www.resistenze.org - osservatorio - economia - 13-03-09 - n. 265

La crisi e la produzione privata senza proprietà privata
 
di Domenico Moro
 
1. Sovrapproduzione e crisi
 
Secondo il ministro dell’economia Tremonti quella attuale è una crisi finanziaria e come tale risolvibile a partire dalla finanza e dalle banche. Tremonti, in realtà, coglie soltanto l’aspetto esteriore della crisi, la forma in cui si è manifestata, ma ne ignora il contenuto. La sostanza della crisi sta invece nei meccanismi di accumulazione del capitale, sebbene il credito – la finanza e le banche - siano un importante elemento di accelerazione e di approfondimento delle contraddizioni generate da quei meccanismi. Le crisi nel mondo economico moderno non sono un fattore anomalo, bensì la modalità tipica in cui emergono le contraddizioni economiche e soprattutto la modalità violenta attraverso cui trovano una momentanea risoluzione.
 
La principale di queste contraddizioni è quella tra produzione e mercato. L’obiettivo delle aziende è produrre per fare profitti e per fare profitti bisogna ridurre i costi delle merci prodotte in modo da aumentare il margine ovvero la differenza tra costi di produzione e prezzi di produzione. La riduzione dei costi di produzione passa per la realizzazione di economie di scala, cioè attraverso la produzione di masse di merci sempre più grandi durante la stessa giornata lavorativa. Questo è realizzabile migliorando le condizioni della produzione cioè incrementando la produttività della forza lavoro. L’introduzione di tecnologia e macchine sempre più moderne ed efficienti al posto di lavoratori, l’aumento dei ritmi e dell’intensità del lavoro sono i metodi principali per raggiungere tale risultato.
 
Astrattamente si tratta di un fatto positivo, in quanto lo sviluppo della grande industria moderna mette a disposizione dei consumatori masse di merci più grandi prodotte in un tempo minore. Il problema è che la produzione capitalistica è diretta non verso semplici consumatori ma verso consumatori in grado di pagare il prezzo ritenuto adeguato dalle imprese, cioè verso un mercato.
 
Ebbene la questione è proprio questa: la produzione capitalistica è una produzione che si estende progressivamente senza alcun riguardo per il mercato cioè per le capacità di acquisto delle merci prodotte. Ciò significa che la produzione tende ad eccedere sempre le capacità di assorbimento del mercato producendo una permanente contraddizione tra capacità produttive e limitatezza del mercato. La limitatezza del mercato viene accentuata, inoltre, proprio dal meccanismo che vede la sostituzione di forza lavoro con macchinari e conseguentemente l’espulsione di lavoratori dal processo produttivo.
 
Secondo uno studio della Banca dei regolamenti internazionali a partire dall’inizio degli anni 80 fino ad oggi in tutti i principali paesi industrializzati si è avuto uno spostamento della quota del Pil dai salari ai profitti. In Italia la quota andata ai profitti è aumentata dal 23,1% del 1993 al 31,3% del 2005. Si tratta dell’8% del Pil, che in Italia corrisponde a 120 miliardi di euro ossia, detto in altri termini, a 7mila euro per ognuno dei circa 17 milioni di salariati italiani, che annualmente passano dalle tasche dei lavoratori ai profitti.
 
Ma la cosa più interessante dello studio della Bri è che la causa di questo fenomeno viene individuata, più che nella concorrenza dei lavoratori dei paesi “in via di sviluppo”, nella introduzione di nuova tecnologia che, espellendo lavoratori e destrutturando l’organizzazione del lavoro, riduce le capacità di resistenza e negoziazione dei lavoratori. In questo modo si è determinata la perdita di capacità d’acquisto dei salari ed i lavoratori si sono trovati costretti al lavoro straordinario con l’effetto di ridurre ancora di più la domanda di forza lavoro e di aggravare la disoccupazione.
 
Inoltre, dal momento che le nuove tecnologie introdotte a partire dagli anni 80 sono quelle informatiche e che queste tecnologie diventano obsolete più rapidamente, ne risulta un aumento nella frequenza delle ristrutturazioni aziendali e di quanto consegue. Dunque, mentre da una parte si moltiplica l’offerta di merci sul mercato, dall’altra parte si riduce la domanda, che per la maggior parte è costituita da lavoratori salariati, o, nel caso migliore, non si permette alla domanda di crescere in modo proporzionale all’offerta. Del resto, nella concorrenza, ancorché oligopolistica, che regna nel modo di produzione capitalistico, ogni singolo capitale, per battere i propri competitor, tende a realizzare le maggiori economie di scala possibili e a ridurre i salari dei propri lavoratori, trattandoli come costi da ridurre e non come compratori.
 
Si realizza così una tendenza alla sovrapproduzione di merci che ha alla sua base la sovrapproduzione di capitale sotto forma di mezzi di produzione. Ciò che è importante capire, però, è che la sovraccapacità produttiva è tale entro il modo di produzione capitalistico, che produce solo per il profitto. E che la sovrapproduzione di merci si determina entro i limiti del mercato capitalistico, che tende a restringere la capacità d’acquisto dei salari e ad aumentare l’esercito dei disoccupati e dei precari.
 
2. Il caso emblematico dell’automobile
 
La crisi è il modo violento in cui il capitale risolve le sue contraddizioni. Infatti, le crisi non solo bruciano miliardi di capitale fittizio nei crolli borsistici, ma provocano distruzione di capitale reale attraverso la svalorizzazione delle merci, che giacciono invendute nei depositi o sono vendute sottocosto (negli Usa si è arrivati al prendi due paghi uno), e dei mezzi di produzione, che rimangono inattivi o sottoutilizzati. Le crisi, poi, distruggono forza lavoro attraverso i licenziamenti e, provocando la morte delle aziende più deboli ed il loro assorbimento da parte di quelle più forti, determinano la riorganizzazione della produzione mediante la sua concentrazione in sempre meno mani. Soltanto a questo prezzo si generano le condizioni affinché la produzione sia di nuovo profittevole e possa riprendere, riproducendo però le condizioni per replicare la crisi successivamente e su una base più ampia.
 
Il caso dell’auto è emblematico. Si tratta di un settore centrale nello sviluppo economico dall’inizio del 900 fino ad ora e con le caratteristiche tipiche della grande industria: una progressiva grande concentrazione, e un sempre più forte aumento della componente tecnologica in rapporto al lavoro vivo impiegato. Un settore dove, secondo le parole dell’amministratore delegato della Fiat, Marchionne, “la sovraccapacità produttiva è un problema generale”. Negli Usa, a fronte di un calo delle vendite che per GM è stato a gennaio del 49%, per Chrysler del 55% e per Ford del 40%, la produzione del 2009 sarà di appena il 45% dell’output potenziale.
 
Nel 2009 verranno prodotti solo 11 milioni di auto e light truck, rispetto ai 16 milioni del 2007. Un indicatore della sovrapproduzione di capitale a livello mondiale sta nelle previsioni di CSM Wolrdwide, secondo il quale l’utilizzazione degli impianti, che per tutte le prime dodici case mondiali era scesa al 72,2% già nel 2008, si ridurrà ulteriormente al 64,7% nel 2009. In particolare, scenderà per Honda al 49,9%, per GM al 52,8%, per Renault-Nissan al 57,6%, per Peugeot al 62,1%, per Fiat al 63,3% e persino il leader mondiale, Toyota, utilizzerà solo il 69,9% della sua capacità produttiva.
 
Le conseguenze saranno pesanti persino per i più forti produttori tedeschi e giapponesi: in Germania verranno licenziati i lavoratori precari (4500 quelli della Volkswagen), mentre l’orario settimanale di lavoro (ed il salario) verranno ridotti per due terzi dei lavoratori stabili della Volkswagen e a febbraio e marzo per 26mila della Bmw, in Giappone invece la Nissan ha pianificato il licenziamento di 20mila licenziamenti dipendenti. Comunque, i costruttori che operano negli Usa sono quelli messi peggio, tanto che GM e Chrysler sarebbe già fallite senza i 14 miliardi di dollari stanziati dal governo. Per ridurre la sovraccapacità produttiva, la GM, dopo aver tagliato dal suo piano produttivo di quest’anno 380mila vetture, prevede la chiusura di quattro dei ventidue impianti produttivi statunitensi ed il licenziamento di 31mila tra colletti blu e bianchi.
 
Eppure tutto questo si realizza alla fine di un processo in cui le tre major di Detroit hanno migliorato la loro produttività rispetto ai concorrenti stranieri operanti negli Usa. Secondo l’Harbour report, le major di Detroit hanno ridotto il divario con gli stabilimenti giapponesi in America in termini di tempo necessario alla produzione di un veicolo dalle 10,51 ore del 2003 alle 3,50 ore del 2007. Il miglioramento maggiore è stato realizzato proprio dalla Chrysler, che delle big three è la più vicina al fallimento.
 
Un’altra prova che a precedere la crisi è proprio il forte aumento della produttività, come avvenne anche nel decennio precedente alla “grande crisi”, che, come oggi, iniziò con un crollo finanziario, quello di Wall Street nel ’29. Fu, infatti, proprio negli anni ‘20 che si affermò il fordismo (da Ford), che determinò un balzo nell’aumento della produttività grazie alla introduzione della catena di montaggio, applicazione all’industria moderna della teoria dell’organizzazione scientifica del lavoro, il taylorismo. Con gli anni 80 il fordismo è stato aggiornato, a partire dal Giappone e dalla Toyota (da cui il termine di toyotismo), grazie all’introduzione dell’informatica, delle macchine automatiche, della qualità totale, e della produzione just in time, ovvero la produzione secondo la richiesta del mercato, quindi senza scorte e senza sprechi.
 
Tutto allo scopo di aumentare i profitti, incrementando la produttività e diminuendo i costi di produzione. E col bel risultato che le auto invendute, solo nei piazzali degli stabilimenti Usa, hanno raggiunto a fine gennaio quasi i tre milioni, equivalenti a 116 giorni di vendita agli attuali livelli. Prova che, entro i limiti dei rapporti di produzione vigenti, per sanare la contraddizione tra produzione e mercato non c’è tecnica manageriale che tenga. Quali sono le risposte alla sovrapproduzione che si prospettano?
 
Il caso statunitense è ancora una volta emblematico. In primo luogo, oltre ai licenziamenti ed alla settimana corta di 4 giorni (working sharing), si prospetta un allineamento alle condizioni salariali e assistenziali peggiori in atto negli stabilimenti delle case giapponesi nel sud degli Usa. Le case Usa hanno negoziato col sindacato riduzioni salariali, la fine della jobs bank (una sorta di cassa integrazione) e soprattutto l’alleggerimento degli oneri pensionistici e sanitari, che in Europa sono a carico dello Stato e che pesano meno sulle imprese giapponesi in America, perché non hanno sindacato al loro interno e, con addetti molto più giovani, non sopportano oneri pensionistici. In secondo luogo, questa crisi sarà il volano per ulteriori fusioni ed acquisizioni e per l’incremento della internazionalizzazione della produzione.
 
Anche questa crisi, come e più di altre, data la sua gravità, vorrà le sue vittime. Sempre secondo il solito Marchionne, nel mercato dell’auto c’è posto solo per cinque, al massimo sei produttori a livello mondiale che riescano a raggiungere il livello di almeno 5 milioni di autovetture all’anno, l’economia di scala minima per sopravvivere. Proprio la Fiat si sta distinguendo per il suo attivismo, muovendosi in varie direzioni. Con la Tata, che è entrata anche nel capitale Fiat, è stata definita una joint venture per India. L’operazione più eclatante però potrebbe concretizzarsi nella acquisizione della Chrysler, che comunque sarà difficile sopravviva a questa crisi come produttore indipendente. Sarebbe anche possibile una fusione della Fiat con Peugeot, anche se l’impatto sugli stabilimenti e sull’occupazione italiani in questo caso sarebbero più pesanti.
 
La crisi fornirà, comunque, un ulteriore stimolo alla internazionalizzazione della produzione non solo attraverso investimenti diretti e joint ventures ma anche con alleanze per la condivisione di piattaforme, in modo da realizzare costi di produzione più bassi e da avvicinarsi ai mercati di sbocco. Già oggi, Ford e GM producono negli Usa meno del 32% del loro output complessivo, mentre Fiat, Renault e Volkswagen producono nei loro paesi d’origine rispettivamente il 34,9%, il 34,7% ed il 33,6%. Solo in Cina Volkswagen e GM producono in joint ventures con partner locali circa un milione di auto ciascuna all’anno, mentre i paesi dell’Europa orientale sono diventati una articolazione dell’industria occidentale tanto che la piccola Repubblica Ceca ha superato nel 2007 l’Italia come unità prodotte. Infine, il terzo e più importante elemento è costituito dall’intervento dello Stato che però esamineremo a parte.
 
3. Il nesso tra sovrapproduzione e finanza
 
L’enorme sviluppo del credito e dei mercati finanziari ha alla sua base l’affermazione della grande industria, che ha bisogno di capitali monetari sempre più grandi da investire. La realizzazione del mercato mondiale, le fusioni e le acquisizioni, il gigantismo delle imprese, che si basa su economie di scala sempre più grandi, determinano una richiesta di credito sempre maggiore e la necessità di istituti bancari sempre più grandi. Sebbene le crisi non siano causate dal credito e dalla finanza, esiste un nesso molto stretto tra crisi e credito. Tale nesso sta nel fatto che il credito favorisce ed accelera la tendenza alla sovrapproduzione di capitale e di merci.
 
Il credito, infatti, permette l’allargamento della produzione in un modo che altrimenti non sarebbe possibile. Nello stesso tempo il credito, concentrando in poche mani il risparmio della società e trasformandolo in investimento, fa assumere al capitale stesso una forma “sociale”, favorendo la separazione tra direzione e proprietà. Si crea così una produzione privata senza proprietà privata e una nuova aristocrazia finanziaria e di top manager, superpagata, indifferente ai limiti del mercato, e incline ad investimenti spericolati, parassitismo e speculazione. In questo modo si sviluppa la tendenza ai monopoli e alla sovrapproduzione cronica generale.
 
L’industria contemporanea versa da decenni in una situazione di sovrapproduzione. A tale situazione si è risposto favorendo il credito facile e quindi l’indebitamento, sia dal lato dell’offerta, cioè dal lato delle aziende, sia da quello della domanda, cioè dei consumatori-compratori. Per anni, con il beneplacito dei governi Usa, la Fed ha mantenuto un bassissimo costo del denaro, spingendo le banche a prestare oltre ogni ragionevole garanzia. In particolare è stato incentivato l’acquisto delle case, perché la proprietà immobiliare garantiva sull’acquisto a credito di beni di consumo come l’auto. Sono stati concessi mutui fino al 100%, anche a chi non aveva né lavoro né altre proprietà, i cosiddetti mutui subprime.
 
La spirale dell’indebitamento si è autoalimentata, grazie alla liberalizzazione dei mercati finanziari e alla abolizione degli steccati e delle regole introdotte a seguito del crollo di Wall street del ’29, ed i mutui sono stati cartolarizzati in titoli – i cosiddetti derivati – venduti alle banche di tutto il mondo. La speculazione si è estesa anche alla cartolarizzazione delle assicurazioni sui derivati dei mutui, i credit default swaps (Cds), che hanno raggiunto la cifra astronomica di 45mila miliardi. Inoltre, sono state introdotte altre forme di incentivazione all’indebitamento mediante le carte di credito revolving, che non hanno alcun plafond. In sostanza la domanda di beni di consumo è stata drogata, fondando su basi d’argilla l’espansione economica seguente alla crisi del 2001.
 
Negli Usa e nel Regno Unito il debito delle famiglie nel 2007 aveva raggiunto il 100% del Pil. Intanto la leva finanziaria delle banche era cresciuta a dismisura: le banche europee per ogni euro di capitale posseduto avevano dato in prestito 40 euro, quelle Usa ancora di più. Tutto questo non poteva reggere ed infatti non ha retto. Quando la bolla immobiliare ha raggiunto il suo picco ed è scoppiata nel 2007 le abitazioni hanno cominciato a perdere valore, fino al -40% rispetto al picco di inizio 2006, i loro proprietari si sono ritrovati a non poter più fare fronte ai mutui e il sistema bancario si è reso conto di avere in pancia miliardi di titoli col valore della carta straccia cui si aggiungeva la massa dei Cds, che avrebbero potuto portare al collasso il sistema finanziario e bancario. Numerose banche, costrette a iscrivere le perdite a bilancio, sono fallite, sono state acquisite o salvate dallo Stato, e centinaia di miliardi di capitalizzazione di borsa sono stati bruciati.
 
Le banche, non conoscendo bene né dove né in quale entità si fossero infilati i titoli “tossici” basati sui subprime, hanno smesso di fidarsi le une delle altre. Visto che è il mercato interbancario a permettere il finanziamento delle banche alle aziende ne è risultato il restringimento del credito, con conseguenze devastanti per le aziende che avevano già pesanti indebitamenti ed erano alle prese con le necessità della internazionalizzazione, della riorganizzazione produttiva e del finanziamento al credito al consumo. Infatti, le divisioni di credito al consumo delle aziende dell’auto, come la Gmac della GM, sono rimaste affossate dall’esplosione della bomba dei mutui subprime. La stessa Fiat, a fronte di un debito più pesante del previsto, che ne ha fatto crollare il titolo in borsa, ha richiesto alle banche un prestito di 5 miliardi di euro.
 
4. Fallimento del mercato e intervento dello Stato
 
Secondo il presidente Obama la crisi attuale è la peggiore da quella del ’29, che fu definita “la grande crisi”. Quanto sia grande la crisi attuale è dimostrato dal livello particolarmente alto e dalla generalizzazione a tutti i settori della sovrapproduzione e dall’esaurimento della “soluzione” finanziaria. Secondo il Fmi l’output mondiale nel 2009 calerà per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, e, secondo l’Ilo, ci saranno dai 18-30 milioni di disoccupati in più, 50 nella previsione peggiore.
 
La crisi ha dimostrato la fallacia del mercato, o meglio delle capacità regolatrici del mercato, considerate a partire dalla fine degli anni ’70 dal pensiero neoliberista il deus ex machina di tutti problemi economici e sociali. A dimostrare il fallimento neoliberista è la rapidità della sterzata verso l’intervento dello Stato a partire dai due paesi leader del neoliberismo, Usa e Regno Unito, e la consistenza dell’intervento.
 
Oggi il primo obiettivo dello Stato è intervenire a sostegno delle banche e del credito, l’architrave dell’economia. In tutti i paesi sono allo studio dei collettori statali, le bad bank, che, ricomprando dalle banche i titoli “tossici”, ripuliscano il mercato finanziario. Intanto, negli Usa il programma di aiuto federale, il Tarp, ha già utilizzato 294,9 miliardi di cui 250 per la ricapitalizzazione delle banche su uno stanziamento totale di 700 miliardi, e Obama ha in progetto un ulteriore stanziamento di 2mila miliardi. Il Regno Unito ha acquisito la Bearn Stearns, il 60% della Royal Bank of Scotland e il 40% di Lloyds-Hbos e ha stanziato altri 50 miliardi, mentre la Germania ha già dato 90 miliardi alla Hypo ed ha acquistato il 25% della Commerzbank.
 
Ma, dal momento che queste misure non bastano a rimettere in moto il mercato interbancario ed il prestito ad imprese e famiglie, visto che ad esempio le banche europee preferiscono tenere i loro capitali in deposito presso la Bce, lo Stato ha assunto il ruolo di finanziatore diretto, più o meno a fondo perduto, delle aziende. In Giappone lo Stato ha stanziato 13 miliardi di euro con cui entrerà eventualmente anche nel capitale delle aziende. In particolare si è svolta una corsa al soccorso dei produttori nazionali di auto, dai 14 miliardi di dollari dati a GM e Chrysler ai 7 miliardi di euro stanziati per Renault e Psa, di cui una parte andrà alle branche di queste società che finanziano gli acquisti a credito. Scelte che, insieme alla riduzione praticamente a zero dei tassi di interesse praticati da molte banche centrali come la Fed, dimostrano che la soluzione alla crisi viene ricercata in direzioni vecchie e sbagliate, come l’indebitamento e il protezionismo, ritornato prepotentemente in auge con il buy american.
 
L’insieme delle risorse messe sul piatto dagli Usa raggiungono gli 8000 miliardi di cui impegnati 4600. Anche se solo una piccola parte è stata spesa effettivamente, se pensiamo che tutta la Seconda guerra mondiale costò agli Usa 3600 miliardi e che nel ’44 la spesa bellica fu pari al 36% del Pil mentre gli 8000 miliardi di oggi equivalgono al 54% del Pil, abbiamo una idea della partita in atto. L’aumento della spesa statale farà esplodere il deficit pubblico, che negli Usa arriverà quest’anno al 10% e nel Regno Unito al 6-8%, mentre la virtuosa Germania porterà il disavanzo pubblico ai massimi dal 1945.
 
L’ingigantirsi dei debiti pubblici, già gravati come negli Usa da decenni di sussidi alle imprese e di spese militari, condurrà all’inasprimento della tassazione, mentre l’aumento dell’emissione dei titoli di Stato, unico investimento rifugio rimasto, sta già conducendo al calo dei rendimenti per milioni di piccoli risparmiatori. Al contempo il prezzo dei credit default swaps sui titoli pubblici si è alzato, segno dei timori del mercato sulla solvibilità di molti stati. Mentre gli Usa, per finanziare il loro enorme debito possono contare sulla capacità del dollaro di attrarre risparmio estero, molti paesi periferici, soprattutto nell’Europa dell’est, presi dalle difficoltà della recessione, rischiano una bancarotta che avrebbe pesanti contraccolpi sulle banche europee e sull’euro.
 
5. Conclusioni
 
Se il fallimento del mercato è ormai evidente a tutti, meno evidente è l’altrettanto grande fallimento della proprietà e della produzione privata. In Italia ad esempio assistiamo all’apparente paradosso di chi, Confindustria in testa, chiede e ottiene l’intervento statale sotto forma di aiuti e continua a rivendicare le privatizzazioni, ad esempio delle utility. In effetti è proprio nei momenti di difficoltà che il capitale si rifugia di più nelle rendite di monopolio, fuori dalla concorrenza. In tutti i Paesi la premessa a tutti gli aiuti dello Stato è che questo, anche nel caso in cui salvi una banca o una azienda e vi entri con quote di maggioranza, rimanga rigorosamente fuori dalla sua gestione, magari comprando azioni senza diritto di voto.
 
Già l’espansione del credito aveva messo a disposizione del privato il capitale sociale (il risparmio della collettività), rendendo la produzione privata una produzione senza proprietà privata. Oggi che lo Stato finanzia le banche private o eroga direttamente alle imprese il capitale impiegato, la proprietà acquista ancora di più un carattere sociale. Si accresce quindi la contraddizione tra il carattere sempre più sociale della produzione e della proprietà e l’appropriazione privata del prodotto di quella produzione, che si concentra in sempre meno mani.
 
Del resto, con sole cinque case automobilistiche a dividersi il mercato mondiale, come prevede Marchionne, si può ancora parlare di proprietà privata? Si tratta di una produzione in realtà già quasi socializzata. Abbiamo invece una produzione privata senza proprietà privata, e che si sottomette lo Stato come erogatore concentrato del capitale della società. Un passo indietro sicuramente nei confronti delle partecipazioni statali della Prima Repubblica e persino davanti alla socializzazione delle perdite del capitalismo di Stato fascista.
 
La crisi non si risolve con gli aiuti alle aziende o gettando masse di denaro nel pozzo senza fondo dell’insolvenza di banche che continuano a non prestare. La crisi si risolve solo andando alla sua radice, che certo non sta negli stipendi dei supermanager.
 
In primo luogo, non ha senso mantenere la produzione privata, quando i capitali sono pubblici. Permarrebbero, a spese dei contribuenti, l’irrazionalità della concorrenza della produzione ed il suo squilibrio permanente col mercato. Tale contraddizione può essere risolta solo mediante un ruolo di coordinamento complessivo dell’economia da parte della mano pubblica, secondo le priorità della società e dell’ambiente, cominciando con la ripubblicizzazione delle banche e dei servizi di pubblica utilità.
 
In secondo luogo, va affrontata la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione. Le scoperte tecnologiche e l’enorme aumento della produttività che negli ultimi decenni ne è derivato possono liberare tempo vitale invece di essere fonte di disoccupazione. Ma questo è possibile solo se l’orario di lavoro viene ridotto a parità di salario, liberando bisogni e la possibilità di soddisfarli, ed allargando così i limiti del mercato.
 
Se è vero che la crisi libera i mostri della xenofobia e dell’autoritarismo e che la depressione del ’29 aprì la strada ai fascismi, quella stessa crisi ebbe anche risposte a sinistra. Negli Usa nel 1932 il senatore Black, in opposizione al working sharing che redistribuiva solo la povertà e non l’occupazione, propose una legge per la riduzione dell’orario a 30 ore, che fu sconfitta di misura per l’opposizione di Roosvelt e degli imprenditori.
 
Al contrario in Francia nel 1936 fu approvata una legge per le 40 ore che portò, a parità di salario, l’orario di lavoro annuale da 2496 a 2000 ore. La differenza tra Francia e Usa è che, all’epoca, in Francia era al governo quel grande esempio di protagonismo politico dei lavoratori che fu il Fronte popolare. Un esperimento politico su cui, mutatis mutandis, forse oggi varrebbe ancora la pena di riflettere.