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da zzs-blg.blogspot.it
Traduzione dall'inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
Capire la crisi
 
Zoltan Zigedy
 
31/12/2012
 
Per uno studente di economia politica marxista, uno dei punti forti dello scorso anno è stata la discussione in sette parti riguardo la crisi economica mondiale, le sue cause e conseguenze, affrontata su Socialist Voice, eccellente pubblicazione mensile del Partito Comunista d'Irlanda. A partire dallo scorso gennaio, con la recensione di un libro sulla crisi, due interlocutori - identificati come NC e NL - hanno esaminato la serie di spiegazioni radicali e marxiste delle crisi economiche e il loro significato per il movimento operaio.
 
Diversi punti della discussione sono notevoli.
 
In primo luogo, la discussione è stata condotta in modo fraterno e rispettoso. Gran parte del dibattito accademico "marxista" è rivolto a segnare punti e a spaccare il capello in quattro. Quello di Socialist Voice, invece, ha cercato di costruire e unificare.
 
In secondo luogo, gli articoli erano liberi da pretese e da gerghi. Troppo spesso i sedicenti economisti marxisti si sentono costretti a presentare le loro opinioni in un linguaggio "sofisticato" o di moda per creare un'aura di profondità.
 
In terzo luogo, il dialogo deve poco all'economia borghese. Al di fuori di un paio di marxisti illustri come Maurice Dobb, Ronald Meek, e Victor Perlo, nel mondo di lingua inglese, la formazione nell'economia borghese tradizionale è stata più un ostacolo che un aiuto nel prendere e portare avanti il marxismo. Allo stesso modo, il formalismo - feticcio dei costrutti matematici e logici - dibatte questioni elevate come il cosiddetto problema della trasformazione o il "Teorema Okishio", al centro della scena a scapito della prosecuzione ed elaborazione delle intuizioni di Marx, Engels e dei loro successori. Nella maggior parte dei casi, formalisti e accademici farebbero bene a tornare a uno studio dei primi capitoli del Capitale, pratica che avrebbe fatto di gran parte dei loro esercizi uno sterile cavillare.
 
I contributi di Socialist Voice percorrono brevemente, ma in modo chiaro e serio, le teorie della crisi che vanno dalla caduta tendenziale del saggio di profitto attraverso il sottoconsumo, la stagnazione, i cicli lunghi, e la crisi generale del capitalismo. Essi ricorrono a un vario gruppo di teorici da Andrew Kliman e gli affiliati a Monthley Review a Nikolai Kondratiev e Hans Heinz Holz.
 
Gli articoli si trovano nei bollettini di gennaio, aprile, maggio, giugno, ottobre, novembre e dicembre di Socialist Voice oppure online su: http://www.communistpartyofireland.ie/sv/index.html
 
Invito chiunque sia interessato alla economia politica marxista a leggerli. Speriamo che questa discussione generi ulteriori attività di ricerca e di dibattito sulle molte questioni affrontate. Lo sviluppo di una chiara e completa spiegazione marxista della crisi attuale è un lavoro in corso d'opera. I miei pensieri, offerti con lo stesso spirito fraterno, sono i seguenti.
 
Crisi sistemica
 
Le crisi economiche capitaliste sono di due tipi: ciclica e sistemica. Nel corso dell'attività economica capitalistica, si verificano squilibri tra i vari settori della produzione, tra fornitori e produttori, tra produzione e consumo, ecc. Questi squilibri si tramutano in crolli o rallentamenti dell'attività produttiva. Gli economisti borghesi fanno riferimento a questi come a eventi del "ciclo economico", il che significa che sono ciclici o di auto-correzione, con la ripresa all'orizzonte, forse lontana ma all'orizzonte. In generale, i politici borghesi applicano panacee convenzionali - aggiustamenti del tasso di interesse, spesa statale, incentivi o sostegni - per regolare questi cicli ai loro fini politici. Anche se si tratta di eventi episodici, il danno conseguente ricade generalmente sulle spalle dei lavoratori.
 
2. Le crisi sistemiche, d'altra parte, sono indicative delle profonde contraddizioni insite nel sistema capitalista. Come tali, esse non sono soggette alla pazienza o alla solita lista di rimedi. Il capitalismo, come una macchina a moto perpetuo, viola le leggi di natura. Un sistema che non può continuare per sempre, che dipende sempre più da complesse interazioni sociali, assegnando le ricchezze prodotte da tali interazioni a quei pochi che da questi processi sociali sono dissociati. Nel lungo periodo, l'accumulazione privata, la ricchezza concentrata tende a soffocare l'ulteriore accumulazione di tale ricchezza.
 
3. Le crisi sistemiche non passano, ma sono temporaneamente annullate o risolte attraverso il cambiamento trasformativo. Vale a dire, i politici possono attenuare o rinviare le conseguenze più dure delle crisi sistemiche, ma alla fine sono necessari i cambiamenti sistemici per uscire dalla crisi. Ad esempio, nonostante si attribuisca al New deal il merito di aver risolto la Grande depressione negli Stati Uniti, l'allontanamento della depressione è venuta solo attraverso i grandi cambiamenti sistemici che hanno accompagnato una guerra mondiale: pianificazione economica tipo socialista, organizzazione, investimenti e produzione di forniture di guerra e massiccia distruzione di beni materiali. Nella nostra epoca, il pieno impatto della crisi della "new economy" del 2001 è stato annullato solo per aggravare la crisi del 2008. La dinamica alla base della crisi del capitalismo è rimasta, e permane ancora.
 
4. Le crisi sistemiche sono, in ultima analisi, crisi di accumulazione. Ciò che più decisamente paralizza il meccanismo del capitalismo è l'incapacità di generare un profitto sufficiente. I fattori che limitano la crescita dell'accumulazione - rallentamento del saggio di profitto - spiegano in gran parte le crisi sistemiche. Così, in generale, le crisi sono causate da una tendenza alla caduta del saggio di profitto interna al sistema.
 
5. Facendo derivare la crisi sistemica dalla mancanza di accumulazione e non da squilibri nei consumi o dalla loro mancata realizzazione, si ottengono le seguenti conseguenze politiche: la crisi non può essere superata con le panacee liberali o socialdemocratiche; la redistribuzione della ricchezza, i programmi di occupazione nel settore pubblico, la previdenza sociale, ecc., non ripristinano direttamente la redditività a meno che questi programmi siano in realtà dei sotterfugi per il trasferimento del surplus. Solo il ripristino della crescita dei profitti stabilizzerà l'economia. Lo abbiamo visto negli Stati Uniti dopo la metà del 2009, quando i profitti si sono bruscamente rialzati (generati da un intensificato sfruttamento!). Ma anche allora i guadagni iniziarono nuovamente a diminuire a metà del 2012. Così, per la classe operaia, la scelta è davvero solo tra l'aiutare i capitalisti a ripristinare i profitti o lavorare per eliminare il sistema capitalista!
 
6. Paradossalmente, la crisi esiste perché il processo di accumulazione è sopraffatto dalla grande massa di eccedenze nelle mani di pochi: i proprietari dei mezzi di produzione, distribuzione, dei servizi e della finanza. Proprio come prima della Grande depressione, le opportunità di investimento in attività produttive sono schiacciate dal peso delle eccedenze accumulate. Il tasso di profitto, così come il tasso atteso, cadono dinanzi al capitale aggregato detenuto dalle grandi corporation, dalle banche e dai ricchi. Si rivolgono alla speculazione sulle risorse limitate, la proprietà e gli schemi finanziari, la sempre attiva "caccia al rendimento", e premono sul debito che amplifica la follia di questa incessante ricerca di un ritorno sul capitale disponibile.
 
7. La crisi sistemica non dovrebbe essere intesa come il preannuncio di un crollo finale del sistema. Il lavoro pionieristico di Henryk Grossmann sulla marxiana caduta tendenziale del saggio di profitto - a causa della sua stringente logica espositiva - ha erroneamente portato alcuni a credere che il capitalismo sarebbe imploso per una logica propria. Allo stesso modo, i marxisti accademici che si sono separati dal movimento operaio si appoggiano pesantemente sulla prevista stagnazione per forzare l'uscita del capitalismo dalla scena mondiale. Ma il capitalismo ricorre sempre a misure estreme per garantire la sua auto-conservazione: mischiando le carte attraverso la guerra, la marcia forzata del capitalismo attraverso il fascismo, e molte forme di schiavitù diretta e indiretta. L'unica via d'uscita dal capitalismo passa attraverso gli sforzi dei più avanzati e organizzati elementi della classe operaia, armati della comprensione del capitalismo.
 
Capitalismo monopolistico e capitalismo monopolistico di Stato
 
1. I teorici di Monthly Review hanno ragione nell'indicare costantemente la concentrazione senza fine del capitale nelle mani di un numero sempre minore di soggetti come prova per l'aumento del capitale monopolistico. Fusioni e acquisizioni, fallimenti e integrazioni assicurano alle corporation dominanti una crescita più forte e ristretta. Allo stesso tempo, essi sottostimano l'elasticità del capitalismo nel creare e ricreare nuovi ambiti di concorrenza. Friedrich Engels affermava bene nel primo trattato marxista di economia politica (Lineamenti di una critica dell'economia politica): "La concorrenza si fonda sull'interesse, e l'interesse genera, a sua volta, il monopolio; in breve, la concorrenza trapassa nel monopolio. Dall'altra parte il monopolio non può arrestare il flusso della concorrenza, anzi la genera esso stesso…" E' questo apparentemente piccolo punto che la scuola del "capitalismo monopolistico" (CM) legata a Monthly Review elude.
 
2. Anche in un settore a notevole intensità di capitale e di un modello di monopolio come la produzione automobilistica, la concorrenza persiste con l'entrata nel settore di nuovi produttori attraverso le nuove tecnologie (le auto elettriche, ad esempio) o l'iniziativa nazionale (Giappone, Corea, e oggi Cina e India). Mentre la concorrenza sui prezzi persiste (al contrario di quanto ritenuto dalla scuola del CM), la concorrenza si esprime anche attraverso caratteristiche tecnologiche: il consumo di carburante, le prestazioni, la durata di garanzia e una miriade di altre differenze. Inoltre, queste differenze si basano sulle tecniche di produzione e i costi di produzione e non sono meramente inquadrate nelle "attività di vendita" come fanno Sweezy e Baran. Questi ugualmente eludono la concorrenza tra vecchi e nuovi produttori, tra industrie tradizionali e alternative.
 
3. Nonostante il persistere della concentrazione del capitale, la concorrenza tra i capitalisti e la brama di un ritorno al capitale azionario, il sistema sarà sempre orientato verso la crisi sistemica.
 
4. Di maggiore utilità per il movimento operaio è la teoria del capitalismo monopolistico di Stato. Mentre la monopolizzazione può piegare, ma non spezzare la logica del capitalismo, le enormi corporazioni monopolistiche sono riuscite a fondere i loro interessi con le funzioni dello Stato. L'enorme potenza e capacità delle imprese monopolistiche hanno sequestrato tutti gli organi dello Stato e sfruttato le sue azioni per promuovere l'accumulazione del capitale. Mentre la teoria del capitalismo monopolistico di Stato è stata abbandonata dai circoli di sinistra dopo la fine del socialismo europeo, la priorità dello Stato data ai salvataggi bancari europeo-statunitensi sottolinea sicuramente la sua validità e confina i suoi critici in una pausa di riflessione. La teoria è uno strumento essenziale per la comprensione del comportamento dei responsabili politici UE e USA nel corso della crisi.
 
"Finanziarizzazione" e debito
 
1. "Finanziarizzazione" è un termine infelice, alla moda, ma aggiunge poco alla nostra comprensione. Il crescente ruolo della finanza è stato notato già prima dell'epoca di Lenin. Il processo è culminato con uno spostamento verso la finanza di oltre il 40% dei profitti delle imprese negli Stati Uniti dagli inizi del XXI secolo, in parte per il suo sempre più delirante assorbimento del surplus e in parte per il declino e l'abbandono della produzione che in passato rappresentavano una quota di gran lunga maggiore dei profitti USA.
 
2. Senza dubbio la finanza ha assunto un ruolo di primo piano negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in alcuni altri paesi a capitalismo avanzato, con la creazione di un nuovo ampio bacino di lavoratori a basso salario a disposizione della produzione dopo la distruzione del socialismo dell'Europa orientale, e dopo che i suoi alleati di orientamento socialista e la Repubblica Popolare Cinese si sono aperti ai mercati globali. Questo riflette la nuova divisione nazionale del lavoro nella economia mondiale: produzione ed esportazione in Oriente e nel Sud e finanza, gestione e servizi in Occidente e nel Nord.
 
3. Come principale centro finanziario, gli USA sono diventati la Mecca per quelli con le tasche traboccanti di denaro e poche opportunità di investimento in un periodo di bassi tassi di interesse e di denaro a buon mercato.
 
4. A differenza del mondo della produzione mercantile, in cui il valore viene prodotto in tempo reale, la finanza offre l'opportunità di un adeguato valore futuro attraverso strumenti contrattuali, come i mutui, le obbligazioni, i contratti a termine (futures) e, nella nostra epoca, creazioni ancora più esotiche. Questi strumenti commerciano valore futuro, quindi sfidano il capitalismo a trovare opportunità di investimento ancora più marginali per assorbire il surplus e il surplus potenziale.
 
5. Il debito - figlio del credito facile e dei bassi tassi di interesse - serve come amplificatore degli investimenti finanziari, ponte fondamentale per una speculazione sempre più spericolata. Così, la finanza con le sue molte "innovazioni" è servita per attutire l'oceano di surplus accumulato nel corso dei decenni e alla ricerca di un altro ciclo di accumulazione in un contesto di rendimenti decrescenti. In questo modo, per l'accumulazione la tendenza a ritardare la sua ri-produzione ha trovato la sua espressione nella crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti nel 2007-2008.
 
Altre teorie sulla crisi
 
1. La teoria delle onde - l'idea che l'attività economica presenti una traiettoria ad onda con espansione, frenata e nuova espansione - per molti gode di una attrazione quasi mistica e spirituale. Associata alle opinioni di Nikolai Kondratiev nei circoli marxisti, la teoria di un'onda regolare e periodica - lunga o breve - è viziata da due distinte ma fatali ragioni.
 
2. Da una prospettiva empirica, è impossibile stabilire quelle caratteristiche della storia economica che sono decisive nell'esprimere le fasi di crescita e flessione dei cicli regolari. Vale a dire, le variabili dipendenti sono illusorie e nebulose. Inoltre, quando sono chiaramente registrate - PIL, produttività del lavoro, profitti, ecc. - non si rileva alcun modello incontrovertibile. Invece, solo i modelli intuitivi sono visti da coloro già disposti a vederli.
 
3. Da un punto di vista teorico, non vi sono candidature al ruolo di variabile indipendente che dimostri un costante e regolare comportamento ondulatorio nel corso della storia economica (o storia del capitalismo). Né l'innovazione tecnologica, né il cambiamento culturale o demografico, né qualsiasi altro elemento che aspiri ad essere causa dei cicli mostra un tipo di natura ondulatoria atta a spiegare le onde regolari e periodiche in un intervallo storico. E dove troviamo il movimento ondulatorio in natura (per esempio, i cicli lunari), non vi è un nesso evidente di causalità con la vita economica.
 
4. In breve, i cicli lunghi sono impossibili da individuare senza fare appello a un impressionismo tipo quello delle macchie di Rorschach e impossibili da spiegare senza assumere quello che ci si propone di illustrare. Quando si vuole vedere una faccia sulla luna, ne vedrete una.
 
5. Abbiamo un grande debito con Hans Heinz Holz, il compianto filosofo marxista tedesco che ha portato nuova vita al concetto comunista di lunga data, di Crisi generale del capitalismo (CGC). Come sottolinea Holz, la scienza sociale sovietica lega meccanicamente ed empiricamente la CGC alle fasi storiche aperte dalla Rivoluzione bolscevica e dalla Seconda guerra mondiale. Questa è stata una interpretazione fuorviante dissolta dalle battute d'arresto del socialismo.
 
6. Holz correttamente riabilita la CGC come una crisi veramente generale, generata dai meccanismi interni del capitalismo, indipendentemente da eventi importanti ma esogeni. E' corretto concepire la CGC come una crisi totale, non limitata alla sfera economica, ma anche alla vita sociale, culturale, ideologica e a tutte le altre relazioni umane.
 
7. Così la CGC non è una teoria della crisi economica. Al contrario, la crisi sistemica del capitalismo è uno degli elementi - un elemento causale - nella Crisi generale del capitalismo.
 
8. Molto altro lavoro deve essere compiuto nello sviluppo di una teoria completa della CGC, con le sue conseguenze in ogni aspetto della vita di tutti i giorni.
 
Zoltan Zigedy
 
zoltanzigedy@gmail.com
 

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