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- osservatorio - economia - 27-11-12 - n. 431
Altro che spread, la vera emergenza è la disoccupazione
Domenico Moro
24/11/2012
In Eurolandia la disoccupazione è un fattore strutturale…
La vera emergenza nell'area euro non è lo spread ma la disoccupazione. Lo ammette la Bce nel suo ultimo rapporto sul mercato del lavoro[1], che rivela come una alta disoccupazione sia ormai una caratteristica strutturale dell'economia. Tra 2008 e 2011 sono stati persi 4 milioni di posti di lavoro (-2,6%). Negli Usa la perdita è stata maggiore, ovvero di 6 milioni di posti di lavoro (-4,5%), pur a fronte di un calo del Pil identico (-5%). Dopo il 2010, però, quando entrambe le economie raggiunsero un tasso di disoccupazione del 10%, questo cominciò a diminuire negli Usa mentre in Europa continuò a crescere. La disoccupazione dell'area euro in meno di tre anni è aumentata di due punti, passando dal 9,6% del 2009 all'11,6% di settembre 2012, ed è superiore di un punto a quella della Ue a 27[2]. Contemporaneamente è aumentata anche la disoccupazione di lungo periodo[3], che nel 2010 è arrivata al 67,3% del totale, 7 punti più che nel 2008. Un segno evidente di quanto la disoccupazione non sia più un fenomeno congiunturale. I disoccupati nell'area euro erano a settembre 18milioni e 420 mila, 146mila più che ad agosto e 2milioni 174mila in più rispetto al settembre 2011. La disoccupazione, ad ogni modo, non è aumentata in modo uguale. Tra i lavoratori i più colpiti sono i giovani e i meno specializzati. La conseguenza è che ora, anche a causa dell'allungamento in molti Paesi dell'età pensionabile, la forza lavoro occupata dell'eurozona è più anziana. Tra i settori economici, la manifattura e le costruzioni sono quelli più colpiti.
…ma "divergente" tra Germania e quasi tutto il resto dell'area euro
Le differenze maggiori nei tassi di disoccupazione sono quelle riscontrabili tra i vari Paesi. Nel primo periodo della crisi in Germania e in Belgio, sebbene il calo del Pil fosse nella media europea, la perdita di posti di lavoro è stata solo dell'1%, mentre in Irlanda è stata del 15%, e in Spagna e Grecia del 10%. Tra 2009 e settembre 2012 il tasso di disoccupazione in Germania è addirittura diminuito di più di due punti, dal 7,8% al 5,4%. Anche in Belgio è diminuito, sebbene di poco, come in Austria, dove, però, tra settembre 2011 e settembre 2012 è passato dal 4% al 4,4%. Negli altri Paesi, che rappresentano la maggioranza dei lavoratori europei, l'incremento è maggiore e qualche volta impressionante. L'Olanda passa dal 3,7% al 5,4%, la Francia dal 9,5% al 10,8%, l'Irlanda dall'11,9% al 15,1%, il Portogallo dal 10,6% al 15,7%, la Grecia dal 9,5% al 24,4%, la Spagna dal 18,1% al 25,8%. L'Italia passa dal 5,1% di inizio 2007 al 7,8% del 2009 al 10,8% del settembre 2012. Le previsioni per l'Italia riguardanti il 2013, secondo l'Istat, danno un ulteriore peggioramento, con la disoccupazione all'11,4%, a causa del contrarsi dell'occupazione e dell'aumento della disoccupazione di lunga durata[4]. Tale percentuale dovrebbe corrispondere a circa 3milioni di disoccupati. In molti Paesi ci si sta avvicinando e in qualcuno si è già raggiunto un tasso di disoccupazione da Grande Depressione, che ad esempio in Inghilterra, uno dei Paesi più colpiti, raggiunse negli anni 20 il 12% medio e tra 1930 e 1935 arrivò al 18,5%[5]. In realtà, il tasso di disoccupazione[6] non ci dice tutto sulla gravità della crisi occupazionale. In primo luogo, perché c'è la cassa integrazione e poi perché il totale dei disoccupati è rapportato a forze di lavoro[7] che sono cresciute. In Italia, ad esempio si è passati dai 24,93 milioni di forze di lavoro del primo trimestre 2009, ai 25,73 milioni del secondo trimestre 2012[8]. Si tratta di un aumento dovuto al fenomeno del cosiddetto "lavoratore aggiuntivo", cioè all'ingresso nel mercato del lavoro di giovani e specialmente di donne che hanno in famiglia qualcuno che ha perso il lavoro, spesso il coniuge maschio. Secondo la Bce le cause della divergenza occupazionale tra i vari Paesi dell'Area euro sono dovute alla diversa struttura delle varie economie nazionali. Dove l'economia è molto orientata all'export, come in Germania, le imprese hanno tagliato l'orario ma non i posti di lavoro, in previsione di una ripresa del mercato mondiale. Dove la crescita economia si era basata soprattutto sul boom delle costruzioni, come in Spagna e Irlanda, lo scoppio della bolla immobiliare ha determinato una ristrutturazione permanente del settore. La Bce tace, però, sul ruolo svolto dall'introduzione dell'euro che ha permesso di far valere la maggiore competitività delle imprese della Germania sulle imprese degli altri Paesi, che non hanno più potuto manovrare con la leva del cambio. La conseguenza alla lunga è stata la chiusura o la delocalizzazione di aziende e l'aumento della disoccupazione.
Le responsabilità della politiche di austerity e il nuovo "working poor"
Ma la ragione principale della differenza nei tassi di disoccupazione interna all'eurozona è relativa alle divergenze di politica economica. Non è un caso che la situazione occupazionale diventi veramente difficile solo con il 2010, quando la crisi del debito attacca Irlanda e Grecia. All'inizio della crisi si era reagito supportando la domanda aggregata e incoraggiando la riduzione dell'orario di lavoro.

Successivamente, con il passaggio ad una politica incentrata su drastici tagli della spesa pubblica per ridurre i deficit pubblici, la disoccupazione è esplosa. Il fenomeno è evidente anche in Italia. In 24 mesi, nel periodo peggiore della crisi tra gennaio 2008 e dicembre 2009, i disoccupati aumentarono di 463mila unità. In soli dieci mesi, tra novembre 2011, data d'insediamento del governo Monti, e settembre 2012, sono aumentati di 416mila unità, passando dai 2 milioni e 359mila di novembre 20011 ai 2milioni e 774mila di settembre 2012 (vedi grafico)[9]. La Bce di Mario Draghi ritiene che la principale causa della disoccupazione strutturale non sia la crisi ma l'eccessiva rigidità salariale. La soluzione, quindi, sarebbe garantire maggiore flessibilità salariale proseguendo con le "riforme del mercato del lavoro", come quelle che si stanno portando avanti in Italia (riforma Fornero), Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna. Peccato, che ad oggi, il potere d'acquisto dei lavoratori si sia ridotto senza che la disoccupazione abbia smesso di crescere. Il punto è che oggi in Europa, come negli Usa, si tende a ricostituire un ampio "esercito industriale di riserva", come era definito da Marx, che consista di lavoratori a tempo che possano essere agevolmente inseriti e dismessi a seconda dei cicli di una economia che è destinata a mantenersi per chissà quanto tempo ad un bassissimo tasso di crescita e molto lontana dalla piena occupazione. Visto che le riduzioni salariali e del costo del lavoro non hanno mai creato maggiore occupazione, l'obiettivo reale delle riforme del mercato del lavoro è quello di contrastare la caduta del saggio di profitto e la sempre più agguerrita concorrenza mondiale comprimendo i salari di milioni di lavoratori a livelli di sussistenza o addirittura al disotto di tale livello. Archiviata la società del benessere e dei consumi, con buona pace dei teorici della "decrescita felice", fa ritorno sulla scena sociale la figura del working poor o "povero che lavora", ricattabile e disposto ad accettare condizioni e ritmi di lavoro peggiori. Del resto, che importa se il salario reale cala? Non è il mercato interno che interessa alle grandi imprese multinazionali ma quello mondiale. È il modello tedesco ad affermarsi. Peccato che, se tutti fanno così, sarà il mercato mondiale a crollare, così come è crollato quello dell'area euro. Uno scenario che potrebbe diventare presto realtà, specialmente se gli Usa, dopo le elezioni presidenziali, rinunciassero allo strumento dello stimolo fiscale per affrontare il fiscal cliff.
[1] European Central Bank, Euro area labour market and the crisis, October 2012.
[2] Per i dati tra settembre 2011 e settembre 2012 vedere Eurostat, Euro area unemplyment rate at 11.6. 31 October 2012.
[3] Per la Bce è la disoccupazione di lungo periodo è quella che va oltre i sei mesi. Per l’Istat è quella che va oltre un anno.
[4] Istat, Le prospettive per l’economia italiana nel 2012-2013, 5 novembre 2012.
[5] Maurice Dobb, Problemi si storia del capitalismo, Editori Riuniti, Roma 1969.
[6] Il tasso o saggio di disoccupazione è il rapporto tra le persone che risultano essere in cerca di occupazione (sia quelle che hanno perso il lavoro sia quelle in cerca di prima occupazione) e le forze di lavoro totali. Il tasso di attività è invece il rapporto tra le forze di lavoro e la popolazione totale tra i 15 e i 64 anni di età.
[7] Le forze di lavoro sono le persone di 15-64 anni occupate o che risultano essere alla ricerca di lavoro. Il tasso di attività misura il rapporto tra le forze di lavoro e la popolazione totale tra i 15 e i 64 anni di età.
[8] Istat, Luglio 2012 e II trimestre 2012 Occupati e disoccupati.
[9] Istat, Settembre 2012 Occupati e disoccupati, 31 ottobre 2012.
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