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- osservatorio - economia - 14-12-08 - n. 254
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Sullo stato della crisi e sulle misure d’intervento
di Giuseppe Amata
1. L’evolversi della crisi economica e finanziaria e le misure intraprese dai diversi paesi capitalistici interessati da essa e, di rimando, le misure protettive opposte da altri paesi che di riflesso ne potrebbero soffrire, evidenziano un quadro che appare sempre più nitido e nello stesso tempo mostrano l’accentuarsi delle contraddizioni di classe ed intercapitalistiche.
Gli Stati Uniti, il paese maggiormente interessato dalla crisi, hanno le idee più chiare sul che fare rispetto ai paesi europei che tentennano, ora facendo leva su una misura ora sull’altra senza un preciso piano organico. Hanno varato un piano finanziario da 750 miliardi di dollari che permette allo Stato di entrare nel capitale azionario per salvare le grandi banche, la vetta della piramide del potere economico-finanziario, nel tentativo di salvare il perverso meccanismo di accumulazione che ha loro permesso di scaricare su paesi terzi le crisi che nel passato hanno sofferto, grazie all’egemonia del dollaro.
Questo fa seguito alle misure di sostegno all’apparato militare industriale che non sono mai mancate da più di un secolo e mezzo, dal tempo della dottrina di Monroe e che soprattutto nel secondo dopoguerra si sono enormemente rafforzate, altrimenti gli Usa non avrebbero potuto vincere la guerra fredda. E proprio con Reagan, che sostiene la deregulation nell’economia e che fa di tutto per farla accettare agli altri paesi, sapendo di favorire le proprie multinazionali protese alla conquista dei mercati mondiali (ed ovviamente non volevano ostacoli da parte dei paesi che praticavano un dirigismo economico statuale), il filo rosso di sostegno dello Stato all’apparato militare industriale si è incrementato.
Dopo il piano finanziario per salvare le banche, gli Usa sotto la spinta del presidente eletto Barack Obama, stanno predisponendo, seppur con tante difficoltà almeno fino all’insediamento del nuovo presidente, un piano industriale per ora per una cifra molto più modesta (appena 18 miliardi di dollari come mediazione tra Bush e parlamentari democratici) di salvataggio dell’industria automobilistica esclusivamente di origine nazionale (escludendo ovviamente le presenze estere negli Usa come Toyota!) che altrimenti rischia di fallire. Nella stesura di questo piano oltre a prevedere la partecipazione del capitale pubblico nel settore (una specie di IRI) pare che si predispone la ristrutturazione dei processi produttivi ed una nuova finalizzazione dei prodotti. La disoccupazione in America galoppa ed un eventuale fallimento dell’industria automobilistica aumenterebbe di altre 2,5 milioni il numero dei lavoratori disoccupati, dimostrando al mondo intero che la lotta di classe esiste anche in America (e non è stata quindi un’invenzione di Marx!), anzi si acutizza e tutti i tentativi dei mass media, dei sociologi, politologi e politici di maggioranza e di opposizione, anche di casa nostra, di mascherarla con la discriminazione razziale, quale piccolo neo della “democrazia americana”, tanta osannata nel tempo e fatta propria anche da Veltroni e dal PD, subisce un fiasco clamoroso.
Certo, la domanda sorge spontanea: da dove lo Stato americano prenderà questi soldi, considerando l’indebitamento pubblico sempre crescente e sottoposto alla bontà e pazienza di cinesi, giapponesi, inglesi e sceicchi arabi ed anche considerando la fluttuazione del dollaro che, seppur ripresosi un poco nei confronti dell’euro non naviga certo con i vessilli splendenti dell’epoca d’oro? Due sono le strade praticabili: a) un’elevata imposizione fiscale tale da impoverire la classe media simbolo del way american life; b) la via consueta di scaricare sui paesi poveri attraverso le regole dello scambio economico diseguale di leniniana memoria, del quale l’egemonia del dollaro era uno degli strumenti operativi.
Un’altra domanda ovviamente rimane dietro le quinte: le crisi economiche, che sono insite nel modo capitalistico di produzione, possono essere analizzate e spiegate nella loro soluzione, senza tener conto dei conflitti militari? No!, detto in modo certo e secco, perché dimostrato dalle vicende storiche. Una potenza capitalistica ha superato la sua crisi economica scaricandola su altri paesi. Con la sconfitta di Napoleone III e gli accordi di Sedan nel 1870, la Prussia si rivale sulla Francia e prendendosi con la forza l’Alsazia e la Lorena, grandi bacini di ferro e carbon fossile, imprime un grande processo di industrializzazione forzata alla sua economia e facendosi pagare i danni di guerra lascia la Francia indebitata ed in piena crisi economica e poi dopo la vittoriosa rivoluzione della Comune di Parigi nel 1971 interviene per soffocare la rivoluzione, preferendo ad essa un governo francese debole. La crisi economica che si diffonde in Europa dopo il I conflitto mondiale e che interessa in maggior misura la Germania, permette al capitale finanziario americano di varcare l’oceano e di realizzare grandi profitti. E dalla grande crisi del 1929-33 se le terapie keynesiane risollevano nel breve periodo l’economia americana con il new deal o quella nazista con il grande riarmo finanziato dallo Stato, non possono certamente modificare l’andamento ciclico del modo capitalistico di produzione e l’insorgere in America di una nuova crisi mascherata col riarmo in previsione dell’entrata in guerra è quindi superata con la vittoria bellica e la successiva egemonia sull’Europa, distrutta ed immiserita dalla guerra scatenata dal nazi-fascismo. In tal senso il piano Marshall, più che funzionale alla ricostruzione dell’Europa, è stato funzionale al ristabilimento del ciclo capitalistico ed al dominio americano. Poi, la nuova crisi che matura agli inizi degli anni Cinquanta trova il suo sbocco nella rimilitarizzazione di tutte le economie capitalistiche e nella guerra di Corea. E che dire, agli inizi degli anni Novanta, della relazione fra crisi economico-finanziaria e guerra del Golfo e, agli inizi del nuovo secolo, fra crisi e guerre infinite a partire dall’Afghanistan per continuare in Iraq?
In conclusione, negli Stati Uniti, se Obama manterrà fede al suo programma il keynesismo cacciato dalla porta rientrerà, opportunamente aggiornato agli interessi della classe dominante, dalla finestra e sarà la variante, come lo fu il liberismo sfrenato negli anni Ottanta e negli Novanta dopo il crollo del muro di Berlino per imporre la cosiddetta globalizzazione, col fine di sancire la supremazia della superpotenza americana. Gli Stati Uniti appariranno, quindi, col volto nuovo di un capitalismo monopolistico di Stato, come lo fu l’Inghilterra a guida laburista subito dopo il secondo conflitto mondiale, ed anche a guida dei conservatori e ancora dai laburisti fino all’epoca della svolta con la Thatcher, per mantenere i resti della dominazione imperiale inglese. Il volto del capitalismo monopolitistico di Stato appare l’unica variante in questo momento per conservare il sistema. Ma del resto come scriveva Engels (cfr. Antidühring, , Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 297), interpretando le leggi della dialettica, “lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Il rapporto capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice. Ma giunto all'apice si rovescia. La proprietà statale delle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma racchiude in sé il mezzo formale, la chiave della soluzione”.
2. In Europa, invece, non esiste una posizione unitaria dei governi di fronte alla crisi, anzi non è mai esistita nelle questioni internazionali da quando la Gran Bretagna è entrata nella CEE e quindi nell’UE. L’asse franco-tedesco che in modo timido durante la seconda guerra in Iraq si era opposto agli Usa e si manteneva unito con Chirac-Schroeder ora con la Merkel e Sarkozy scricchiola, perché la Germania per mantenere una certa egemonia finanziaria in Europa vuole il mantenimento di regole meno elastiche rispetto alle proposte francesi in riferimento alle modifiche da apportare di fatto al Patto di stabilità. Ed il governo italiano che stanzia 80 miliardi di euro a sostegno del capitale finanziario, per sottrarli alla spesa sociale, distruggendo la sanità pubblica, la scuola e l’università, e svendendo Alitalia alla Cai, senza un minimo ritegno giuridico, così come avvenuto col salvataggio di Parmalat o in un passato non tanto lontano con la vendita della Cirio e dell’AlfaRomeo, come se si trattasse di una semplice transazione fra privati, non riesce nemmeno ad indicare in quale forma giuridica si articolerà questo intervento. Si brancola nel buio o si vuol coprire tutto, mentre si esclude un intervento diretto come in America e si fa trasparire l’ipotesi di un lancio di titoli del debito pubblico a copertura del finanziamento.
3. In Giappone le istituzioni finanziarie attraversano una profonda crisi. A questo si deve aggiungere che il Giappone, soffrendo gli effetti della crisi finanziaria asiatica del 1997 e del 2002, è in permanente stagnazione da diversi anni e che ora sta precipitando in una grave depressione, considerato che la posizione di vantaggio che aveva nei mercati asiatici sta per essere completamente soppiantata dalla Cina e che, con la profonda depressione in cui è penetrato a livello mondiale il settore dell’auto, un gigante come Toyota si trova in grandi difficoltà ed il il toyotismo, simbolo della riorganizzazione dei processi industriali al posto del fordismo-taylorismo, accettato da tutti i paesi capitalistici come cura per le “eccessive pretese dei lavoratori” e consolidato in tutti i testi delle discipline di insegnamento di Organizzazione aziendale, come bella novità per incrementare la produttività aziendale, si spegnerà come qualsiasi moda, così come negli anni Settanta si è spenta la moda che vedeva i testi di Economia politica degli anni Cinquanta e Sessanta strombazzare l’economia del benessere come nucleo forte disciplinare, emarginando l’unica, vera, scientifica, teoria economica che è quella marxiana.
4. In Russia, la crisi ha portato ad un massiccio crollo della Borsa, dopo quello del 1998, ed alla situazione pre-fallimentare di alcune istituzioni finanziarie sorte nel periodo del capitalismo selvaggio di Eltsin. Il governo di Putin è orientato a rafforzare la presenza del capitale pubblico nel settore finanziario ed a sostenere quello già presente in larga maggioranza nel settore strategico degli armamenti, del petrolio e del gas, ma anche nei settori del trasporto. Da quando Putin è balzato al potere, cioè alla fine del 1999, il capitale pubblico che era diventato in minoranza anche in aziende strategiche come Gasprom è ritornato ad avere un ruolo importante nell’economia russa e così si pensa di superare o di resistere alla crisi economica mondiale.
5. In Cina, una recente risoluzione dell’Ufficio Politico del Partito comunista e la Conferenza annuale dell’economia conclusasi l’altro giorno hanno adottato una linea di intervento contro i riflessi della crisi economico-finanziaria, basato sull’accentuarsi del controllo macro-economico statale e sul sostegno alla modernizzazione dell’agricoltura, all’industrializzazione della grande area occidentale dell’immenso paese, al risanamento ambientale e all’incremento della domanda interna per sopperire alla mancanza di sbocco delle esportazioni in quei mercati esteri interessati dalla crisi. Gli indicatori finanziari hanno rilevato un trend di flessione della Borsa di Shanghai, anche se in forma più contenuta rispetto a quello delle altre Borse mondiali, una perdita del capitale azionario cinese nella vicenda del fallimento della Lemon Brother, l’incertezza dell’andamento dei T-bond americani, che come è noto i cinesi ne possiedono una gran fetta, cioè 585 miliardi dollari, anzi sono passati al primo posto tra i creditori esteri (il Giappone ne possiede 573,2, la Gran Bretagna 338,4), e di altre operazioni finanziarie oggi a rischio intraprese nel corso degli ultimi due decenni. Gli indicatori economici rilevano invece che il notevole tasso di sviluppo dell’economia cinese, con gli opportuni accorgimenti appena approvati, dovrebbe per il prossimo anno flettersi di poco, assestandosi intorno ad un incremento del 9% rispetto al 10% degli anni precedenti. A sua volta, la disoccupazione non dovrebbe superare il tasso del 5%, oltre il quale la situazione occupazionale diventerebbe preoccupante, se si pensa che negli scorsi anni la disoccupazione strutturale era scesa sotto il 4%. Anche se per la Cina vengono a mancare per le merci di massa in parte i mercati europei e del nord-America, non dovrebbe essere questo un problema, considerando che l’aumento degli scambi con la Russia, le due Coree, l’America Latina in blocco e l’Africa in parte, richiamerebbe in questi paesi la corrente di traffico dell’esportazione.
Ma, il problema della Cina, a lungo andare è un altro. Riguarda i suoi rapporti di produzione. Le crisi economiche internazionali storicamente non hanno riguardato solo l’influenza sulla produzione delle merci, bensì soprattutto le conseguenze sui rapporti di produzione e quindi sulla trasformazione sociale. Fino a quando può reggere un modello imperniato sulla produzione di valori di scambio, anche se la produzione è orientata da una guida unica, centralizzata, che governa le leggi del profitto e fa sì che non si scatenino le leggi coercitive della concorrenza, come diceva Marx, ovviamente oggi nel contesto dei monopoli e delle multinazionali? Quando durerà la transizione cinese o meglio come si articolerà nella nuova situazione, quella “economia socialista di mercato”, senza essere colpita dall’aggravarsi della crisi capitalistica mondiale, che a detta dei dirigenti del PCC e dello Stato cinese, dovrà condurre all’affermazione di una società socialista realizzata prevista per la metà del secolo? E’ questo l’interrogativo storico!
6. L’America Latina ha reagito alla crisi finanziaria mondiale questa volta con grande attenzione, almeno da parte dei paesi che fanno leva su uno sviluppo indipendente, anche se fra quest’ultimi bisogna fare una distinzione tra quelli ad orientamento socialista come Cuba, il Venezuela, il Nicaragua, la Bolivia e l’Ecuador e quelli che non mettono in discussione i rapporti di produzione capitalistici, pur respingendo decisamente il neo-liberismo e l’espansione imperialistica degli Usa, come il Brasile, l’Argentina, il Cile, l’Uruguay ed altri che tanti disastri hanno avuto nel passato per quelle politiche e per quell’egemonia.
L’approvazione da parte del primo gruppo di paesi di istituire una moneta unica, anche se per il momento solo di conto, detta Sucre, per il reciproco sostegno e per ammortizzare le ripercusssioni della crisi finanziaria mondiale, così com’era in Europa l’Ecu prima dell’Euro, rappresenta un fattore importante per la coesione del continente centro e sud-americano, soprattutto se ad essa aderiranno gli altri grandi paesi.
7. In un recente articolo di Giorgio Resca Cacciari riportato da Contropiano on line si diceva che la crisi andava incontro alla Tempesta perfetta, riprendendo il titolo di un noto film. Non mi piace fare previsioni, come anche nell’articolo Russian scientist: 'USA is a pyramid that has to collapse' pubblicato su english.Pravda.ru, del 4-12-2008,nel quale si riporta un’intervista del prof. Igor Panarin ai media americani, nella quale si sostiene che nel 2009 esploderà negli Usa la lotta di classe che condurrà al collasso non solo l’economia ma la stessa unità degli States, tanto da pronosticare addirittura la formazione di 4 Stati nazionali, la California (in cui è forte la popolazione d’origine cinese), il Texas (nel quale esiste il nocciolo duro della destra americana), uno Stato Atlantico ed un altro nel nord, abitato dalle minoranze dei nativi d’America con l’influenza del Canadà. Si potrebbe ricordare, in proposito, che dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Brezinski, consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Bush (padre), auspicava e si adoperava con la Cia anche per disintegrare la Russia, per far nascere al suo posto tre Stati: la Russia con estensione dall’Europa fino agli Urali in Asia, uno Stato siberiano, come l’attuale Georgia, influenzato dall’America e da essa vessato dei ricchi giacimenti di petrolio, gas, oro e diamanti, ed un altro nel Pacifico, lasciato all’influenza del Giappone e della Cina.
Una cosa, però, mi sembra chiara considerando lo stato della crisi: avanti, il capitalismo mondiale a guida Usa, spingendo il processo della globalizzazione, non può andare; indietro, in direzione del protezionismo, non può tornare; in questa situazione esso combatte disperatamente non solo contro le forze antagonistiche che lo vogliono rovesciare ma anche contro se stesso; se vince ci sarà un cambio di leadership al posto degli Usa; se perde si avvierà nei fatti una fase di transizione verso una nuova formazione sociale.
Si avvicina il momento di poter dire scacco al re, il re è matto?