www.resistenze.org - osservatorio - economia - 28-10-08 - n. 247

da P.C. di Israele - www.maki.org.il - in www.solidnet.org
Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Israele e l’attuale crisi capitalistica
 
di Daniel Rosenberg *
 
La crisi finanziaria non risparmia Israele. Il paese, che negli ultimi decenni è andato integrandosi nei mercati capitalisti globali, sta ancora una volta guardando il lato peggiore del capitalismo, giacché le borse sono cadute di un incredibile 10% dall'inizio del mese e la previsione di crescita del PIL per i prossimi due anni è stata ridotta drasticamente.
 
La crisi trova la società israeliana in una condizione peggiore rispetto all’ultima recessione, quella del 2000-2003: attualmente, circa un quarto dei cittadini israeliani vive sotto la soglia ufficiale di povertà, e fra questi la percentuale dei gruppi di minoranza, come arabi israeliani ed ebrei ortodossi è estremamente alta. Una gran parte della popolazione povera israeliana è definita "working poor", ovvero coloro che hanno un lavoro ma non guadagnano un salario minimo per vivere, fenomeno che di solito è considerato un sintomo di sgretolamento delle classi medie.
 
Nonostante che molti governi in tutto il mondo, dall’Europa al Messico, intendano incrementare la spesa per combattere l’imminente recessione, il governo israeliano ha già dichiarato che manterrà un pareggio di bilancio e che, per fare ciò, saranno necessari ulteriori tagli alla spesa sociale. Il governo non ha ancora reso noto il bilancio per il 2009 ma, come per il piano economico d’emergenza del 2003, è probabile che siano inclusi la riduzione del sostegno statale per istruzione e welfare, con la chiusura di ospedali, scuole e centri comunitari.
 
La crisi in corso ha anche un effetto diretto sulle pensioni ed i risparmi a lungo termine di molti lavoratori e pensionati israeliani. Negli ultimi decenni, Israele ha subito una serie di riforme finanziarie mirate ad integrare la società israeliana nel sistema finanziario internazionale. Così, i principali fondi pensione, che fino al 1995 erano gestiti dalla confederazione del lavoro israeliana, furono privatizzati nel 2004. L'epoca vide anche l'acquisizione, da parte di proprietari stranieri, di importanti istituzioni finanziarie, come la più grande società di assicurazioni e la seconda più grande banca del paese. Le istituzioni finanziarie, ora completamente integrate nella finanza internazionale, hanno investito in mercati finanziari stranieri piuttosto che in obbligazioni del governo, così come in titoli che hanno arricchito i maggiori tycoons israeliani, i quali avevano pesantemente investito in azioni finanziarie straniere. Le perdite che il settore finanziario globale ha subito nelle ultime settimane hanno avuto impatti notevoli sui guadagni degli investitori istituzionali israeliani, dando luogo ad un restringimento medio del 8% dei risparmi pensionistici - ed il peggio deve ancora venire. Molti lavoratori, specialmente quelli che si avvicinano al pensionamento, semplicemente non credono di essere in grado di mantenere uno standard di vita decente, così sono costretti a lavorare alla loro tarda età.
 
Un altro settore colpito dalla crisi è la rete enorme di ONG che provvedono al benessere necessario di migliaia di israeliani. Con l’approfondirsi della povertà nella società israeliana, le ONG hanno fornito molti servizi sociali essenziali, da mense e carità a salute ed istruzione. Le ONG, che spesso operano sotto la bandiera della "giustizia sociale", fanno di solito molto affidamento sui contributi di ricchi donatori israeliani ed internazionali, inclusi alcuni dei maggiori capitalisti israeliani. In tempi di caos economico, come in questo momento, le donazioni divengono di norma più scarse, lasciando una parte rilevante della popolazione israeliana senza beni essenziali, come alle volte il cibo ed i ricoveri. Quest’aspetto della crisi è sentito in modo acuto specialmente nei Territori palestinesi, poiché molti programmi d’aiuto sono tagliati per mancanza di fondi.
 
È anche probabile che l'industria israeliana subisca dei tagli; già più di 10.000 lavoratori attendono il licenziamento nelle prossime settimane. La dipendenza dai mercati stranieri, che fu salutata dai politici liberali come il segno del successo dell'industria israeliana, è probabile che sia la sua disgrazia in tempi di recessione globale. Molti capitalisti d’azzardo, specialmente nei settori informatico e biotecnologico, stanno gia uscendo da Israele.
 
Comunque, un settore che non sta mostrando segnali di recessione è la produzione di mezzi di distruzione. Elbit, il maggiore produttore privato di armi di Israele, ha reso noto che il profitto lordo per il secondo trimestre 2008 è aumentato del 55.4 % rispetto al secondo trimestre 2007, mentre Magal, specializzata in sicurezza e sistemi di sorveglianza, ha visto il suo reddito salire di uno sbalorditivo 78 % dal 2007 (Magal ed Elbit sono i maggiori appaltatori impegnati nella costruzione del noto Muro di Separazione nei Territori palestinesi occupati). Inoltre, è probabile che il budget israeliano per la difesa non sarà tagliato nel 2009 e facilmente continuerà ad attestarsi approssimativamente al 15 % della spesa statale complessiva. Fra i miliardi assegnati all'apparato militare israeliano, 4 miliardi di dollari saranno spesi per acquistare 25 nuovi caccia F-35, prezzo due volte più alto rispetto a quello di catalogo (87 milioni di dollari ciascuno), per la felicità della Lockheed-Martin Corporation. Le priorità del governo, rivelatesi in questo sovrapprezzo e acquisto superfluo, mostrano l’essenza del ruolo geopolitico di Israele: essere il "grande bastone" della politica estera statunitense, anche a costo di far morire di fame i propri cittadini.
 
*Daniel Rosenberg è un giovane membro del Partito Comunista di Israele