www.resistenze.org - osservatorio - economia - 10-04-09 - n. 269

Potere ed impunità: radiografia dei manager
 
di Giuseppe Amata
 
Nelle ultime settimane si sono ripetuti gli episodi di sequestro di manager da parte degli operai francesi e belgi in riferimento alle procedure di ristrutturazione delle aziende con conseguenti licenziamenti di operai ed impiegati.
 
Queste azioni da un lato si possono considerare come sintomi di una diffusa e spontanea ribellione operaia, rispetto all’impostazione tradizionale della lotta sindacale che si ritiene non efficace, dall’altro evidenziano il peso crescente e l’impunità che nell’economia capitalistica hanno giocato e continuano a giocare i manager. E non solo nel capitalismo americano, fondato sulla fluidità del capitale azionario (in quanto gli azionisti comprano, detengono per poco tempo e vendono i pacchetti azionari), il peso dei manager è cresciuto sia nella gestione delle società, sia nella partecipazione al capitale sociale. Ma anche in quello europeo e giapponese.
 
Le ricompense dei manager ed il loro potere negli ultimi trent’anni sono enormemente aumentati sia nel settore privato, come pure nel settore pubblico. Anzi, nel settore pubblico, con la trasformazione delle aziende autonome o enti di diritto pubblico in s.p.a. con totale, prevalente, o rilevante presenza dello Stato (vedi in Italia, le Asl, le Poste, la Rai, le Ferrovie, l’Enel, l’Eni, ecc.) i manager di fatto comandano ciò che resta del servizio pubblico e tengono un solido legame soltanto con le alte vette del potere politico che decide le loro nomine, infischiandosene di tutto il resto, cioè della collettività dei cittadini che usufruiscono dei servizi, delle amministrazioni locali che dovrebbero tenere sotto controllo la qualità dei servizi propinati ai loro cittadini ed anche dei politici di basso rango, i quali una volta, nella prima repubblica, con le loro clientele portavano all’ammasso voti alla DC ed al PSI ed in un certo senso potevano permettersi qualche rilievo sulla funzionalità del servizio, nelle occasioni in cui la clientela elettorale presentava qualche rimostranza.
 
Posso fare qualche esempio: di fronte alle continue scosse di terremoto nella zona dell’Aquila, i manager dal più alto livello al più basso che dovevano fare prevenzione forse hanno allestito un campo di raccolta per smistare eventuali soccorsi, hanno predisposto ambulatori in tenda e servizi di emergenza, hanno rafforzato la struttura ed il personale di pronto intervento prima della scossa fatale? La risposta è no! Ed ognuno ora scarica sull’altro le responsabilità, o perché non si può prevedere quando arriva il terremoto o perché mancano i soldi o perché mancano gli uomini od i mezzi, come è il caso dei Vigili del Fuoco e delle Ambulanze.
 
Altro esempio: con la riforma delle Ferrovie dello Stato, a partire dalla seconda metà degli anni ’80, è aumentato il potere manageriale e per ridurre il deficit dell’azienda gli operai e gli impiegati sono passati da circa 200 mila unità ad 80 mila ed i dirigenti, invece, da 4.000 a 16 mila circa. Più dirigenti e meno operai, con incarichi precisi. Possiamo fare un primo bilancio di questo processo, dopo circa 25 anni di riforma. La dirigenza investe sull’alta velocità, alza le tariffe e trascura il trasporto pendolare, con abolizione di molte corse nei giorni festivi, con carrozze vecchie non riparate, con porte e con finestrini che spesso non si aprono, con seggiolini luridi, con servizi igienici senza acqua o senza carta igienica, con la chiusura di tutte le fontanelle nei marciapiedi delle stazioni. Si diminuiscono così i costi e si manifesta la tendenza a realizzare i piani di programmazione, scaricando tutto sulla qualità del servizio per la collettività ed incamerando le ricompense per aver realizzato elevati indici di efficienza ed efficacia. Si afferma di fatto una nuova filosofia, non solo che l’azienda deve realizzare un profitto, ma lo deve realizzare su ogni corsa. Così le corse domenicali, festive, o negli orari di margine, ad esempio ad una certa ora della serata, se non hanno un certo numero di viaggiatori sono soppresse. Come vengono soppresse di volta in volta, anche le corse di massima affluenza, comunicando ai viaggiatori qualche mezz’ora prima della partenza che si è guastato un locomotore o che mancano alcune carrozze. Nel corso della mia vita ho viaggiato tanto in ferrovia e viaggio giornalmente in un percorso di circa trenta chilometri tra la casa e la sede del lavoro e quello che succede con Trenitalia spa è veramente ignobile. Una località ad appena sei chilometri dal centro di Catania, Cannizzaro (grossa frazione dell’area metropolitana appartenente al comune di Aci Castello di circa 20 mila abitanti), che detiene da più di cento anni una stazione ferroviaria, ricostruita negli anni ’80, non viene utilizzata da più di dieci anni per nessun servizio passeggeri e pensare che ad un chilometro di distanza dalla stazione si trova il più grande ospedale della zona (Asl Cannizzaro) ed a cento metri un grande impianto sportivo con sede di manifestazioni nazionali ed internazionali (per fare un paragone con grandi città è come non fermare il treno locale a Casilina oppure a Nomentana, nei pressi di Roma o Lambiate nei pressi di Milano). Si dice perché il sindaco di Aci Castello non concede il contributo a Trenitalia per il trasporto locale, a favore quello su gomma urbano (linea 534 dell’Amt) ed extraurbano (Ast). Un “confronto” tra manager a spese dei cittadini. Un grosso centro della provincia di Catania, ossia Caltagirone con 40 mila abitanti ed altri minori lungo la tratta, la domenica non hanno il servizio ferroviario. Un cittadino che urgentemente arriva da Milano o da Roma, ad esempio, per un lieto o purtroppo per un funesto imprevisto evento non può raggiungere la sede prefissa per mancanza di servizio e si deve caricarsi del costo del taxi. Nel passato si è interessato pure il presidente della provincia per mantenere il servizio. Trenitalia è stata irremovibile nelle sue decisioni. Guardiamo la vicenda Alitalia: Cimoli doveva riorganizzarla, ha fallito e si è presa una faraonica liquidazione.
 
Ancora: non si conta il numero di ambulanze che sfrecciano da un ospedale all’altro per ricoverare un malato che non trova accoglienza, sol perché il manager ha deciso che la struttura è al completo mentre il paziente muore in attesa di un posto letto.
 
Nel settore privato in Italia, inoltre, il rapporto tra grande potere finanziario e potere manageriale si coglie dalle vicende dell’IFI, una società in accomandita per azioni, preposta nel settore della speculazione finanziaria ed al vertice della filiera del gruppo Fiat, i cui soci accomandanti, cioè proprietari del capitale sociale e rispondenti delle obbligazioni sociali della società solo con le loro azioni, sono i membri della famiglia Agnelli; mentre i soci accomandatari, cioè quelli che hanno la gestione della società e quindi rispondono delle obbligazioni sociali anche con il loro patrimonio personale, sono dei manager di fiducia della famiglia Agnelli, già sperimentati nella direzione delle aziende del gruppo Fiat. Ed analogamente si può dire del rapporto tra la famiglia Berlusconi, proprietaria di Fininvest ed importanti manager come Confalonieri.
 
Il peso dei manager è stato rilevante anche nei paesi ad economia statalizzata, nel passato nell’URSS ed ora in Russia in aziende come Gazprom ed altre di proprietà dello Stato, oppure in Cina, nella quale le ricompense, pur essendo notevolmente inferiori a quelle dell’Occidente, sono sempre enormemente superiori a quelle dei lavoratori, degli impiegati e degli stessi funzionari di partito. Proprio oggi leggo nella stampa cinese che, di fronte alle proteste dei salariati ed all’aumento della disoccupazione (23 milioni di disoccupati nelle città, molti dei quali hanno dovuto fare ritorno nei luoghi d’origine in campagna), i nuovi livelli delle retribuzioni per i manager sono stati ridotti e non possono superare il 90% di quelle dell’anno 2007, cioè a dire un taglio di più del 10% sulle ultime retribuzioni. Un paese che si definisce ad economia socialista, seppur di mercato, non può accettare vistose contraddizioni sociali e pertanto nell’ambito delle misure per superare la crisi, fondate su maggiori investimenti nei trasporti, in agricoltura, nelle zone del nord-ovest, sulla riforma del settore dell’istruzione con la garanzia della gratuità fino a 18 anni, sulla riforma sanitaria e pensionistica per dare l’assistenza a tutti i cittadini, sull’aumento degli assegni ai disoccupati, ecc, non potevano mancare le correzioni verso gli alti stipendi per recuperare fondi.
 
La rivoluzione informatica e dell’automazione ha modificato, come è noto, ogni forma di organizzazione del lavoro passando dal “taylorismo” al “toyotismo” e quindi tutti i modelli di avanzamento di carriera, in particolare quelli della dirigenza, preposti alla definizione delle strategie aziendali. “E’ il territorio dei presidenti, degli amministratori delegati e dei vicepresidenti con mansioni esecutive. Sono pochissime le persone che ci abitano” (1).
 
Addirittura, negli Stati Uniti, circa trent’anni addietro, proprio col peso crescente assunto dai manager, Simon (2) ritiene superate le concezioni della scuola economica cosiddetta neo-classica basate sulla ricerca del massimo profitto con quelle più idonee che lui definisce della “razionalità limitata” basate sul “principio della soddisfazione”.
 
Con l’esplosione dell’attuale crisi economica e finanziaria a partire dallo scorso anno negli USA, il potere reale dei manager e le teorie economico-organizzative che ne rafforzavano la funzione sono state messe sotto accusa, perché per cercare di salvare il sistema capitalistico dalla sua crisi devastante bisognava il potere politico deve dare all’opinione pubblica in pasto qualcosa. La vicenda dell’AIG negli USA è esemplare, per non parlare di ogni forma di corruzione in cui i manager in ogni paese risultano attori principali. E quindi s’incrina la grande alleanza tra potere finanziario, che sottende il potere politico, e potere manageriale.
 
Quanto sommariamente descritto rappresenta il potere dei manager, il cui comportamento oltre a provocare grosse prebende personali, arbitrio e sopraffazione provoca danni elevati alla collettività ed ai lavoratori con la scarsa qualità del servizio e con la perdita del posto di lavoro. Ecco perché sono detestati dalla collettività e messi sotto accusa.
 
I reati che commettono spesso non sono di lieve entità, una volta si definivano crimini socio-economici. Di questo dovranno rispondere alla giustizia!
 
10 aprlie 2009
 
Note bibliografiche.
 
1) T. A. STEWART, Il capitale intellettuale, Ponte alle Grazie, Milano, 1999, p. 285.
 
2) H. A. SIMON, Scienza economica e comportamento umano, Edizioni di Comunità, Torino, 2000, pp. 90-91,122: “Nella teoria economica neoclassica è centrale la nozione della scelta tra una serie di alternative date secondo il criterio fornito da una funzione di utilità data. La teoria non spiega l’origine delle alternative, né il contenuto della funzione di utilità, né quali sono le decisioni da prendere all’ordine del giorno, né con quali mezzi di calcolo l’agente economico mette in relazione le alternative e le loro conseguenze, misurate in termini di utilità. Eppure queste quattro dimensioni della scelta, che non vengono spiegate, sono cruciali per comprendere il comportamento economico nel mondo reale e prevedere le conseguenze delle azioni economiche proposte. Il concetto di razionalità limitata costituisce un punto di partenza per la teoria economica che si occupa di aree trascurate, pur non negando quelle scoperte della teoria classica che hanno buon fondamento nell’evidenza empirica. Mentre la teoria neoclassica deriva da una serie molto limitata ma potente di ipotesi empiriche sul comportamento (le ipotesi di massimizzazione dell’utilità soggettiva attesa), le teorie che derivano dalla razionalità limitata hanno bisogno di ipotesi empiriche più articolate, da cui la necessità di osservazioni più estese del comportamento reale nel processo decisionale degli esseri umani. (…)Se l’impresa ha un programma di premi per gli alti dirigenti, e se la quota percentuale dei premi di gratificazione assegnata a un top manager è maggiore della sua quota percentuale di dividendi, costui trarrà vantaggio deviando i guadagni dai dividendi ai premi. La maggior parte delle società ha sistemi di ricompense per gli alti dirigenti che rendono molto attuale questo conflitto d’interessi.”