www.resistenze.org - osservatorio - economia - 13-12-13 - n. 479

2013 Annus horribilis (mirabilis)

La svolta nella lunga decadenza dell'Occidente

Jorge Beinstein
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

05/12/2013

La "crisi globale" (ci si ostina ancora a chiamarla così) continua, diventa sempre più profonda col passare degli anni, logora le istituzioni delle potenze centrali, distrugge i tessuti economici e culturali che tenevano unite quelle società, si rivela come decadenza, ossia come processo di deterioramento generale irreversibile. Sta inoltre raggiungendo i cosiddetti "paesi emergenti", distruggendo il mito del ringiovanimento del capitalismo dalla periferia, il mito del superamento del neoliberalismo occidentale grazie all'intervento dello stato.

Gli anni 2008 e 2013 sono periodi nei quali il declino del capitalismo si è accelerato. In entrambi i casi, il disastro ebbe come origine il centro imperialista, per poi propagarsi verso la totalità del sistema mondiale. Potremmo operare un taglio ancora più preciso e fissare i mesi di settembre del 2008 e settembre-ottobre del 2013 come i "momenti" nei quali la storia universale ha accelerato bruscamente il suo corso, nei quali l'accumularsi di deterioramenti ha registrato un gran salto di quantità e di qualità. Dal punto di vista dei padroni del sistema, è possibile parlare di "annus horribilis", cioè anni di grandi disgrazie, nonostante dal punto di vista delle vittime, delle migliaia di milioni di esseri umani che abitano il sottosuolo del pianeta borghese, possiamo affermare che si tratta di "annus mirabilis", di periodi nei quali il sistema avanza chiaramente verso la sua rovina, cioè di avvenimenti "meravigliosi" che alimentano la speranza della possibile conquista di un mondo migliore.

Il 15 settembre 2008, negli Stati Uniti, il gigante finanziario Lehman Brothers dichiarò bancarotta e l'American International Group (AIG), considerato il leader mondiale nelle assicurazioni e servizi finanziari, ebbe bisogno del salvataggio della Federal Reserve. La crisi provocata dallo scoppio della bolla immobiliare nordamericana si propagò rapidamente: scoppiarono altre bolle immobiliari e borsistiche in Europa ed Asia, e i governi delle grandi potenze iniettarono, negli anni seguenti, milioni di milioni di dollari al fine di impedire che il sistema finanziario internazionale, pilastro portante dell'economia mondiale, crollasse. Non riuscirono, però, a ristabilire il suo precedente funzionamento, né tantomeno quello delle strutture produttive, ma riuscirono, quello sì, a evitare (ritardare) il collasso.

E' così che, a partire dal 2008, la massa finanziaria globale, che stava crescendo esponenzialmente, smise di crescere. In realtà, subì un leggero calo che possiamo riscontrare confrontando la speculazione in "prodotti finanziari derivati" (cuore del parassitismo finanziario globale) con il PIL mondiale. A metà del 1998, tali contratti equivalevano a circa 2,4 volte il valore nominale dell'economia mondiale, alla fine del 2002 arrivarono a 4,3 volte, alla fine del 2006 a 8,5 volte e a metà del 2008, in pieno delirio speculativo, a 11,7 volte, per poi calare lentamente: 10,5 alla fine del 2009, 10,6 a metà del 2011, 8.9 alla fine del 2012 per cadere, infine, a 8,6 a metà del 2013 (1).

La stagnazione della massa finanziaria, e ancor peggio il suo calo, segna la fine della lunga crescita drogata del capitalismo globale durante la finanziarizzazione neoliberale. A partire dagli anni '70 fu messa in atto la riconversione finanziaria del capitalismo che permise la riproduzione estesa dell'area imperiale del sistema: gli stati centrali si indebitavano, sovvenzionavano l'industria (spese militari, riduzioni fiscali di ogni tipo, etc.) e frenavano la caduta dei consumi (sussidi ai disoccupati); le imprese si indebitavano per continuare ad investire e i consumatori si indebitavano sostenendo quei grandi mercati. D'altra parte la caduta tendenziale del saggio di profitto dei grandi gruppi economici era più che compensata dall'espansione degli affari finanziari.



Alla fine, però, la bolla esplose nel 2008. Ciò che accadde da quel momento in poi fu una regressione finanziario-produttiva "controllata", i debiti pubblici e privati delle tradizionali potenze centrali continuarono a crescere, l'Unione europea entrò prima in stagnazione e poi in recessione, il Giappone percorse un cammino ancora più drammatico (passando per Fukushima) e gli Stati Uniti realizzarono una crescita anemica che nel corso del biennio 2012-2013 minacciava di convertirsi in stagnazione o direttamente in recessione. Il sistema era entrato in una nuova fase.

Guerra e petroldollari

La crisi del 2008 non estinse l'ondata militarista degli Stati Uniti. Al contrario, la potenziò. Da molto prima di quella crisi, l'élite imperialista, di fronte al proprio indebolimento finanziario e produttivo, era convinta che solo l'uso della propria superiorità militare poteva invertire la recessione economica o almeno frenarne l'avanzata. E la vittoria dell'Occidente nella Guerra Fredda sembrava confermare questa ipotesi. La valanga militarista dell'era Reagan durante gli anni '80, proseguita dalla presidenza di George Bush (padre), aveva dato il colpo di grazia all'Unione Sovietica obbligandola a competere in una corsa agli armamenti non alla portata della sua capacità economica e burocratica in declino. Liquidata l'URSS, gli Stati Uniti sembravano essere l'unica superpotenza militare, con l'intero pianeta a loro disposizione.

Ora, da poco più di dieci anni, assistiamo a una sorta di mega-Vietnam, diversificato in varie aree geografiche con diverse intensità e modalità. Lo sguardo dell'Impero sul resto del mondo è principalmente militare, la periferia appare agli occhi della sua élite dominante come un vasto campo di battaglia.

I colpi di stato in Honduras (2009) e Paraguay (2012), l'intensificazione delle ingerenze su Colombia e Venezuela e le attività di destabilizzazione in altri paesi latinoamericani indicano che l'Impero ha lanciato un'offensiva di portata gigantesca in quel continente. A questo va aggiunto lo sviluppo di un secondo fronte di guerra in Africa, il cui momento più drammatico è stato la distruzione della Libia, ma che punta, allo stesso tempo, verso il mondo arabo. Entrambe le offensive convergono sulla prosecuzione della lunga guerra in Medioriente e Asia centrale - il terzo fronte - con lo spiegamento di un quarto fronte di forze militari, sempre più esteso e massiccio, nell'area Asia-Pacifico, che punta contro la Cina.

Verso l'inizio del decennio in corso, gli Stati Uniti schieravano contemporaneamente quattro grandi fronti di guerra: tutta la periferia non controllata dall'Occidente si trovava sotto attacco o sotto minaccia. In questo modo, l'aggressività dei falchi dell'era Bush (quando il suo Segretario della Difesa, Ronald Runsfeld, affermava che gli Stati uniti potevano condurre con successo due guerre contemporaneamente) fu in seguito aumentata nell'era Obama.

Il doppio volto dell'Impero (decadenza economica e sociale da un lato e militarismo dall'altro) suggerisce di chiedersi se l'ondata militare sia sostenibile nel medio e lungo periodo. In realtà non è sicuro neppure che possa essere sostenuta nel breve periodo: basta comprovare che le spese militari effettive degli USA si aggirano attorno ai 1,3 trilioni (milioni di milioni) di dollari se ai costi del Dipartimento della Difesa sommiamo quelli con finalità militare di altri settori dell'amministrazione pubblica (Dipartimento di Stato, Dipartimento dell'Energia, NASA, etc.) e gli interessi pagati sull'indebitamento necessario alla sua realizzazione. Nel bilancio del 2013 questa cifra equivale quasi alla totalità dei ricavi della fiscalità diretta, o al 140% del deficit fiscale previsto. Di conseguenza, se la militarizzazione non è economicamente sostenibile, dobbiamo chiederci se esiste una logica, una qualche razionalità superiore che possa spiegare il fenomeno.

Wallerstein rispose a questo interrogativo, alcuni anni fa, in modo chiaro: gli USA si sarebbero trovati di fronte all'alternativa di accettare un onorevole declino (opzione "razionale") o darsi a spese folli. Riepilogando: le élite imperialiste, seguendo la seconda strada, avrebbero dimostrato di essere "impazzite", che la decadenza ha distrutto la loro razionalità. La spiegazione è semplice, diretta ma, in ultima istanza, superficiale: ignora soprattutto la connessione necessaria tra razionalità e realtà, tra il teoricamente realizzabile e la realizzabilità pratica della teoria, il che condiziona la razionalità, le fa tenere i piedi per terra. Ci troviamo di fronte alla dinamica storica concreta della razionalità strumentale (della razionalità borghese) per come si presenta agli inizi del XXI secolo, per tanto espressione dell'evoluzione, delle contraddizioni, dei drammi, delle necessità e delle possibilità delle forze imperialiste dominanti - in questo caso le élite occidentali - che la sviluppano. Si tratta di una razionalità interessata soltanto all'efficacia dei meccanismi di preservazione ed espansone del potere, sempre più impantanata nel breve periodo, assolutamente noncurante delle conseguenze nel lungo periodo. In questo senso il concatenamento di "soluzioni razionali" a problemi concreti può condurre a un sicuro disastro, all'esplosione del sistema; lo sforzo razionale (ed amorale) di ricomposizione, di conservazione del capitalismo decadente, diviene autodistruzione.

L'Occidente si trova impegnato in una guerra planetaria che ha tra i suoi obiettivi il saccheggio delle risorse naturali della periferia, in primo luogo quelle energetiche. Il successo dell'impresa gli permetterà di realizzare un drastico contenimento dei costi di produzione, assicurando livelli accettabili di saggio di profitto ai grandi gruppi industriali e, di conseguenza, ampi benefici ed possibilità di espansione alle reti finanziarie…ed al parassitismo consumista delle classi medio-alte degli USA e d'Europa.

La "guerra per il petrolio" è legata ad un'altra guerra, quella finanziaria, focalizzata sulla logora egemonia del dollaro e che ruota attorno ad un fattore decisivo: i petroldollari.

Nel 2012 lo sfruttamento mondiale di petrolio ha raggiungo approssimativamente i 2 trilioni (milioni di milioni) di dollari, ma questo commercio "fisico" ha generato affari speculativi nei mercati dei prodotti finanziari derivati dell'ordine dei 30 trilioni di dollari (2), cifra equivalente a quasi il 42% del PIL mondiale di quest'anno, a circa 2 volte il PIL degli USA e a 13 volte il valore delle sue importazioni. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli affari petroliferi (tanto commerciali quanto finanziari) sono stati realizzati in dollari e dagli inizi degli anni '70 in "petroldollari", moneta non convertibile in oro; ma il declino della moneta nordamericana e del peso economico relativo della superpotenza hanno causato una graduale riduzione dell'egemonia del dollaro. Non si è trattato del riposizionamento dei soli USA nel mercato petrolifero globale, bensì dell'insieme dei paesi del Primo Mondo, il cui consumo petrolifero relativo è in diminuzione. Controllare le principali regioni produttive e reti commerciali è, per gli Stati Uniti ed i suoi soci europei e giapponesi, non solo una priorità "energetica" aggravata dall'entrata nell'era della stagnazione dell'estrazione mondiale di petrolio, ma anche una delicatissima questione finanziaria. Se la domanda di dollari inizierà a calare in maniera decisiva, e di conseguenza anche il suo prezzo relativo rispetto alle altre principali valute internazionali (in particolar modo quelle emergenti, come lo yuan ed il rublo) nonché all'oro, potrebbe crollare tutta la struttura parassitaria nordamericana trascinando tutto il blocco del Primo Mondo e gli USA non sarebbero più capaci di sostenere il proprio consumo interno né le proprie spese militari, alimentati da un deficit commerciale e fiscale pagati con cartamoneta (dollari e titoli del Tesoro).

Nel 1970 il Primo Mondo consumava il 70% della produzione petrolifera mondiale. Allo scoppio della "Prima Guerra del Golfo", nel 1991, questa cifra era calata al 54%. Nel 2005 cadeva al 49,6% e nel 2012 al 41,2% (3). La "guerra euroasiatica", iniziata nel 1991 ed infuriata una decade dopo, era finalizzata al conseguimento del controllo occidentale su un'area che, includendo i bacini del Mar Caspio e del Golfo Persico, ospita quasi due terzi delle riserve petrolifere mondiali. La vittoria militare avrebbe messo alle corde la Russia (secondo produttore mondiale di petrolio nel 2012) obbligandola a sottomettersi all'Occidente.

Ma gli Stati Uniti non riuscirono a vincere quella guerra e, quando cercarono di sanzionare l'Iran smettendo di comprare il suo petrolio e obbligando l'Unione europea a fare lo stesso, gli iraniani poterono comunque venderlo alla Cina, rimpiazzando il dollaro con lo yuan, o all'India, in cambio di oro. Il Primo Mondo ormai non è più il mercato maggioritario del petrolio e tantomeno riesce a controllare la produzione. Di conseguenza, la sua dominazione finanziaria decade rapidamente.



La rottura del 2013

Nell'anno 2013 si sono verificati tre fatti decisivi.

In primo luogo, l'offensiva militare planetaria degli Stati Uniti avviata agli inizi degli anni '90 (dopo la guerra fredda) ha trovato per la prima volta un ostacolo che non è riuscita ad abbattere: il suo intervento in Siria non è riuscito a passare (com'era successo nel caso della Libia ed in passato di Jugoslavia, Iraq ed Afghanistan) alla fase d'azione diretta, in questo caso effettuando bombardamenti a tappeto. Il suo scontro con la Russia, nel settembre del 2013, ha fatto saltare tutta l'operazione. I mass media occidentali non hanno mancato di qualificare il fatto come l'inizio di una nuova guerra fredda, ma in realtà si trattò della fine del dopo-guerra fredda e l'ingresso in una nuova era segnata dall'indebolimento militare strategico degli Stati Uniti. Nella sola zona di Medioriente e Asia Centrale, i suoi tradizionali stati vassalli, e cioè Arabia Saudita, Israele e Turchia, si ritrovano in una posizione difficile, e inoltre aumenta l'influenza della Russia che, per esempio, in novembre a firmato un accordo d'integrazione militare con Armenia, Bielorussia e Kazakistan con la prospettiva di una rapida estensione al Tagikistan, mentre, nel frattempo, si consolidano le relazioni militari tra Russia ed Egitto.

Non si tratta di un semplice spostamento delle influenze in quelle regioni, ma anche di un duro colpo all'immagine di onnipotenza dell'apparato militare statunitense e all'insieme di interessi economici e politici direttamente legati ad esso. Inoltre, aspetto ancor più grave, si è verificata una drastica perdita di efficacia del principale strumento globale di dissuasione degli USA. Questo non segna la fine delle sue aggressioni, ma causa un notevole disorientamento strategico che aggrava la crisi di percezione della sua più alta sfera di potere.

Un secondo evento significativo è stato la minaccia di sospensione dei pagamenti dello stato nordamericano nell'ottobre del 2013. Per la seconda volta in questa decade gli Stati Uniti sono stati sull'orlo del default con un debito pubblico federale che in quel momento raggiungeva i 16,7 trilioni (milioni di milioni) di dollari, equivalenti al 105% del suo PIL del 2012 (verso la fine del novembre 2013 superava i 17,2 trilioni di dollari) ma, sommando tutti i debiti pubblici e privati, si arriva ad oltre il 360% del PIL. Non si è verificato il default, ma si è palesata l'evidenza di una grave crisi politico-istituzionale. Per giorni le cupole politiche giocavano al default, si scambiavano colpi bassi fino alla scadenza del 17 ottobre cercando di trarre vantaggio da una bomba finanziaria che, se fosse esplosa, avrebbe prodotto una catastrofe finanziaria globale senza precedenti e certamente avrebbe affondato l'economia statunitense in una gravissima recessione. Ora tutti aspettano il prossimo gioco del default senza che si sappia quale epilogo possa avere.

Tutto ciò sullo sfondo del degrado finanziario di un'economia schiacciata dai debiti, i cui scricchiolii sempre più forti mettono a nudo una classe politica che gioca alla sospensione di pagamenti ed all'esplosione del capitalismo globale come se fosse in ballo il risultato di una partita di baseball o di una semplice elezione municipale. La tragedia è affrontata con assoluta frivolezza, le élite dirigenti sono anestetizzate dalla propria decadenza.

Questi due fatti, il fallimento politico-militare in Siria e lo scandalo politico-istituzionale del default (e la stagnazione economica su cui è basato) stimolano un terzo fenomeno destrutturante: l'esaurimento dell'imperialismo unipolare, la rapida perdita di potere relativo degli Stati Uniti. Questo sospinge l'avanzata di potenze regionali e, in particolare, di almeno due che aspirano ad un ruolo di spicco sullo scacchiere mondiale: Russia e Cina. Tuttavia, questi sviluppi non impongono la costruzione di un mondo multipolare, ovvero la spartizione totale del pianeta tra un gruppo ridotto di imperialismi. Ciò che si sta verificando (con sempre maggiore rapidità) è un processo di "depolarizzazione" (e non di "multipolarizzazione") all'interno del quale né una, né tre superpotenze possono controllare il sistema globale. E' la gerarchia imperialista del capitalismo in quanto tale, che sia controllata da uno solo o da svariati padroni, che attraversa tutta la storia del sistema, che si trova in declino. Questo processo travolge principalmente i vecchi poli imperialisti come gli USA, le grandi potenze europee occidentali (Germania, Inghilterra, Francia) ed il Giappone, ma anche le nuove o rinnovate potenze. L'economia cinese si sta sgonfiando seguendo la rotta imposta al suo sistema industriale d'esportazione dai suoi grandi clienti decadenti: USA, Giappone ed Unione Europea. L'economia russa stagna nel 2013 e le previsioni per il 2014 sono peggiori: la recessione in Europa danneggia le sue esportazioni energetiche. India e Brasile non si trovano in una situazione migliore: in entrambi i casi, l'economia è stagnante e minaccia di entrare in recessione. Tutte le grandi economie, quelle tradizionali e quelle emergenti, quelle ostinate nel neoliberalismo e quelle che praticano il capitalismo di stato, si trovano intrappolate dalla crisi. La locomotiva è il G7, mentre i BRICS fanno gradualmente (per ora) ingresso nel comune processo di decadenza. La "depolarizazzione" globale appare come un fenomeno complesso, con immagini contraddittorie nelle quali alcune potenze retrocedono e altre avanzano, dove alcune sembrano riprendersi per poi tornare a declinare, altre sembrano sfuggire all'ondata di depressione economica per subire, più tardi, l'impatto delle forze entropiche globali. E' necessario carpire i dettagli, le specificità ma senza perdere di vista il panorama più ampio: la decadenza sistemica globale. La "depolarizzazione" non instaura una sorta di capitalismo globale democratizzato, con meno imperialismo, più autonomie nazionali o regionali, esercitate espandendo le proprie forze produttive. L'illusione della "depolarizzazione" progressista non è meno illusoria di quella della multipolarità ordinata. La realtà presenta un sistema che avanza verso tumulti sempre più grandi, verso un disordine sempre più generalizzato, verso l'autodistruzione ambientale, la riproduzione ampliata di un'economia che tende a zero e annuncia di diventare negativa. E' il capitalismo in via di estinzione che nel "depolarizzarsi" si disarticola, presentando orizzonti futuri di barbarie ma anche di insurrezioni portatrici di utopie emancipatrici.

Note

(1), Fonte: Bank for International Settlements, http://www.bis.org/statistics/derstats.htm
(2), Gati Al-Jebouri, CEO Lukoil International Trading and Suply Company, Litasco SA, "International Oil Market and Oil Trading", Haute Ecole de Gestion, Geneva, September 19, 2008 & BP Statistical Review of World Energy, 2013
(3), BP Statistical Review of World Energy, 2013.


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