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- osservatorio - economia - 16-03-10 - n. 310
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
Miliardari e mega-corporazioni dietro l’appropriazione della terra africana
15/03/2010
Awassa, Etiopia.
Abbiamo lasciato la strada principale di Awassa, abbiamo convinto le guardie della sicurezza e viaggiamo per un miglio in un campo deserto prima di trovare quello che presto diventerà la più grande serra d’Etiopia. Ubicata sotto una montagna della valle del Rift, la costruzione è ancora lontana dall’essere terminata, ma la struttura in plastica ed acciaio che vediamo si estende già per 20 ettari, le dimensioni di 20 campi di calcio.
Il gestore della proprietà ci mostra milioni di piante di pomodori, peperoni ed altri ortaggi coltivati in filari lunghi 450 metri controllati con un sistema informatico. Gli ingegneri spagnoli costruiscono il telaio in acciaio, la tecnologia olandese ottimizza l'uso dell’acqua di due pozzi e 1.000 donne raccolgono ed imballano 50 tonnellate di cibo al giorno. Entro 24 ore questo sarà trasportato per 320 km fino ad Addis Abeba e volerà per 1.600 Km raggiungendo i negozi e i ristoranti di Dubai, Jiddah ed altre città del Medio Oriente.
L'Etiopia è uno dei paesi più affamati del mondo, in cui oltre 13 milioni di persone hanno bisogno di aiuti alimentari, ma, paradossalmente, il governo offre 3 milioni di ettari della sua terra più fertile ai paesi ricchi perché le esportazioni in tutto il mondo possano sfamare altri popoli.
I 1.000 ettari di serre che si stanno costruendo ad Awassa verranno dati in affitto per 99 anni a un uomo d'affari saudita miliardario, nato in Etiopia, un certo Mohammed al-Amoudi, uno dei 50 uomini più ricchi del mondo. La sua compagnia, la Saudita Star, ha deciso di spendere fino a 2 miliardi di dollari per l’acquisto e la coltivazione di 0,5 milioni di ettari di terreno in Etiopia nei prossimi anni. Fino ad ora ha comprato quattro proprietà e sta coltivando già grano, riso, vegetali e fiori per il mercato saudita. Prevede di impiegare più di 10.000 persone.
Ma l'Etiopia è solo uno dei 20 paesi africani le cui terre vengono acquistate o affittate per le coltivazioni intensive in quello che potrebbe essere il più grande cambiamento nelle relazioni di proprietà dall’epoca coloniale.
Febbre di terra
Un'indagine dell’Observer stima che fino a 50 milioni di ettari di terra, una superficie grande più di due volte il Regno Unito, sono stati acquistati negli ultimi anni o sono attualmente in corso di negoziazione di vendita, dai governi e dagli investitori ricchi grazie alle sovvenzioni statali. I dati sono diffusi dal Grain, dall'Istituto internazionale per l'ambiente e lo sviluppo, dalla Coalizione Internazionale per l'accesso alla terra (ILC), da ActionAid e da alcune Ong.
La febbre di terra sta aumentando ed è causata dalla scarsità di cibo a livello mondiale che ha avuto inizio col forte aumento dei prezzi del petrolio nel 2008, con la scarsità d'acqua e con l’insistenza dell'Unione Europea per raggiungere il famoso tetto, entro il 2015, del 10% di carburanti provenienti da biocarburi.
In molte aree gli accordi stipulati hanno portato a sfratti, malessere della popolazione e lamentele "sull'appropriazione della terra".L'esperienza di Nyikaw Ochalla, un indigeno Anuak della regione di Gambella in Etiopia che ora vive in Gran Bretagna, ma che è in costante contatto con gli agricoltori nella sua regione, è paradigmatico. Egli afferma: "Tutta la terra nella regione di Gambella è sfruttata. Ogni comunità possiede e cura il proprio territorio e i fiumi e i campi coltivati al suo interno. Dire che esiste terra sprecata o terra non utilizzata in Gambella è un mito diffuso dal governo e dagli investitori.
Le compagnie straniere arrivano in gran numero e privano la gente della terra che è stata coltivata da secoli. Non esistono consultazioni con la popolazione indigena. Le trattative si chiudono in gran segreto. La popolazione ad un tratto vede invadere la propria terra da gente con tanti trattori. Tutta la terra che circonda il villaggio della mia famiglia, Illia, è stato acquistata. Ora la gente lavora per una società indiana. La loro terra è stata espropriata con la forza senza alcun indennizzo. La gente non crede a quello che sta succedendo. Migliaia di persone patiranno e moriranno di fame ".
Non è noto se le acquisizioni miglioreranno o peggioreranno la sicurezza alimentare in Africa o se stimoleranno conflitti separatisti, ma si spera che un importante rapporto della Banca Mondiale che sarà pubblicato questo mese, informi sui potenziali vantaggi e possibili pericoli che potrebbe rappresentare per le persone e la natura.
La febbre ha colto le industrie agricole internazionali, le banche e i fondi di investimento, i commercianti di materie prime, i fondi pensione, le fondazioni britanniche attratte dalla terra più economica del mondo: quella del Sudan, Kenya, Nigeria, Tanzania, Malawi, Etiopia, Congo, Zambia, Uganda, Madagascar, Zimbabwe, Mali, Sierra Leone, Ghana.
Solo l'Etiopia dal 2007 ha approvato 815 progetti nel settore agricolo finanziati da oltreoceano. La terra che gli investitori non poteva comprare, è stata loro affittata per 1 dollaro l’ettaro all’anno o giù di lì.
L’Arabia Saudita e gli Emirati del Medio Oriente come il Qatar, Kuwait e Abu Dabi sono i maggiori acquirenti. Nel 2008 il governo saudita, che è stato uno dei maggiori produttori di grano in Medio Oriente, ha annunciato di voler ridurre la propria produzione interna di cereali del 12% in un anno per mantenere la propria riserva d’acqua. Ha destinato 5 miliardi di dollari per fornire prestiti a tasso agevolato alle imprese che vogliano investire nei paesi con forte potenziale agricolo.
Nel frattempo la compagnia di investimenti saudita Foras, sostenuta dalla Banca islamica di sviluppo e da ricchi investitori sauditi, intende spendere 1 miliardo di dollari in sette anni per l'acquisto di terra per la produzione di sette milioni di tonnellate di riso destinato al mercato saudita. L'azienda dice che sta valutando l'acquisto di terreni in Mali, Senegal, Sudan e Uganda.
Tornando all'Africa, per produrre le sue coltivazioni di base l'Arabia Saudita non solo acquista terra africana, ma risparmia 100 milioni di galloni di acqua all’anno. L'acqua, dice l'ONU, sarà la risorsa determinante dei prossimi 100 anni.
Un enorme business
Dal 2008 gli investitori sauditi hanno acquistato in modo considerevole in Sudan, Egitto, Etiopia e Kenya. L'anno scorso i primi sacchi di grano raccolti in Etiopia per il mercato saudita sono stati donati da al-Amoudi al re Abdullah. Alcune delle imprese in questione sono di dimensioni esorbitanti: la Cina ha firmato un contratto con la Repubblica Democratica del Congo per la coltivazione di 2,8 milioni di ettari di palma da olio per la produzione di biocarburanti.
Prima che fallisse a causa dei tumulti, la transazione proposta di 1,2 milioni di ettari tra Madagascar e la compagnia sud coreana Daewoo, avrebbe incluso quasi la metà della terra arabile del paese.
"La domanda di terra per coltivazioni di biocombustibi è alta. Compagnie europee di biocombustible hanno acquisito circa 4 milioni di ettari in Africa. Ciò obbliga le popolazioni a spostarsi, senza venir consultate né compensate per questo, imbonite con promesse non mantenute, di retribuzioni ed opportunità lavorative" afferma Tim Rice, autore di un rapporto di ActionAid che calcola che l'Unione europea deve raggiungere la stima di 17,4 milioni di ettari di coltivazioni, più della metà del volume dell'Italia, se vuole raggiungere il suo obiettivo del 10 % di biocombustibe per il 2015. Afferma: " L'acquisizione di terra in Africa per la produzione di biocombustibile sta già modificando l’agricoltura e la produzione di alimenti. La quantità di gente che soffre la fame aumenterà".
Aziende britanniche hanno acquisito terre in Angola, Etiopia, Mozambico, Nigeria e Tanzania per coltivare fiori e piante. Aziende indiane, garantite da prestiti governativi, acquistano o affittano centinaia di migliaia di ettari in Etiopia, Kenya, Madagascar, Mozambico, Senegal per la coltivazione del riso, canna da zucchero, mais e lenticchie per sfamare il proprio mercato interno. Tutte le terre sono prese in considerazione. Il Sudan, uscito dalla guerra civile, è stato in gran parte privo di sviluppo per una generazione intera e rappresenta una delle maggiori attrazioni.
Alcune società della Corea del Sud, l'anno scorso, hanno acquistato 0,7 milioni di acri del nord del Sudan per la coltivazione del grano, gli Emirati Arabi Uniti hanno acquistato 760 milioni di acri e l’Arabia Saudita il mese scorso ha chiuso un contratto per 40.000 ettari nella provincia del Nilo. Il governo del Sud del Sudan riporta che molte aziende stanno cercando di acquistare la terra. "Abbiamo ricevuto molte richieste da molti promotori. I negoziati sono in corso", ha detto Peter Chooli, alto funzionario del ministero delle risorse idriche e dell'irrigazione a Juba la scorsa settimana. "Un gruppo danese è in trattativa con lo stato per utilizzare la terra nei pressi del Nilo".
L’impresa di investimenti di New York Jarcha, con a capo l'ex commerciante di cereali Philip Heilberg, ha affittato 800.000 ettari nel Sudan meridionale, nei pressi del Darfur. Heilberg ha promesso non solo di creare posti di lavoro, ma anche di reinvestire il 10% e più dei proventi nella comunità locale. Ma è stato accusato dai sudanesi di “appropriarsi” delle terre comunali e di dirigere un tentativo statunitense di frammentare il Sudan per sfruttarne le risorse.
Nuovo colonialismo
Kuyek Devlin, un ricercatore di Montreal che lavora al Grain, afferma che gli investimenti in Africa sono ormai considerati da molti governi come una nuova strategia di approvvigionamento alimentare. "I paesi ricchi non solo guardano all’Africa per un buon rendimento sul capitale, ma anche come una polizza di assicurazione. La carenza di cibo e le sommosse avvenute in 28 paesi nel 2008, la riduzione delle forniture di acqua, il cambiamento climatico e la crescita della popolazione, rendono la terra più ambita. L'Africa ha più terra ed, in confronto agli altri continenti, è più a buon mercato.
"Le terre per la coltivazione nell’Africa sub-sahariana permettono rendimenti del 25% e le nuove tecnologie possono triplicare i raccolti in tempi molto brevi", ha detto Susan Payne, capo esecutivo di Emergent Asset Management, un fondo di investimenti britannico che intende investire 50 milioni di dollari sul suolo africano ed è questo il motivo per cui l’Africa attira l’attenzione di governi, aziende, multinazionali e altri tipi di investitori. "Lo sviluppo agricolo non è solo sostenibile, è il nostro futuro. Se non si cura e presta attenzione ora all’aumento della produzione alimentare del 50% entro il 2050, dovremo affrontare una grave crisi alimentare a livello mondiale". Ma molti gruppi di imprese sono largamente condannati dalle ONG occidentali e nazionali, come "artefici del nuovo colonialismo" che allontana la gente dalle campagne sottraendole le scarse risorse.
Incontriamo in un caffè lungo la strada, Tegenu Morku, agente immobiliare, in viaggio verso la regione di Oromia in Etiopia alla ricerca, per un gruppo di investitori egiziani, di 500 ettari di terreno per la zootecnica, la coltivazione di cereali e spezie e l'esportazione della loro maggiore quantità all’Egitto. Spera ci sia acqua e che il suo prezzo sia di circa 15 birr (un dollaro) per ettaro all'anno, meno di un quarto del costo della terra in Egitto e di un decimo del prezzo in Asia. Ci dice " La terra e la manodopera sono economiche ed il clima è buono. Tutti i sauditi, turchi, cinesi, egiziani hanno queste aspettative. Agli agricoltori ciò non piace perché devono spostarsi, ma possono trovare terre altrove e anche ricevere un compenso equivalente approssimativamente al valore dei raccolti di 10 anni ".
Carestia provocata dall'uomo
Oromia è uno dei centri della febbre di terra africana. Haile Hirpa, presidente di un’associazione di studio di Oromia, ha riferito la scorsa settimana in una lettera di protesta al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, che l'India ha acquistato 1 milione di ettari, Djibouti 1.000 ettari , l’Arabia Saudita 100.000 e che investitori egiziani, coreani, cinesi, nigeriani e altri arabi erano tutti attivi in quella regione. "Questa è la nuova colonizzazione del XXI secolo. I sauditi si avvantaggiano del raccolto del riso, nel frattempo ad Oromo mentre noi parliamo, si muore di carestia."
Il governo etiope ha negato che questi commerci siano causa di fame e ha detto che le terre attraggono centinaia di milioni di dollari di investimenti esteri e creano migliaia di posti di lavoro. Un portavoce ha detto: "L'Etiopia ha 75 milioni di acri di terra fertile sfruttata dai contadini per la loro sussistenza di cui appena il 15% non utilizzati. Di questa terra rimanente solo una piccola percentuale, dal 3 al 4% , è offerta agli investitori stranieri. Agli investitori non viene data la terra appartenente ai contadini etiopi. Il governo incoraggia anche gli etiopi della diaspora agli investimenti in patria. Contribuisce con la tecnologia necessaria, crea posti di lavoro e di formazione, opera in aree in cui la terra è adatta e vi è accesso all'acqua ".
La realtà però è diversa secondo Michael Taylor, specialista di International Land Coalition. "Se esiste terra in Africa che non è stata coltivata, probabilmente vi è una ragione. Forse è usata per il pascolo del bestiame o volutamente lasciata incolta per prevenire l'esaurimento delle sostanze nutritive e l'erosione. Chiunque abbia visto quelle aree identificate come non utilizzabili capisce che non c'è terra in Etiopia che non abbia i suoi contadini."
Gli esperti dello sviluppo sono divisi rispetto ai benefici delle coltivazioni su larga scala delle colture intensive. L’ecologista indiana Vandana Shiva ha detto a Londra la scorsa settimana, che l’agricoltura su scala industriale non separa solo i popoli dalla terra, ma richiede anche un uso massiccio di prodotti chimici, pesticidi, erbicidi, fertilizzanti, un uso intensivo e massiccio dell'acqua e dei trasporti, immagazzinamento e distribuzione su larga scala, tutte cose complessivamente che trasformano i paesaggi in enormi piantagioni di monocoltura.
"Stiamo assistendo ad un esproprio massiccio. Significa che ci sarà meno cibo a disposizione e che le persone indigene avranno sempre meno. Ci saranno più conflitti ed instabilità politica e le culture saranno sradicate. I piccoli contadini in Africa sono la base della sicurezza alimentare. La disponibilità alimentare del pianeta diminuirà".
Ma Rodney Cook, direttore del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo delle Nazioni Unite ritiene importanti i potenziali benefici: "Sarebbe utile evitare il termine generico 'appropriazione della terra'. Se fatto correttamente queste aziende, col loro intervento, possono rappresentare vantaggi per tutti ed essere strumento di sviluppo".
Lorenzo Cotula, un ricercatore dell'Istituto internazionale per l'ambiente e lo sviluppo, co-autore di una relazione sugli scambi della terra in Africa con i fondi delle Nazioni Unite lo scorso anno, ha stabilito che le imprese ben strutturate possono garantire posti di lavoro, migliori infrastrutture e migliori rendimenti. Ma se gestite male possono causare molti danni, specialmente se si escludono le popolazioni locali dalle decisioni sulla distribuzione delle terre e se non viene tutelato il loro diritto alla terra.Ad Awassa l’azienda agricola Ampuni, utilizza tanta acqua all’anno quanto 100.000 etiopi.
Anche l’acqua solleva polemiche. Funzionari del governo locale in Etiopia hanno denunciato all'Observer che le compagnie straniere che hanno impiantato coltivazioni di fiori ed altre coltivazioni intensive, non pagano l'acqua. "Noi vorremmo farla pagare, ma le offerte sono fatte dal governo centrale", ha detto uno di questi.
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