Trarre dalle statistiche sull'andamento economico dei vari paesi conclusioni sicure sulle cause specifiche della grave crisi economica che attanaglia paesi e raggruppamenti imperialistici "maturi" (in sintesi: UE, USA, Giappone) non è compito facile. Esistono delle contraddizioni sia sulle visioni che vogliono attribuire alle nuove e vecchie monete la causa decisiva delle attuali gravi difficoltà, sia sull'argomentare di chi ne nega il ruolo, attenendosi all'idea neoclassica secondo cui le monete sono "un velo che copre l'economia reale". Imperterriti, gli economisti sostenitori dell'Euro, seppur meno numerosi ed entusiasti di un tempo, continuano a decantare le virtù salvifiche della moneta unica che avrebbero preservato vari paesi, segnatamente quelli mediterranei, dalla rovina sicura, schiacciati dalla insostenibilità dei costi di finanziamento del debito pubblico, per via di interessi sempre più elevati. Da costoro viene dato per scontato l'assioma neoliberista: "conti in ordine e rigore nell'emissione monetaria", al punto che il pareggio di bilancio diventa dogma assoluto da inserire nelle Costituzioni degli stati. Questi assunti significherebbero stabilità economica e monetaria, e con ciò l'abbondante afflusso di capitale estero, e, di conseguenza, la facilità di finanziamento dell'impresa, se non proprio investimenti diretti in attività produttive. Al contrario l'instabilità monetaria allontanerebbe tali capitali, il credito ristagnerebbe, i tassi d'interesse salirebbero alle stelle con gli stati nazionali che, schiacciati dal peso del debito, sarebbero costretti all'insolvenza e le loro economie alla rovina. Insomma, la peggiore delle iatture.
All'apparenza il ragionamento sembra solido: Il disordine dei conti italiani due anni fa avrebbe consentito quella speculazione sul debito pubblico (con salita dei tassi d'interesse rispetto a quelli dei paesi "virtuosi" - il famoso "spread") che ha spazzato via un governo a solida maggioranza parlamentare scaturito da libere elezioni, imposto quello "tecnico" del prof. Monti col suo programma di lacrime e sangue per i proletari e persino per piccoli produttori autonomi e ipotecato i futuri. L'attuale governo e quelli che verranno saranno infatti su quella falsariga, al punto che qualcuno, ironizzando ma non troppo, ha detto che "l'Europa ha messo il pilota automatico".
Ora, che giovani (e anziani) sono disoccupati con redditi da fame, e che i pochi rimasti al lavoro tra non molto si presenteranno chi con la sedia a rotelle, chi con la flebo, lo "spread" è calato. Tutto bene allora per lorsignori? Non sembra proprio. Se l'adesione alla moneta unica di alcuni paesi "deboli" sembra finora aver assicurato una relativa stabilità nel mercato dei capitali ed aver facilitato la manovra per cui la crisi viene scaricata sul proletariato e sulla piccola borghesia produttiva (artigiani e piccola industria), non si è affatto verificato alcun travaso di capitali di altri paesi, direttamente o via banche, a finanziare l'apparato produttivo. Non è poi che le banche non abbiano soldi da prestare (lo ha ribadito di recente Draghi); piuttosto il credito è limitato dalle pesanti garanzie poste da chi sa benissimo che le imprese in crisi che falliscono sono insolventi.
Al contrario, proprio l'introduzione della moneta unica, peggiorando di anno in anno le ragioni competitive dei sistemi economici più deboli, sembra aver contribuito alle difficoltà economiche, fino alla contrazione del mercato interno, difficoltà in relazione al rallentamento della crescita dovuto alla crisi generale del sistema capitalistico e alla grave recessione seguita alla crisi finanziaria del 2007. Tale contrazione del mercato interno sembra inibire la ripresa, perché gli altri paesi imperialisti "forti" non stanno poi tanto meglio, anche se è fuor di dubbio che quelli nord europei si dibattono in difficoltà minori ed uno di essi, la Germania, sembra avviato verso la ripresa con previsioni di crescita di due punti percentuali superiori a chi sta peggio, come l'Italia.
Spagna, Italia, Portogallo, ed altri, abituati da sempre alla svalutazione competitiva, se da un lato con l'Euro (e con le manovre imposte prima e dopo la sua adesione) sembrano aver arrestato il peggioramento galoppante dei conti pubblici (beninteso scaricando il peso delle manovre sulle masse popolari), dall'altro si sono infilati in una spirale recessiva allargata dalla grave e perdurante crisi del 2007.
In particolare in Italia le tare del capitalismo nostrano: mancanza di innovazione, inefficienza ed inettitudine dello stato, peso della burocrazia, incertezza del diritto e tempi lunghi della giustizia, spezzettamento produttivo, tassazione elevata, criminalità organizzata sempre più estesa, hanno generato un grave deficit di produttività rispetto al quale nessuno ha in tasca soluzioni diverse, se non il ritorno alla moneta nazionale (e, piaccia o no, il consolidamento di parte o di tutto il debito). (1) Condizioni politiche nazionali e soprattutto internazionali permettendo.
Una volta trovata una non facile soluzione al problema del debito estero, un ipotetico ritorno alla lira provocherebbe una forte svalutazione competitiva (almeno del 50 %), con un ulteriore impoverimento delle masse, ma anche l'attenuazione del fenomeno del decentramento produttivo e, soprattutto, una ristrutturazione del mercato nazionale con un maggior peso delle merci prodotte nel paese.
Questa prospettiva con l'azzeramento del debito è oggi rivendicata in tutti i paesi mediterranei da un intero settore della sinistra di classe, e viene da essa vista come la chiave per la rottura della costruzione imperialista europea, obiettivo per altro imprescindibile della politica di classe. Il ritorno alla moneta nazionale, come detto, comporta prospettive salariali cinesi - e vero che già esistono, ma non c'è mai limite al peggio! - in cambio di una ripresa dell'economia e dell'occupazione (ammesso e non concesso che tale ritorno non provochi sconquassi nella finanza mondiale). Occorre perciò prudenza nell'inserire questi passaggi nel programma d'azione del proletariato, accanto agli obiettivi più generali socialisti e comunisti. E poiché la rivendicazione può anche essere gestita da destra, con l'appoggio di settori al momento non prevalenti della borghesia nazionale - o da ciò che rimane di essa - e di larghi strati di piccola borghesia, occorre da parte della sinistra di classe duttilità tattica, facendo al momento opportuno propri questi - forse non evitabili - passaggi intermedi, onde evitare che con l'aggravarsi delle contraddizioni le piazze si riempiano da masse galvanizzate da forze nazionaliste e fasciste.
Attualmente non è una prospettiva vicina perché la costruzione europea, di cui la moneta unica è solo uno dei pilastri, è più solida di quanto potesse apparire fino a qualche tempo fa. Ma nello stesso tempo la transitoria struttura attuale dell'UE, in cui gli stati nazionali hanno ancora un peso rilevante, contiene una grave criticità: il distacco violento (nel senso di non contrattato) anche di uno solo dei componenti di peso che decidesse per il ritorno alla moneta nazionale e per il consolidamento del debito, provocherebbe il crollo del sistema finanziario di vari paesi che subirebbero gravissime insolvenze, con il quasi certo disfacimento dell'intera Unione.
Un marxista deve dare risposte sulla costruzione di una unione imperialista con poteri forti estranei ad ogni volontà popolare. Come ha potuto affermarsi una troika formata dal Fondo Monetario, dalla BCE, e dalla Commissione Europea? Un organismo oligarchico che detta con forza le politiche di rigore di una serie di governi nazionali? Cosa c'è dietro? Quali potenti interessi esprime?
La risposta é semplice e complessa nello stesso tempo: essa esprime gli interessi del capitale finanziario, ossia di quel capitale, che deriva dalla finanziarizzazione dell'economia, ossia dal connubio (Lenin parlava di fusione) tra magnati della grande industria e della grande finanza (banche, fondi pensione, compagnie di assicurazione) tramite il controllo e l'intreccio dei pacchetti azionari. A livello globale esso è espressione di alcune centinaia di grandi famiglie i cui principali esponenti si riuniscono, assieme a manager e politici leccapiedi, con cadenze annuali, il località esclusive.
La troika ha perciò a che fare, ma non esclusivamente, con Trilateral e Bilderberger Group. L'UE si è infatti costituita attorno ad un non riformabile progetto liberista e decisionista, libero da controlli parlamentari, atto all'assunzione veloce, persino immediata, di processi decisionali, quali quelli che necessitano a un'unione imperialista in concorrenza con altri poli imperialisti (USA, India, Cina, Brasile, Russia, Sudafrica) per la ripartizione neocoloniale delle aree di influenza, e con esse in controllo delle materie prime, dei mercati di sbocco e dei luoghi dove decentrare la produzione. La complessità sta poi nella non facile decifrazione del sistema di equilibri che la troika esprime: ossia il peso specifico di singoli gruppi di famiglie, di associazioni di categoria dei paesi forti (banche, confederazioni padronali), di singoli esponenti di governi e della grande burocrazia finanziaria. (2)
In coerenza con quanto esposto sui poteri forti che la governano, la costituzione dell'UE è segnata dal passaggio leniniano dal dominio del capitale produttivo a quello del capitale finanziario. Questo processo mondiale, che pochi danno segni di aver veramente capito, non è nuovo ed è costituito da processi oggettivi che hanno cambiato i rapporti di forza nella classe dominante.
La crisi storica del capitale come modo di produzione da tempo non più in grado di assicurare benessere e crescita economica è innanzitutto crisi economica dei mercati di sbocco e dei sistemi produttivi sotto gli occhi di chi vuol vedere. Da una ventina d'anni è stata acuita dall'esaurimento delle politiche keynesiane sotto il peso dell'accumulo dei deficit di bilancio in debiti pubblici la cui finanziabilità è sempre più critica, perché presuppone una crescita economica venuta meno con in venir meno dell'intervento dello stato in economia.
Va anche ricordato il peso del debito privato delle società industriali rispetto alle banche e società finanziarie e il debito di queste ultime. In rapporto al patrimonio, ossia, in qualche modo, alla solvibilità, le percentuali sono anche peggiori del debito pubblico, la cui cosa è un ulteriore grave indicatore dello stato di salute del capitalismo mondiale la cui crisi misuriamo tutti i giorni. (3)
La crisi keynesiana, in stretta relazione con la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, dove gioca un ruolo non secondario l'esaurimento dei tradizionali mercati di sbocco - anche qui pochi la vogliono vedere (4) - non poteva che rafforzare le componenti finanziarie e speculative del capitale: la lotta tra le unioni monopolistiche rafforza necessariamente chi dispone della liquidità necessaria ai finanziamenti dei continui processi di innovazione e ristrutturazione produttiva necessari per restare nel mercato globale.
E' ciò che ha potuto porre l'economia mondiale in crisi sotto il controllo di alcune centinaia di grandi famiglie mentre interi stati nazionali, un tempo prosperi, si trovano impoveriti ed espropriati di intere branche produttive, dipendenti e alla mercè di queste famiglie.
La struttura che assicura il mantenimento di questo capitale finanziario, in gran parte fittizio, è diventata da tempo il primo obiettivo della politica e dell'economia mondiale: ecco l'Euro ed ecco le politiche di stabilità finanziaria e di rigore nei conti pubblici.
In altre parole, ciò che guida l'agire della struttura finanziaria dominante, espressione vorremmo dire della borghesia imperialista se il termine non si prestasse a equivoci, è si l'ottenimento del massimo profitto che può essere ricavato dallo sfruttamento dell'economia reale e dalle attività speculative del più vario genere, ma con un'attenzione particolare al mantenimento delle condizioni che lo consentono. Naturalmente con il rischio di questa o quella rottura nella finanza, con le relative colossali perdite. Ma ciò fa parte delle regole del gioco; e a ogni modo è invitabile una corsa attraverso scossoni, dal momento che ciò di cui stiamo parlando è la fase putrescente del capitalismo.
Tale rischio è poi acuito dalla rivalità dei diversi imperialismi: la composizione delle contraddizioni nei vari club e incontri internazionali non le elimina affatto, e la tendenza degli ultimi decenni non è verso la diminuzione di queste rivalità, ma verso il loro aumento, con l'emergere di nuovi concorrenti dalla stazza che permette loro di entrare con forza nella contesa mondiale.
Così stanno le cose e non diversamente.
Ciò è suffragato dai dati economici che segnano un lento ma inesorabile declino dei principali paesi imperialisti "maturi". Se si considera che il punto d'equilibrio dell'occupazione è attorno a una crescita del 2%, perché questo è quanto più o meno si ottiene dall'aumento della produttività del lavoro, senza un posto di lavoro in più, si può vedere come il nostro paese perde occupati già negli anni '90 del secolo scorso, in buona compagnia del Giappone, mentre per la Francia è andata solo leggermente meglio con un punto di crescita in più rispetto all'Italia. Per la Spagna, terminato in una bolla il boom edilizio, dal 2007 al 2011 la "crescita" è stata di appena 0,7 punti percentuali (5). E si tratta di statistiche che vanno lette con buon senso: se occupazione e salari sono fermi sono fermi anche i consumi, in quanto la struttura fondamentale del consumo è data dalla massa popolare. (6)
Delle prospettive politiche
Non è facile rispondere su quale sarebbe il livello di reazione dell'UE se uno o più paesi chiedessero di uscire e di tornare alla moneta unica proponendo una contrattazione che vada a ridefinire le clausole del pagamento del debito estero, ossia proponessero operazioni che sul piano tecnico sarebbero difficili ma non impossibili (per esempio un rimborso dilazionato e contrattato potrebbe avvenire dietro una posizione di garanzia, con i beni in possesso dello stato, o con un prestito nazionale). In altre parole non è possibile ipotizzare la possibilità di un compromesso che andrebbe ad indebolire l'Unione nella sua identità imperialista, pur potendo essere richiesto non da un movimento popolare ma dalla stessa borghesia nazionale o da frazioni di essa che facciano riferimento ad leader populista moderato. L'intervento dell'Europa contro la ex Yugoslavia di quindici anni fa deporrebbe a favore del fatto che questa non se ne starebbe con le mani in mano. Ma è anche vero che ciò dipende dai rapporti di forza che più nazioni potrebbero mettere in piedi, e, a ogni modo, non è bene ipotecare il futuro, anche perché un tale gruppo di nazioni potrebbe chiedere l'appoggio di imperialismi rivali. Diciamo che questa eventualità, tecnicamente possibile, è, al momento, remota.
E' decisamente più probabile che uno o più stati vadano ad un distacco "violento", ad uno strappo. La certa reazione violenta della UE ad un simile evento, che potrebbe decretare la sua fine e persino provocare una crisi finanziaria mondiale da far impallidire quella del 2007, provocherebbe nei paesi interessati, e forse anche negli altri, gravissime tensioni sociali e politiche dagli effetti al momento non immaginabili. In piccolo, la vicenda greca, paese salvato a forza dall'Unione che è riuscita a scaricare la crisi finanziaria di quel paese sulle masse, è emblematica dello sconquasso che succederebbe in un paese "pesante" che voglia ritirarsi. L'evento potrebbe essere o gestito in prima persona sin dall'inizio dalla sinistra di classe alla testa delle masse popolari, o da essa cavalcato con possibilità di trasformazione rivoluzionaria, ma anche gestito da una destra nazionalista e fascista.
Dai comunisti dovrà essere affrontato in modo leninista tendo conto dell'enorme esperienza acquisita in quasi due secoli di movimento operaio. L'eventualità peggiore sarebbe che essi rimanessero alla porta valutando come reazionari i processi di ritorno a "piccole patrie", considerando che prima o poi sarebbero costrette a soccombere e a rientra all'ovile.
No. Quanto si prospetta è un prodotto della crisi del capitale di cui da noi un Bossi o un Grillo sono un frutto prematuro. L'attesismo di chi ragiona su "tempi storici" che travalicano i tempi biologici, che enfatizza la forza e la compattezza del capitale, nonché la sua capacità di affrontare e gestire le sue crisi non è una prospettiva strategica da porre di fronte a un'umanità sempre più oppressa e sofferente sotto i colpi che la lotta di classe, in questo momento favorevole al capitale, sferra. Al contrario, esso è opportunismo.
Note:
1) Tassazione elevata, complicazioni della burocrazia, tempi della giustizia, presenza capillare della criminalità organizzata e diffusa sono obiettivamente ulteriori cause che vanno a scoraggiare investimenti produttivi, al di la di ogni considerazione di natura economico-finanziaria.
2) All'apparenza, considerando il ruolo del FMI, sembrerebbe una contraddizione che un paese come gli USA debba prendere parte al controllo di un suo rivale. Le cose stanno diversamente: se è vero che il peso specifico (e politico) degli USA è tale per cui nessuno nel FMI si sognerebbe di imporre loro vincoli e prescrizioni, è altrettanto vero che nel suo capitale (e quindi nel diritto di voto) essi partecipano solo al 17,6 % (più o meno quanto i principali paesi europei presi assieme). Gli USA, se non subiscono la sua politica, non sono nemmeno in grado di dettarla in modo unilaterale. Il fondo stesso, diversamente da un tempo, è oggetto di contesa.
4) Di enorme importanza è la relazione, per nulla datata, al convegno di Siena del 2010 su the global crisis dal titolo: Ritorno al futuro? … In tale impegnativa relazione, al di la delle considerazioni sul teorema di Okishio, di ardua lettura, circa la "confutazione" della legge di caduta tendenziale del saggio di profitto, tale caduta è evidenziata empiricamente, con dati precisi, per i maggiori paesi capitalisti.
5) Dal sito Internet www.ecostat.it ricercando "la dinamica del PIL in Italia", oltre a dati importanti sull'andamento negli anni del debito pubblico, ricaviamo questa tabella relativa al tasso medio di crescita del PIL pro-capite di alcuni dei maggiori paesi capitalistici.
Italia
Francia
Spagna
Giappone
USA
1960-73
4,7
4,6
6,1
8,1
3,1
1974-92
2,5
1,9
1,9
3,2
1,8
1994-01
2,0
2,0
3,2
0,7
2,5
2001-06
0,4
1,0
1,7
1,6
1,8
2006-11
-1,1
-0,1
-0,7
-0,3
-0,4
6) E' di questi giorni l'annuncio che in relazione alla crisi del 2007 i consumi in Italia sono calati del 10%; la disoccupazione è al 12,5 % ecc. Apprendiamo da Avvenire che nel 2012 la crescita italiana è stata del -2,5% e nel 2013 del -1,8 % (www.avvenire.it). In genere l'andamento del PIL riflette solo approssimativamente non solo l'andamento dei consumi ma anche quello relativo alla produzione industriale, nel senso che e l'uno e l'altra calano o crescono in termini percentuali assai maggiori rispetto al PIL. Dati allarmanti sulla produzione industriale si ricavano per esempio da www.scenarieconomici.it
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