Questo è stato chiaramente il caso Portoghese, dove il modello economico è stato basato (e si basa) sui bassi salari e nella ri-esportazione, insieme con la progressiva deindustrializzazione e liquidazione del settore primario sostituito da una terziarizzazione economica basata su settori di basso valore aggiunto. Nel 2010, la produzione industriale in Portogallo era al livello del 1996. Tra il 2001 e il 2010, già sotto l'egida dell’Euro, la produzione industriale nazionale retrocesse del 14,1%. In Grecia, la contrazione è stata maggiore, 20,4%. In Spagna, è stata del 14% e in Francia la contrazione è stata del 6,4%. Il che ancora una volta indica, che l'euro ha rafforzato l’imperialismo tedesco nei confronti degli altri imperialismi, in particolare di quello francese.
Si dice spesso che il suddetto guadagno competitivo della Germania è dovuto principalmente alla stagnazione della crescita dei salari reali dei lavoratori tedeschi durante l'ultimo decennio.
Qui, l'euro non ha fallito, ha adempiuto al ruolo per cui è stato creato. L'Euro è stato ed è uno strumento fondamentale, al servizio dello sfruttamento del lavoro e del ripristino delle condizioni di resa del capitale. Il Grafico 2 è di questo esplicativo. In termini medi annui, in Germania, l'utile netto è cresciuto 81 volte più dei salari reali. In Portogallo è cresciuto 4 volte e nell’Eurozona 7 volte. Parallelamente, i reali costi unitari del lavoro, in termini medi annui, sono diminuiti dello 0,5% in Germania e 0,1%, sia in Portogallo che nell’Eurozona. Ciò tenendo già conto della recessione mondiale del 2009, in cui l’Eurozona ha avuto un calo nel PIL del 4,1%, pregiudicando in questo modo la produttività del lavoro (prodotto per dipendente).
Ma è forse più significativo prendere in considerazione i valori dei dieci anni dell’Euro. Tra il 2001 e il 2010, i profitti del capitale tedesco sono aumentati del 41,7%, mentre i reali costi unitari del lavoro sono diminuiti del 4,6%. Lo stesso è accaduto nell’Eurozona , dove i profitti sono aumentati del 35,8%, mentre i reali costi unitari del lavoro sono diminuiti dell’1,1%. Così in Portogallo, dove i profitti sono cresciuti nell'ultimo decennio del 25,6%, a causa di una riduzione dei reali costi unitari del lavoro dell’1,3%.
Questo è uno strumento che il grande capitale "europeo" non vuole perdere, anche a fronte di rivalità inter-imperialiste esistenti, anche nei paesi che compongono l'area l'Eurozona. In effetti, uno strumento cui le principali organizzazioni di capitale "europeo", la Business Europe (la confederazione padronale europea) ed ERT (tavola rotonda degli industriali europei), hanno dato un importante contributo alla sua creazione e sostegno.
Le aree e l'integrazione
Essendo centrale la questione del ruolo dell'Euro e del suo controllore, la Banca Centrale Europea per ridurre i costi unitari del lavoro, la verità è che esistevano in parallelo altri obiettivi con la creazione dell'euro. All'inizio, come del resto in altri passaggi della cosiddetta costruzione europea, l'approfondimento dell'integrazione in termini economici ha sempre contribuito ad una maggiore integrazione politica, in un processo continuo di approfondimento verso l'allargamento dell'Unione, come forma per risolvere i blocchi e le crisi del processo di integrazione e di "appianare" le contraddizioni del potere e della distribuzione dei guadagni e delle perdite. L'Euro, una delle pietre lanciate dal trattato di Maastricht, rafforzava in tal modo il percorso dell’integrazione che veniva a compiersi, essenzialmente nel trattato di Lisbona.
Una unione monetaria, la capacità di emettere moneta che è un componente della sovranità di uno Stato, creava le condizioni oggettive per rafforzare le componenti della costituzione di un effettivo governo economico. Già nel 1997, fu creato il Patto di Stabilità, imponendo il processo di condizionamento della politica di bilancio e fiscale dei paesi partecipanti, in parallelo, più tardi, con la Strategia di Lisbona (ora ribattezzata Strategia 2020), nuovi vincoli sono imposti, con programmi di attuazione e di indirizzo adottati a livello comunitario, in relazione alla liberalizzazione di settori chiave nell’area delle comunicazioni, energia, trasporti e dei servizi, delle riforme in relazione al mercato del lavoro e nelle aree sociali, così come il finanziamento dell'economia.
Fino all’attuale "Semestre Europeo" approvato e in corso, che mette praticamente tutti gli ambiti della politica di uno Stato, al vaglio della decisione comunitaria, che diventa così un’imposizione assoluta a qualsiasi modello di sviluppo endogeno che uno Stato sostiene. Ovviamente non per tutti, ma secondo le dimensioni e la potenza dello Stato interessato, perché ciò che vale per i paesi piccoli e medi, non si applica ai grandi, come ha dimostrato il fallimento del Patto di Stabilità, da parte della Germania e della Francia nel 2005.
Naturalmente, a contorno dell’Unione Politica e dell’Unione Economica e Monetaria, c'era anche la creazione di una zona di influenza dell'Euro, per rivaleggiare con quella del dollaro, dando copertura alle esigenze del capitale "europeo", garantendo all’Euro il ruolo di riserva mondiale. L'unico problema è che a differenza della zona di influenza del dollaro (che continua a dominare i principali mercati delle materie prime), che ha nel suo centro gli Stati Uniti disposti a lavorare come consumatore e debitore in ultima istanza, nel caso dell'Euro esiste una Germania che assume un ruolo opposto, nel contesto di un quasi inesistente bilancio comunitario, che rappresenta circa l'1% del PIL dell’UE, venti volte inferiore a quello del bilancio federale degli Stati Uniti.
Qui sorgono le contraddizioni inter-imperialiste. È disposta la Germania, il capitale tedesco, ad assumere il suo ruolo nella zona di influenza dell’Euro, che implica ovviamente assumere le perdite e condividere i guadagni? E sarà sufficiente? Perché la questione non è tanto se l'Euro ha fallito qui, ma il fatto di sapere da parte del capitale tedesco che l'Euro vale più del Marco come strumento di classe a loro disposizione. È certo che senza un intervento per rispondere ai crescenti squilibri macroeconomici, l'Euro è a rischio di implodere o che l’Eurozona si riduca.
Il punto è che anche se l'Euro ha adempiuto al suo ruolo, nel caso europeo, la verità è che questo non è stato sufficiente a rispondere alla crisi sistemica nella quale il capitalismo è ancora immerso - una crisi di redditività, una crisi di sovra-accumulazione di capitale in tutte le sue forme, in cui il sistema capitalistico mondiale (soprav)vive passando da una crisi all’altra, sostenendo artificialmente "montagne" storiche di debito e capitale fittizio, senza alcuna copertura, senza una riforma effettiva del processo di valorizzazione del capitale. Certo, limitando e adattando il ruolo strumentale di integrazione capitalista europea.
Il "Patto Euro plus", concordato nel Consiglio Europeo di Primavera del 24 e 25 marzo 2011, mostra chiaramente per cosa è servito e serve l'Euro: ridurre i costi unitari del lavoro. L'austerità imposta dall’Euro, per mezzo di una politica monetaria restrittiva e del/dei PEC(s) [Patto/i di Stabilità- PSC], ha lo scopo strategico di ripristinare le condizioni di redditività del capitale, tramite un aumento dello sfruttamento del lavoro, nel contesto di una crisi sistemica.
L'Euro era ed è una "dichiarazione di guerra" ai lavoratori dei paesi dell’Eurozona e di tutta l'UE. Un decennio di svalutazione sociale e disoccupazione crescente lo dimostra. Nonostante le contraddizioni, l'integrazione capitalista si rafforza creando meccanismi di imposizioni, elevando il livello dell’offensiva di classe in corso.
L'emancipazione dei lavoratori portoghesi e degli altri lavoratori dei paesi che costituiscono l'UE, passa attraverso la presa di coscienza che non ci sono uscite nell’attuale quadro che non passino attraverso una rottura con le politiche attuali, la necessità di sconfiggere lo strumento di classe che è l'Unione Europea, di restituire agli Stati gli strumenti di politica economica, monetaria, fiscale e di tasso di cambio e mettere sotto dominio pubblico i settori strategici per consentire lo sviluppo economico dei paesi, al servizio dei lavoratori e dei popoli. Essere consapevoli che solo la lotta delle masse e l’aumento del grado di organizzazione della lotta può sconfiggere l'offensiva in corso. Tenendo presente che sono finiti i tempi della ineluttabilità e dell'irreversibilità e che ora è il tempo delle opportunità, tenendo conto delle contraddizioni inter-capitaliste. Oggi, come ieri, ciò che è necessario è che i lavoratori e i popoli prendano nelle proprie mani l’affermazione del proprio destino, libero dallo sfruttamento. La lotta all'Euro, agli orientamenti che gli danno supporto e alle politiche che ne derivano, è parte integrante di questa lotta più generale.
[*] Economista.
L’ originale si trova nella rivista “Portugal e a UE”, nº 61, Agosto 2011.