www.resistenze.org - osservatorio - economia - 01-02-09 - n. 259

La crisi dell’auto tra aiuti di Stato e sovrapproduzione
 
di Domenico Moro
 
Nel settore auto la paura non fa più 90, bensì 60. L’amministratore delegato della Fiat, l’italo-svizzero Marchionne, ha chiesto immediati aiuti statali, a fronte del calo del 60% delle vendite di gennaio 2009 rispetto al gennaio 2008 ed al conseguente rischio di 60mila esuberi nella filiera dell'auto. Nonostante tali drammatiche cifre la Fiat ha ottenuto dal governo soltanto 300 milioni sotto forma di incentivi alla rottamazione. Una inezia in confronto a quanto stanziato dagli altri paesi industrializzati.
 
A parte gli Usa, dove GM e Chrysler, a un passo dal fallimento, hanno ricevuto in prestiti agevolati rispettivamente 13,4 miliardi e 4 miliardi di dollari, in Europa la Francia ha messo in conto aiuti per 7,5 miliardi di euro e la Gran Bretagna, che pure non ha più marchi di proprietà nazionale, ha messo a disposizione 2,5 miliardi di euro. Persino la Spagna, gravata da un consistente debito pubblico e con risorse minori dell’Italia, ha stanziato 2 miliardi e la Germania, che possiede le aziende automobilistiche più competitive a livello mondiale, ha stanziato un contributo di ben 2500 euro per ogni auto da rottamare, che fa parte di un secondo pacchetto di stimolo economico del valore di 50 miliardi di euro.
 
L’energica azione di questi governi va inquadrata in un contesto in cui il mercato europeo dell’auto è calato del 15% nella seconda metà del 2008 mentre quello Usa è crollato annualmente del 18%. La lista degli stabilimenti fermi e l’ammontare delle ore lavorative tagliate si allunga, così come quella dei licenziamenti previsti entro la fine di quest’anno. In Germania, la Volkswagen ridurrà la settimana lavorativa, durante il prossimo mese, per i due terzi dei suoi 92mila dipendenti, mentre analogo provvedimento interesserà 26mila operai della Bmw a febbraio e marzo. Di pochi giorni fa è la notizia che GM licenzierà a primavera 2000 lavoratori aggiuntivi negli Usa e che Chrysler ha già eliminato 1000 lavoratori dalla sua jobs bank (una sorta di cassa integrazione statunitense).
 
Quello dell’auto non è l’unico settore interessato dalla crisi, che per l’appunto è generale, ma è particolarmente esemplificativo della origine non finanziaria della crisi. Infatti, il settore automobilistico è stato interessato negli ultimi decenni da processi ristrutturativi che ne hanno aumentato la produttività. Ciò, da una parte, ha permesso di riversare sul mercato quantità sempre maggiori di auto e, dall'altra parte, ha comportato la riduzione del personale impiegato, e quindi della sua forza negoziale e dei salari reali, contribuendo così ad indebolire la capacità di assorbimento del mercato. La sovrapproduzione che da anni interessa questo settore (come tanti altri) è stata mascherata con il sostegno artificiale al mercato, incentivando gli acquisti a credito. Negli Usa questi sono il 90% del totale, in Italia il 65%.
 
Le banche centrali, a partire dalla Fed statunitense, hanno spinto le banche, con la riduzione del costo del denaro, ad incentivare l’indebitamento. Quando lo scoppio della bolla immobiliare ha rivelato che le banche erano piene di titoli spazzatura basati su crediti inesigibili, il credito al consumo si è bruscamente interrotto. Da qui il collasso di entità come Gmac e Ford credit, le branche di GM e Ford che finanziavano gli acquisti di auto a credito. Appare così evidente che quella che è stata dipinta come la causa della crisi, il crollo della finanza, è stata invece un effetto della crisi di sovrapproduzione stessa, un tentativo di risolverla, che però ha finito soltanto per rimandarla di qualche anno ingigantita. Ora, inoltre, l’industria si trova senza linee di credito visto che le banche non prestano più. Infatti, il mercato interbancario è paralizzato per la paura di insolvenza che le banche hanno l’una dell’altra.
 
E’ questa situazione che ha fatto dire al primo ministro francese Fillon “non si può aspettare altri mesi per vedere se le banche prestano ancora”. L’aiuto dello Stato diventa, quindi, necessario, mettendo a disposizione dei capitalisti industriali quel “capitale sociale” che i capitalisti finanziari sono restii ad impegnare. L’intervento dello Stato avviene però sotto la forma della “socializzazione delle perdite”, subordinando “il capitale sociale” al suo utilizzo privato. Infatti, l’introduzione di una qualunque forma di controllo o di presenza statale nelle aziende e nelle banche soccorse coi soldi pubblici è esclusa a priori. Inoltre, il modo in cui vengono erogati gli aiuti, anziché risolvere la situazione che ha aggravato la crisi, la riproduce, rifinanziando il meccanismo del credito al consumo. Senza contare che gli aiuti di Stato, diversificati per paese, come abbiamo visto, distorcono la concorrenza creando forme di protezionismo e favorendo l’insorgere di nuove guerre commerciali.
 
Ma ciò che è più importante è che questa crisi verrà impiegata dalle imprese per favorire la ridefinizione dei rapporti di lavoro a sfavore dei lavoratori e ridurre i salari, come dimostra il recente colpo sferrato da Confindustria e governo al contratto nazionale. Inoltre, la crisi accelererà la ricerca di economie di scala, e quindi le fusioni e le acquisizioni internazionali, che porteranno a chiusure di stabilimenti. Esattamente quello che potrebbe accadere nel caso di fusione tra Peugeot e Fiat, una delle opzioni più probabili per raggiungere il livello di economie di scala definito come necessario da Marchionne. In tale eventualità, visto che Sarkozy ha già affermato che gli aiuti statali sono condizionati al mantenimento degli stabilimenti francesi, sarebbe il partner italiano a farsi carico delle perdite di posti di lavoro.
 
La gravità della crisi e la evidente risposta di destra, contro il movimento dei lavoratori, che si prospetta, rendono necessario un approccio più complessivo e che vada alla radice della crisi stessa. Ciò vuol dire che va dato sostegno al salario più che al credito al consumo (che riproduce indebitamento) e che non solo si deve collegare ogni aiuto statale al mantenimento dei livelli occupazionali da parte delle aziende ma anche che, dopo anni di privatizzazioni, esternalizzazioni, e liberalizzazioni dagli effetti disastrosi, va riaffermata la necessità di un rinnovato ruolo di regolazione e pianificazione statale dell’economia.