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Classe contro classe

Zoltan Zigedy | zzs-blg.blogspot.it
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

20/09/2013

I commentatori di ogni risma ammettono che negli ultimi cinque anni, da quando è iniziata la crisi economica mondiale, i lavoratori statunitensi sono stati vessati. Quello che la maggior parte non riesce a dire è che le vessazioni sono il diretto risultato di una unilaterale guerra di classe.

Da qualsiasi punto di vista, indicatori economici alla mano, tutti i lavoratori degli Stati Uniti - quelli sindacalizzati e quelli no - sono stati bastonati senza sosta. La disoccupazione, pur nella misurazione edulcorata del governo, rimane vergognosamente alta. La partecipazione alle forze attive, una misura più attendibile del mercato del lavoro, continua a diminuire. E gli avviamenti al lavoro sono, con un'incidenza mai vista, a tempo parziale, temporanei e sotto pagati.

I salari sono stagnanti o in calo in tutti i settori e la quota della ricchezza nazionale destinata ai lavoratori, continua a scendere. Le indennità sono sotto attacco, e mentre cresce la quota di contribuzione a carico dei lavoratori sulle indennità esistenti, si riduce quella dei datori di lavoro.

La spesso citata strada del successo per la classe lavoratrice giovane - l'istruzione universitaria - si è dimostrata fallace. Mediamente ogni studente è gravato da un debito di $ 25.000: il lavoro precario a cui è destinato dilata l'uscita dalla situazione debitoria e la possibilità di intascare risparmi significativi.

Allo stesso tempo, si è verificata una "ripresa": la produzione e la ricchezza nazionale sono rimbalzate e hanno superato i livelli pre-crisi. I profitti e la crescita degli utili sono ben al di sopra dei livelli e delle tendenze storiche. Sul mercato azionario si registra un recupero vigoroso.

La "ripresa" ampiamente annunciata, è stata una ripresa soltanto per i più ricchi. Un recente studio condotto dal formidabile team di ricerca economica di Saez e Piketty, mostra che il 95% dei benefici economici di tale ripresa sono confluiti unicamente verso l'1% dei più ricchi. Il restante 99% deve accontentarsi della magra quota del 5% rimanente!

E' innegabile che il destino dei lavoratori statunitensi da un lato e quello dei padroni e dei loro tirapiedi dall'altro, corrono su due binari divergenti. Che questi due cammini siano sostenibili è tutt'altra questione, una questione da risolvere quando i lavoratori torneranno a praticare la lotta di classe.

Mentre gli "esperti" di tutti gli schieramenti politici riconoscono l'enorme e crescente divario tra ricchi e lavoratori (vedi, ad esempio, Rich Man's Recovery di Paul Krugman apparso su The New York Times), offrono ben poco in termini di spiegazioni e ancor meno per affrontare e correggere la situazione.

Invece, deplorano e si rammaricano, condannano e si affliggono per il mal partito dei lavoratori di fronte alla crescente ricchezza dirottata verso i privilegiati. Invocano una miriade di stanche e inefficaci panacee che eludono costantemente di modificare quelle dinamiche che generano inevitabilmente una disuguaglianza crescente. Slogan come "tassare i ricchi" riscaldano il cuore, ma non trovano fautori politici. E nelle rare occasioni in cui un aumento delle tasse sopravvive ai campi minati della politica, i ricchi trovano il modo di eluderle. Dato il potere politico che la disuguaglianza conferisce ai ricchi, non dovrebbe meravigliare che le proposte riformiste, anche le più modeste, siano decisamente abortite dai migliori "funzionari pubblici" che le imprese monopolistiche e i loro ricchi proprietari possano comprare.

Quali sono, allora, quelle dinamiche che generano la disuguaglianza? Qual è la causa reale della contesa della crescente ricchezza tra una piccola minoranza e la stragrande maggioranza dei cittadini degli Stati Uniti?

Senza un riconoscimento della divisione in classi non può nemmeno iniziare la comprensione della disuguaglianza in un'economia capitalista globale. Gli apologeti del capitalismo dedicano le loro carriere a negare la sgradita esistenza delle classi sociali quale strumento analitico. I media eruditi e le autorità accademiche balbettano sulla parola "classe". Per loro, la divisione in classi è un lontano ricordo di aristocratici ereditieri e contadini calpestati. Sicuramente, essi affermano, l'ascesa dei governi rappresentativi ha sradicato le distinzioni di classe.

Per evitare ciò che è palese, i liberali e i sedicenti "progressisti" hanno creato una classe semplicemente sospesa in aria, senza strutture di riferimento: la classe media! Si dice, idea favorita e abbracciata da politici, dirigenti sindacali e assistenti sociali, che la classe media tenda ad arretrare, al declino o a scomparire. Nessuno però ci dice dove finiscono i suoi membri perduti!

Questo scaltro inganno spera di nascondere il semplice fatto che gli Stati Uniti non sono una società senza classi.

Contrariamente alla mitologia popolare, la vita sociale negli Stati Uniti non è armonia e beatitudine. Tutt'altro: è una vita di interessi contrastanti e incompatibili. Inoltre, le differenze più acute, quelle che determinano il benessere materiale costituiscono le differenze di classe sociale. Il grande contributo del marxismo è la chiarezza della prospettiva di classe: classe non in quanto posizione sociale, professione o percezione soggettiva, quanto relazione materiale tra datori di lavoro e lavoratori. La più efficace netta distinzione sociale è tra chi lavora e chi da il lavoro. La prima costituisce una classe di datori di lavoro e dei loro tirapiedi, la seconda - un gruppo molto più ampio - costituisce la classe operaia.

Anche una riflessione superficiale sulla relazione tra le due classi nella società capitalistica evidenzia una differenza netta e inconciliabile di interessi. Quelli che impiegano lavoro non condividono altro obiettivo che massimizzare il profitto delle loro imprese. In parole povere, dal negozio dietro l'angolo e alla più grande impresa monopolista, i proprietari sono in affari per fare soldi. Mentre le piccole imprese sono limitate per portata e intensità di azione, le imprese più grandi, in particolare quelle con investitori e azionisti, sono spinte senza sosta a raggiungere sempre maggiori tassi di profitto e introiti.

E' la logica del capitalismo: ridurre i costi dell'attività economica e trattenere una quota sempre maggiore di tale attività per i proprietari, gli investitori e gli azionisti. Dal punto di vista del lavoratore, la "riduzione dei costi" si traduce in una lotta spietata contro i salari e le indennità per la classe operaia. Meno si spartisce con il lavoratore, più ce n'è per il profitto.

Sin dagli albori del capitalismo, i lavoratori hanno compreso la divergenza di interessi tra la massimizzazione del profitto e il desiderio di migliorare la propria capacità economica. Hanno compreso la necessità di lottare sia per mantenere che per espandere la loro parte dei frutti dell'attività economica. La storia del movimento operaio è la storia dello sviluppo degli strumenti (sindacati, partiti politici), delle tecniche (unità, scioperi, manifestazioni) e dell'ideologia (classe, coscienza di classe, lotta di classe) necessari per garantirsi una quota maggiore di plusvalore generato dal processo produttivo. Tra i lavoratori più avanzati e immaginifici, l'obiettivo è un mondo completamente libero dal rapporto padrone/lavoratore, un mondo senza sfruttamento, un mondo dove la proprietà è comune e sociale.

Così, possiamo e dobbiamo misurare il successo o il fallimento del movimento operaio da come si è portato nella battaglia con i padroni per una quota maggiore di plusvalore.

E da questa misura, o qualsiasi altra, non solo gli ultimi cinque anni sono stati un disastro, ma anche i tre decenni precedenti. La distribuzione del reddito e della ricchezza si è spostata drasticamente in favore della classe datoriale e dei suoi assistenti. I ricchi stanno vincendo la guerra di classe mangiando la quota del leone della ricchezza socialmente prodotta. La classe operaia sta perdendo anche le conquiste del passato.

Come avviene tutto questo?

Mentre i datori di lavoro hanno ingaggiato un assalto violento sui salari e le conquiste dei lavoratori, le inconsistenti organizzazioni dei lavoratori hanno fallito.

Il Partito Democratico ha goduto del sostegno della classe operaia, grazie alle conquiste, reali e immaginarie, ottenute attraverso il New Deal del 1930. Negli anni successivi, il punto più alto dell'amicizia con la classe operaia veniva dissipato, con le sue ultime eco incorporate nella piattaforma del Partito Democratico nel 1976. Naturalmente quella piattaforma fu tradita dal presidente democratico James Carter. Nonostante gli sforzi di Don Chisciotte-Jesse Jackson degli anni successivi, mai più il Partito Democratico ha abbracciato la causa operaia. Mentre l'establishment dei Democratici scherniva la politica economica reaganiana, un decennio più tardi celebrava la stessa idea con lo slogan assurdo che "siamo tutti sulla stessa barca".

Obama, l'ultimo "amico" politico dei lavoratori, non è finora riuscito, nei cinque anni della sua amministrazione, a consegnare loro il ben che minimo vantaggio degno di significato, nulla che potesse invertire il repentino, doloroso declino del tenore di vita della classe lavoratrice.

Certamente i principali leader del movimento sindacale non hanno servito meglio i lavoratori. Di conseguenza, sono stati puniti per il loro fallimento con un forte calo delle iscrizioni al sindacato, un declino che li ha gettati nel panico per il loro destino.

Naturalmente le loro preoccupazioni, di auto-conservazione, sono niente rispetto alle devastazioni inflitte alla classe operaia nel corso degli ultimi quattro decenni. L'incapacità di utilizzare gli strumenti a disposizione della lotta di classe, l'accomodamento con i padroni e l'identificazione con la salute e la prosperità dell'impresa, si sono rivelate politiche gravemente dannose per la classe operaia.

La collaborazione che lega il destino della classe operaia al destino delle imprese ha reso profumatamente... alle imprese. Un recente studio sintetizzato in The Wall Street Journal sostiene che entro la fine di questo decennio: "Gli aggiustamenti per la produttività, porteranno il costo medio del lavoro a battere il Giappone del 18%, la Germania del 34% e la Francia del 35%". Lo studio non si prende la briga di spiegare ciò che questo significherà per i lavoratori statunitensi, naturalmente. Le loro perdite immolate al dio della competitività sono guadagni per i capitalisti!

Per fare un esempio, le vendite di auto degli Stati Uniti sono balzate a livelli mai visti dal periodo antecedente alla crisi economica. I profitti aziendali stanno crescendo ad un ritmo da record. Come fanno?

In primo luogo, l'industria automobilistica degli Stati Uniti ha ricevuto massicci salvataggi pagati dai contribuenti da parte dell'amministrazione Obama, ma solo a condizione che venissero chiusi impianti e licenziati lavoratori! Questo per quanto riguarda il Partito dei democratici, vicino al mondo del lavoro.

In secondo luogo, l'industria produce la stessa quantità di veicoli con meno dell'80% dei lavoratori e un aumento forzato della produttività.

E in terzo luogo, il sindacato di categoria, UAW (United Auto Worker) ha sottoscritto profonde concessioni. Il livello di ingresso dei lavoratori UAW ora ammonta a 15,78 dollari all'ora, con un salario annuale di appena il 12% superiore al livello definito dal governo federale come soglia di povertà. Una volta, il pacchetto di salari e benefici dei lavoratori organizzati nella UAW era il più prestigioso del sindacalismo industriale!

Non c'è guerra di classe quando una parte è in costante ritirata. La rotta può essere invertita solo se i lavoratori respingono il cieco sostegno al Partito Democratico e vigorosamente esercitano la loro indipendenza. La rotta può essere invertita solo quando i lavoratori trasformano i loro sindacati in armi della lotta di classe e lanciano una controffensiva. Il futuro non deve continuare come il passato.


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