 100% del Pil. Nel 1971 gli Usa abbandonarono la convertibilità in oro del dollaro, che era ed è la moneta di riferimento internazionale. In questo modo hanno potuto scaricare le proprie contraddizioni sul resto del mondo, pagando in dollari garantiti soltanto dalla loro egemonia che diventava sempre meno economica e sempre più politico-militare. Infatti, dalla metà degli anni ’70 e soprattutto dall’inizio degli anni 80 con Reagan il debito pubblico Usa ha cominciato a crescere esponenzialmente fino al boom degli anni di Bush II. Anche la crescita del debito è da collegare alla crisi. Infatti, per sostenere l’industria in difficoltà si sono aumentate le spese militari e diminuite le tasse alle imprese. Il debito è stato finanziato vendendo titoli del Tesoro all’estero a Paesi che avevano bisogno di avere riserve in dollari. Oggi il 45% del debito federale è detenuto dall’estero, 9 volte più di quaranta anni fa, creando così un altro squilibrio, questa volta internazionale, tra un enorme debito mondiale concentrato negli Usa e un credito concentrato in pochi paesi con forti attivi commerciali. Il meccanismo si sta però inceppando, perché si sta verificando un parziale spostamento del risparmio di paesi come la Cina dai titoli statali e non degli Usa verso altri tipi d’investimento e altre valute, in specie l’euro. Inoltre, l’enorme esborso statale per salvare banche ed assicurazioni dalla bancarotta ha peggiorato il debito, creando per la prima volta un rischio default per gli Usa.
 
D) “Ci vuole di nuovo Keynes”
 
Può sembrare paradossale, ma la politica economica Usa degli ultimi decenni e soprattutto quella dell’epoca Bush è stata una politica keynesiana. Infatti, la ricetta keynesiana contro la crisi si fonda su due elementi: riduzione del costo del denaro ed espansione del debito pubblico. Denaro a buon mercato ed iniezioni di finanziamenti statali darebbero impulso agli investimenti e questi ai profitti, rimettendo in moto l’economia. Infatti, secondo Keynes la causa della crisi starebbe nell’eccesso di risparmio, mentre la crisi attuale ha al contrario la sua radice nell’eccesso di liquidità. Altrettanto curiosa è la diffusa equazione keynesismo uguale più Stato nell’economia, in quanto, secondo Keynes, qualunque intervento statale deve ben guardarsi dall’invadere settori da cui il privato può ricavare profitti. L’obiettivo di Keynes è mantenere alti i profitti e per farlo suggerisce di contenere i salari ed alzare i prezzi. La ricetta di Keynes è stata messa in pratica dai governi Usa con i risultati che abbiamo visto, producendo deficit pubblici e bolle speculative sempre più grandi senza però evitare che la crisi si riproducesse in forma sempre più grave. Questo perché, invece, la crisi affonda le sue radici in un eccesso di investimenti, in una sovrapproduzione di mezzi di produzione rispetto al saggio di profitto aspettato dagli imprenditori. Pertanto, un aumento della liquidità anziché in nuovi investimenti e nuova occupazione si traduce in speculazione finanziaria o, al limite, in ristrutturazioni e delocalizzazioni che riducono addetti e salari.
 
Conseguenze
 
La prima conseguenza sarà sul reddito dei lavoratori. In primo luogo l’aumento del debito statale inasprirà la pressione fiscale. Inoltre, se non ci sarà una forte azione di contrasto sindacale, continuerà la tendenza alla riduzione dei salari, incentivata dall’aumento della disoccupazione. Ma, come abbiamo già visto, ciò peggiorerà le capacità di assorbimento dei prodotti da parte del mercato. Muterà poi il rapporto tra Stato ed economia, ma nel senso di appoggio più diretto al profitto e di “socializzazione delle perdite”. Il liberismo è finito, ammesso che sia mai esistito veramente, perché, quando l’impresa lo esige, lo Stato interviene sempre, come sanno bene Bush II e il suo ministro del Tesoro, Paulson. Al proposito, si dice con ottimismo che, a differenza del ’29, oggi la risposta dello Stato sia stata pronta e senza badare a spese. Si dimentica però di dire che lo Stato, specie quello Usa, è arrivato all’appuntamento con la recessione già gravato da sfiancato da pesanti debiti e bisogna vedere quanto si possa andare avanti con sistemi già abusati come i deficit di bilancio e la riduzione dei tassi d’interesse. Infine, muteranno gli equilibri internazionali. Peer Steinbrück, ministro tedesco delle finanze, sintetizza così la situazione: “Gli Usa hanno perso il loro status di superpotenza del sistema finanziario mondiale. Fra dieci anni vedremo il 2008 come una rottura fondamentale. Non sto dicendo che il dollaro perderà il suo status di riserva, ma che questo diverrà relativo.” In effetti la Grande crisi del ’29 fu risolta solo dalla seconda guerra mondiale che con le enormi spese militari rimise in moto la macchina produttiva e con le immani distruzioni ricostituì le condizioni per il boom del dopoguerra. Oggi, se le tensioni internazionali dovessero salire e se il commercio internazionale dovesse rallentare a seguito della crisi e per le tentazioni protezionistiche, allora potrebbe esserci il pericolo di una uscita militare dalla crisi. In questo senso, l’aumento esponenziale delle spese militari Usa negli ultimi anni e la teoria della “guerra preventiva”, già applicata più volte, non sono un buon segno. La soluzione potrebbe però essere diversa. Il fallimento del liberismo dimostra non solo la necessità dell’intervento dello Stato in economia, ma anche l’anarchia irrazionale di una economia improntata alla ricerca ed all’appropriazione privata del massimo profitto. Bisogna, quindi, pensare ad un nuovo ruolo, sociale e pubblico, dello Stato. Non uno Stato subordinato alle necessità di profitto dei privati o di socializzazione delle perdite, ma uno Stato che democraticamente organizzi e pianifichi l’attività economica, in modo da determinare una nuova redistribuzione del reddito ed una gestione razionale e senza sprechi delle risorse umane e della natura.