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- osservatorio - economia - 22-04-09 - n. 270
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Primavera o disgelo di gennaio?
di Zoltan Zigedy
19/04/2009
Con lo schiudersi delle prime gemme di primavera, ottimistiche voci del potere costituito cominciano a predire la ripresa economica. Il Presidente Obama coglie alcuni segnali economici positivi, anche se avverte che vi saranno ulteriori difficoltà da superare. Il Capo della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha avviato un giro di relazioni, illustrando i segni di miglioramento e promettendo un complicato, quanto sicuro, ristabilimento della salute economica. Cinque delle dodici Banche locali della Federal Reserve indicano segnali di recupero. E, naturalmente, il mercato azionario ha dato qualche segnale di vitalità.
Altri indici non sono così promettenti: la disoccupazione continua a crescere mentre i consumi, la produzione industriale e l'utilizzo della capacità produttiva calano più del previsto. E vi è una effettiva riduzione dei prestiti commerciali e personali concessi dalle banche sanguisughe, le stesse che hanno usufruito del programma di salvataggio.
Sembra che da sempre i politici e gli uomini di affari si esercitino a dipingere un quadro roseo, seppur pallido, dell'economia statunitense. Quasi tutti questi sapientoni e politicanti erano realmente ottimisti circa le prospettive dell'economia, non più tardi della scorsa estate. Infatti, si è vista la grave recessione economica di inverno.
L'economia mondiale è smarrita nella lettura dei fondi di caffè degli ottimisti di regime. A quanto pare, una visione miope, tutta focalizzata sugli USA, impedisce ai più di vedere le profonde contraddizioni dell'economia globale. Una volta ferita profondamente, l'interdipendenza globale si dispiega sul mercato, e gli effetti di questa crisi acuta promettono di colpire duramente e screditare l'economia statunitense. Ho approfondito con maggiore attenzione queste contraddizioni in un articolo in prossima uscita su MLToday.com, titolato Cowboy Capitalism and the Demise of “Globalization”. Quasi ogni giorno, le diverse e dirompenti tensioni e gli attriti all'interno e tra gli Stati-nazione si ingigantiscono.
Un articolo (As Factories Vanish, Japan Seeks to Fashion a New Economy) apparso sul Wall Street Journal di lunedì 13 aprile 09, mette in luce questo processo di "de-globalizzazione" e di ristrutturazione nazionale, accennando alle conseguenze per le altre economie. Il Giappone, la seconda più grande economia dopo gli Stati Uniti, vacilla sull'orlo del precipizio. Il PIL cede su base annua il 12,1% nell'ultimo trimestre del 2008 con una previsione OCSE di contrazione del 6,6% per il 2009. Queste perdite sono di gran lunga più profonde della recessione nella UE o negli USA. Fortemente legata alle esportazioni, l'economia giapponese ha registrato un crollo catastrofico nel mese di febbraio, il 49% delle esportazioni in meno rispetto l'anno precedente! Il crollo è ancora più acuto considerando che nel PIL giapponese la quota delle esportazioni è quasi raddoppiata negli ultimi venti anni. Nel bene o nel male, la redditività dell'economia giapponese è diventata più dipendente dal mercato globale e dalla domanda globale. E la domanda è crollata.
Come riporta The Journal, i produttori giapponesi sono determinati a reagire alla crisi delocalizzando la produzione nei paesi con manodopera a basso costo, accelerando il naufragio dell'occupazione interna. Per decenni, l'industria giapponese ha fatto affidamento su lavoratori giapponesi per garantire la qualità che è diventata il marchio dei prodotti "Made in Japan". Automobili di lusso, elettronica sofisticata e altre merci di alta qualità richiedono manodopera specializzata e riconoscimento ai lavoratori. Con il collasso della domanda mondiale, l'esportazione di quei posti di lavoro verso aree a basso salario, diventa una priorità per le imprese giapponesi votate al ripristino della redditività. Aziende come Sharp e Nissan hanno già iniziato l'esodo.
Impantanata in una profonda crisi politica, la classe dirigente giapponese non ha un piano per stimolare la domanda interna, come risposta alla catastrofe nelle esportazioni. Le prospettive sono preoccupanti: in calo della crescita e l'aumento della disoccupazione.
Quelli che sentono l'ottimismo primaverile dovrebbero notare le divisioni all'interno dell'Unione Europea che minacciano l'attuazione di una politica unitaria per la ripresa economica. Nel Consiglio direttivo della BCE alcuni intendono seguire gli Stati Uniti e acquistare i "titoli tossici" (bad assets) per eliminarli dai bilanci bancari, mentre altri favoriscono l'utilizzo dei fondi delle Banche centrali per pompare credito nel sistema bancario. Sono emersi disaccordi anche riguardo i tassi ufficiali di interesse bancario, differenze senza precedenti nel decennio di vita della Banca Centrale Europea. Questi attriti riflettono le contraddizioni tra i diversi livelli di sviluppo, di risorse, di filosofie, ecc.. che caratterizzano ciascun Stato membro dell'Unione Europea.
La lettura marxista è questa: gli stati capitalisti devono adoperarsi individualmente per ripristinare la salute economica. Le differenze nazionali sono troppo grandi per elaborare una strategia comune e universale. Inoltre, la cooperazione per il bene maggiore comune è al di là della logica capitalista del vantaggio competitivo. Pertanto, tutti gli Stati-nazione e i blocchi economici mirano a soluzioni della crisi che affrontano i mali particolari e specifici che affliggono le economie nazionali. Nel contempo, la "globalizzazione" - la crescita esplosiva del commercio internazionale - ha creato una dipendenza reciproca tra gli Stati che vieta o, almeno, inibisce, soluzioni puramente nazionali. Fin quando l'interdipendenza si dispiega in tutto il mondo - fino al mondo "deglobalizzato" – superare la crisi economica risulta illusorio.
Il Giappone è il terzo più grande importatore delle merci statunitensi, all'incirca il 7% di tutti i prodotti spediti all'estero. La salute dell'economia giapponese avrà una profonda influenza sulle prospettive di ripresa degli Stati Uniti, così come il destino dell'Unione Europea e di tutti gli altri partner commerciali. Se si prescinde da una valutazione sullo stato di salute dell'economia globale, non possiamo essere sedotti dalla prima calda brezza di primavera.