www.resistenze.org - osservatorio - economia - 09-02-09 - n. 261

Statalizzare le banche?
 
di Domenico Moro
 
Dopo la bad company, che dovrebbe accollarsi i debiti delle aziende industriali andate a scatafascio (come nel caso dell’Alitalia), è ora il tempo della bad bank, che dovrebbe accollarsi le perdite delle banche. La caratteristica principale che accomuna bad company e bad bank è che i debiti se li prende lo Stato, cioè i contribuenti.
 
Negli Usa e nella Ue in questi giorni si sta discutendo se e in che modo costituire dei contenitori che riacquistino dalle banche i titoli tossici di cui sono piene. I titoli tossici sono quei titoli in cui sono stati “impacchettati” i mutui subprime, concessi anche a chi non aveva alcuna garanzia da dare e che sono diventati inesigibili dopo che la bolla speculativa immobiliare Usa è scoppiata, facendo crollare i prezzi delle case.
 
Tra i titoli tossici sono anche le assicurazioni sui titoli basati sui mutui, i cosiddetti credit default swaps (Cds), diventati anch’essi carta straccia. La presenza di questi titoli ha, in primo luogo, determinato perdite enormi tra le banche di tutto il mondo. Circa 568 miliardi di euro sono stati bruciati nei primi nove mesi del 2008 solo da parte delle prime dieci banche Usa ed Ue. In secondo luogo, i titoli basati sui subprime hanno bloccato il mercato del credito, lasciando senza ossigeno imprese grandi e soprattutto piccole. Da qui il loro appellativo di titoli tossici e la necessità di liberarsene in modo da riattivare il mercato dei capitali.
 
Il vero problema è che mentre nei precedenti casi di costituzione di bad bank, come in Svezia negli anni ’90, si sapeva, almeno grosso modo, l’entità dei titoli tossici presenti nel sistema, oggi non se ne conosce né la quantità né dove siano presenti. Quel che sappiamo è che in totale le cartolarizzazioni e le obbligazioni strutturate del debito hanno un valore nominale di 8500 miliardi di euro e i Cds di 45000 miliardi. Una cifra stratosferica pari, a più di quattro volte il Pil statunitense.
 
Negli Usa, dove le banche hanno ricevuto colpi pesantissimi, tanto che alcune hanno cessato di esistere, come Lehman, il programma di aiuto federale, il Tarp, ha già utilizzato 294,9 miliardi di cui 250 per la ricapitalizzazione delle banche. Ma le banche europee non stanno meglio. In Gran Bretagna il governo ha salvato numerose banche, tra cui una delle principali a livello europeo, la Royal bank of Scotland. La Germania vede a rischio la sua stabilità finanziaria, e si trova con la Hypo Real Estate, che ha una posizione cruciale (è la seconda banca tedesca per le obbligazioni ipotecarie) in grave difficoltà. Il governo tedesco, che ha già dato 90 miliardi alla Hypo ed ha acquistato il 25% della Commerzbank, sta valutando la possibilità di affiancare ad ogni istituto in difficoltà una bad bank.
 
Apparentemente le banche italiane si troverebbero in una condizione migliore ed il governo Berlusconi, a differenza degli altri governi, non ha preso alcun provvedimento per la loro ricapitalizzazione. In realtà, anche le banche italiane si trovano in difficoltà. Quella che era la prima banca, Unicredit, è passata da una capitalizzazione di 75,63 miliardi di euro ad una di 18,43 miliardi, scendendo in Europa dalla terza posizione all’ottava. Le banche italiane hanno poi altri due problemi. Il primo, che condividono con altre banche europee, è l’esposizione con i Paesi dell’Europa dell’est, che, alle prese con crescenti deficit delle partite correnti, rischiano la bancarotta, la quale avrebbe ripercussioni pesantissime sui loro creditori. Il secondo è che le banche italiane dovranno affrontare la concorrenza delle banche europee rafforzate dalla ricapitalizzazione garantita dai loro governi.
 
Queste difficoltà hanno fatto esprimere a Davos sia l’ad Unicredit, Profumo, che quello di Intesa, Passera, a favore di interventi da parte dello Stato. Eppure fino ad ora le banche italiane sembravano poco interessate all’aiuto del governo, un po’ perché i tassi d’interesse dei cosiddetti Tremonti bond non sembravano convenienti, e soprattutto per il timore che gli aiuti governativi potessero influire sulla governance interna delle banche, modificando l’assetto del potere bancario, e conseguentemente del potere economico in Italia.
 
Oggi, infatti, stiamo verificando un ulteriore passaggio nel rafforzamento del rapporto tra banche ed imprese. La possibilità di compartecipazione delle banche nelle imprese è stata aumentata al 15% del proprio patrimonio di vigilanza su una singola partecipazione, e fino al 60% in quote di imprese. Questo vuol dire che la cabina di regia dell’economia è sempre più nelle mani delle banche e che il controllo sul credito è decisivo per chi voglia controllare l’economia. Questo non è un fatto positivo soprattutto per un’altra ragione. Negli anni 90, quelli del neoliberismo rampante, la privatizzazione delle banche e l’abolizione della legge bancaria del ’36 hanno dato avvio alla affermazione della banca universale, cioè alla possibilità per le singole banche di acquisire partecipazioni in aziende. Se, però, la liberalizzazione e l’abolizione degli steccati tra banche e imprese, introdotti durante la Grande Depressione proprio per scongiurare gli effetti a catena dei fallimenti societari o bancari su tutto il sistema, ha già dato cattiva prova di sé in Italia con i casi Cirio e Parmalat e negli Usa con il caso Enron ed ora con la crisi in corso, questi nuovi provvedimenti non possono che aumentare i rischi sistemici.
 
Sembra, quindi, che ci si trovi dinanzi a una contraddizione paradossale. Da una parte, lo Stato interviene a sostegno delle banche, dall’altra, si accentua la liberalizzazione del settore. Del resto, anche negli Usa e in Gran Bretagna gli aiuti statali e finanche la partecipazione con quote di maggioranza non significano controllo pubblico. Infatti, come specificato dal responsabile per l’Italia della Royal Bank of Scotland al Corriere: “noi nazionalizzati ma Gordon Brown resta fuori dalla porta”. Praticamente si realizza una gestione privata senza la proprietà privata. Una bella forma di capitalismo a spese della collettività.
 
In realtà, le banche non possono essere considerate aziende come le altre in quanto svolgono un servizio di utilità pubblica. Pertanto la crisi attuale, anziché essere l’occasione per concentrare il potere bancario e lottare per il suo controllo tra gruppi di potere economico-politico, dovrebbe essere motivo per revisionare profondamente quelle scelte liberiste che si sono rivelate disastrose, favorendo le speculazioni più spericolate. Bisognerebbe pensare, a livello quantomeno europeo, a introdurre il controllo dello Stato sul settore bancario, statalizzandolo, e a ripristinare la distinzione tra banche che investono nelle imprese e banche che collocano i titoli al pubblico.
 
Domenico Moro